La banda XXII ottobre. (seconda parte).

L’azione che segnò il destino della banda fu senz’altro quella contro l’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP), sia per l’omicidio di Alessandro Floris sia perchè l’Istituto rappresentava parte di quel mondo e di quegli interessi per i quali Rossi e compagni dicevano – a parole – di voler combattere.

Un certo dilettantismo già dimostrato in relazione al sequestro Gadolla fu in questo caso fatale nonostante le informazioni fornite da un componente della banda – il Battaglia – che aveva lavorato all’interno dello stesso Istituto. Bastò infatti una semplice deviazione di percorso da parte dei fattorini IACP per mandare in confusione tutti ed in particolare il leader Rossi che dopo aver sottratto a Floris la borsa con i soldi gli sparò addosso per arrestarne l’imprevista resistenza. Il tutto venne immortalato da un giovane che – intento a studiare nella sua camera – si precipitò sulla finistra ed istintivamente iniziò a scattare una serie di fotografie.

Ovviamente le immagini furono decisive per dimostrare le responsabilità di Rossi e della sua banda ma anche per alienare molte simpatie al gruppo che non aveva esitato a far fuoco su un emigrato sardo di umilissime origini la cui unica colpa era stata quella di aver protetto le paghe dei dipendenti IACP affidategli in custodia. Lo stesso già citato manuale del guerrigliero urbano firmato Carlos Marighella era piuttosto eplicito sul significato politico che ogni azione doveva avere e sulla necessità che non fossero coinvolti elementi della popolazione civile.

Il successivo processo alla banda XXII ottobre ebbe grande rilevanza, non solo in Italia ma anche all’estero. Allora ci si poteva ancora indignare di fronte a banditi che – dietro il paravento di fragili motivazioni ideologiche – non esitavano ad uccidere pur di avere un vantaggio economico.

Tutta la vicenda giudiziaria che riguardò il gruppo in questione vide contrapposte da un lato le richieste di pene esemplari dall’altro le lamentele del collegio di difesa il quale evidenziava la difficoltà di poter tutelare pienamente i propri assistiti.

Gli interessamenti in tal senso giunsero anche dall’estero grazie al quotidiano francese Liberation che prese a cuore il processo contro la banda XXII ottobre, definendolo degno di una dittatura sudamericana. Incredibilmente alcuni importanti intellettuali come Jean Paul Sartre e Jean Luc Godard lanciarono veri e propri anatemi contro il sistema giudiziario italiano reo – a loro dire – di avere trasformato un omicidio involontario in volontario. L’opinione pubblica veniva definita “distratta” dalla crisi economica e dalla propaganda e di conseguenza incapace di esercitare un controllo sull’esercizio della funzione giurisdizionale.

La figura del leader – quel Rossi di cui abbiamo già parlato – subì quella che da alcuni è stata definita “mitizzazione carceraria”. L’atteggiamento sfrontato (con l’esortazione ai giudici d’appello di fare presto e confermare la sentenza di primo grado), l’aspetto da rivoluzionario (capelli e barba lunga) nonchè il già citato appoggio di una certa sinistra italiana ed europea lo avevano fatto diventare una sorta di perseguitato politico.

L’elemento che, però, lega in maniera insospettata la banda e le future Brigate Rosse si ritrova nel pubblico ministero Mario Sossi, che ricoprì il ruolo inquirente nel processo. Sossi aveva già assunto una fama di intransigenza a seguito di alcune importanti inchieste nei primissimi anni 70. Veniva insomma visto come il rappresentante di uno stato che faceva ancora propri i metodi repressivi tipicamente fascisti.

In breve si scatenò contro Sossi una campagna mediatica – tutta condotta a colpi di slogan – propedeutica al suo rapimento da parte delle neocostituite Brigate Rosse, alcuni mesi dopo la conclusione della vicenda giudiziaria (che tra l’altro si concluse con durissime condanne: ergastolo per Mario Rossi, venti e trenta anni per Randelli, Viel Battaglia e Fiorani) . Nessuno poteva immaginare che si sarebbe arrivati a sequestrare in piena città un magistrato della repubblica per chiedere – come fecero i brigatisti – la liberazione di terroristi condannati con ben due sentenze emesse in nome del popolo italiano.

Sossi era entrato in magistratura nel 1957 e si associa ben presto all’UMI la corrente più vicina alla destra. La dissociazione avverrà a seguito del non sostegno della stessa UMI nel momento del suo sequestro. Il rapimento si verificò a Genova e coinvolse un gruppo di ben 20 brigatisti: Sossi fu caricato su una A 112 guidata dal Alberto Franceschini seguita da una FIAT 128 condotta da Mara Cagol.

Come già accennato l’obiettivo dei brigatisti era sostanzialmente la liberazione degli esponenti della banda XXII ottobre con conseguente espatrio verso un Paese terzo. C’è da dire che questa eventualità non si realizzò mai dato che tutti gli stati “candidati” declinarono tale eventualità, a partire dalla Cuba di Castro.

Sossi venne liberato a Milano – dopo un “processo” proletario – e giunse in treno a Genova, dove si presentò spontaneamente presso una casera della GDF.

L’ultimo tragico strasciso di questa vicenda fu l’assassinio – assieme a due uomini della scorta – del procuratore della repubblica Francesco Coco che si era opposto alla scarcerazione di alcuni terroristi in cambio di Sossi.

La vicenda Sossi, a sua volta, costituirà una sorta di prova generale della ben più cruenta azione di via Fani.

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