Il Grande Racket


« Marescia’, io nun so’ ‘n boia e se moro, moro. Ma si nun moro, me devi promette che c’annamo insieme a sventrarli, quelli… »

(Piero Mazzarelli rivolgendosi a Palmieri)

Film del 1976, diretto da Enzo G. Castellari, con Fabio Testi, Renzo Palmer, Glauco Onorato, Marcella Michelangeli, Vincent Gardenia, Orso Maria Guerrini, Sal Borghese.

Roma. L’ispettore Nicola Palmieri (Fabio Testi) indaga su un giro di estorsori attivi nella capitale. Inizialmente non interviene, ritenendo di poter arrivare ai capi dell’organizzazione, secondo una ben nota logica adottata nelle indagini sulla criminalità organizzata. La banda è composta da brutti ceffi: c’è anche una donna, particolarmente a suo agio nelle azioni a danno di esercenti che con ogni intimidazione possibile vengono indotti a cedere al racket. Palmieri riesce a ottenere, tramite metodi non ortodossi, la collaborazione di alcuni taglieggiati tra cui Luigi Giulti (Renzo Palmer) titolare di una trattoria.

Giulti – unico tra i testimoni – decide di mettere la propria firma sulla denuncia a carico della banda di estorsori, nonostante le pressioni di Palmieri verso il magistrato che si rifiutava di prendere in considerazione denunce anonime. Giulti accetta di farsi carico di questa tremenda responsabilità nonostante la minaccia di vedersi violentata l’unica figlia. La vendetta arriva puntuale: la banda di estorsori rapisce la ragazzina, portandola in una fabbrica dismessa presso la periferia della città, per poi violentarla: traumatizzata da questa terribile esperienza, la figlia di Giulti finirà per togliersi la vita poco tempo dopo.

Dopo la fine della figlia Giulti impazzisce e inizia a farsi giustizia da solo: i primi a cadere sotto i colpi del suo revolver sono proprio due sgherri che commettono l’errore di andare a chiedergli il pizzo dopo avergli di fatto ammazzato la figlia. Giulti li fa secchi entrambi. Ovviamente finisce dentro. In carcere avrà la possibilità, come raccontato a Palmieri, di uccidere altri criminali. Il solo scopo di Giulti, dalla morte della figlia, è infatti quello di fare fuori più criminali possibili.

Palmieri è a corto di informazioni ed è pressato dai suoi superiori che ne contestano i metodi. Si rivolge quindi a un malvivente di mezza tacca – interpretato da Vincent Gardenia – che a patto dell’impunità accetta di infiltrarsi nel racket delle estorsioni. Palmieri viene a sapere chi sono i capi: c’è tutto il fior fiore della criminalità italiana più la direzione dei marsigliesi. E’ un giro grosso che minaccia di prendersi Roma con le estorsioni e il traffico della droga. Ne fa le spese anche un biscazziere come Piero Mazzarelli (Glauco Onorato) che viene indotto con le maniere forti a cedere il suo giro ai nuovi arrivati.

Palmieri organizza un’azione nella quale spera di prendere in trappola il racket e i suoi capi, ma questi riescono a captare le frequenze della polizia e a organizzare le dovute contromosse che provocheranno gravissime perdite per le forze dell’ordine. In tale occasione muore anche il fido sergente Salvatore Velasci (Sal Borghese) amico e collega di Palmieri.

A questo punto i superiori di Palmieri decidono di estromettere lo scomodo poliziotto dalle indagini, di fatto emarginandolo. Palmieri si sente definitivamente fuori gioco, non si considera più nella polizia, e decide di organizzare una vendetta contro il racket. Recluta tutti quelli che possano avere motivi di rivalsa contro l’organizzazione che minaccia di prendersi Roma. Riesce a far evadere una serie di elementi, tra i quali il già citato Giulti (Renzo Palmer), il “solista” del mitra Doringo (Romano Puppo), un tiratore scelto Gianni Rossetti (Orso Maria Guerrini), il già citato Vincent Gardenia.

La resa dei conti arriverà puntuale e violentissima, con una sorta di finale western. Di fatto una amarissima vittoria per l'(ex) ispettore.


«E’ un film fascista. E’ un film abietto. E’ un film idiota. E’ fascista perché, abbinando lo stereotipo del giustiziere solitario con quello del poliziotto reso impotente nell’esercizio del suo dovere dalle norme dello Stato di diritto […], sostiene l’ideologia reazionaria secondo la quale la criminalità non si combatte applicando le leggi, ma contrapponendo violenza a violenza secondo la regola del taglione: dente per dente, uccisione per uccisione»

(Morando Morandini al tempo dell’uscita del film)

Questo è un solo esempio delle prevedibili critiche che Il Grande Racket ricevette nel 1976. In realtà si tratta solo di un film di azione, particolarmente violento e spettacolare. Non c’è alcun bisogno di scomodare il fascismo, ma chiaramente negli anni 70 era facile ricondurre tutto sotto la lente della ideologia. Di fatto non c’è nulla di nuovo, ma tutta la vicenda è bene sviluppata e i personaggi sono correttamente caratterizzati. Certo, si possono notare piccole ingenuità (in alcune occasioni la vernice sparata sulla testa dei “bersagli”) o alcune note grottesche (le “rapine” autorizzate dalla polizia per non smascherare gli infiltrati), ma il clima è tesissimo, dall’inizio alla fine, e culmina in esplosioni di violenza estrema.
Spettacolare la musica dei fratelli De Angelis, capace di accompagnare adeguatamente le scene più cruente di un film che è di diritto nella top five dei poliziotteschi.

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