Mese: dicembre 2011

Remo Remotti. Mamma Roma Addio!

A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?

Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del “volemose bene e annamo avanti”, da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei “Sali e Tabacchi”, degli “Erbaggi e Frutta”, quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle…

Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell’anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione…

Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti…

Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell’orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini…

Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Romacaput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell’Altare della Patria, dell’Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano…

Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c’è lavoro, dove non c’è una lira, quella Roma del “core de Roma”…

Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de’ Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei “che c’hai una sigaretta?”, “imprestami cento lire”, quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini, Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!

Detenuto in attesa di giudizio.

Film con Alberto Sordi del 1971. Regia di Nanni Loy.

Il geometra Di Noi (Alberto Sordi) vive e lavora in Svezia con la bella moglie indigena e i due bambini. Gli affari vanno a gonfie vele e la società per la quale lavora il geometra ha appena avuto un importante appalto dalle autorità del luogo. Di Noi decide di concedersi una breve vacanza prima dell’effettivo inizio dei lavori, ripromettendosi di tornare in Svezia per seguirne da vicino la realizzazione. Carica sulla sua Volvo la moglie e i figli, aggancia la roulotte, e si dirige carico di nostalgia verso il Bel Paese come tanti altri suoi connazionali. I Di Noi scendono verso il sud cantando e scherzando senza presagire alcunchè circa quello che sarebbe successo di lì a poco. Alla frontiera del Brennero l’allegra famiglia viene come da procedura fermata per il controllo passaporti: ad un certo punto gli agenti chiedono gentilmente al geometra di scendere dall’auto a causa di un piccolo disguido, “una cosa da niente”. Di Noi si reca in ufficio assieme alle guardie e dopo pochi secondi viene caricato su un’Alfa dei Carabinieri e portato in carcere. Tutto questo senza che la moglie si accorgesse di nulla.
Di Noi si dispera ma crede, in buona fede, ad un equivoco. L’ingresso in carcere è scioccante. Nessuno gli dice niente circa le ragioni del suo arresto. L’ispezione corporale e lo scatto delle foto segnaletiche sono due momenti assolutamente drammatici. Il tutto avviene tra il totale disinteressamento di chi dovrebbe prendere in “custodia” il nuovo arrivato, al quale viene anzi rinfacciato di non sapere il perchè si trovi lì e il perchè mantenga quell’atteggiamento da finto innocente.
Iniziano i trasferimenti da un carcere all’altro: su gomma, su rotaia, per mare. Di Noi visita quasi tutte le carceri d’Italia, venendo esibito – in catene con gli altri detenuti – al qualunquismo e allo sguardo accusatore dei normali “bravi” cittadini.
Intanto la moglie svedese (Elga Andersen) cerca di capire dove sia finito, scontrandosi con la diffidenza e l’inefficienza dell’apparato burocratico italiano. Riesce a ricostruire pian piano le tappe della via crucis del marito ma arriva sempre un momento in ritardo: quando pensa di averlo finalmente trovato scopre che è stato nuovamente trasferito.
Di Noi si deve scegliere un avvocato e la cosa è difficile perchè non ne conosce nessuno. Le guardie carcerarie si offrono di consigliargli il proprio “sponsorizzato” (col quale ovviamente si dividono le parcelle). Durante una rivolta – conseguenza delle difficili condizioni di detenzione e di un drammatico suicidio – Di Noi dà prova di tutto il suo senso di inadeguatezza. Gli altri detenuti escono dalle proprie celle. Viene aperta anche la sua ma egli rimane dentro per paura di peggiorare la propria situazione dato che di lì a poco avrebbe potuto finalmente parlare con il giudice (cosa possibile solo con la presenza di un avvocato, appunto). La presenza di una guardia carceraria schiaffata dentro la cella di Di Noi a seguito della rivolta simboleggia la comune detenzione di carcerati e guardie all’interno dei penitenziari italiani.
A seguito della rivolta repressa in modo violento dalla polizia Di Noi e gli altri verranno nuovamente trasferiti. E sarà in questo ultimo carcere che il geometra conoscerà gli abusi sessuali da parte di un gruppo di camorristi.

Drammatico film di Nanni Loy con un indimenticabile Alberto Sordi, Detenuto in attesa di giudizio è un titolo incredibilmente attuale considerando il penoso stato delle carceri italiane tra sovrappopolamento e cronica incapacità di attuare le disposizioni costituzionali che parlano di “recupero del detenuto”.
Se si pensa che oggi il 40% dei carcerati è per l’appunto in attesa di giudizio si può capire quanto sia sistematica la violazione della legge e quanto i 40 anni che ci separano da questo film siano passati inutilmente.
La pellicola si avvale – oltre che di un grande Sordi – di un convincente Lino Banfi (qui nelle vesti di un ineffabile direttore carcerario) e di una serie di caratteristi ben conosciuti dai cultori del cinema di genere italiano degli anni 70 (Nazzareno Natale e Tano Cimarosa su tutti).
Commovente la scena della messa nella quale i detenuti compiono un piccolo gesto di disobbedienza mettendosi a pregare a voce alta contrariamente a quanto disposto dal regolamento penitenziario.
Il film spiega mirabilmente le difficili condizioni della detenzione che portano il carcerato ad uno stato di annichilimento vicino all’impazzimento (Sordi, nel film, comincia a dare di matto e gli viene imposta una camicia di forza).
Detenuto in attesa di giudizio evidenzia come in carcere finiscano i poveracci, come sia facile entrarci disgraziatamente per un errore giudiziario, come si possa finire nel giro di un giorno nell’occhio della riprovazione popolare per colpe non proprie (i detenuti vengono insultati per strada dai bravi italiani durante gli spostamenti da un carcere all’altro).
Detenuto in attesa di giudizio. Ovvero quando la sinistra era garantista (e la destra forcaiola).

IL medico della mutua.

Film di Luigi Zampa del 1968 con Alberto Sordi.

Il giovane dott. Guido Tersilli, dopo tanti anni di studio, cerca di inserirsi nella difficile professione medica. Il suo sogno è quello di diventare medico della mutua. La situazione è per lui difficile dato che non proviene da una famiglia agiata (anzi è orfano con una madre ed una fidanzata che cercano di spronarlo a farsi strada). La concorrenza è dunque serrata e certamente il primo problema è quello di avere una clientela.
A seguito di un iniziale colloquio con un collega più anziano scopre che, non avendo risorse economiche, è impossibilitato a “comprarsi” un congruo numero di mutuati. Si è scelto insomma un mestieraccio. Allora pensa bene, grazie all’aiuto della madre e della solerte fidanzata, di prendere una cartina di Roma e iniziare a vedere quale zona potesse essere adatta per aprire un ambulatorio. La scelta cade ben presto in un quartiere popolare, potenzialmente ricco di mutuati. Peccato però gli affari vadano tutt’altro che bene, tanto è vero che sia la madre che la fidanzata sono costrette a delle vere e proprie sceneggiate (presso mercati o farmacie) per raccomandare “il bravissimo nuovo medico della mutua dott. Guido Tersilli” (il tutto ovviamente ribadito col tono di voce più alto possibile).
Gli inizi nella professione sono quindi piuttosto stentati e tra un cliente e l’altro strappato alla concorrenza Tersilli riesce a racimolare qualche decina di mutuati: decisamente troppo pochi dato che il suo obiettivo è quello di raggiungere la cifra di 2000, ovvero quella che può consentirgli un futuro agiato ripagandolo di tanti sacrifici.
Tersilli, per perfezionarsi, è costretto a frequentare un piccolo ospedale alle dipendenze di un celebre professore (Claudio Gora) ma dovrà, anche qui, scontrarsi con la spietata concorrenza di altri giovani medici in cerca di affermazione e lavoro (dato che sono praticamente vicini a morire di fame).
La svolta per Tersilli arriva quando viene a conoscenza di un anziano medico, ormai malato e vicino alla dipartita, titolare di ben 2000 mutuati. Tersilli ha la stessa idea di tanti altri suoi colleghi, nel senso che va a trovarlo pur non avendolo mai conosciuto in vita sua. L’anziano medico, pur essendo malato, capisce perfettamente tutto e dopo una iniziale diffidenza comincia a prenderlo in simpatia.
Simpatia ancor meglio manifestata dalla non più giovanissima (ma pur sempre piacente) moglie: una donna particolarmente bisognosa di attenzioni. Tersilli, pur tra mille cautele, riuscirà a barcamenarsi tra il vecchio collega che gli fa giurare di non sposare qualla “vacca” della moglie e quest’ultima disposta ad aiutare il giovane medico a patto della sua disponibilità a prenderla in matrimonio. Ovviamente con in gioco i già citati 2000 mutuati.
La storia continua fino alla definitiva affermazione di Tersilli che sfruttando ogni appiglio, ogni opportunità, riuscirà ad avere un numero abnorme di pazienti. Superlavoro che sarà la causa di un collassio cardiocircolatorio capace di metterlo al tappeto (con il consueto corollario di colleghi-gufi pronti a fregargli i preziosi clienti).

Questo film di Alberto Sordi – che come spesso accade mette lo zampino nella sceneggiatura – è solo il primo atto della vicenda avente ad oggetto l’arrampicata sociale di Guido Tersilli (qui dottore mentre nel secondo episodio sarà professore). Sostanzialmente ne Il medico della mutua si rappresenta la fame di affermazione personale che caratterizzava gli anni 60 mentre nel successivo Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue si vira verso le ben note degenerazioni tipiche dei 70 e degli decenni successivi. Il realtà Luigi Zampa – che dirige magistralmente un film popolare ricco di intuizioni – si era documentato in maniera certosina portando in pellicola la meschinità che caratterizza un po’ tutti gli ambienti professionali. L’ordine dei medici cercò di ostacolare il film denunciando lo stesso regista ma di fronte alle prove raccolte da Zampa non ci fu nulla da fare. Inutile dire come Il medico della mutua sia stato un enorme successo commerciale. Sordi fa la parte del “vigliaccone” pronto a sfruttare qualsiasi occasione (comprese le donne che via via gli capitano a tiro) per raggiungere il suo scopo. Gli attori sono tutti perfetti. Sotto questo aspetto è doveroso segnalare Nanda Primavera (madre di Tersilli), Bice Valori (la consorte dell’anziano medico che “lascia” a Tersilli i 2000 mutuati) e le due fidanzate ovvero Sara Franchetti (Teresa) e Anna Maria (Evelyn Stewart). Da segnalare anche la presenza di Leopoldo Trieste.
Ovviamente azzeccatissima la musica di Piero Piccioni che curerà anche il sequel.

La banda del Gobbo.

Film del 1977 con Tomas Milian, regia di Umberto Lenzi.

Vincenzo Marazzi, detto il Gobbo di Roma, torna nella capitale dopo un periodo di “studi” in Corsica e passa subito a trovare il fratello gemello Sergio, detto er Monnezza. Costui lavora presso una specie di meccanico-sfasciacarrozze ma gli affari vanno male. L’ammirazione di Sergio per il fratello è enorme, anche perchè quest’ultimo – nonostante la evidente deformità – è riuscito a diventare qualcuno nell’ambito della malavita capitolina. Er Gobbo, infatti, smercia Rolex falsi, si dedica alle rapine in banca, al contrabbando e forse allo sfruttamento della prostituzione di fatto riuscendo a trovare nella criminalità una affermazione impossibile nella società civile.
Anche il Monnezza è dedito ai furtarelli e si trova pertanto sempre ai limiti della legalità. I due, quindi, si incontrano dopo tanto tempo e già dalle prime battute si capisce quale sia la figura dominante: certamente quella del Gobbo.
Oggetto della preoccupazione dei due fratelli è il commissario Sarti (interpretato dall’attore-doppiatore Pino Colizzi) che dà la caccia al Gobbo e tiene sott’occhio il Monnezza. Sarti viene a sapere che il Gobbo è di nuovo a Roma ed inizia ad interessarsi nuovamente ai suoi movimenti, sfruttando per l’appunto il Monnezza da tempo “attenzionato” dalla polizia.
Il Gobbo, dal canto proprio, non è uno da starsene con le mani in mano e decide di incontrare alcuni suoi vecchi “amici” in una trattoria romana per concordare un colpo, ovvero un assalto ad un portavalori. Il Gobbo spiega il piano agli altri, specificando che non ci sarà bisogno di sparare dato che si useranno dei lacrimogeni capaci di stordire le guardie.
Il gruppo accetta ed il colpo verrà attuato di lì a poco.
Sfortunatamente per il Gobbo i suoi “amici” si metteranno d’accordo per accopparlo durante l’azione: infatti, assaltato il portavalori e presi i soldi, penseranno bene di sparargli addosso alcuni colpi di pistola. Ma nella confusione e nel fumo dei lacrimogeni i maldestri banditi mancheranno il bersaglio che, grazie ad un provvidenziale tombino, riuscirà a fuggire dal pronto intervento dei celerini.
Il povero Vincenzo tornerà a casa della sua Maria (di professione prostituta) letteralmente ricoperto di cacca, avendo dovuto percorrere un buon tratto di fogne prima di giungere in aperta campagna (di fatto uno scarico a cielo aperto).
Da qui avrà inizio la terribile vendetta del Gobbo che tra una battuta romanesca e l’altra farà fuori – nei modi più disparati – coloro che lo hanno tradito.

La banda del Gobbo è una sorta di sequel di Roma a mano armata, se non altro per il personaggio principale (quel Vincenzo Marazzi, Vincenzo Moretto nel film precedente) e per la romanità di tutto il contesto. Torna quindi il personaggio del Gobbo, emarginato dalla società, luciferino, scaltro, capace di farsi spazio all’interno della criminalità capitolina trovando in un certo senso giustizia alla sua deformità.
E ritorna anche il personaggio del Monnezza che era già comparso in un altro film di Lenzi, ovvero Il trucido e lo sbirro.
L’idea era quindi quella di accoppiare due personaggi di successo in un unico film, facendoli diventare fratelli (in un certo senso lo erano già nella fantasia degli sceneggiatori).
Tomas Milian spadroneggia recitando entrambe le parti principali e mettendo lo zampino nelle fenomenali (pecorecce) battute. Le figure di contorno sono quelle del già citato commissario (Sarti) – indubbiamente meno rilevante rispetto ai film con Merli – ed il suo vice interpretato da Mario Piave. Sono inoltre presenti tutti quei caratteristi utilizzati da Lenzi ed altri registi per i propri poliziotteschi (e non solo).
Il film si conclude in modo piuttosto maliconico e crepuscolare e a suo modo si caratterizza per un messaggio politico-sociale che se proprio non arriva a giustificare le malefatte dei delinquenti (“dateci da studià, dateci da lavorà”) cerca comunque di dare una risposta che esuli dalla pura e semplice repressione poliziesca esibita in altre pellicole.
La banda del Gobbo è insomma una storia nella quale tra mordacità romanesca e risate si tocca l’ambiente dei ladruncoli di borgata e della emarginazione più nera in contrasto con la cosiddetta “Roma bene”.
La scelta dei brani musicali è particolarmente azzeccata sia con i pezzi di Franco Micalizzi sia con Roma capoccia e Sora Rosa di un allora giovane compositore che “nun se batte”, Antonello Venditti.

La banda XXII ottobre. (seconda parte).

L’azione che segnò il destino della banda fu senz’altro quella contro l’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP), sia per l’omicidio di Alessandro Floris sia perchè l’Istituto rappresentava parte di quel mondo e di quegli interessi per i quali Rossi e compagni dicevano – a parole – di voler combattere.

Un certo dilettantismo già dimostrato in relazione al sequestro Gadolla fu in questo caso fatale nonostante le informazioni fornite da un componente della banda – il Battaglia – che aveva lavorato all’interno dello stesso Istituto. Bastò infatti una semplice deviazione di percorso da parte dei fattorini IACP per mandare in confusione tutti ed in particolare il leader Rossi che dopo aver sottratto a Floris la borsa con i soldi gli sparò addosso per arrestarne l’imprevista resistenza. Il tutto venne immortalato da un giovane che – intento a studiare nella sua camera – si precipitò sulla finistra ed istintivamente iniziò a scattare una serie di fotografie.

Ovviamente le immagini furono decisive per dimostrare le responsabilità di Rossi e della sua banda ma anche per alienare molte simpatie al gruppo che non aveva esitato a far fuoco su un emigrato sardo di umilissime origini la cui unica colpa era stata quella di aver protetto le paghe dei dipendenti IACP affidategli in custodia. Lo stesso già citato manuale del guerrigliero urbano firmato Carlos Marighella era piuttosto eplicito sul significato politico che ogni azione doveva avere e sulla necessità che non fossero coinvolti elementi della popolazione civile.

Il successivo processo alla banda XXII ottobre ebbe grande rilevanza, non solo in Italia ma anche all’estero. Allora ci si poteva ancora indignare di fronte a banditi che – dietro il paravento di fragili motivazioni ideologiche – non esitavano ad uccidere pur di avere un vantaggio economico.

Tutta la vicenda giudiziaria che riguardò il gruppo in questione vide contrapposte da un lato le richieste di pene esemplari dall’altro le lamentele del collegio di difesa il quale evidenziava la difficoltà di poter tutelare pienamente i propri assistiti.

Gli interessamenti in tal senso giunsero anche dall’estero grazie al quotidiano francese Liberation che prese a cuore il processo contro la banda XXII ottobre, definendolo degno di una dittatura sudamericana. Incredibilmente alcuni importanti intellettuali come Jean Paul Sartre e Jean Luc Godard lanciarono veri e propri anatemi contro il sistema giudiziario italiano reo – a loro dire – di avere trasformato un omicidio involontario in volontario. L’opinione pubblica veniva definita “distratta” dalla crisi economica e dalla propaganda e di conseguenza incapace di esercitare un controllo sull’esercizio della funzione giurisdizionale.

La figura del leader – quel Rossi di cui abbiamo già parlato – subì quella che da alcuni è stata definita “mitizzazione carceraria”. L’atteggiamento sfrontato (con l’esortazione ai giudici d’appello di fare presto e confermare la sentenza di primo grado), l’aspetto da rivoluzionario (capelli e barba lunga) nonchè il già citato appoggio di una certa sinistra italiana ed europea lo avevano fatto diventare una sorta di perseguitato politico.

L’elemento che, però, lega in maniera insospettata la banda e le future Brigate Rosse si ritrova nel pubblico ministero Mario Sossi, che ricoprì il ruolo inquirente nel processo. Sossi aveva già assunto una fama di intransigenza a seguito di alcune importanti inchieste nei primissimi anni 70. Veniva insomma visto come il rappresentante di uno stato che faceva ancora propri i metodi repressivi tipicamente fascisti.

In breve si scatenò contro Sossi una campagna mediatica – tutta condotta a colpi di slogan – propedeutica al suo rapimento da parte delle neocostituite Brigate Rosse, alcuni mesi dopo la conclusione della vicenda giudiziaria (che tra l’altro si concluse con durissime condanne: ergastolo per Mario Rossi, venti e trenta anni per Randelli, Viel Battaglia e Fiorani) . Nessuno poteva immaginare che si sarebbe arrivati a sequestrare in piena città un magistrato della repubblica per chiedere – come fecero i brigatisti – la liberazione di terroristi condannati con ben due sentenze emesse in nome del popolo italiano.

Sossi era entrato in magistratura nel 1957 e si associa ben presto all’UMI la corrente più vicina alla destra. La dissociazione avverrà a seguito del non sostegno della stessa UMI nel momento del suo sequestro. Il rapimento si verificò a Genova e coinvolse un gruppo di ben 20 brigatisti: Sossi fu caricato su una A 112 guidata dal Alberto Franceschini seguita da una FIAT 128 condotta da Mara Cagol.

Come già accennato l’obiettivo dei brigatisti era sostanzialmente la liberazione degli esponenti della banda XXII ottobre con conseguente espatrio verso un Paese terzo. C’è da dire che questa eventualità non si realizzò mai dato che tutti gli stati “candidati” declinarono tale eventualità, a partire dalla Cuba di Castro.

Sossi venne liberato a Milano – dopo un “processo” proletario – e giunse in treno a Genova, dove si presentò spontaneamente presso una casera della GDF.

L’ultimo tragico strasciso di questa vicenda fu l’assassinio – assieme a due uomini della scorta – del procuratore della repubblica Francesco Coco che si era opposto alla scarcerazione di alcuni terroristi in cambio di Sossi.

La vicenda Sossi, a sua volta, costituirà una sorta di prova generale della ben più cruenta azione di via Fani.

La banda XXII Ottobre (prima parte)

Sono pochi gli studiosi che si sono interessati alla Banda XXII Ottobre  e sempre forte è stata la tendenza al giustificazionismo o a una sottovalutazione della portata delle azioni portate a termine. Ma sono piuttosto evidenti i legami tra la banda e i primi segni della nascita del fenomeno brigatista. L’obiettivo del gruppo era quello di “scardinare i poteri dello stato”. Lo spessore politico dei più importanti rappresentanti non era però certamente paragonabile a quello di altri gruppi organizzati dell’estrema sinistra, tra cui le stesse Brigate Rosse. La banda si ispirava alle tecniche di guerriglia teorizzate dal brasiliano Carlos Marighella. Non è un caso, infatti, che le azioni più rappresentative del gruppo abbiano avuto ad oggetto i simboli del capitalismo genovese di allora (Ignis e raffinerie Garrone) nonchè alcuni obiettivi istituzionali (consolato Usa e caserme Carabinieri). Certamente, però, gli elementi che determinarono la veloce dipartita del gruppo furono due: da un lato l’incapacità di fare ordine al proprio interno, selezionando gli elementi più motivati sotto il profilo ideologico, dall’altro la mancanza di collegamenti con le proteste studentesche degli ultimi anni 60.

La banda si caratterizzava per una certa eterogeneità, anche se la maggior parte dei membri provenivano dal proletariato genovese. Il leader indiscusso fu Mario Rossi (nome piuttosto comune), all’epoca dei fatti poco più che trentenne. Alcuni dei componenti la banda erano stati iscritti al PCI, pur contestandone in seguito la politica considerata troppo “moderata”. La vicinanza ai maoisti fu la ovvia conseguenza. Ma un aspetto che poi si rivelerà decisivo (come già anticipato in precedenza) sarà la presenza nella banda di alcuni delinquenti comuni interessati solo ai vantaggi “economici” derivanti dall’essere parte di un gruppo armato.

Particolarmente inquietante appare la capacità di assumere una veste paramilitare attraverso l’acquisizione di uno spirito di corpo e di una perizia nell’uso delle armi che solo un apposito addestramento poteva dare (effettivamente svolto nelle campagne della provincia di Imperia).

Le prime azioni sono quelle contro il consolato USA di Genova collocato in piazza Portello (8 maggio 1970) e la sede del partito socialista unitario di via Teano (24 aprile 1970). Una terza azione è quella contro un autoblindo dei carabinieri posteggiato presso la caserma di via Maresco, sempre a Genova. Le modalità erano le stesse: candelotti di dinamite o gelatina collegati ad una miccia. Le deflagrazioni non avvennero per puro caso (perchè la miccia si era spenta o scollegata dal personale di guardia). Solo per questo le iniziative in questione non portarono a numerosi morti e feriti.

Il 5 ottobre del 1970 la banda compie il sequestro di Sergio Garolla, figlio di un ricco simpatizzante del MSI. La motivazione politica è solo un pretesto per autofinanziarsi, dato che il rapimento viene effettuato a scopo di riscatto. L’azione è pianificata con una certa attenzione e prende lo spunto da una notizia di stampa che riporta il furto di un’auto dei Garolla con relativo numero di targa dal quale la banda ricava l’indirizzo e altre notizie relative alla famiglia. L’azione viene compiuta nottetempo ed è fulminea. Così come il sequestro, dato che dopo la rivendicazione i rapitori si mettono d’accordo coi Garolla per il pagamento del riscatto già per il giorno 7. Si posticipa per alcuni inconvenienti al giorno successivo nel quale la madre del giovane rapito dovrà percorrere la Genova-Ventimiglia e lasciare la valigia col contante in un punto segnalato dai rapitori. Ma incredibilmente anche questo tentativo non va a buon fine dato che piove ininterrottamente da 48 ore e sia la madre dell’ostaggio sia i referenti della banda non riescono ad incontrarsi. C’è da ricordare come a quei tempi la pratica dei sequestri di persona a scopo di estorsione fosse ancora agli albori: questo determinò un sostanziale ritardo nelle indagini, a seguito anche della impreparazione della polizia. I sospetti, infatti, si concentrarono su alcuni pastori sardi residenti nella zona. Il riscatto viene comunque pagato già il 9 ed il giorno seguente il giovane Garolla sarà liberato. Da segnalare come la polizia non fosse riuscita a cogliere sul fatto i referenti della banda nonostante le informazioni circostanziate fornite dalla madre dell’ostaggio.

Una ulteriore azione fu quella condotta contro la Ignis (deposito di Sestri Ponente), il 6 febbraio 1971. La rivendicazione avvenne tramite le consuete interferenze televisive in cui la banda era specializzata. Il Donghi, proprietario della Ignis, veniva qualificato come “finanziatore di squadre fasciste”.

Il 18 febbraio 1971 la banda colpì una raffinaria di quell’Edoardo Garrone definito “avvelenatore dei proletari e corruttore di stato” nonchè “vicino alle idee di Junio Valerio Borghese” (l’ex comandante della DECIMA MAS). Per l’azione alla raffineria venne utilizzato il tritolo, che consentiva di perforare le pareti del contenitore a sfera pieno di propano-butano. Il risultato fu una enorma esplosione, poi propagandata con le già citate interferenze televisive “marchio di fabbrica” della banda. L’azione contro i Garrone fu un successo sotto il profilo propagandistico, inflisse un enorme danno economico alla famiglia di petrolieri e fu facilitata dal fattore sorpresa che consentì alla banda di poter agire del tutto indisturbata.