Amore Tossico.

In una Roma anni 80 che non è più quella dei film di Verdone e Tomas Milian si colloca la storia di un gruppo di ragazzi alle prese con la dipendenza da sostanze stupefacenti. I protagonisti sono Cesare e Michela, legati da amore reciproco ed anche da un comune sentire verso “le sostanze”: accanto ai due troviamo un corollario di figure più o meno coetanee accomunate dalle identiche condizioni di tossicodipendenza.

Amore Tossico è un film senza fronzoli e sceneggiatura, di conseguenza assume la dimensione documentaristica. In effetti laddove il regista Claudio Caligari interviene -volendo dare il proprio contributo alla storia- il risultato è quasi quello di rovinare una pellicola che ha il merito di tratteggiare fedelmente la giornata tipo del drogato-borgataro dei primi anni 80.

Non c’è bisogno di nient’altro se non di una telecamera e di una sufficiente perizia tecnica per raccontare storie come queste, dove i protagonisti sono drogati veri con nel viso e negli occhi (oltre che nel parlare strascicato) le tracce della propria condizione.

Particolarmente azzeccata la scelta del protagonista, quel Cesare Ferretti (Cesare anche nel film) che probabilmente avrebbe potuto proseguire nel cinema per l’intensità espressiva e la capacità di entrare nel ruolo senza alcun tipo di inibizione nei confronti della telecamera. Cesare è la figura preminente del film, disperata e carismatica, capace di esprimere tratti di umanità, simpatia e attaccamento ai valori dell’amicizia e dell’amore. Cesare è tutto sommato una figura per la quale si parteggia: non è un cinico né una carogna. E’ solo una vittima della sua debolezza. E’ uno che ha preso una strada sbagliata dalla quale è difficile, se non impossibile, tornare indietro.

La sua ragazza, Michela, ha condiviso con lui l’ingresso nel mondo della droga: prima con le anfetamine e la cocaina poi con sostanze di segno opposto (l’eroina). Sotto questo profilo il film ricorda fedelmente il processo di diffusione delle sostanze stupefacenti a partire dagli anni 70 in Italia e a Roma in particolare. Michela prendeva la cocaina assieme a Cesare e sentiva “i motorini”. Cesare guida Michela, le prepara le dosi e le dà i consigli per non farsi prendere dal panico dopo averle assunte.

Alla coppia principale (da qui il titolo di Amore Tossico, per l’appunto) si muovono le altre figure che compongono la “cricca”: c’è Ciopper che si sente solo e cerca di sedurre in tutti i modi (per quel poco che può fare, considerate le sue condizioni) la bella dottoressa del SERT presso il quale assume il metadone. Ciopper è quello che ha ancora dei flebili interessi, piuttosto “primordiali”, che l’eroina non ha ancora completamente cancellato: è quello capace di spendere i soldi accantonati per lo “schizzo” per l’acquisto di un gelato (con la conseguente riprovazione degli altri) ed è quello che ha ancora la forza e la voglia di pensare alle belle “pischelle” che in una Roma estiva non possono mancare.

C’è Massimo, uscito da poco di galera, col quale Cesare ha fatto delle rapine di “autofinanziamento”: egli pensa solo alle dosi ed è tutto sommato una delle figure che più fa tenerezza. Si intuisce che non è uno scemo, che potrebbe fare cose interessanti nella vita ma che ha buttato via tutto. C’è poi Enzo, una sorta di tramite tra la coppia Cesare-Michela ed il resto del gruppo (anch’egli un ragazzo con uno spiccato senso dell’amicizia ma oramai completamente obnubilato dalla droga). C’è Loredana, la più carina del gruppo, sempre in “ruota” e sul filo della prostituzione non avendo più i mezzi per poter comperare le dosi…

Insomma, un mondo di disperazione e dipendenza non privo di tratti nei quali emergono i valori più veri per i quali è giusto vivere: l’amore e l’amicizia. Il primo lega Cesare e Michela, la seconda tutti i membri del gruppo (mai verrà meno in tutto il film).

La caratteristica di questa pellicola è quella di rappresentare una storia “chiusa” dove gli interventi da parte del mondo esterno non esistono o sono destinati ad avere effetti “totalizzanti” (soprattutto nel finale un po’ affrettato). E’ una storia di drogati, tossici che conoscono e frequentano solo altri emarginati: spacciatori, papponi, artisti tossicomani, deviati in “ruota”… Un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire.

Il film si sviluppa bene con una struttura “a mosaico” dove tanti piccoli episodi si legano l’uno all’altro per dare come risultato una pellicola verità (o un vero e proprio documentario) più efficace di tante inutili prediche sul mondo della droga. Sceneggiatura non ce n’è, come già specificato sopra: basta limitarsi alla narrazione di alcune giornate “tipo” dell’eroinomane proletario romano dei primi anni 80 per avere come risultato “Amore Tossico”.

Il finale è il vero punto debole del film: poteva forse avere un senso nel caso in cui non fossero state tagliate le scene sulla detenzione del protagonista (con annessi maltrattamenti in carcere, una sorta di anticipazione del caso Cucchi). Sotto questo aspetto sarebbe stato meglio astenersi da interventi che in definitiva stonano un po’ con la forza narrativa e direi SOCIOLOGICA di Amore Tossico.

Una ultima nota per le musiche di Mariano Detto: minimalistiche, approssimative ad un primo ascolto, ma poi capaci di accompagnare correttamente le varie scene.

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