La banda XXII Ottobre (prima parte)

Sono pochi gli studiosi che si sono interessati alla Banda XXII Ottobre  e sempre forte è stata la tendenza al giustificazionismo o a una sottovalutazione della portata delle azioni portate a termine. Ma sono piuttosto evidenti i legami tra la banda e i primi segni della nascita del fenomeno brigatista. L’obiettivo del gruppo era quello di “scardinare i poteri dello stato”. Lo spessore politico dei più importanti rappresentanti non era però certamente paragonabile a quello di altri gruppi organizzati dell’estrema sinistra, tra cui le stesse Brigate Rosse. La banda si ispirava alle tecniche di guerriglia teorizzate dal brasiliano Carlos Marighella. Non è un caso, infatti, che le azioni più rappresentative del gruppo abbiano avuto ad oggetto i simboli del capitalismo genovese di allora (Ignis e raffinerie Garrone) nonchè alcuni obiettivi istituzionali (consolato Usa e caserme Carabinieri). Certamente, però, gli elementi che determinarono la veloce dipartita del gruppo furono due: da un lato l’incapacità di fare ordine al proprio interno, selezionando gli elementi più motivati sotto il profilo ideologico, dall’altro la mancanza di collegamenti con le proteste studentesche degli ultimi anni 60.

La banda si caratterizzava per una certa eterogeneità, anche se la maggior parte dei membri provenivano dal proletariato genovese. Il leader indiscusso fu Mario Rossi (nome piuttosto comune), all’epoca dei fatti poco più che trentenne. Alcuni dei componenti la banda erano stati iscritti al PCI, pur contestandone in seguito la politica considerata troppo “moderata”. La vicinanza ai maoisti fu la ovvia conseguenza. Ma un aspetto che poi si rivelerà decisivo (come già anticipato in precedenza) sarà la presenza nella banda di alcuni delinquenti comuni interessati solo ai vantaggi “economici” derivanti dall’essere parte di un gruppo armato.

Particolarmente inquietante appare la capacità di assumere una veste paramilitare attraverso l’acquisizione di uno spirito di corpo e di una perizia nell’uso delle armi che solo un apposito addestramento poteva dare (effettivamente svolto nelle campagne della provincia di Imperia).

Le prime azioni sono quelle contro il consolato USA di Genova collocato in piazza Portello (8 maggio 1970) e la sede del partito socialista unitario di via Teano (24 aprile 1970). Una terza azione è quella contro un autoblindo dei carabinieri posteggiato presso la caserma di via Maresco, sempre a Genova. Le modalità erano le stesse: candelotti di dinamite o gelatina collegati ad una miccia. Le deflagrazioni non avvennero per puro caso (perchè la miccia si era spenta o scollegata dal personale di guardia). Solo per questo le iniziative in questione non portarono a numerosi morti e feriti.

Il 5 ottobre del 1970 la banda compie il sequestro di Sergio Garolla, figlio di un ricco simpatizzante del MSI. La motivazione politica è solo un pretesto per autofinanziarsi, dato che il rapimento viene effettuato a scopo di riscatto. L’azione è pianificata con una certa attenzione e prende lo spunto da una notizia di stampa che riporta il furto di un’auto dei Garolla con relativo numero di targa dal quale la banda ricava l’indirizzo e altre notizie relative alla famiglia. L’azione viene compiuta nottetempo ed è fulminea. Così come il sequestro, dato che dopo la rivendicazione i rapitori si mettono d’accordo coi Garolla per il pagamento del riscatto già per il giorno 7. Si posticipa per alcuni inconvenienti al giorno successivo nel quale la madre del giovane rapito dovrà percorrere la Genova-Ventimiglia e lasciare la valigia col contante in un punto segnalato dai rapitori. Ma incredibilmente anche questo tentativo non va a buon fine dato che piove ininterrottamente da 48 ore e sia la madre dell’ostaggio sia i referenti della banda non riescono ad incontrarsi. C’è da ricordare come a quei tempi la pratica dei sequestri di persona a scopo di estorsione fosse ancora agli albori: questo determinò un sostanziale ritardo nelle indagini, a seguito anche della impreparazione della polizia. I sospetti, infatti, si concentrarono su alcuni pastori sardi residenti nella zona. Il riscatto viene comunque pagato già il 9 ed il giorno seguente il giovane Garolla sarà liberato. Da segnalare come la polizia non fosse riuscita a cogliere sul fatto i referenti della banda nonostante le informazioni circostanziate fornite dalla madre dell’ostaggio.

Una ulteriore azione fu quella condotta contro la Ignis (deposito di Sestri Ponente), il 6 febbraio 1971. La rivendicazione avvenne tramite le consuete interferenze televisive in cui la banda era specializzata. Il Donghi, proprietario della Ignis, veniva qualificato come “finanziatore di squadre fasciste”.

Il 18 febbraio 1971 la banda colpì una raffinaria di quell’Edoardo Garrone definito “avvelenatore dei proletari e corruttore di stato” nonchè “vicino alle idee di Junio Valerio Borghese” (l’ex comandante della DECIMA MAS). Per l’azione alla raffineria venne utilizzato il tritolo, che consentiva di perforare le pareti del contenitore a sfera pieno di propano-butano. Il risultato fu una enorma esplosione, poi propagandata con le già citate interferenze televisive “marchio di fabbrica” della banda. L’azione contro i Garrone fu un successo sotto il profilo propagandistico, inflisse un enorme danno economico alla famiglia di petrolieri e fu facilitata dal fattore sorpresa che consentì alla banda di poter agire del tutto indisturbata.

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