Le parole chiave della politica italiana.

Una cosa divertente che caratterizza la nostra politica è la corsa a definirsi ciò che non si è. In un certo senso sembra quasi potersi dire che quando un politico si autodefinisce in un modo lo fa per mascherare la sua vera opposta natura. Prendiamo l’aggettivo “liberale”: credo si sia fatto un abuso tale di questo termine da renderlo ormai non più spendibile sulla scena pubblica. Ovviamente questo incongruo utilizzo è stato compiuto da chi -tutt’altro che liberale- era portato a spacciare se stesso e la propria proposta politica in termini di accettabilità se non di nobiltà ideale.
Definirsi liberali piace più o meno a tutti in Italia, salvo poi scoprire (o ricordarsi) che i liberali veri sono sempre stati un’esigua minoranza: i partiti maggioritari erano quelli che proponevano una concezione statolatrica (Partito Nazionale Fascista) o comunque ipertrofica del Leviatano nella sfera economica, sociale, privata (basti pensare al blocco comunista e democristiano).
Fondamentalmente gli italiani non sono liberali: sono anzi piuttosto settari, inclini al manicheismo (a distinguere tra bene e male, dove il male è rappresentato dalla fazione opposta), alla svolta autoritaria, alla ricerca del “messia”, del papa straniero, dell’uomo che decide (salvo poi contestarlo su tutto).
Il liberalismo è l’ideologia politica che meno si presta ai cialtroni, quella che meno favorisce improvvisazioni strumentali o personalistiche. Non ci si può definire liberali se si somma potere economico e politico, se si compie abuso di posizione dominante distorcendo il mercato e i prezzi, se ci si attiva per far fuori chi dissente, se si introducono norme che favoriscono un certo gruppo di amici quando non una singola persona, se si cerca di introdurre leggi che rafforzano lo strapotere degli ordini professionali invece che smantellarli. In politica non si è liberali se non si mette in cura dimagrante lo stato -anche a rischio di scontentare qualcuno- e se in 10 anni di governo quasi ininterrotto non si fa nulla per favorire la mobilità sociale ma anzi si opera per rafforzare consorterie e grumi di potere consolidati.

Un’altra detestabile definizione è quella di “moderato/i”. Che cosa significa? Forse essere educati e poco inclini allo scontro fisico/verbale, mantenere il tono basso nelle dichiarazioni, essere equilibrati nella scelta delle soluzioni politiche per non scontentare nessuno o viceversa scontentare tutti… Può darsi. Peccato che tutta questa moderazione, in realtà, sconfini spesso nella “modestia” delle proposte politiche prospettate. Se ci fate caso, tutti questi che si definiscono “moderati” non hanno un’idea che sia una. Mascherano col loro artefatto “bon ton” un deserto culturale, ideale, politico davvero inquietante. Tra l’altro questi sono i più pericolosi, perchè capaci di essere rassicuranti. Ed il cittadino medio detesta essere spaventato, non vuole gli si rompano le scatole.
Noi italiani abbiamo addirittura utilizzato l’aggettivo “moderato” per distinguere gli islamici “buoni” da quelli “cattivi”: il figlio grande di Gheddafi era un moderato, il presidente siriano era un moderato, i turchi hanno un regime islamico moderato. Abbiamo addirittura individuato dei talebani “moderati” (evidente ossimoro). Si tratta ovviamente di cialtronerie, perchè Assad non è un moderato e non lo è nemmeno il figlio maggiore di Gheddafi. I talebani, poi, agiscono secondo una logica chiarissima per quanto discutibile e non possono per definizione essere dei moderati. Se fossero moderati non sarebbero talebani e viceversa.
Comunque se andassimo a vedere i danni che i cosiddetti “moderati” hanno arrecato al sistema Italia sarebbe davvero il caso di indire un referendum per bandire questo aggettivo dal vocabolario.

Un terzo termine che va molto di moda è “populista”. Che significa? Tendenzialmente essere demagogici e cercare di aizzare il popolo contro le istituzioni. Mi ha particolarmente colpito l’utilizzo che di questo aggettivo fanno alcuni “rispettabili” giornali: parliamo della nobiltà della carta stampata. Per costoro i populisti sono tutti quelli che pongono dubbi sulla gestione bancaria -finanziaria- dell’ economia, della politica, in fin dei conti del mondo. Oppure quelli che si battono contro l’oppressione fiscale. Salvo poi scoprire che questi stessi giornali hanno difficoltà ad andare in edicola quando un sindacato dichiara lo sciopero generale.
Vien proprio da dire: ma da che parte state?

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6 comments

  1. Mi piace questo postLiberale,moderato,populista…temini che ormai tendono a non significare nulla,spesso adoperati fuori contesto,usurati dal tempo e con fini spesso inappropriati e strumentali.La DDR era una democrazia popolare…Io aggiungerei alla tua lista anche il più ambiguo: "progressista".Io credo che questi termini,per le ragioni di cui sopra,siano ormai inadeguati,al pari di destra e sinistra,a decifrare la realtà che stiamo vivendo.La truffaldina guerra di Libia ne è un eclatante esempio,così come l'assoggettamento della politica ala finanza,una sorta di club mafioso capace di mettere in ginocchio il mondo.Che senso hanno questi termini di fronte a queste realtà,se non di creare ambiguità,confusione e anche malafede.Della stampa e dei media in genere poi,non voglio nemmeno parlarne…Domani ti linko,blog interesante.

  2. Ti ringrazio per il commento. In realtà l'aggettivo progressista avevo intenzione di considerarlo, non l'ho fatto solo per non dilungarmi troppo. Ma ci sarà occasione, anche perchè i cosiddetti progressisti sono spesso per la conservazione dello status quo.Mi piace il tuo accenno ai banchieri, se hai dato un'occhiata al blog saprai che la penso allo stesso modo.

  3. I progressisti cosidetti,non fanno altro che invocare governi tecnici dei loro amici banchieri.Ti ho linkato anche nell'altro nostro blog letterario,se ti interessa,Le bateau ivre,www.pojanlive.comsaluti

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