Mese: gennaio 2012

Le auto di Via Fani

L’Alfetta crivellata di colpi nella quale perirono il vice brigadiere Francesco Zizzi e gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. 16 Marzo 1978, sequestro Moro.

Nella prima foto si vede anche la 128 guidata da Mario Moretti. Le macchine si troverebbero in un deposito della Polizia di Stato. Collocazione e stato delle auto paiono essere metafore di un Paese senza memoria.

Milano odia: la polizia non può sparare

Film del 1974 con Tomas Milian. Regia di Umberto Lenzi.

Giulio Sacchi (Tomas Milian) è un disoccupato di Milano che gravita nella malavita locale. L’ultimo colpo è quello contro una banca: alla guida di una Citroen Ds porta i complici sull’obiettivo ed aspetta col motore acceso. Primo grossolano errore che attira l’attenzione di un vigile. Costui gli chiede i documenti, intende fargli una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta. Sacchi perde la testa e spara facendolo secco. I complici risalgono in macchina senza aver potuto completare la rapina, prendendo come ostaggio un bambino. Ne consegue un furioso inseguimento con la polizia ma i banditi, riuscendo a forzare un passaggio a livello, seminano gli sbirri e si sbarazzano (fortunatamente in modo incruento) del piccolo ostaggio.
La banda di rapinatori “processa” a modo proprio Sacchi con una grandinata di botte, incolpandolo di codardia e stupidità. Quando si fa un colpo bisogna cercare di limitare i danni al contrario di quanto fatto da Sacchi che col suo sconsiderato comportamento ha messo i complici nelle condizioni di poter fare una strage.

Il pensiero fisso del protagonista è quello di realizzare il colpo che possa sistemarlo per tutta la vita. L’idea gli viene quando va a prendere dal lavoro la fidanzata ed ha modo di osservare la giovane figlia del “padrone”: Marilù, 20 anni (Laura Belli). Da quel momento in poi Sacchi avrà il chiodo fisso di sequestrare la ricca rampolla: si informa pertanto sugli spostamenti della ragazza e chiede alla sua fidanzata la disponibilità dell’auto per compiere il delitto.
Nel mentre Sacchi ha l’occasione di seminare un altro morto (ancora un agente che lo coglie sul fatto mentre ruba le monetine da un distributore automatico di sigarette). E’ qui che avviene l’incontro col commissario Grandi, che arriva sul posto e viene sfottuto dall’omicida cammuffatosi tra la folla (“Commissario, mi dice un posto dove prendere le sigarette a quest’ora?”).

Il piano per sequestrare Marilù va avanti e coinvolge due amici di Giulio (Ray Lovelock e Gino Santercole). Si tratta di due tipi qualsiasi, uno fa il tabaccaio l’altro una professione non precisata. Tutti e due, come Sacchi, vorrebbero fare soldi ma si dilettano in piccoli contrabbandi che non portano a niente.
I tre devono risolvere il problema dell’approvvigionamento armi e lo fanno rivolgendosi ad un vecchio pappone che abita presso i Navigli. Costui si è riciclato nel commercio dei “ferri” ed accoglie i ragazzi per fornire loro un paio di mitra. Naturalmente non hanno soldi per pagare e risolvono la questione mitragliando l’uomo assieme alla sua anziana consorte, così provando in un certo senso la funzionalità delle armi.

Il rapimento di Marilù è uno dei pezzi forti del film: il primo tentativo avviene in un bosco nel quale la ragazza si era rifugiata con l’auto in cerca di un po’ di intimità col proprio ragazzo. I tre loschi individui – opportunamente impasticcati – assaltano la macchina uccidendo il povero fidanzato. Qualcosa va però storto, perché Marilù riesce a scappare trovando ospitalità in una villa vicino al bosco. I tre banditi non si danno per vinti ed una volta capito dov’è la loro preda daranno vita ad una macabra sarabanda di sesso e morte.

Milano Odia è opportunamente considerato il miglior film di Umberto Lenzi. Sicuramente il più “totale”, il più importante sotto il profilo della sceneggiatura con un Tomas Milian straordinario ed estremamente cattivo.

Giulio Sacchi – nella ricca Milano dove conti solo se hai i soldi – è un disoccupato con ingiustificati sogni di gloria. Non ha una gran voglia di lavorare ed in ogni caso ritiene che sudando onestamente dalla mattina alla sera non si possano raggiungere certi livelli. A lui interessa “la grana”, sistemarsi per tutta la vita, condurre una esistenza da gran signore e non pensa di avere alcuna possibilità di realizzare nella legalità questo progetto. Di conseguenza è pronto a tutto. Egli disprezza il mondo che lo circonda: il suo boss (Ugo Maione, interpretato da Luciano Catenacci), la fidanzata che considera nient’altro che una matura puttana,  i suoi amici che “vorrebbero ma non possono”, disprezza soprattutto Marilù – la figlia del ricco Porrino – al quale rinfaccia sempre la bella vita. Perché agli altri sì e a lui no? Se avesse domandato a Porrino un po’ di soldi non glieli avrebbe di certo dati. Ed ecco che gli sequestra la figlia. E’ un suo diritto farlo, perché anche lui deve poter condurre una vita da gran signore. Questa è la logica di Sacchi che vede attorno a sé una ricchezza esagerata, mortificante, soprattutto non corrispondente a particolari meriti personali. E se si hanno pochi freni inibitori queste ragioni possono essere sufficienti ad organizzare un sequestro di persona ed essere disposti anche ad ammazzare.

Milian straordinario, alcolizzato ed impasticcato a dovere (anche nella realtà). Bravi i due partner a latere del protagonista (Lovelock, suo malgrado una vera icona del cinema di genere, e Gino Santercole). Anita Strindberg fa la parte della fidanzata di Sacchi (povera lei). Ma la sorpresa è Henry Silva: una vita passata a fare il killer si ritrova in “Milano odia” catapultato in un ruolo da commissario che inizialmente lascia perplessi (nel ricordo appunto di cliché consolidati) ma che col passare dei minuti diventa sempre più convincente e credibile. Silva recita un commissario dal grande sangue freddo e dal discreto senso dell’umorismo. Ma con una fortissima determinazione a catturare il criminale che sta insanguinando la città. Sembra uscire sconfitto dal confronto, forse giuridicamente lo è, ma nell’ultimissima scena saprà riprendersi una amarissima – disperata – rivincita.

Musica di Ennio Morricone.

San Babila ore 20: un delitto inutile

Film del 1976, regia di Carlo Lizzani.

Un gruppo di quattro sanbabilini poco più che maggiorenni ozia dalla mattina alla sera nel centro di Milano. Siamo nella metà degli anni 70 a San Babila, la parte della città notoriamente più orientata a destra. Una sorta di enclave neofascista. I quattro ragazzi si muovono a bordo di una Citroen Mehari: due provengono da famiglie benestanti e frequentano ancora il liceo, il terzo è sostanzialmente leader del gruppo nonché confidente della polizia mentre il quarto è un giovane immigrato napoletano che presta servizio presso un commerciante della zona.
Il gruppo appare isolato dal resto del contesto neofascista sanbabilino e passa le sue giornate a effettuare sciocche provocazioni nei confronti dei rossi: pure e semplici azioni di vandalismo come la distruzione di motorini magari sotto gli occhi della polizia che ha l’ordine di non intervenire.
I quattro rimorchiano una ragazza di origini svizzere, una sventola non particolarmente perspicace, che comunque decide di diventare l’amante (si fa per dire) di uno dei ragazzi. Il gruppo decide di organizzare un attentato contro una sede comunista: l’azione viene “subappaltata” al più debole del gruppo, quello che “fisicamente e caratterialmente potrebbe essere più un rosso che un fascista”. Si tratta di piazzare della dinamite. Il sanbabilino fa tutto quello che deve, ma all’ultimo momento gli manca il coraggio di accendere la miccia: lascia quindi i candelotti in un cesso decidendo di darsela a gambe. Ovviamente non dice una parola ai suoi camerati e il “gioco” finisce lì, anche se tutti, in fondo, tirano un sospiro di sollievo.
L’ennesima bravata è una vera e propria esibizione di falli finti all’interno di una piazza. La gente guarda imbarazzata o fa finta di non vedere, fino a quando la polizia piomba sul posto a sirene spiegate e arresta tre dei quattro. Per una volta la forza pubblica è intervenuta: la cosa appare inspiegabile ai ragazzi che godono di protezioni politiche piuttosto evidenti. Una sorta di sinistro presagio per un epilogo di sangue.

Carlo Lizzani offre una narrazione zeppa di stereotipi (sanbabilini neofascisti con Ray-Ban, stivaletti e giacche di pelle), ma che può fare comunque presa sullo spettatore interessato agli anni 70. I quattro protagonisti sono attori non professionisti, tranne forse quel Pietro Brambilla che avrà modo di recitare nello stesso 1976 con Pupi Avati. Le facce sono giuste; il tentativo è quello di mettere in scena del neorealismo, ma il risultato non è pienamente raggiunto.SBH20 (2).PNG
I quattro “cattivi” del film sono approssimativi, maldestri, in un certo senso naif. Il “leader” interpretato da Pietro Brambilla non ha una occupazione: è un puro e semplice agitatore politico e, come scritto sopra, informatore di polizia e stampa. In pratica vende soffiate e non di rado taglieggia i suoi stessi camerati per custodire “segreti” imbarazzanti. Si intuisce che comunque ha dietro una famiglia benestante. Il secondo personaggio è quello interpretato da Daniele Asti, altro attore non professionista con un viso interessante. Il suo personaggio ha un rapporto conflittuale con la madre: la donna lo segue a bordo di una Mercedes, in alcuni tratti dando quasi l’impressione di volerlo abbordare (paradigmatica e tristissima la scena nella quale la signora offre “un deca” al figlio affinché vada con lei a fare un giro e parlare un po’). E’ questo il ragazzo al quale viene richiesto di piazzare la bomba presso la sede comunista.

C’è poi l’immigrato napoletano (Pietro Giannuso), quello che “è rimasto contadino nella testa perché non accetta l’autorità”. E’ il più povero del gruppo, ma forse il più determinato: ha tra l’altro una mira da killer, come dimostra nel tiro a segno. Si tratta di una sorta di Dr. Jekyll & Mr. Hyde, perchè ha la capacità di stare in società e lavorare sodo, ma anche di diventare prepotente e aggressivo soprattutto con le donne. Il quarto sanbabilino, senza dubbio il più ricco, è interpretato da Giuliano Cesareo. Il padre è completamente pazzo, ma pieno di soldi (e probabilmente fascista). Una famiglia distrutta, considerando il rapporto di grande conflittualità tra i genitori. Questo ragazzo è però particolarmente intelligente e riesce a tenere testa a un commissario della buon costume che lo ha arrestato, assieme agli altri, per la storia dei “falli di gomma”.

Interessanti anche alcune figure di contorno, come quella dello sbirro “psicologo” (molto presente nei polizieschi di Fernando Di Leo) che di fatto prevede per il sanbabilino napoletano una pessima fine o anche quella della ragazza svizzera (Brigitte Skay) abbordata dal gruppo, feticista ed apparentemente cretina, che poi sarà decisiva nello svolgimento della storia.

Il film si basa su una vicenda realmente accaduta.

Lo stile britannico degli italiani.

Negli anni 70 un deputato democristiano, Massimo De Carolis, fondò un movimento denominato “Maggioranza Silenziosa” slogan poi mutuato dagli organi di informazione (o disinformazione, a seconda dei gusti). Con questa espressione, infatti, si passò a designare quegli italiani che non scendevano in piazza, né scioperavano. Quelli che non volevano sporcarsi le mani e votavano DC, vergognandosene pure un po’, turandosi il naso.
Insomma non lo facevano sapere in giro che votavano i democristiani, un po’ come quelli che votano Berlusconi. Ed erano effettivamente la maggioranza perchè poi, nel segreto dell’urna, vincevano tutte le elezioni. 

Ebbene, questo preambolo serve a dire che alla fine siamo sempre quelli della “maggioranza silenziosa”. In Italia tutti gli eventi storici di un qualche rilievo sono stati progettati e realizzati da avanguardie coraggiose o criminali. Basti pensare al Risorgimento, al Fascismo, alla Resistenza. Tutto il resto, la “maggioranza silenziosa” per l’appunto, preferiva restare a guardare per poter osannare il vincitore o impiccare il perdente. 

Quando Monti dice che gli italiani si “sono comportati con stile britannico” nell’accettare l’ennesima stangata mi è venuto da ridere. Più che altro abbiamo reagito al solito modo, nel senso che stiamo a guardare chi vince facendoci il segno della croce (se credenti) o producendoci in scongiuri vari (se superstiziosi). Cioè speriamo che ci rimangano almeno le mutande, qualche spicciolo e magari il campionato di calcio. Insomma, i soliti puttanoni da “Franza o Spagna purchè si magna”.

Se mandano Severgnini e Salvini a parlare di Europa…

Recentemente il noto Beppe Severgnini ha partecipato ad una trasmissione condotta da Lilli Gruber per parlare dell’Europa.
A parte che bisognerebbe capire quale sia il suo ruolo e perchè goda di così tanta attendibilità, ci si aspetterebbe da uno che gioca tutta la vita a fare l’inglese un pizzico di euroscetticismo. Invece, da perfetto italiano, si trova a recitare tutte le parti in commedia: fare l’inglese – perchè è cool – ma allo stesso tempo l’europeista (perchè essere euroscettici da noi è colpa assai grave, roba da populisti e soprattutto renderebbe difficilmente giustificabile una permanenza al Corrierone).

Ebbene, qual è l’argomento che Severgnini sciorina per sostenere la scelta europeista all’indomani dei dieci anni della moneta unica? Egli ricorre alla strardinaria metafora del dentrificio che “una volta uscito dal tubetto non può più rientrarvi…” Straordinario! Come avremmo fatto senza di Lui? In pratica si tratta di una edizione severgniniana del vecchio detto “ormai i buoi sono usciti dal recinto” espressione però troppo legata al mondo contadino e quindi valida al massimo per un “campagnolo populista” come Di Pietro. Un illustre esponente del Corriere (come già detto filoinglese  ma anche europeista, of course) deve ricorrere a metafore più ricercate ma allo stesso tempo comprensibili per i poveri beoti che, in quanto tali, hanno bisogno di esempi facili per capire la complessità delle scelte politiche. Bravo Beppe!

 Ovviamente a “contrastare” Severgnini c’era l’innocuo leghista Salvini. Innocuo perchè opportunamente rozzo e incapace di motivare in modo davvero efficace le ragioni a causa delle quali l’attuale costruzione europea risulta essere dannosa per la libertà e il benessere dei cittadini. E infatti si è finiti a parlare di fole come la Padania o la nuova moneta del futuro stato leghista. Salvini ha svolto così tanto bene il suo ruolo che è stato definito “autorevole esponente della Lega Nord” durante il corso della trasmissione. D’altronde se fosse davvero pericoloso e scomodo non comparirebbe così tanto in Tv: viceversa lo ritroviamo praticamente ovunque. Un perfetto – utilissimo – stereotipo di euroscettico nostrano contrapposto agli “illuminati” che continuano paternalisticamente a ripetere che chi ha dubbi sull’euro è un povero cretino. Sulla ineccepibilità della scelta europeista dunque non si transige. Mai che si veda un Paolo Savona, un Antonio Martino, una Loretta Napoleoni (ma ci accontenteremmo anche di un Paolo Barnard o di un Giulietto Chiesa) invitati in Tv a parlare dell’euro. Oppure volendo abbondare (visto che per altri contesti ci veniva propinato in diretta intercontinentale un Edward Luttwak dalla mattina alla sera) organizzare un bel collegamento con Paul Krugman o Joseph Stiglitz (non proprio due ciarlatani). E invece noi, a parlare di Europa, ci ritroviamo Salvini e Severgnini (comunque più divertenti di altri che si prendono terribilmente sul serio pur avendo sbagliato ogni previsione possibile). Ma tant’è, forse è questo che ci meritiamo.