Da Tremonti a Monti e poi al Monte di Pietà.

Finalmente siamo arrivati alla nomina -da parte del capo dello stato*- di Mario Monti a senatore a vita. Un atto che prelude, ovviamente, all’incarico di formare il nuovo governo di unità nazionale o di salute pubblica più volte richiesto dai poteri “forti” (si fa per dire) di questo disgraziato Paese.

La mossa è stata salutata da peana di acclamazioni, ritratti agiografici e sospiri di sollievo da parte di media, come il Corsera, più legati al carro tecno-bancario europeista. Altri importanti giornali, come Il Fatto Quotidiano, sono rimasti più sul vago seguendo l’umore dei propri lettori in buona parte scettici sia sulla figura dell’ex commissario sia sulle politiche che presumibilmente tenterà di imporre.

In realtà l’interpretazione di ciò che sta succedendo non è molto difficile: il governo Berlusconi non è stato tanto sfiduciato dal Parlamento quanto dai cosiddetti mercati, ovvero dalle borse. Si tratta di un processo in corso non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale: la finanziarizzazione dell’economia, della politica e della democrazia. Il passaggio dalla democrazia rappresentativa, come l’abbiamo intesa fino a oggi, alla democrazia dei mercati. Non è più tanto il popolo a decidere (o almeno si cerca di fare in modo che decida sulle cose meno importanti) ma i cosiddetti mercati, le grosse concentrazioni di liquidità che spostandosi da un’azienda a un’altra, da un Paese all’altro, possono determinare il successo o il fallimento delle une e degli altri. La democrazia dei mercati finanziari può decidere di trasformare un Paese come l’Italia – fino a ieri assolutamente solvibile nonostante l’alto debito pubblico – nel vero appestato d’Europa. E può farlo semplicemente con un click.

La democrazia dei mercati finanziari può imporre questa o quella personalità (il caso Monti, appunto), questa o quella scelta di politica economica o estera… il tutto impunemente, con i piccoli – ormai irrilevanti- parlamenti nazionali pronti a svolgere una pura e semplice azione di ratifica.

Questa è la situazione che ci troviamo di fronte. E oramai sono sempre di più gli esponenti più o meno rilevanti di questa cosiddetta tecnocrazia a non porsi nemmeno il problema di dover essere ipocriti.

Di fronte a questo scenario le schermaglie sul “Berlusconi sì, Berlusconi no” hanno il sapore di pure e semplici chiacchiere da bar. Non sono nemmeno più battaglie di retroguarda. Nello scenario che si prospetta Berlusconi appartiene già ad un’era geologica fa e chi continua ad appassionarsi al tema fa la figura di quei tifosi che si prendono a cazzotti per questioni calcistiche mentre probabilmente l’indomani perderanno casa e lavoro. La problematica centrale di questi anni sarà l’individuazione di un nuovo punto di equilibrio tra finanza ed economia e soprattutto tra potere tecnico-finanziario e democrazia rappresentativa. Tra gli ottimati e i cialtroni eletti dal popolo bue (parafrasando il tono usato da Sapelli).
In tutto ciò, l’auspicio è che sempre più persone si rendano conto del pericolo che incombe. Rousseau scrisse: “Tutti corsero incontro alle catene convinti di assicurarsi la libertà“. E’ ciò che rischiamo di fare noi tutti, compresi quei pochi o tanti che anche in Italia cominciano ad aprire gli occhi ma che non riescono a far aprire anche quelli degli altri.

* (consentitemi la minuscola per la parola stato, non soffro di statolatria nonostante tutto…)

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