Mese: aprile 2012

Il massacro del Circeo

– Il cosiddetto Massacro del Circeo è un fatto di cronaca nera avvenuto il 29 settembre 1975 sul litorale pontino presso la zona del Circeo.

– Daniela Colasanti e Rosaria Lopez, rispettivamente di 17 e 19 anni, vengono invitate ad una festa privata da tre ragazzi dell’alta borghesia romana: Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira. La Colasanti e la Lopez hanno conosciuto i tre presso un famoso locale dell’epoca, situato nella zona Eur a Roma.

– Andrea Ghira, figlio di un noto imprenditore della capitale nonché grande ammiratore del clan dei marsigliesi e del loro leader Jacques Berenguer, è già stato condannato per rapina a mano armata nel 1973 scontando per questo fatto 20 mesi di reclusione. Angelo Izzo, studente di medicina ed anch’egli figlio di un costruttore, ha invece violentato due ragazzine nel 1974: la condanna è particolarmente lieve per lui (due anni e mezzo di reclusione) nemmeno interamente scontata dato che gli viene concessa la condizionale. Gianni Guido, studente di architettura e figlio di un dirigente bancario, è l’unico ad essere incensurato.

– Una volta giunti a destinazione, presso la villa di Ghira collocata a San Felice Circeo nella zona della Moresca, inizia la sarabanda di violenza e morte. Secondo il racconto di Donatella Colasanti, mentre tutti si trovavano nel giardino della villa, uno dei ragazzi tira fuori la rivoltella affermando di far parte della Banda dei Marsigliesi. L’ordine del leader Berenguer sarebbe appunto stato quello di rapire le due ragazze.

– A seguito di questa dichiarazione la Colasanti e la Lopez vengono ripetutamente violentate e percosse per 36 ore.

– Le ragazza vengono drogate. La Lopez portata nel bagno, picchiata e annegata nella vasca. Ghira, Izzo e Guido tentano poi di strangolare la Colasanti, colpendola selvaggiamente. La stessa Colasanti subisce poi una sprangata sul capo che la tramortisce. Creduta morta viene caricata, assieme al cadavere della Lopez, dentro il bagagliaio di una FIAT 127 intestata al padre di Guido.

– La Colasanti, salvatasi miracolosamente, prova ad attirare l’attenzione di qualche passante: i carabinieri arrivano sul posto solo perché una donna, non riuscendo a dormire, viene messa in allarme dai lamenti provenienti dal bagagliaio dell’auto.

– Izzo e Guido vengono catturati nel giro di poche ore mentre Ghira – forse a causa di una soffiata – non verrà mai preso. La Colasanti, ricoverata in ospedale, ha subito gravi lesioni e pesantissimi danni psicologici.

– La Colasanti viene rappresentata in giudizio dall’avvocatessa Tina Lagostena Bassi. Grande impulso alle indagini proviene dai carabinieri.

– Il primo grado si risolve con tre ergastoli a testa per Izzo, Guido e Ghira (quest’ultimo in contumacia). I giudici non concedono alcuna attenuante.

– Durante il processo di primo grado svoltosi a Latina, Angelo Izzo urla contro la Colasanti affermando che “mente sapendo di mentire”. La Colasanti risponde davanti alle telecamere del Tg2: “Izzo è un vigliacco, è un vigliacco e basta. Hanno voluto fare i grandi con noi che eravamo delle ragazzine, però adesso tremano quando devono parlare…È una stupida farsa, se vede benissimo che recita, recita pure male”. Il Pm Vito Giampietro: “Non vi è follia nel comportamento di Guido e di Izzo e di Ghira, non vi è la follia che ottunde il sentimento, che ottenebra la volontà, che obnubila il cervello. Il delitto è lucido, freddo, spietatamente voluto per il perseguimento di un fine ben determinato! Ergastolo per Izzo, ergastolo per Ghira, ergastolo per Guido!”.

– Dopo il processo il giornalista Giuseppe Marrazzo intervista il Pm Giampietro.

Lei non ha avuto esitazioni a chiedere l’ergastolo?

“Assolutamente”

Non le è passato per la mente neanche per un momento il bisogno di una perizia psichiatrica di tre giovani che uccidono in quel modo?

“Assolutamente no”

Perché?

“Perché li ritengo del tutto sani di mente”.

– Intanto Ghira, che è latitante, pensa ai suoi amici e scrive loro: “Non mi avranno mai. Vi assicuro che quella bastarda la faccio fuori, per voi non c’è pericolo, a fine anno ’76 uscirete per libertà provvisoria. Anche se sanno tutto questi bastardi faranno una brutta fine anche loro. Comunque non vi preoccupate per la mia latitanza ho circa 13 milioni di lire, forse andrò via da Roma. Per quanto riguarda quella stronzetta – farà la fine della Lopez – state calmi, a presto.
Berenguer Ghira”
.

– Sulla sorte di Ghira permangono tuttora dei dubbi: si sarebbe arruolato presso la legione straniera spagnola per poi essere espulso a causa dell’abuso di stupefacenti. L’espulsione sarebbe avvenuta nel 1994, anno della presunta morta per overdose. Sarebbe dunque stato seppellito sotto falso nome nel Marocco spagnolo. Esiste però una foto del 1995 che ritrae un uomo con le fattezze del Ghira: scattata presso la periferia romana dai carabinieri, sarebbe stata sottoposta ad analisi computerizzata con esito finale positivo. Diverse segnalazioni circa la possibile presenza del Ghira sono pervenute da varie parti del mondo.

– Guido e Izzo durante una rivolta carceraria nel 1977 prendono in ostaggio una guardia tentando, senza successo, di evadere dal carcere di Latina.

– La sentenza per Guido viene modificata nel 1980 e ridotta a 30 anni di reclusione, considerando il pentimento dell’uomo e l’accettazione da parte delle famiglie offese di un risarcimento danni. Lo stesso Guido evade dal carcere di san Gimignano nel 1981 e ripara in Argentina, Paese nel quale viene catturato nel giro di due anni. In attesa della estradizione in Italia riesce nuovamente a far perdere le proprie tracce nel 1985 per poi essere definitivamente riacciuffato a Panama nel 1994.

– Anche Izzo farà parlare di sé: nell’85 fa sapere agli inquirenti che è deciso a collaborare e diventa un pentito “buono per tutte le stagioni”, rilasciando dichiarazioni che vanno dall’eversione di destra alla mafia. Nell’agosto del ’93, approfittando di un permesso, non rientra nel carcere di Alessandria e fa perdere le proprie tracce. Dopo quindici giorni viene arrestato a Parigi. Nel ’95 ricomincia a fare rivelazioni. Nel 2004 i giudici di Palermo decidono di concedergli la semilibertà. Non appena fuori uccide due donne: Maria Carmela Linciano (49 anni) e Valentina Maiorano (14 anni), rispettivamente moglie e figlia di un pentito della Sacra Corona Unita che Izzo aveva conosciuto durante la sua permanenza presso il carcere di Campobasso. Nell’aprile del 2005 le due donne vengono legate e soffocate per poi essere sepolte presso il giardino di una villetta in prov. di Campobasso. Nel 2007 Izzo viene condannato, per questo nuovo fatto di sangue, all’ergastolo (confermato in appello).

– Donatella Colasanti muore nel 2005 a 47 anni. Avrebbe voluto assistere al nuovo processo a carico di Izzo.

– Nel 2008 Gianni Guido è affidato ai servizi sociali dopo 14 anni di carcere a Rebibbia. Ha finito di scontare la pena nell’agosto del 2009. A fronte di una condanna a trent’anni di reclusione ne ha scontati 22: più volte fuggito all’estero ha trascorso 11 anni latitante fuori dai confini nazionali.

– Così ha commentato Letizia Lopez, sorella di Rosaria: “Il signor Guido non ha affatto scontato la sua pena: è andato in Argentina, è scappato all’estero, ha fatto gran parte della condanna ai servizi sociali, ha usufruito di permessi. Ma insomma mi chiedo con quale coraggio una persona così con quello che ha fatto, e senza mostrare pentimento, ora giri libero per Roma?”.

– Il racconto di Donatella Colasanti: “Tutto è cominciato una settimana fa, con l’incontro con un ragazzo all’uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all’indomani insieme ad altri amici. Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni, chiacchieriamo un po’, poi si decide di fare qualcosa all’indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo, dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se avessimo voluto raggiungerlo… ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l’amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l’amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: “Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari”. Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l’inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un’altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all’improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. A me mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po’, e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: “Questa non vuole proprio morire”, e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l’ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c’era ancora, ma quando l’hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: “Guarda come dormono bene queste due”.

– Edda Billi, Associazione Federale Femministe Italiane: “Questo processo ha dato una presa di coscienza a una nazione intera, ci sono stati uomini che si sono vergognati di essere uomini, questo vuol dire molto; è cambiato il costume. Fino ad allora lo stupro era considerato delitto contro la morale, da quel momento furono gettate le basi per la futura legge che all’Articolo 1 dice: La violenza sessuale è delitto contro la persona».
Anita Pasquali, Associazione Federale Femministe Italiane: “Per esempio fare una ferita al braccio è un delitto contro la persona, lo stupro invece non era un reato contro la persona, ma contro la dignità che sappiamo che, come la morale, è un concetto astrattissimo che si può tirar di qui, tirar di là…”.

– Lo storico Giordano Bruno Guerri, a proposito della costituzione del movimento femminile al processo, afferma: “È evidentemente un assurdo giuridico perché le donne avevano comunque dignità pari agli uomini già dal ’46 quando si votava ecc…Quindi non ha senso; però ha un senso storico perché le donne erano oggettivamente in uno stato di inferiorità, nonostante le leggi, per tradizione e per abitudini, e il movimento femminista del ‘68 stava alzando il tiro pretendendo di più per una parità vera. Individuò quindi nella violenza del Circeo un punto di attacco per creare un problema”.

Parla Donatella Colasanti:”Con me non ci sono riusciti”.

Torturata fino ad ucciderla.

Quando cercò di candidarsi con la destra.

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Violent Naples (1976).

Directed by: Umberto Lenzi

Starring: Maurizio Merli, John Saxon, Barry Sullivan, and Elio Zamuto

Cult director Umberto Lenzi is probably most famous for his shocking Cannibal films “Cannibal Ferox” (1981) and “Mangiati Vivi” (1980). These are of course memorable films and more than worth watching for every exploitation fan, but, as far as I am concerned, Lenzi’s greatest films date back to the 70s. Especially his mean-spirited and ultra-violent Poliziotteschi are absolutely essential to every lover of Italian Cult-cinema. “Napoli Violenta” aka. “Violent Naples” of 1976 is another action-packed, adrenaline-driven, ultra-violent and delightfully politically incorrect cop-thriller that no fan of Italian genre cinema should consider missing. While it is, in my opinion, just not quite as brilliant as Lenzi’s foregoing Poliziottesschi “Milano Odia: La Polizia Non Può Sparare” (aka. “Almost Human”, 1974) and “Roma A Mano Armata” (aka. “Rome Armed To The Teeth”, 1976″), which is mainly due to the lack of the great Tomas Milian, who played sadistic criminals in these two films, this is yet another great and outrageously brutal Poliziottesco from Lenzi.

Genre-star Maurizio Merli stars in the role of Comissario Betti for the third time (the first two Commissario Betti films were Marino Girolami’s “Roma Violenta” of 1975 and “Italia A Mano Armata” of 1976, two priorities on my list of films that I haven’t seen yet). Betti, who is known for his unorthodox methods hates criminals as much as he hates crime, and he has does not keep his beliefs a secret. When he comes to Naples, where he has worked earlier, the local criminal underworld, above all the Camorra, the Mafia of Naples, are already getting nervous, as they know that the Comissario, who has no mercy for criminals, is dedicated to clean up… Merli is once again great as the mustached and unorthodox copper Betti, who treats criminals in a way that makes Dirty Harry look like a social worker. The cast also includes the great John Saxon, and Barry Sullivan in the role of a Mafia-boss called “Comandante”. The supporting cast furthermore includes many familiar faces for Italian genre fans, such as Guido Alberti as the chief of police, or the butt-ugly Luciano Rossi as a sadistic mugger. The score by Franco Micalizzi, who also delivered the score to “Roma A Mano Armata”, is once again very good, and the camera work is fast-paced and great. “Napoli Violenta” is generally a violent film, and it has several moments of outrageous brutality. I will not give away more, but I am sure that most of my fellow Poliziotteschi fans will enjoy the film as much as I did. Brutal, gripping and breathtaking, “Napoli Violenta” is a film that fans of Italian Crime/Police films can not afford to miss!

by Benjamin Gauss (Salzburg, Austria)

Violent Rome (1975).

Directed by: Marino Girolami

Starring: Maurizio Merli, Richard Conte and Ray Lovelock

A detective sick and tired of the rampant crime and violence in his city, and constantly at odds with his superiors, is finally kicked out of the department for a “questionable” shooting of a vicious criminal. However, he is soon approached by a representative for a group of citizens who themselves are fed up with what they see as criminals going unpunished, and they make him an offer he may very well not refuse.

Todo Modo

“Io sono un prete cattolico, molto cattivo.Ti dirò di più: il trionfo della chiesa nei secoli è dovuto ai preti cattivi. La loro malvagità serve a confermare ed esaltare la santità!”

Don Gaetano (Marcello Mastroianni) al Presidente (Gian Maria Volontè) durante la prima cena dell’incontro spirituale

Film del 1976 con Gian Maria Volonté, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, Ciccio Ingrassia, Renato Salvatori, Franco Citti. Regia di Elio Petri.

In una imprecisata località italiana si svolge un convegno spirituale della durata di 3 giorni. I lavori vengono diretti da un gesuita, don Gaetano (Mastroianni), e vedono la partecipazione di un centinaio di persone tra politici, imprenditori, alti magistrati, manager di aziende pubbliche. Tra tutti spicca la presenza del cosiddetto Presidente (Volonté), figura mediatrice rispetto alle varie correnti che caratterizzano la “famiglia” democristiana. Il Presidente è il primo ad arrivare al convegno, seguito dagli altri gerarchi. Pare che all’ultimo momento arrivi anche Lui (Michel Piccoli), ovvero il leader democristiano, leggermente gobbo, da più di 30 anni ai vertici dello Stato.

L’atmosfera è plumbea non solo perché l’incontro si svolge sotto terra, in una sorta di bunker-catacomba (capace di inglobare locali, chiesa, e pure i resti di alcuni martiri), ma anche per il fatto che il Paese è sconvolto da una misteriosa epidemia. Le strade sono del tutto sgombre e la macchina che porta “Il Presidente” al convegno non incontra alcun intoppo.

Subito interessante e fitto il colloquio tra don Gaetano e Il presidente: il primo è il confessore del politico, nonché, apparentemente, la guida spirituale e politica. Ne conosce tutti i vizi e le virtù (minori di quelle che sembrano). Il Presidente nutre una certa riverenza per il sinistro prete il quale, dal canto proprio, non esita ad usare tutta la sua influenza sull’esponente democristiano.

La figura di don Gaetano è assai simile a quella di un inquisitore seicentesco: un impasto di fanatica devozione, spregiudicatezza, fiuto politico senza mancare di qualche pulsione sessuale non meglio precisata.
Il Presidente è il temporeggiatore, il mediatore instancabile, l’uomo che tiene assieme le diverse anime della DC, il punto di riferimento per tutti. Apparentemente umile, nel senso cristiano del termine, è in realtà animato da una sete di potere e di ambizione sconfinata che non lo differenzia molto dai suoi peggiori colleghi di partito.

All’interno del convegno, non a caso, Il Presidente ha potuto chissà come far giungere la moglie Giacinta (Mariangela Melato): donna arrendevole rispetto al già mite marito ma allo stesso tempo piena di “desideri” (in senso politico). La donna sogna per il marito il settennato (ovvero la presidenza della repubblica) o addirittura un ruolo alla Cavour o alla Garibaldi (di padre nobile della Patria).

Il Presidente, però, è sfibrato da questo suo continuo tentativo di ricercare il compromesso. E’ conscio della propria incapacità di tenere il punto e di prendere decisioni politicamente impegnative. E’ l’uomo dalle mille erezioni mancate, come confesserà allo stesso don Gaetano.

All’interno del convegno gli esercizi spirituali si trascinano stancamente. Accanto alla finta devozione si intrecciano i rapporti politici, le ostilità, le alleanze che caratterizzano le correnti democristiane. Si tratta di una occasione per ribaltare o modificare gli equilibri e lavare i panni in famiglia. L’accusa preferita, non a caso, è quella di mangiare troppo. Voltrano (Ciccio Ingrassia) dice di voler osservare il voto di digiuno ed invita pure gli altri a farlo. A tale proposito si verifica una spaccatura tra quelli che annuiscono e decidono di digiunare (i più sazi) e quelli che – in un certo senso giustamente – rivendicano il loro diritto di sedersi alla tavola del potere non avendone mai avuto occasione. Ancora una volta è quindi necessario l’intervento mediatorio del Presidente che alla fine, pur tra qualche mugugno, riesce a ristabilire la concordia tra i presenti.

Sono numerosi gli incontri tra Il Presidente e la moglie, nella stanza a loro adibita. I due provano una forte attrazione fisica ma sono frenati dallo stato di contrizione che necessariamente il luogo richiede. Decidono quindi di lasciarsi andare ad una preghiera che si trasforma in una sorta di orgasmo mancato (secondo il film alla gesuitica maniera). Durante una di queste preghiere si fa vivo Voltrano, che richiede l’aiuto del mite leader per bonificare la DC. Il Presidente come al solito temporeggia, non dice né sì né no, ma viene ricattato da Voltrano che nasconde una serie di prove compromettenti a suo carico (un dossieraggio, con tanto di foto e documenti).

Durante uno dei violenti esercizi spirituali imposti da don Gaetano succede una tragedia. Avanti indietro a piedi nudi presso la sala principale si accascia al suolo uno dei notabili democristiani presenti. Inizialmente si pensa ad un attacco di cuore, dovuto alla fatica e alla partecipazione, ma poi si appura ben presto (lo fa lo stesso don Gaetano) che l’uomo è stato sparato. Grande impressione tra i presenti. Il fatto è grave e porta all’intervento della magistratura nella persona del giudice Scalambri (Renato Salvatori). Il Presidente fa una sorta di interrogatorio al giudice: viene a sapere che non è di certo un pezzo grosso (per questo hanno mandato lui ad occuparsi del caso) e che, poveraccio, è iscritto alla massoneria per far carriera.

Il dott. Scalambro è in balia dei volponi democristiani e ben presto finisce per non capirci più nulla. Si parte col tentativo di ricostruire la dinamica del delitto ma non si giunge ad alcuna conclusione degna di nota, grazie anche all’abilità “mediatrice” del Presidente. Intanto dalla sede centrale del partito giungono indicazioni su come comportarsi con la magistratura (“collaborare ma non troppo”) e si ribadisce la fiducia a tutti i presenti.

Ben presto i morti diventeranno parecchi e arriverà anche il turno di Voltrano, (fustigatore dei corrotti a sua volta ladro ma forse un po’ meno dei suoi colleghi). Lo si vede sottoporsi ad una autoflagellazione nella sua camera ma impazzisce letteralmente quando viene escluso da una riunione di partito alla quale partecipa Il Presidente e LUI, assieme ad altri pezzi grossi del partito. Allora si reca da Giacinta/Melato, forse abusa di lei, ruba i suoi collant, scrive una lettera dove enuncia tutte le malefatte del Presidente (ma tutto ciò si saprà solo in un secondo momento e “de relato”) ed infine viene trovato morto ammazzato dentro un sacco di plastica nera colma di collant e di mutande da donna. La catena di morti proseguirà quindi, ed in maniera perfettamente logica, fino all’epilogo finale.

Non c’è dunque da sorprendersi se su questo film di Petri sia calata una spietata censura che sostanzialmente dura fino ai nostri giorni (considerando la perenne attualità dei temi trattati). Trasmesso pochissime volte in televisione, è praticamente introvabile. La copia originale venne data a fuoco all’interno degli archivi di Cinecittà e ritirato dalle sale cinematografiche pochi giorni di programmazione. Il film segna tendenzialmente il declino del cinema politico italiano che proprio in Petri aveva trovato uno dei suoi massimi punti di riferimento.

In tempi di compromesso storico nascente (siamo nel 1975), in un periodo di crisi per la DC sotto il profilo elettorale, in un contesto nel quale il PCI sembrava finalmente vicino ad essere ammesso nella stanza dei bocconi non c’è da stupirsi della ostilità, della freddezza (per non dire ostilità aperta), manifestata a sinistra e a destra nei confronti dell’opera cinematografica di Petri (già fortemente contestata ai tempi de La classe operaia va in paradiso). Un regista considerato improponibile a destra ed eretico a sinistra.

Il Presidente, interpretato magnificamente e grottescamente da Gian Maria Volonté, è chiaramente ispirato alla figura di Aldo Moro (nel film mai esplicitamente nominato per non incorrere in problemi di censura). Si racconta, anzi, che i primi giorni di “girato” fossero stati letteralmente buttati via a causa della imbarazzante somiglianza col politico democristiano. Volonté ebbe modo di studiare Moro riproducendone sapientamente i tic, i movimenti, la cadenza. Del grottesco, in questo film, se ne fa uso a piene mani essendo forse l’unica possibilità di fare in modo che nell’Italia del 1975 la pellicola potesse essere proiettata nei cinema.

Ottimo Mastroianni nella parte di don Gaetano, l’ambiguo prete-inquisitore, che dietro una parvenza di incorruttibilità nasconde una disinvoltura (forse anche sessuale) imbarazzante. Parrebbe essere la guida di Moro-Volonté ma poi viene fregato da costui all’ultimo giro. Moro vuole l’assoluzione dai suoi peccati, vuole soprattutto sentirsi dire ancora una volta che “lui è diverso” non un volgare ladro come i suoi colleghi di partito. Ma don Gaetano gli dice la semplice verità: è come gli altri, anzi ben più ipocrita e pieno di vanità perché ritiene di essere il migliore tra suoi colleghi.

Splendido il personaggio di Ingrassia, Voltrano, una sorta di Savonarola pieno di timor di Dio che vorrebbe salvare e riformare la Diccì dai “ladri” ma che forse non è esente, nemmeno lui, da qualche peccatuccio (d’altronde il potere corrompe). Ingrassia dimostra di essere un grande attore e naturalmente sono del tutto leciti i rimpianti di non averlo visto spesso in ruoli diversi dagli “abituali” per i quali è conosciuto.

Mariangela Melato è l’unica donna del film. Piena di ambizioni e di pulsioni sessuali (allo stesso tempo disperatamente portata alla contrizione) sogna per il suo marito e figlio il potere: il ruolo di padre della Patria, accanto ai vari Cavour e Garibaldi.

Renato Salvatori fa il ruolo dell’ingenuo giudice Scalambri e naturalmente finirà all’altro mondo anche lui per mano del misterioso assassino. Parte di maggiordomo-killer per Franco Citti, impeccabile nel portamento, sinistro nell’aspetto e praticamente muto per tutto il film.

Musica di Ennio Morricone.

 

La classe operaia va in paradiso.

Film del 1971, con Gian Maria Volonté, Mariangela Melato, Salvo Randone.
Regia di Elio Petri.

Lulù Massa è un vero e proprio stakanovista, un cottimista che – inviso ai suoi colleghi e amato dai padroni – riesce a sbarcare il lunario piuttosto degnamente permettendosi il lusso di sfamare due famiglie (dato che mantiene sia la ex moglie che la nuova compagna). I suoi ritmi di lavoro sono infernali. Lulù è bravo di braccia, di mente e di lingua. Naturalmente costituisce il modello di operaio che il padrone vorrebbe avere in fabbrica, mentre per i suoi colleghi è solo un ruffiano. La situazione degenera sempre di più perché Lulù viene considerato come un modello di riferimento rispetto al quale valutare gli altri, compresi i nuovi assunti.

La sua vita privata è in crisi: convive con Lidia (Mariangela Melato) e il figlio di lei. Lidia cerca l’indipendenza lavorando sodo presso una parruccheria ed ha molti sogni in testa. Il figlioletto è spesso neutrale nelle dispute tra i due, anche se nutre un certo rispetto nei confronti di Lulù. Quest’ultimo deve però anche mantenere la seconda famiglia, cioè la sua vera moglie ed il suo vero figlio che ormai quasi non lo riconosce più come padre. Il successo sul lavoro gli garantisce la stima delle operaie, in particolare quella del più bel culo della fabbrica (Adalgisa, impersonata da Mietta Albertini). Non a caso Lulù, per concentrarsi meglio durante la produzione, pensa al culo di Adalgisa (una sorta di training autogeno che lui spiega con lo slogan: “UN CULO, UN PEZZO!”).

Tutto va come deve andare. Fino a quando anche Lulù subisce un grave incidente sul lavoro. Forse per distrazione, forse per stanchezza, forse per eccessiva confidenza con la macchina… fatto sta che ci lascia un dito. Tutto si ferma ed i compagni colgono l’occasione per fare assemblea ed indire uno sciopero.

Il povero Massa, a questo punto, comincia ad avere dei dubbi: da operaio preferito dal padrone diventa un contestatore totale. Proprio per questo prende la parola durante una assemblea e spiega il suo percorso personale di rinnegato stakanovista. Fa autocritica, ammette di non averci mai capito niente e si schiera senza incertezze dalla parte dei compagni.

In realtà, all’entrata della fabbrica (e poi pure dentro), si fronteggiano due schieramenti: quello del sindacato “tradizionale”, che crede nella trattativa col padrone e quello degli studenti (sognatori e un po’ astratti che invece predicano la rivolta totale). I primi cominciano ad essere in difficoltà e molti operai si schierano a favore delle tesi sostenute dagli studenti, chiedendo quindi una maggiore incisività nella lotta.

Lo stesso Lulù pensa di abbandonare le posizioni “moderate” del sindacato per avvicinarsi alle rivendicazioni studentesche ma, dopo una rivolta nella quale viene chiamata la polizia e nella quale si arriva a dare fuoco alla macchina del padrone, Lulù riceve una lettera di licenziamento.

Ovviamente il licenziamento si ripercuote sulla sua vita privata: perde sia Lidia che il figlio mentre di certo – disoccupato e senza soldi – non possono che peggiorare anche i rapporti con la sua (ex) moglie e col suo vero figlio (il quale sembra considerare il padre nient’altro che come un povero diavolo).

Lulù entra quindi in una fase di grave crisi: senza lavoro e con un handicap che rischia di penalizzarlo per tutta la vita chiede aiuto a quegli studenti rispetto ai quali si era avvicinato ma si sente rispondere che il suo è un caso “personale”, uno dei tanti, e che loro sono interessati solo ad una dimensione collettiva, di massa.

A questo punto, Lulù, va a fare visita a Militina (Salvo Randone), un ex operaio che è uscito fuori di testa e che non a caso si ritrova internato in un manicomio. Militina gli illustra le categorie rappresentate all’interno dell’istituto psichiatrico: si tratta soprattutto di operai, postini, manovali, qualche diplomato. Ma per la gran parte sono persone di bassa estrazione sociale. Esistono anche i manicomi per ricchi, avverte Militina, ma quelli sono ben isolati perché i ricchi non vogliono far sapere in giro che pure loro possono andare fuori di testa. L’origine di tutto, dice Militina, sono i soldi: i poveracci impazziscono perché ne hanno pochi e ne vorrebbero avere di più, i ricchi impazziscono perché ne hanno troppi. E comunque, conclude l’ex operaio, a lui lo ha fatto impazzire la fabbrica. Il non sapere che cazzo si producesse lì dentro (cosa che non ha mai capito nemmeno Lulù). E questo è già una base sufficiente per cominciare ad impazzire, perché un uomo ha diritto di sapere a che serve il suo lavoro. E infatti giorno dopo giorno, lì in mezzo, la mente se ne va via…

Questo film di Elio Petri (1971) è probabilmente uno dei primi in Italia che sceglie di affrontare il mondo della fabbrica con piglio ironico, sarcastico, e proprio per questo non privo di acume. Petri ha sempre fatto un cinema popolare ad alto contenuto sociale, dato che riteneva che parlare esclusivamente agli intellettuali fosse come non parlare a nessuno. Il cinema doveva essere per le masse: non certo per rincoglionirle quanto per far capire taluni aspetti, equilibri, della società moderna: la corruzione del potere, la forza delle tradizioni mafiose, la realtà della fabbrica. Ed è ovvio come un film del genere non potesse essere amato dagli intellettuali (di sinistra) del tempo che difatti lo accolsero con grande freddezza, arrivando in qualche caso perfino ad accusare Petri di essere un fascista cammuffato da comunista.

In realtà Petri capisce meglio di qualunque altro le dinamiche di fabbrica che si stavano sviluppando: prima di tutto una sempre più evidente distinzione tra “moderati” (ovvero i sindacalisti che trattano col padrone al fine di regolare ma non annullare il cottimo) ed “estremisti” (gli studenti che invece predicano lo scontro frontale col padrone). Considerando che parliamo del 1971 si può certamente dire che Petri avesse ben capito come si sarebbe evoluta la storia operaia degli anni successivi, col tentativo sempre più evidente di alcune fazioni di disarticolare la normale rappresentanza sindacale (fazioni poi rivelatesi contigue se non addirittura parti integranti del fenomeno della lotta armata). In secondo luogo è ben presente la sopraordinazione della macchina sull’uomo: in questo film è la macchina a possedere l’uomo, a schiacciarlo, a conformarlo ai propri ritmi produttivi. E’ la componente tecnica ad avere la meglio e ad avviare la selezione del personale. Il Militina è scoppiato ed è finito in manicomio, Lulù rischia di fare la stessa fine e i sintomi della follia (descritti dallo stesso vecchio ex operaio) sono gli stessi che comincia a manifestare lo stesso Lulù a soli 31 anni.

Emerge inoltre la contrapposizione tra quest’ultimo e la sua convivente (ieri si sarebbe definita “amante”) che non sopporta i comunisti, il loro dogmatismo. Lidia ritiene che lavorando seriamente e duramente si sia legittimati ad aspirare a qualche comodità piccolo-borghese. Nel suo caso la pelliccia. Lidia è un po’ posticcia, frivola. E’ la tipica donna anni 70 che legge fotoromanzi e rotocalchi ma è anche capace di lavorare duramente per perseguire un suo sogno di realizzazione e indipendenza. E’in un certo senso più femminista delle femministe, pur votando democrazia cristiana. E non sopporta di vedere come si sia ridotto Lulù dopo l’infortunio, non sopporta la gente di cui si è circondato (gli studenti estremisti). E infatti non ci mette tanto ad abbandonarlo.

Abbassare le tasse per abbassare lo spread.

Alla chiusura di piazza Affari, ore 17 di martedì, lo spread (ovvero il cosiddetto differenziale tra i bund tedeschi e i corrispettivi titoli italiani) ha nuovamente sfiorato i 400 punti.

La cosa non dovrebbe sorprendere tenendo conto dell’andamento della nostra economia, al netto della propaganda a favore del nuovo governo Monti. Nuovo forse solo nei nomi ma non certo nelle politiche. Da dicembre ad oggi, sotto il profilo della politica economica, non si sono registrati elementi di reale discontinuità. Si diceva che occorresse “spegnere l’incendio” e si è chiesto ai contribuenti di mettere ancora una volta mano al portafoglio per fronteggiare l’ennesima crisi delle casse pubbliche causata da decenni di gestioni allegre e da tsunami finanziari generatisi ben al di là del confini nazionali.

Pare essere lapalissiano, quasi banale, ma il problema dello spread è legato alla impossibilità della nostra economia di crescere – con l’attuale livello di tassazione – in maniera tale da garantire il finanziamento di un debito pubblico sempre più importante (e in aumento).

E’ davvero incredibile l’incapacità, anche da parte dei cosiddetti tecnici, di porre in essere politiche innovative o semplicemente liberali. Così come risulta essere altrettanto incredibile che l’aggettivo liberale abbia assunto una connotazione negativa nell’uso comune.

Considerando le politiche attuate finora dal governo troviamo una serie di provvedimenti ispirati all’etica del sacrificio. La riforma pensionistica è stata davvero una tremenda mazzata, non tanto per il passaggio al contributivo (misura sacrosanta) quanto perché è già possibile prevedere l’uso che verrà fatto dei soldi così ottenuti.

Il contributivo dovrebbe essere propedeutico alla possibilità di scegliere quando andare in pensione, godendo degli accantonamente compiuti in un certo numero di anni. Peccato si sia partorito un monstrum per il quale si è riusciti nell’impresa di sommare la parte più sfavorevole di contributivo e retributivo: del primo si è preso l’aspetto della responsabilità e della proporzionalità della pensione rispetto a quanto versato mentre del secondo si è mutuata la impossibilità di poter scegliere il momento nel quale andare in pensione. Il risultato è stato quello di creare un ibrido che inchioda le persone sul proprio posto di lavoro, in prospettiva, fino ai 70 anni in un contesto di sistema contributivo. Il tutto con il semplice obiettivo (sempre il solito) di fare “cassa”.

Circa la tanto sbandierata riforma del mercato del lavoro ci sono da dire alcune cose. Prima di tutto la bozza che il parlamento si appresta a votare non incide quasi nulla sul drammatico tema della precarizzazione del lavoro. Affermare che il lavoro precario dovrà costare di più non significa assolutamente nulla, dato che non si capisce chi dovrebbe sostenere i maggiori costi (o forse lo si capisce fin troppo). In secondo luogo non si fa assolutamente niente per riassorbire, riqualificare, chi in questi anni ha perso il lavoro. Presso i principali Paesi europei chi perde il posto ha la possibilità di percepire un assegno di disoccupazione e frequentare corsi di riqualificazione professionale in una prospettiva concreta di trovare un nuovo lavoro. Le agenzie per l’impiego funzionano ma non è certamente esclusa la possibilità che sia il singolo ad attivarsi per trovare una nuova collocazione. Quando l’ufficio chiama per offire il lavoro e il disoccupato lo rifiuta, perde il sussidio.

Si tratta insomma della saggia, vera, riforma del mercato del lavoro che avrebbe voluto introdurre in Italia il sen. Pietro Ichino che, dal canto suo, in un Paese come il nostro ha sbagliato (sotto il profilo comunicazionale) nel parlare di riforma alla “danese”. Si tratta della cosiddetta flexsecurity, capace di coniugare la flessibilità competitiva con le sicurezze sociali tipicamente europee.

Le opposizioni alla proposta Ichino sono state quasi tutte stucchevoli e cretine: si è detto che gli italiani non sono danesi, che la riforma sarebbe costata troppo, che i nostri uffici di collocamento sono impossibili da far funzionare, addirittura che una simile proposta se realizzata avrebbe potuto favorire (per chissà quale motivo) la criminalità organizzata.

In realtà la proposta partorita dal governo Monti è puramente tendente a compiere risparmi e a disinnescare l’art. 18 (in maniera non del tutto “virtuosa”). E’ una riforma a carico delle famiglie, dei singoli, di quel welfare privato che consente ai figli di campare sulle spalle dei padri.

La prospettiva giusta, per una vera riforma del lavoro, poteva essere quella di abolire i contratti precari e ammettere legislativamente solo il lavoro a tempo indeterminato con annessa possibilità di licenziare. A fronte però di un potente investimento volto a mettere a regime la già citata flexsecurity (si è vista, in questa anni, la portata micidiale delle cosiddette riforme a costo zero).

Sarebbe stato utile abolire la cassa integrazione sostituendola con assegni di disoccupazione all’interno di in un contesto di riqualificazione professionale funzionale al reinserimento nel mercato del lavoro. Inoltre si sarebbe dovuto agire, legislativamente e fiscalmente, sulle vergognose discriminazioni anagrafiche che tagliano fuori da qualsiasi possibilità di impiego centinaia di migliaia di over 40 (tutto ciò si somma all’innalzamento dell’età pensionabile e dall’introduzione del contributivo): se infatti si sostiene che il lavoro deve essere flessibile (e quindi si mette in preventivo di poterlo perdere almeno una volta nella vita) è semplicemente inaccettabile che continuino a sussistere discriminazioni sull’età.

I media sostenevano che queste riforme avrebbero calmato i mercati finanziari. Qualcuno ci stava anche credendo, vista la discesa dello spread nelle ultime settimane. In realtà il differenziale è sceso perché la BCE ha dato paccate (queste sì) di miliardi alle banche, le quali hanno poi pensato bene di reinvestire i quattrini ottenuti nel debito sovrano degli stati membri (facendo scorpacciate di titoli invece che sostenere il settore produttivo in modo tale da favorire la ripresa). Dovrebbe infatti essere ormai chiaro a tutti che senza ripresa economica lo spread non scende. Ancora una volta le banche, invece di scommettere sull’economia reale, hanno preferito rimpinguarsi di titoli che promettevano importanti plusvalenze a fronte di un ridicolo tasso dell’1% stabilito dalla BCE sul capitale prestato. Ancora una volta non si è capito che è necessario favorire una nuova epoca di responsabilità bancaria e che bisogna investire sulle economie reali, obbligando se necessario le banche ad immettere liquidità nel sistema. A tale proposito una cosiddetta Tobin tax dovrebbe riguardare, più che i mercati finanziari in quanto tali, le banche che si rifiutano di investire in imprese e famiglie.

Infine il problema delle tasse. La più grande macina al collo dell’economia italiana dopo l’euro. Con la lira si facevano svalutazioni competitive (un po’ come la Cina ai nostri danni). Allo stato attuale l’unica possibilità che l’economia italiana ha per ripartire non sono certo le finte liberalizzazioni del governo Monti ma un pesante, potente, abbattimento della pressione fiscale affiancato dalla una semplificazione burocratica e da una vera rifondazione della giustizia civile. Senza queste vere e difficili riforme (attuabili soltanto con una forte riduzione della spesa dello stato e delle regioni) non c’è alcuna possibilità per il nostro Paese di risollevarsi, di riconquistare la fiducia dei mercati e soprattutto (quel che più conta) la fiducia degli stessi italiani.

THE HOUSE BY THE CEMETERY (1981)

This is the US trailer for Lucio Fulci’s THE HOUSE BY THE CEMETERY.
A deranged killer lives in the basement of an old mansion and pops out occasionally to commit grisly murders that include be-headings, ripped throats, and stabbings with a fireplace poker. The killer needs fresh body parts to rejuvenate his cells. He also has maggots for blood.