Todo Modo

“Io sono un prete cattolico, molto cattivo.Ti dirò di più: il trionfo della chiesa nei secoli è dovuto ai preti cattivi. La loro malvagità serve a confermare ed esaltare la santità!”

Don Gaetano (Marcello Mastroianni) al Presidente (Gian Maria Volontè) durante la prima cena dell’incontro spirituale

Film del 1976 con Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, Ciccio Ingrassia, Renato Salvatori, Franco Citti. Regia di Elio Petri.

In una imprecisata località italiana si svolge un convegno spirituale della durata di 3 giorni. I lavori vengono diretti da un gesuita, don Gaetano (Mastroianni), e vedono la partecipazione di un centinaio di persone tra politici, imprenditori, alti magistrati, manager di aziende pubbliche. Tra tutti spicca la presenza del cosiddetto Presidente (Volonté), figura mediatrice rispetto alle varie correnti che caratterizzano la “famiglia” democristiana. Il Presidente è il primo ad arrivare al convegno, seguito dagli altri gerarchi. Pare che all’ultimo momento arrivi anche Lui (Michel Piccoli), ovvero il leader democristiano, leggermente gobbo, da più di 30 anni ai vertici dello Stato.

L’atmosfera è plumbea non solo perché l’incontro si svolge sotto terra, in una sorta di bunker-catacomba (capace di inglobare locali, chiesa, e pure i resti di alcuni martiri), ma anche per il fatto che il Paese è sconvolto da una misteriosa epidemia. Le strade sono del tutto sgombre e la macchina che porta “Il Presidente” al convegno non incontra alcun intoppo.

Subito interessante e fitto il colloquio tra don Gaetano e Il presidente: il primo è il confessore del politico, nonché, apparentemente, la guida spirituale e politica. Ne conosce tutti i vizi e le virtù (minori di quelle che sembrano). Il Presidente nutre una certa riverenza per il sinistro prete il quale, dal canto proprio, non esita ad usare tutta la sua influenza sull’esponente democristiano.

La figura di don Gaetano è assai simile a quella di un inquisitore seicentesco: un impasto di fanatica devozione, spregiudicatezza, fiuto politico senza mancare di qualche pulsione sessuale non meglio precisata.
Il Presidente è il temporeggiatore, il mediatore instancabile, l’uomo che tiene assieme le diverse anime della DC, il punto di riferimento per tutti. Apparentemente umile, nel senso cristiano del termine, è in realtà animato da una sete di potere e di ambizione sconfinata che non lo differenzia molto dai suoi peggiori colleghi di partito.

All’interno del convegno, non a caso, Il Presidente ha potuto chissà come far giungere la moglie Giacinta (Mariangela Melato): donna arrendevole rispetto al già mite marito ma allo stesso tempo piena di “desideri” (in senso politico). La donna sogna per il marito il settennato (ovvero la presidenza della repubblica) o addirittura un ruolo alla Cavour o alla Garibaldi (di padre nobile della Patria).

Il Presidente, però, è sfibrato da questo suo continuo tentativo di ricercare il compromesso. E’ conscio della propria incapacità di tenere il punto e di prendere decisioni politicamente impegnative. E’ l’uomo dalle mille erezioni mancate, come confesserà allo stesso don Gaetano.

All’interno del convegno gli esercizi spirituali si trascinano stancamente. Accanto alla finta devozione si intrecciano i rapporti politici, le ostilità, le alleanze che caratterizzano le correnti democristiane. Si tratta di una occasione per ribaltare o modificare gli equilibri e lavare i panni in famiglia. L’accusa preferita, non a caso, è quella di mangiare troppo. Voltrano (Ciccio Ingrassia) dice di voler osservare il voto di digiuno ed invita pure gli altri a farlo. A tale proposito si verifica una spaccatura tra quelli che annuiscono e decidono di digiunare (i più sazi) e quelli che – in un certo senso giustamente – rivendicano il loro diritto di sedersi alla tavola del potere non avendone mai avuto occasione. Ancora una volta è quindi necessario l’intervento mediatorio del Presidente che alla fine, pur tra qualche mugugno, riesce a ristabilire la concordia tra i presenti.

Sono numerosi gli incontri tra Il Presidente e la moglie, nella stanza a loro adibita. I due provano una forte attrazione fisica ma sono frenati dallo stato di contrizione che necessariamente il luogo richiede. Decidono quindi di lasciarsi andare ad una preghiera che si trasforma in una sorta di orgasmo mancato (secondo il film alla gesuitica maniera). Durante una di queste preghiere si fa vivo Voltrano, che richiede l’aiuto del mite leader per bonificare la DC. Il Presidente come al solito temporeggia, non dice né sì né no, ma viene ricattato da Voltrano che nasconde una serie di prove compromettenti a suo carico (un dossieraggio, con tanto di foto e documenti).

Durante uno dei violenti esercizi spirituali imposti da don Gaetano succede una tragedia. Avanti indietro a piedi nudi presso la sala principale si accascia al suolo uno dei notabili democristiani presenti. Inizialmente si pensa ad un attacco di cuore, dovuto alla fatica e alla partecipazione, ma poi si appura ben presto (lo fa lo stesso don Gaetano) che l’uomo è stato sparato. Grande impressione tra i presenti. Il fatto è grave e porta all’intervento della magistratura nella persona del giudice Scalambri (Renato Salvatori). Il Presidente fa una sorta di interrogatorio al giudice: viene a sapere che non è di certo un pezzo grosso (per questo hanno mandato lui ad occuparsi del caso) e che, poveraccio, è iscritto alla massoneria per far carriera.

Il dott. Scalambro è in balia dei volponi democristiani e ben presto finisce per non capirci più nulla. Si parte col tentativo di ricostruire la dinamica del delitto ma non si giunge ad alcuna conclusione degna di nota, grazie anche all’abilità “mediatrice” del Presidente. Intanto dalla sede centrale del partito giungono indicazioni su come comportarsi con la magistratura (“collaborare ma non troppo”) e si ribadisce la fiducia a tutti i presenti.

Ben presto i morti diventeranno parecchi e arriverà anche il turno di Voltrano, (fustigatore dei corrotti a sua volta ladro ma forse un po’ meno dei suoi colleghi). Lo si vede sottoporsi ad una autoflagellazione nella sua camera ma impazzisce letteralmente quando viene escluso da una riunione di partito alla quale partecipa Il Presidente e LUI, assieme ad altri pezzi grossi del partito. Allora si reca da Giacinta/Melato, forse abusa di lei, ruba i suoi collant, scrive una lettera dove enuncia tutte le malefatte del Presidente (ma tutto ciò si saprà solo in un secondo momento e “de relato”) ed infine viene trovato morto ammazzato dentro un sacco di plastica nera colma di collant e di mutande da donna. La catena di morti proseguirà quindi, ed in maniera perfettamente logica, fino all’epilogo finale.

Non c’è dunque da sorprendersi se su questo film di Petri sia calata una spietata censura che sostanzialmente dura fino ai nostri giorni (considerando la perenne attualità dei temi trattati). Trasmesso pochissime volte in televisione, è praticamente introvabile. La copia originale venne data a fuoco all’interno degli archivi di Cinecittà e ritirato dalle sale cinematografiche pochi giorni di programmazione. Il film segna tendenzialmente il declino del cinema politico italiano che proprio in Petri aveva trovato uno dei suoi massimi punti di riferimento.

In tempi di compromesso storico nascente (siamo nel 1975), in un periodo di crisi per la DC sotto il profilo elettorale, in un contesto nel quale il PCI sembrava finalmente vicino ad essere ammesso nella stanza dei bocconi non c’è da stupirsi della ostilità, della freddezza (per non dire ostilità aperta), manifestata a sinistra e a destra nei confronti dell’opera cinematografica di Petri (già fortemente contestata ai tempi de La classe operaia va in paradiso). Un regista considerato improponibile a destra ed eretico a sinistra.

Il Presidente, interpretato magnificamente e grottescamente da Gian Maria Volonté, è chiaramente ispirato alla figura di Aldo Moro (nel film mai esplicitamente nominato per non incorrere in problemi di censura). Si racconta, anzi, che i primi giorni di “girato” fossero stati letteralmente buttati via a causa della imbarazzante somiglianza col politico democristiano. Volonté ebbe modo di studiare Moro riproducendone sapientamente i tic, i movimenti, la cadenza. Del grottesco, in questo film, se ne fa uso a piene mani essendo forse l’unica possibilità di fare in modo che nell’Italia del 1975 la pellicola potesse essere proiettata nei cinema.

Ottimo Mastroianni nella parte di don Gaetano, l’ambiguo prete-inquisitore, che dietro una parvenza di incorruttibilità nasconde una disinvoltura (forse anche sessuale) imbarazzante. Parrebbe essere la guida di Moro-Volonté ma poi viene fregato da costui all’ultimo giro. Moro vuole l’assoluzione dai suoi peccati, vuole soprattutto sentirsi dire ancora una volta che “lui è diverso” non un volgare ladro come i suoi colleghi di partito. Ma don Gaetano gli dice la semplice verità: è come gli altri, anzi ben più ipocrita e pieno di vanità perché ritiene di essere il migliore tra suoi colleghi.

Splendido il personaggio di Ingrassia, Voltrano, una sorta di Savonarola pieno di timor di Dio che vorrebbe salvare e riformare la Diccì dai “ladri” ma che forse non è esente, nemmeno lui, da qualche peccatuccio (d’altronde il potere corrompe). Ingrassia dimostra di essere un grande attore e naturalmente sono del tutto leciti i rimpianti di non averlo visto spesso in ruoli diversi dagli “abituali” per i quali è conosciuto.

Mariangela Melato è l’unica donna del film. Piena di ambizioni e di pulsioni sessuali (allo stesso tempo disperatamente portata alla contrizione) sogna per il suo marito e figlio il potere: il ruolo di padre della Patria, accanto ai vari Cavour e Garibaldi.

Renato Salvatori fa il ruolo dell’ingenuo giudice Scalambri e naturalmente finirà all’altro mondo anche lui per mano del misterioso assassino. Parte di maggiordomo-killer per Franco Citti, impeccabile nel portamento, sinistro nell’aspetto e praticamente muto per tutto il film.

Musica di Ennio Morricone.

 

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