Mese: marzo 2012

Franco Nero in Street Law (1974).

Tribute to the Franco Nero movie Street Law / Ein Mann schlägt zurück / Il cittadino si ribella

starring Franco Nero, Giancarlo Prete and Barbara Bach

directed by Enzo G. Castellari

music by Guido and Maurizio De Angelis

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Quando la dama non è chic.

Siamo davvero sicuri che le donne abbiano una capacità di discernimento e gestione del potere (quando lo detengono) migliore degli uomini? Ultimamente c’è da avere qualche dubbio considerando l’orgia di affermazioni inutili, cretine, mortificanti provenienti da alcune più o meno importanti esponenti del gentil sesso.

Si va dalle dichiarazioni ministeriali fino a quelle di starlettes che non si limitano più ad affollare i rotocalchi ma oramai anche i paludati giornali politici. Ruoli, spessori, diversi ma parole rappresentative di una evidente volontà di strafare.

C’è l’imbarazzo della scelta: l’onnipresente ministra Fornero fa sapere ai sindacati di non illudersi perché tanto non “ci sarà una paccata di miliardi” per la riforma del mercato del lavoro. La stessa Fornero dice che non bisogna assolutamente fare alcuna concessione sul reddito di cittadinanza perché altrimenti “il Paese si siederebbe a mangiare la pastasciutta.

Interessante anche l’uscita della ministra agli interni Cancellieri: i giovani italiani vogliono il posto fisso e pure vicino a mamma e papà. Peccato solo che la suddetta non paia essere la persona più adatta per fare morali di questo tipo dato che da prefetto (quindi da alto funzionario statale) ha sempre privilegiato del posto fisso.

Naturalmente non ci si può scordare dell’ultrarecidiva ex presidentessa di Confindustria Emma Marcegaglia per la quale i sindacati difenderebbero i ladri e i pelandroni”. Non contenta non si lascia sfuggire l’opportunità di rincarare il concetto espresso dalla Fornero: “per voi (lavoratori) niente miliardi ma solo paccate.

Che dire, poi, di Lucia Annunziata che – in merito alle recenti polemiche sanremesi – si dichiara disposta a difendere Celentano anche nel caso in cui “avesse detto che i gay devono andare al campo di sterminio?

In pratica c’è da restare sorpresi per il linguaggio pecoreccio, truculento, usato da queste potenti signore, così come per la stupidità (nel merito) delle loro dichiarazioni.

Scendendo un poco di grado arriviamo agli esibizionismi di alcune prezzemoline, starlettes, attricette che affollano la nostra decadente realtà cinematografico/televisiva. Abbiamo quindi scoperto dal Corriere della Sera che Melissa Satta fa sesso 10 volte alla settimana con il calciatore Boateng (ovviamente spiega anche come) mentre – sempre dal giornale di via Solferino – Laura Chiatti precisa che “anche lei lo fa 10 volte alla settimana”, senza però dare indicazioni sul fortunato.

Insomma, che sta succedendo? E soprattutto che succede al Corriere della Sera?
(A proposito, le vendite sembrano essere al ribasso…)

Io Ho Paura

Film del 1977 con Gian Maria Volonté. Regia di Damiano Damiani.

Il brigadiere Graziano è di stanza a Roma durante i terribili anni di piombo. Ne ha viste di tutti i colori. E’ un veterano, una sorta di factotum della polizia. Meridionale, disilluso, cerca solo di fare il suo dovere e guadagnarsi la pagnotta in tempi difficili, ben sapendo che per tanti suoi colleghi c’è stata solo una corona di fiori e (forse) una targa ricordo.
Il film inizia con l’agguato ai danni di un magistrato e la sua scorta composta da un unico, giovane, poliziotto. Il brigadiere Graziano viene chiamato ad intervenire assieme ad un collega. I due intercettano subito i terroristi, tagliano loro la strada mettendo la macchina di traverso e catapuldandosi fuori dal mezzo per ripararsi armi in pugno. Dei passanti fanno però perdere ai poliziotti quell’effetto sorpresa che avrebbe potuto favorirli: i terroristi riescono a forzare il blocco sparando decine di colpi coi loro mitra e lasciando sul selciato Graziano e il suo collega (fortunatamente illesi, perché nascosti dietro le auto in sosta).

Intanto, presso la caserma di polizia, si svolge l’ennesima commemorazione di due agenti morti per mano terrorista. La tensione è alta e i poliziotti convocano una sorta di assemblea spontanea per capire cosa fare. Graziano non se ne cura: preferisce mettersi da parte e consumare il suo pasto. Interviene solo quando vede il maggiore che con “la sua aria da superuomo” si lancia in accuse irriverenti nei confronti dei subordinati e soprattutto dei giovani poliziotti mandati in prima linea a morire senza adeguata preparazione. Graziano viene preso da parte dal capitano (Bruno Corazzari) ed invitato a calmarsi. A tale proposito gli viene affidata la scorta di un anziano magistrato fuori da qualsiasi inchiesta inerente il terrorismo.

Il giudice Cancedda (Erland Josephson) è un fedele cattolico, di idee tradizionaliste. Un esponente della vecchia guardia, con grande senso del dovere.

Si verifica un omicidio al porto ed il giudice è chiamato ad occuparsi del caso. Immediatamente i sospetti convergono su un paio di tossici con frequentazioni politiche non meglio precisate. Cancedda li interroga e si convince della loro colpevolezza. Ascolta distrattamente anche un uomo, Lunardi (Claudio Zucchet), che dichiarerà di non essere mai stato lì tranne che per prendere la nave la sera prima.
Graziano assiste alla scena e nota che Lunardi si comporta in netto contrasto con quanto dichiarato (in pratica dimostra di essere un habitué della zona). Rientrati in auto Cancedda e Graziano parlano dei due giovani arrestati: il giudice dice che molto probabilmente sarà costretto a condannarli, anche se la cosa gli dispiace. Graziano interviene ed esprime i suoi dubbi, soprattutto per quanto riguarda il comportamento sospetto di Lunardi. L’intuizione di Graziano si rivela corretta e Lunardi viene arrestato.

Da questo personaggio apparentemente minore si sviluppa la storia ed iniziano realmente i guai per l’anziano giudice e per il suo uomo di scorta. I due vengono avvicinati dalla donna di Lunardi: vorrebbe rendere delle dichiarazioni scottanti sul caso del porto, ma intende farlo subito senza attendere ulteriori dilazioni. Il giudice la ascolta e viene messo al corrente di ciò che realmente c’è sotto: un traffico di armi a beneficio di una organizzazione terroristica operante in Italia. Un caso certamente pericoloso tanto è vero che la prima reazione di Graziano è quella di tutelarsi chiamando i superiori per sapere come muoversi ed eventualmente essere esentato dal servizio. Cancedda, dal canto suo, sembra essere eccitato da quello che ha scoperto e induce Graziano a mantenere il massimo riserbo perché non si fida né della polizia né dei carabinieri. Graziano, a malincuore, è costretto a seguire il giudice nelle sue indagini e per forza di inerzia finisce per parteciparvi piuttosto attivamente.

Durante un appostamento notano e fotografano un terrorista latitante: lo seguono e scoprono che si incontra con un uomo misterioso nei pressi di Ostia. Graziano non conosce la persona in questione, ma si limita a fotografarla con un teleobiettivo. Quando svilupperà le foto in compagnia di Cancedda quest’ultimo riconoscerà il colonnello Ruiz (Raffaele Di Mario) dei servizi segreti. A questo punto il caso si fa davvero scottante: un terrorista latitante, sospettato di aver messo le bombe sui treni, che incontra un alto esponente dei servizi. Graziano è sempre più scosso e chiede al magistrato di non menzionarlo nel rapporto che questi è tenuto a stendere sull’accaduto. Cancedda decide di andare dal comandante dei servizi, suo antico conoscente, per fargli sapere che cosa succede nei suoi uffici.

Graziano decide di non seguirlo (anche se poi starà dietro Cancedda in veste di “privato cittadino”). Il giudice rimane tutta la notte presso l’abitazione del generale e ne esce solo al mattino, sconvolto. Quando Graziano ritorna da Cancedda il giorno dopo lo trova nel suo studio intento a bruciare le foto che ritraggono l’uomo dei servizi col terrorista. A questo punto gli chiede cosa abbia detto il generale ma il magistrato si rifiuta di rispondere: Graziano ha però capito tutto, in particolare che il comandante dei servizi segreti sapeva benissimo che i suoi uomini sono in contatto con i dinamitardi dei treni. Graziano capisce anche che lui e Cancedda sono in grave pericolo, assieme a Lunardi e la sua donna. Tutto appare ancora più chiaro quando il primo muore misteriosamente “suicidato” in carcere e la seconda vola giù dal nono piano del suo appartamento. Cancedda fa fatica ad aprire gli occhi, pensa ad un duplice suicidio, mentre Graziano è fermamente convinto che si sia messa in moto una macchina capace di stritolare tutti quelli che sanno: loro due compresi.

La storia prosegue con l’ingresso del giudice Moser (Mario Adorf) che eredita l’inchiesta di Cancedda: parliamo di un personaggio ambiguo, untuoso, la vera antitesi di Cancedda. Il film si divide in due parti: Cancedda (la vecchia scuola), Moser (la nuova).

A metà strada tra thriller politico e poliziesco puro, questo film di Damiani ha la capacità di entrare bene nel contesto degli anni di piombo senza compiere strumentalizzazioni politiche. Emerge, infatti, la repulsione per la violenza da qualsiasi parte politica provenga così come la ormai consolidata convinzione che lo stato (o parte di esso) non sempre abbia lavorato per il mantenimento delle libertà costituzionali. Io ho paura non intende essere un film storico, non c’è infatti alcun lavoro documentaristico o revisionistico: la sceneggiatura prende piede e si sviluppa nel contesto di quegli anni fatti di stragi, di giudici e poliziotti assassinati e di trame rispetto alle quali i servizi di sicurezza spesso non hanno fatto mancare il proprio apporto. Gian Maria Volonté regala ancora una volta una interpretazione degna del suo nome: certo si tratta forse di un titolo “minore” nella sua filmografia (e probabilmente il personaggio gli sta stretto) ma la sua capacità di dare spessore al ruolo è notevole.

Lo spettatore si ricorda di un personaggio come quello del brigadiere Graziano, sempre in bilico tra l’umana paura e la voglia comunque di andare a fondo e tener fede al proprio ruolo. Un poliziotto vero, quello di Volontè, non stereotipato, capace di sostenere una dialettica continua col giudice Cancedda (quasi votato al martirio e mosso da una incrollabile fede in Dio e nella Giustizia). Le figure di Graziano e Cancedda sono tutt’altro che improbabili ed anzi pienamente riscontrabili nel contesto di persone che garantiscono a prezzo di grandi sacrifici personali la sicurezza collettiva.

Nel film ci sono delle scene “cult” che hanno il merito di essere perfettamente attinenti col periodo storico rappresentato e di fare intuire i cambiamenti in corso anche dal punto di vista sociologico. I ruoli di contorno sono bene azzeccati, in particolare quelli del colonnello Ruiz e della donna di Graziano (Angelica Ippolito). Il film è musicato da Riz Ortolani: melodie minimalistiche capaci di sposarsi egregiamente con le varie scene (spesso drammatiche).

Salvador Allende.

Salvador Isabelino del Sagrado Corazón de Jesús Allende Gossens (Valparaíso, 26 giugno 1908 — Santiago del Cile, 11 settembre 1973) è stato un politico e medico cileno, primo Presidente marxista e socialista democraticamente eletto nelle Americhe.
Allende fu Presidente del Cile dal 3 novembre 1970 fino alla destituzione violenta a seguito di un colpo di stato militare appoggiato dagli USA, avvenuta l’11 settembre 1973, giorno della sua morte.

Salvador Allende è un film documentario del 2004 diretto da Patricio Guzmán, una coproduzione di Argentina e Francia, basata su spezzoni di documentari dell’epoca ed alcune interviste filmate a persone che avevano conosciuto il presidente cileno Salvador Allende sin dalla sua infanzia nella città di Valparaíso.

È stato presentato fuori concorso al 57º Festival di Cannes.

La strage di via Fracchia

– Via Fracchia, Genova, 28 marzo 1980. Muoiono quattro componenti delle Brigate rosse: Annamaria Ludmann, Lorenzo Betassa, Piero Panciarelli, Riccardo Dura.

– Annamaria Ludmann è una segretaria. Militante delle Br, non entra in clandestinità. Ospita nel suo appartamento, sito in zona Oregina, tre importanti esponenti dell’organizzazione. Via Fracchia è tra l’altro la stessa strada nella quale viene ucciso – sempre da un commando brigatista – il sindacalista Guido Rossa. L’operazione dei carabinieri prende il via grazie alle dichiarazioni di Patrizio Peci, primo “pentito” Br.

– Secondo la versione dei carabinieri, i militari avrebbero intimato più volte di aprire e solo dopo una serie di dinieghi si sarebbe scelto di abbattere il portone dell’abitazione per compiere l’irruzione. I brigatisti avrebbero a questo punto sparato un colpo di arma da fuoco colpendo l’occhio del maresciallo Binà; la conseguente reazione dei carabinieri avrebbe portato all’uccisione dei brigatisti presenti all’interno dell’appartamento: in particolare il primo a morire sarebbe stato Betassa (ritenuto l’autore del ferimento del maresciallo Benà), poi Dura, Ludmann e Panciarelli. Questi ultimi, illuminati da un faro in dotazione ai carabinieri, sarebbero stati armati di pistole e bomba a mano determinando la riapertura del fuoco da parte dei militari.

– Nelle foto diffuse (solo 24 anni dopo la strage) la Ludmann viene ritratta stesa a terra con una bomba a mano (tipo ananas) non innescata collocata tra testa e braccio. Nell’appartamento sarebbe stato trovato un vero arsenale.

– L’episodio in questione, secondo alcuni osservatori, avrebbe incrinato l’immagine vincente delle Br, mostrando la determinazione dei carabinieri ad usare la violenza nella lotta contro il terrorismo.

– Il sopralluogo dei magistrati avviene solo undici giorni dopo l’azione. Nel frattempo l’appartamento è presidiato in forze dai carabinieri e dai reparti speciali. I giornalisti sono ammessi dentro i locali solo per tre minuti a testa.

– Tre dei quattro cadaveri sono in posizione prona (Ludmann, Panciarelli, Dura), il quarto (Betassa) è supino. Secondo le ricostruzioni, come già accennato, sarebbe stato quest’ultimo a sparare contro i carabinieri con una calibro 9 dalla quale sarebbero partiti numerosi colpi. Un’altra pistola sarebbe stata trovata sotto il cadavere del Panciarelli. Betassa indossa un maglione e un paio di pantaloni, gli altri tre slip e magliette. Panciarelli e Dura sono scalzi mentre la Ludmann indossa un paio di ciabatte.

– Una anziana vicina: “Li sentivo battere a macchina, di notte. Scrivevano, scrivevano, sempre. Il mio appartamento era proprio sopra il loro, sopra un salotto adibito a camera da letto, ma pure a pensatoio, perché lì dentro passavano notti e giorni e il ticchettio dei tasti della macchina da scrivere non mi faceva dormire. -Chissà che avranno da mettere nero su bianco- mi dicevo”.

– Un anziano che vive al 12 di via Fracchia da trent’anni: “Una mattina andai alla mia auto, ma trovai le portiere aperte, anzi forzate. Dentro, nell’abitacolo, un puzzo di sigarette insopportabile. Ma io non fumavo… dopo il blitz nel covo compresi che i carabinieri avevano usato la mia utilitaria per sorvegliare il palazzo tutta una notte”

– In memoria dei brigatisti uccisi durante l’azione di via Fracchia si forma a Milano un nuovo gruppo la Brigata 28 marzo (responsabile dell’omicidio del giornalista Walter Tobagi), mentre la colonna veneta prenderà il nome di Annamaria Ludmann.