La banda del Gobbo.

Film del 1977 con Tomas Milian, regia di Umberto Lenzi.

Vincenzo Marazzi, detto il Gobbo di Roma, torna nella capitale dopo un periodo di “studi” in Corsica e passa subito a trovare il fratello gemello Sergio, detto er Monnezza. Costui lavora presso una specie di meccanico-sfasciacarrozze ma gli affari vanno male. L’ammirazione di Sergio per il fratello è enorme, anche perchè quest’ultimo – nonostante la evidente deformità – è riuscito a diventare qualcuno nell’ambito della malavita capitolina. Er Gobbo, infatti, smercia Rolex falsi, si dedica alle rapine in banca, al contrabbando e forse allo sfruttamento della prostituzione di fatto riuscendo a trovare nella criminalità una affermazione impossibile nella società civile.
Anche il Monnezza è dedito ai furtarelli e si trova pertanto sempre ai limiti della legalità. I due, quindi, si incontrano dopo tanto tempo e già dalle prime battute si capisce quale sia la figura dominante: certamente quella del Gobbo.
Oggetto della preoccupazione dei due fratelli è il commissario Sarti (interpretato dall’attore-doppiatore Pino Colizzi) che dà la caccia al Gobbo e tiene sott’occhio il Monnezza. Sarti viene a sapere che il Gobbo è di nuovo a Roma ed inizia ad interessarsi nuovamente ai suoi movimenti, sfruttando per l’appunto il Monnezza da tempo “attenzionato” dalla polizia.
Il Gobbo, dal canto proprio, non è uno da starsene con le mani in mano e decide di incontrare alcuni suoi vecchi “amici” in una trattoria romana per concordare un colpo, ovvero un assalto ad un portavalori. Il Gobbo spiega il piano agli altri, specificando che non ci sarà bisogno di sparare dato che si useranno dei lacrimogeni capaci di stordire le guardie.
Il gruppo accetta ed il colpo verrà attuato di lì a poco.
Sfortunatamente per il Gobbo i suoi “amici” si metteranno d’accordo per accopparlo durante l’azione: infatti, assaltato il portavalori e presi i soldi, penseranno bene di sparargli addosso alcuni colpi di pistola. Ma nella confusione e nel fumo dei lacrimogeni i maldestri banditi mancheranno il bersaglio che, grazie ad un provvidenziale tombino, riuscirà a fuggire dal pronto intervento dei celerini.
Il povero Vincenzo tornerà a casa della sua Maria (di professione prostituta) letteralmente ricoperto di cacca, avendo dovuto percorrere un buon tratto di fogne prima di giungere in aperta campagna (di fatto uno scarico a cielo aperto).
Da qui avrà inizio la terribile vendetta del Gobbo che tra una battuta romanesca e l’altra farà fuori – nei modi più disparati – coloro che lo hanno tradito.

La banda del Gobbo è una sorta di sequel di Roma a mano armata, se non altro per il personaggio principale (quel Vincenzo Marazzi, Vincenzo Moretto nel film precedente) e per la romanità di tutto il contesto. Torna quindi il personaggio del Gobbo, emarginato dalla società, luciferino, scaltro, capace di farsi spazio all’interno della criminalità capitolina trovando in un certo senso giustizia alla sua deformità.
E ritorna anche il personaggio del Monnezza che era già comparso in un altro film di Lenzi, ovvero Il trucido e lo sbirro.
L’idea era quindi quella di accoppiare due personaggi di successo in un unico film, facendoli diventare fratelli (in un certo senso lo erano già nella fantasia degli sceneggiatori).
Tomas Milian spadroneggia recitando entrambe le parti principali e mettendo lo zampino nelle fenomenali (pecorecce) battute. Le figure di contorno sono quelle del già citato commissario (Sarti) – indubbiamente meno rilevante rispetto ai film con Merli – ed il suo vice interpretato da Mario Piave. Sono inoltre presenti tutti quei caratteristi utilizzati da Lenzi ed altri registi per i propri poliziotteschi (e non solo).
Il film si conclude in modo piuttosto maliconico e crepuscolare e a suo modo si caratterizza per un messaggio politico-sociale che se proprio non arriva a giustificare le malefatte dei delinquenti (“dateci da studià, dateci da lavorà”) cerca comunque di dare una risposta che esuli dalla pura e semplice repressione poliziesca esibita in altre pellicole.
La banda del Gobbo è insomma una storia nella quale tra mordacità romanesca e risate si tocca l’ambiente dei ladruncoli di borgata e della emarginazione più nera in contrasto con la cosiddetta “Roma bene”.
La scelta dei brani musicali è particolarmente azzeccata sia con i pezzi di Franco Micalizzi sia con Roma capoccia e Sora Rosa di un allora giovane compositore che “nun se batte”, Antonello Venditti.

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