Mese: novembre 2011

Cappa di piombo sulla stampa italiana.

Il tentativo di Mario Monti di “salvare l’Italia” sembra essere accompagnato da una cappa di piombo sui mezzi di comunicazione. Come nei periodi peggiori di questo Paese a farne le spese è la democrazia ed il diritto dei cittadini ad essere informati. Non solo gli italiani sono stati privati in passato della possibilità di scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, non solo gli si è imposto (attraverso la fervente ed entusiastica collaborazione delle più alte cariche dello stato) un governo “tecnico” espressione degli interessi europei e di gruppi di potere facilmente identificabili, ma le parole d’ordine “rigore e sobrietà” – assai somiglianti a quelle di “ordine e disciplina” lette sui libri di scuola – vengono fatte proprie come un mantra da una stampa tutta – o quasi – allineata in un incondizionato sostegno al governo.

Si respira un’aria pesante non solo per la situazione economico-finanziaria dell’Italia ma anche per la sordina che puntualmente viene imposta a qualunque voce fuori dal coro. Nessun dissenso trova spazio nei mezzi di comunicazione “tradizionali”. Solo la rete, per fortuna, riesce a dare spazio ai tanti dubbi espressi da cittadini preoccupati e a chi tenta di incrinare (aggirare) il fronte unico che domina da settimane televisioni e giornali.

I media tradizionali esibiscono il loro tratto peggiore, ponendo in essere un vero e proprio culto della personalità nei confronti di Monti e dei suoi ministri. Ci si concentra sul suo “stile”, se ne loda il cappotto di loden, il senso dell’umorismo, le “battute”, si distribuiscono ritratti agiografici, si dice che l’Italia è tornata a contare in Europa. Ovviamente si diffondono fantomatici sondaggi che evidenziano un gradimento a Monti che sfiora l’85% degli intervistati (manco nella Bulgaria dei tempi belli).

Situazione imbarazzante e pericolosa.
Pochi hanno messo in evidenza la nebulosità che caratterizza i primi passi di questo governo, la mancanza di trasparenza a tutti i livelli, gli evidenti conflitti di interesse, il fatto che Mario Monti abbia fatto conoscere le misure economiche prima ai partner europei (Merkel le ha definite “impressionanti”) che al parlamento italiano, gli incontri nottetempo dei segretari dei maggiori partiti che sostengono l’esecutivo, il tentativo di screditare con la qualifica di “complottista” chi opera in rete.

Di conseguenza l’invito ai lettori di questo blog è sempre il solito: tenere gli occhi aperti, non accontentarsi dei media tradizionali che hanno dato prova della loro pochezza in innumerevoli occasioni (compresa la querelle sullo “spread” che sarebbe sceso di colpo con le dimissioni di Berlusconi), utilizzare molto la rete e gli innumerevoli contributi informativi indipendenti presenti su Facebook e You Tube.

Anzi, a breve pubblicheremo dei banner alternativi al conformismo dilagante.

Circa la concessione dello ius soli ai figli degli immigrati.

Negli ultimi giorni è scoppiata una vera e propria polemica sull’intervento del capo dello stato Giorgio Napolitano circa la possibile concessione dello ius soli ai figli degli immigrati. Notoriamente è difficile in Italia fare un dibattito serio e laico su questioni e problemi specifici, quindi l’incauta uscita ha scatenato un vero e proprio putiferio. Il presidente della repubblica ha sollecitato le camere a cambiare la legge sulla cittadinanza soprattutto per i figli (nati in Italia) di immigrati. Napolitano ha usato parole insolitamente forti, definendo folle l’attuale normativa.

Ferma restando la probabile inopportunità politica di una simile esternazione – che sembra potersi intendere come un ulteriore ostacolo al già difficile compito del “governo” Monti – rimangono dubbi sia sul ruolo che il capo dello stato sta assumendo in questa crisi sia sul merito di un simile provvedimento.
E’ assai probabile che Napolitano stia svolgendo un ruolo di “supplenza/supporto” ad un governo – forte in termini parlamentari – ma debole sotto il profilo della legittimazione democratica. Un governo che alcuni hanno definito “fantoccio”, essendo il frutto non certo di un mandato elettorale ma di un accordo parlamentare tra quasi tutte le forze politiche. Un Parlamento già chiaramente delegittimato visto l’assurdo meccanismo elettorale che trasforma il nostro massimo organo rappresentativo in una assemblea di beneficiati. In effetti le nostre camere assomigliano più a delle diete medievali che a delle moderne assemblee rappresentative, dato che vi convergono elementi che sono lì soltanto sulla base di un vincolo di fedeltà o vicinanza al capo partito (o ancor meglio capo corrente).

Ebbene, quando un governo è debole il capo dello stato è forte e viceversa. Questo è ciò che sta accadendo nel frangente attuale. Ma, entrando nel merito della proposta presidenziale, sarebbe giusto o no concedere la cittadinanza ai nati in Italia da cittadini stranieri?

Le più importanti esperienze europee (e non) ci fanno sospettare come in Italia ci si stia occupando di cose già sorpassate dai tempi. Sembra un dibattito di almeno 10 anni fa, visto che i vari Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, David Cameron si sono più volte espressi circa il fallimento del cosiddetto “modello multiculturale”. In tutto questo noi ancora ci domandiamo se sia giusto regalare la cittadinanza a chiunque, solo per il fatto di essere nato in Italia.

Che cosa dice la legge italiana? Sono diversi i modi attraverso i quali si può acquisire la cittadinanza.

Ius sanguinis o diritto di sangue : la cittadinanza italiana viene concessa a chi nasce da genitori italiani, a chi non segue la cittadinanza degli Stati di provenienza dei genitori o a chi è stato trovato o è nato nel nostro territorio da genitori ignoti o apolidi, cioè privi di cittadinanza. ( Legge 91 del 1992 ).
Ius soli o diritto di territorio : è un’eccezione della Legge 91, che prevede la concessione della cittadinanza all’ immigrato che almeno da 10 anni risiede legalmente nel nostro Paese, all’ immigrato che all’ estero ha lavorato per lo Stato Italiano almeno per 5 anni, all’ immigrato che ha uno dei genitori, o un ascendente di secondo grado, cittadino italiano che risieda nel nostro Paese da almeno 3 anni, ad un cittadino di un altro Stato dell’ Ue, dopo almeno 4 anni di residenza legale nel nostro territorio, all’ immigrato maggiorenne adottato da cittadini italiani dopo 5 anni dall’ adozione, al cittadino rifugiato o apolide che risieda legalmente in Italia almeno da 5 anni. La cittadinanza italiana è concessa ai cittadini stranieri nati in Italia che vi abbiano risieduto senza interruzione fino ai diciotto anni e che dichiarino di volerla acquisire.
Acquisizione tramite matrimonio : solo dopo almeno 2 anni di residenza in Italia dal momento del matrimonio con un cittadino italiano, una persona straniera potrà acquisire la sua cittadinanza. In questo caso due possono essere le eccezioni, se entrambi i coniugi risiedono all’ estero bisogna aspettare 3 anni dalla data della celebrazione del matrimonio mentre invece se ci sono figli legittimi o adottati, i termini di attesa vengono dimezzati.

Cosa dicono le altre leggi europee? Contrariamente a ciò che sostiene la cosiddetta stampa “seria” non è affatto vero che tutti i Paesi europei concedano lo ius soli. Anzi, è vero il contrario perchè il principio più seguito è quello dello ius sanguinis. Grecia, AustriA e Danimarca seguono una linea simile a quella italiana anche se non è semplicissimo acquisire la cittadinanza per chi è nato in quei Paesi da genitori stranieri.
In Belgio, Spagna, Irlanda e Portogallo vale sempre il diritto di sangue.
Anche in Germania vige il diritto di sangue ma a differenza dell’ Italia, per concedere a un figlio la cittadinanza basta che uno dei genitori del minore nato in territorio tedesco, vi risieda legalmente da almeno 8 anni.
In Francia c’è addirittura una sorta di doppio diritto di sangue che permette ad uno straniero di ottenere la cittadinanza se è nato in territorio francese da genitori stranieri nati a loro volta lì (in particolare per quanto riguarda l’acquisizione per nascita, è francese il figlio, legittimo o naturale, nato in Francia quando almeno uno dei due genitori vi sia nato, qualunque sia la sua cittadinanza, inoltre ogni bambino nato in Francia da genitori stranieri acquisisce automaticamente la cittadinanza francese al momento della maggiore età se, a quella data, ha la propria residenza in Francia o vi ha avuto la propria residenza abituale durante un periodo, continuo o discontinuo, di almeno 5 anni, dall’età di 11 anni in poi).

E’ evidente, quindi, come l’obiettivo sia quello di emanare una legge che non ha alcun precedente in Europa e che ha come unico punto in comune la legislazione statunitense.

A mio parere la legge attuale è sufficientemente equilibrata perchè contempera da un lato l’esigenza che persone realmente interessate a far parte della nostra comunità nazionale non debbano fronteggiare incredibili ostacoli, dall’altro la necessità che costoro facciano proprio il modello di valori che caratterizzano la nostra convivenza civile. E’ anche una norma liberale, perchè non impone a nessuno – senza il proprio consenso – una cittadinanza (quella italiana) che non è detto sia interessato ad acquisire. Ritengo cioè che la cittadinanza debba essere il punto di arrivo di un percorso di integrazione e non il contrario. Alcuni costruttivisti come Napolitano (ma purtroppo se ne trovano in tutti gli schieramenti politici) ritengono che la concessione della cittadinanza a tutti, sic et simpliciter, sia un elemento capace di favorire l’integrazione. Ma questo modello ha dimostrato di non funzionare in molte realtà che noi solitamente consideriamo come esempio. Le rivolte scoppiate in Inghilterra non più di 3 mesi fa erano fatte da cittadini britannici in gran parte figli di immigrati così come quelli che misero le bombe nelle stazioni londinesi.In Germania ci sono interi ghetti popolati da cittadini tedeschi di origine turca. Lo stesso potrebbe naturalmente dirsi per gli Stati Uniti. Così come diversi combattenti al-qaedisti in Afghanistan erano americani o britannici. Le banlieue francesi pullulano di cittadini francesi di origine africana (quelli che Sarkozy, con la sua consueta finezza, definiva “feccia”). E così via. La concessione della cittadinanza a tutti non risolve un bel nulla e sicuramente non il delicato problema della integrazione di immigrati provenienti da realtà estremamente diverse dalla nostra.

Senza contare che in Italia abbiamo un senso della comunità nazionale piuttosto lato, al contrario di ciò che accade nei Paesi citati sopra. Se a quelle latitudini hanno avuto grossi problemi ad integrare i propri immigrati, giungendo a definire fallito l’esperimento di una società “multiculturale” non oso pensare cosa potrebbe accadere da noi.

In realtà il problema sta a monte. Cosa vogliamo fare del nostro Paese? Che progetto abbiamo per i prossimi 25 anni? E’ vero che nel lungo periodo saremo tutti morti – come diceva qualcuno – ma potremmo almeno pensare all’Italia che intendiamo lasciare ai nostri figli (quelli che purtroppo non facciamo più).
Pur essendo un euroscettico, direi che il problema riguarda non solo noi ma tutti i Paesi europei soprattutto quelli che presentano un disastroso tasso di natalità. Il problema dell’immigrazione si connette pericolosamente con quello della tutela della identità dei popoli, delle loro tradizioni, della loro civiltà e delle loro istituzioni democratiche.

Il ciclone Farage.

In queste ultime settimane impazzano in rete le imprese europarlamentari di Nigel Farage, esponente di un partito britannico euroscettico e conservatore. I cosiddetti “media tradizionali”, sempre pronti a dare rilevanza a qualsiasi più che frivolo fenomeno legato a internet, hanno scelto di ignorare. Che cosa ha fatto di così scioccante questo coraggioso parlamentare? Semplicemente dire – in maniera chiara e netta – ciò che evidentemente molti suoi elettori pensano della eurocrazia di Bruxelles. A dire il vero non solo i suoi elettori, dato che moltissimi italiani sono andati sulla sua pagina Facebook per ringraziarlo.

“In nome di Dio, chi vi credete di essere?” questo uno dei più celebri incipit dei suoi brevi discorsi (in media 3 minuti) tenuti presso il parlamento europeo alla presenza dei più grandi burocrati nonchè difensori della ortodossia eurocratica.
“Chi siete, chi vi ha eletti? Chi rappresentate? Chi vi dà il diritto di impartire ordini al popolo greco e a quello italiano? Chi vi dà il diritto di porre i vostri tecnocrati al posto di governi democraticamente eletti? Tutto ciò è già successo in Grecia, in Italia… sembra quasi un giallo di Agatha Christie: chi sarà il prossimo?”.
E ancora: “Lei, signor Van Rompuy, non è un assassino silenzioso della democrazia – come avevo detto in un’altra occasione – ma ha fatto molto rumore, forse troppo. Come può lei, che non è stato eletto da nessuno, andare in Italia e dire che non è tempo di elezioni? Lei ha lo stesso carisma di uno straccio bagnato, signor Van Rompuy…” E via di questo genere.

Nigel Farage ha dato un senso, in pochi minuti, al noioso ed in gran parte inutile lavoro del parlamento europeo, unico organo democraticamente eletto tra le istituzioni comunitarie e proprio per questo il meno importante. Come si sa, infatti, tutto il potere risiede nel consiglio d’Europa, nella commissione europea e soprattutto nella BCE (ovvero la banca centrale europea con sede, manco a dirlo, a Francoforte).

Attraverso questi infuocati interventi Farage si è guadagnato la stima di molti nostri connazionali che lo hanno ringraziato ed incoraggiato, in un certo senso eleggendolo come proprio rappresentante in Europa. La sua pagina Facebook parla italiano (vedere per credere https://www.facebook.com/NigelFarage). Tutto ciò è nato e si è sviluppato esclusivamente sul web, con le molteplici opzioni di condivisione utilizzabili attraverso i più conosciuti social network. Sui media “tradizionali” è stata imposta la cappa di piombo solitamente utilizzata per imboscare notizie, persone, libri, movimenti scomodi. Nessuno, veramente nessuno, ne ha parlato a parte forse “Il Giornale” di ieri con un misero trafiletto. In Italia, quando si vuole boicottare una qualsiasi iniziativa, si usa un metodo molto semplice: la si fa scomparire. D’altronde sono tutti impegnati a sostenere “un governo tecnico per l’Europa” che promette non certo “lacrime e sangue” (espressione sgradita al prof. Monti) ma sacrifici equi. E’ del tutto evidente che non si voglia in alcun modo disturbare il navigatore che “tutto il mondo ci invidia”. Un navigatore che ovviamente gode “del favore dell’ 85% degli intervistati” e che soprattutto non “deve fallire, perchè se fallisce è la fine dell’Italia” (Fini dixit).

Di conseguenza non ci vuole molto a capire come in questo clima nessuno possa permettersi di instillare il dubbio circa il grado di “democraticità” delle decisioni ed istituzioni europee. Nessuno può permettersi di discutere l’euro e l’Europa (chi lo fa è solo un sordido populista che merita l’oblio). Per questo Farage è stato totalmente ignorato dai nostri ridicoli media e continuerà ad esserlo. Soprattutto ora che si sa quanto possa essere popolare uno che dice a Van Rompuy : “Chi è lei per dare ordini agli italiani? Ha lo stesso carisma di uno straccio bagnato!”

Post Scriptum: ho avuto il dispiacere (a proposito di media nostrani) di seguire la puntata del 15 novembre di Matrix, la trasmissione “condotta” da Alessio Vinci. C’erano in studio – finalmente – esponenti di scuole di pensiero sull’euro e l’Europa diametralmente opposte. In un Paese “normale” sarebbe stata un’ottima occasione per fare finalmente approfondimento, informare, avviare uno stimolante confronto tra orientamenti diversi. Peccato che il comandante Vinci abbia rovinato tutto, svolgendo il ruolo di arbitro giocatore e riducendo al silenzio i vari Giulietto Chiesa, Paolo Barnard e Claudio Messora (soprattutto i primi due). Per dare spazio a chi? Ovviamente alle rispettabili opinioni di “persone serie” come il banchiere Costamagna ed i giornalisti economici (senza nessuna ironia) Bechis e Giannino (assolutamente deludenti, soliti normalizzatori alla “va tutto bene,  è tutto normale”).
Se non altro Matrix ha avuto il merito di cominciare a parlare di vari fenomeni (Bildelber, Trilateral, banche d’affari) fino a ieri sconosciuti al grande pubblico.
Rompere il muro di omertà su queste vicende è possibile. L’invito è quello di informarsi, di pensare con la propria testa, di non accontentarsi di tesi consolidate e preconfezionate dai media “rispettabili”. Accendiamo il cervello e decidiamoci a fare i cittadini, senza accontentarci di essere sudditi.

No il caso è felicemente risolto

Film del 1973 di Vittorio Salerno, con Riccardo Cucciolla, Enzo Cerusico ed Enrico Maria Salerno.

Bell’esempio di cinema popolare fatto come si deve. Vittorio Salerno, fratello minore del più conosciuto Enrico Maria, è un regista non certo prolifico ma di talento noto anche per aver girato un altro piccolo cult ovvero Fango Bollente.

Un giovane impiegato romano delle ferrovie (Enzo Cerusico) trascorre la sua tranquilla domenica di pesca quando – nel pomeriggio – diventa suo malgrado testimone di un omicidio. Sente – all’interno di un canneto – le urla di una donna (una prostituta, dichiarerà poi la polizia) inseguita e picchiata da un uomo armato di bastone. Il giovane cerca nel canneto guidato dai lamenti ed arriva finalmente sul luogo del delitto: vede un uomo di mezza età dare i colpi finali alla donna ormai quasi tramortita. I due si guardano negli occhi ma non succede niente. Nessuno dei due proferisce parola. Il giovane si allontana e – trafelato – raggiunge la sua auto per abbandonare velocemente il luogo del delitto. Ingrana davvero la quarta per paura di essere seguito dall’assassino. Inizialmente decide di recarsi dalla polizia ma una serie di circostanze lo fanno deviare dal suo proposito iniziale. Giunge a casa che è ormai sera. Un interrogativo lo tormenta ed è sempre lo stesso: che fare? Decidere davvero di denunciare – con tutto quello che ne consegue – oppure fregarsene e continuare la propria vita come se nulla fosse successo?
In tutto questo, di certo, la vita familiare non lo aiuta: una moglie assente e frivola, una figlia che guarda con scetticismo il padre e che sembra essere sempre più copia perfetta della madre… non può certamente sperare di confidarsi con alcuno.
Alla fine compie la sua scelta: dimenticare.

Dal canto proprio, invece, l’assassino si reca subito dalla polizia. Esausto, si presenta di fronte al commissario. Non certo per autodenunciarsi quanto per dichiarare di essere stato testimone di un orrendo delitto. L’uomo (Riccardo Cucciolla) è un professore di materie scientifiche presso un prestigioso liceo della capitale. E’ una persona rispettata e benvoluta, con un discreto giro di amicizie influenti. Ed è anche un buon attore dato che riesce a ingannare la polizia fungendo da testimone del barbaro delitto. Guida gli inquirenti sul luogo dell’omicidio dando il la alle indagini. Quando gli domandano di fornire una descrizione dell’assassino, il professore fornisce quella del giovane impiegato (cioè del VERO testimone). E qui inizia una vera e propria via crucis per il povero – ma in un certo senso “colpevole” – innocente.

Il film è interpretato da due ottimi attori, troppo presto dimenticati: Riccardo Cucciolla (che ritroviamo in Sacco e Vanzetti al fianco di Gian Maria Volontè o nel cult di Mario Bava Cani arrabbiati) ed Enzo Cerusico, che in questo film ricorda lo straordinario Nino Manfredi di Girolimoni, il mostro di Roma.

Cucciolla fa la parte di un laido professore di matematica (quando i professori del liceo godevano ancora di considerazione) che con le sue macchinazioni, i suoi modi rispettabili, le sue conoscenze riuscirà a mettere nei guai il vero testimone dell’omicidio. Cerusico è un giovane impiegato, il tipico uomo della strada, che vuole semplicemente vivere la vita senza troppe complicazioni. Un pavido, un pusillanime, uno che dice per tutto il film “ma perché proprio a me?”. Ovviamente questa ritrosia a prendersi le proprie responsabilità sarà la causa di tutti i suoi mali assieme al diabolico professore. Da ricordare anche la parte di Enrico Maria Salerno, in questo film cronista napoletano da subito convinto dell’innocenza del giovane: un ruolo quasi da caratterista svolto però con la consueta classe. Questo personaggio entrerà quasi in punta di piedi all’interno del film per poi svolgere un ruolo sempre più importante.

Una particolarità è che non c’è il lieto fine, anzi il finale può definirsi “aperto”. Le musiche sono di Riz Ortolani ed è da sottolineare la presenza di un brano – molto bello – dei Nomadi intitolato Mamma giustizia.

Non si può certamente parlare di pellicola da “impegno civile”: è un titolo riconducibile al cinema di genere italiano degli anni 70, non un film di denuncia, ma semplicemente una storia morale nella quale trovano spazio i meccanismi psicologici che caratterizzano un uomo “normale” catapultato improvvisamente in una vicenda più grande di lui.

 

Da Tremonti a Monti e poi al Monte di Pietà.

Finalmente siamo arrivati alla nomina -da parte del capo dello stato*- di Mario Monti a senatore a vita. Un atto che prelude, ovviamente, all’incarico di formare il nuovo governo di unità nazionale o di salute pubblica più volte richiesto dai poteri “forti” (si fa per dire) di questo disgraziato Paese.

La mossa è stata salutata da peana di acclamazioni, ritratti agiografici e sospiri di sollievo da parte di media, come il Corsera, più legati al carro tecno-bancario europeista. Altri importanti giornali, come Il Fatto Quotidiano, sono rimasti più sul vago seguendo l’umore dei propri lettori in buona parte scettici sia sulla figura dell’ex commissario sia sulle politiche che presumibilmente tenterà di imporre.

In realtà l’interpretazione di ciò che sta succedendo non è molto difficile: il governo Berlusconi non è stato tanto sfiduciato dal Parlamento quanto dai cosiddetti mercati, ovvero dalle borse. Si tratta di un processo in corso non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale: la finanziarizzazione dell’economia, della politica e della democrazia. Il passaggio dalla democrazia rappresentativa, come l’abbiamo intesa fino a oggi, alla democrazia dei mercati. Non è più tanto il popolo a decidere (o almeno si cerca di fare in modo che decida sulle cose meno importanti) ma i cosiddetti mercati, le grosse concentrazioni di liquidità che spostandosi da un’azienda a un’altra, da un Paese all’altro, possono determinare il successo o il fallimento delle une e degli altri. La democrazia dei mercati finanziari può decidere di trasformare un Paese come l’Italia – fino a ieri assolutamente solvibile nonostante l’alto debito pubblico – nel vero appestato d’Europa. E può farlo semplicemente con un click.

La democrazia dei mercati finanziari può imporre questa o quella personalità (il caso Monti, appunto), questa o quella scelta di politica economica o estera… il tutto impunemente, con i piccoli – ormai irrilevanti- parlamenti nazionali pronti a svolgere una pura e semplice azione di ratifica.

Questa è la situazione che ci troviamo di fronte. E oramai sono sempre di più gli esponenti più o meno rilevanti di questa cosiddetta tecnocrazia a non porsi nemmeno il problema di dover essere ipocriti.

Di fronte a questo scenario le schermaglie sul “Berlusconi sì, Berlusconi no” hanno il sapore di pure e semplici chiacchiere da bar. Non sono nemmeno più battaglie di retroguarda. Nello scenario che si prospetta Berlusconi appartiene già ad un’era geologica fa e chi continua ad appassionarsi al tema fa la figura di quei tifosi che si prendono a cazzotti per questioni calcistiche mentre probabilmente l’indomani perderanno casa e lavoro. La problematica centrale di questi anni sarà l’individuazione di un nuovo punto di equilibrio tra finanza ed economia e soprattutto tra potere tecnico-finanziario e democrazia rappresentativa. Tra gli ottimati e i cialtroni eletti dal popolo bue (parafrasando il tono usato da Sapelli).
In tutto ciò, l’auspicio è che sempre più persone si rendano conto del pericolo che incombe. Rousseau scrisse: “Tutti corsero incontro alle catene convinti di assicurarsi la libertà“. E’ ciò che rischiamo di fare noi tutti, compresi quei pochi o tanti che anche in Italia cominciano ad aprire gli occhi ma che non riescono a far aprire anche quelli degli altri.

* (consentitemi la minuscola per la parola stato, non soffro di statolatria nonostante tutto…)