Il posto fisso logora chi non ce l’ha.

Ha fatto scalpore la battuta del presidente del consiglio Mario Monti, quella sulla “monotonia” del posto fisso: i giovani devono dimenticarselo ed essere pronti a “nuove sfide”.

Francamente sembra di sentire discorsi vecchi di una quindicina d’anni, nel senso che pare di essere tornati indietro a metà anni 90 quando un Monti con molti meno capelli bianchi faceva il commissario europeo alla concorrenza.
Anche allora si diceva che il mondo stava cambiando e che era necessario adeguarvisi abbandonando le vecchie abitudini.

In Italia s’è fatto di tutto per precarizzare il lavoro e bruciare almeno una generazione. Se oggi abbiamo una selva di contratti atipici ciò è dovuto ad una classe dirigente dissennata, la stessa che ora si nasconde dietro il governo “tecnico”. Sono sempre loro: hanno creato il disastro, hanno chiamato i professori per mettere un po’ di ordine e tra un anno e mezzo si ripresenteranno come salvatori della Patria.

L’indice di impopolarità dell’attuale classe dirigente italiana non è mai stato così alto e quando un magistrato va involontariamente a sbattere su qualche vicenda inerente i partiti trova puntualmente un verminaio, un vero vaso di Pandora dal quale non si sa mai cosa può uscire. La magistratura non sembra avere voglia di scatenare l’inferno – una nuova Tangentopoli – ma l’impressione è che ci sarebbero tutte le condizioni in tal senso. Attenzione: non perché i magistrati siano “cattivi” quanto perché la politica in Italia è allo stato terminale (sia sotto il profilo morale che programmatico).

Ebbene, tornando alla battuta di Monti, è chiaro che sussiste una grande differenza tra precarietà e flessibilità (almeno nella consueta accezione europea): la prima è quella che conosciamo tutti per averla provata direttamente o per aver assistito alle vicende private di amici o parenti. La seconda è quella che c’è nei più importanti Paesi europei e che permette a chi ha perso il lavoro di reinventarsi (riqualificandosi) per poi essere reinserito nel processo produttivo.

La precarietà all’italiana è il risultato di una delle tante “riforme a costo zero” che la nostra cosiddetta classe dirigente ha sostenuto ed avallato in questi anni (assieme ai media “fiancheggiatori”). La flessibilità “sana”, all’europea, sarebbe costata (in formazione e riqualificazione, in sussidi mensili per chi ha perso il lavoro in attesa di trovarne uno nuovo, in uffici di collocamento davvero efficienti).

Nell’attuale panorama di proposte di riforma la più convincente sembra essere quella del sen. Ichino (la cosiddetta “flexsecurity”) che presenta le caratteristiche tipiche, tranquillizzanti, di un welfare nordeuropeo. Ovviamente è già stato detto che non se ne farà niente (dagli stessi partiti della cosiddetta sinistra), considerato che una simile novità costerebbe troppo.
E si ritorna al tema, ahinoi, delle temibili riforme a “costo zero” che fanno prospettare una ulteriore precarizzazione del lavoro (ciò che i sindacati temono).

Le parole di Monti non sono altro che l’espressione di una forma mentis ben radicata presso certi settori della nostra società: un modello ad excludendum in base al quale chi è rimasto indietro può andare a fare il barbone (ma non il delinquente, perché arrecherebbe disturbo) mentre ha rilevanza solo il “vincente” o “il brillante”, quello che cioè rientra negli schemi di meritevolezza quantificati dal mercato e dai media che fanno “pensiero”.

Mario Monti non è stato male interpretato, non si è spiegato male. Ha semplicemente espresso il suo pensiero, forse volendo verificare la reazione di una opinione pubblica adeguatamente intontita da una campagna mediatica a suo favore. Non a caso le sue apparentemente incaute dichiarazioni si accompagnano a quelle dei ministri che a vario titolo – con rozzezza ed arroganza – hanno detto la loro sul problema. Trattasi insomma di strategie pianificate: si vuole semplicemente scoprire il “punto di rottura”, capire fin dove il governo può spingersi nell’attuazione di politiche neoliberiste soprattutto nel campo del mercato del lavoro. Tutti costoro hanno toccato un nervo scoperto. Sappiamo benissimo che senza il “noioso posto fisso” le banche non concedono credito e si è privi della cittadinanza bancaria. Ed è ormai chiaro come quest’ultima sia ben più preziosa di quella che con tanta paternalistica generosità la nostra classe dirigente vorrebbe regalare agli immigrati.

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5 comments

  1. Tralasciando l'ultima battuta sulla cittadinanza agli immigrati(come sai non siamo d'accordo 😉 )…condivido il tuo articolo. Monti non si e' mai nascosto, hanno sempre fatto tutto alla luce del sole. Questa volta non possiamo incolpare nessuno, ci stiamo affossando "democraticamente" da soli.

  2. Gia'..ma di chi e' la colpa della situazione in cui ci troviamo? Se solo la gente si svegliasse….tu continua cosi' 🙂 il sito diventa sempre piu' bello!!

  3. Le colpe sono sedimentate, purtroppo. Trovare un capro espiatorio sarebbe troppo facile e comodo. Guarda quelli che demonizzavano Berlusconi: ora sono alleati con lui nel sostegno al governo dei banchieri! 🙂

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