Mese: settembre 2011

Omnibus LA7.

Volevo scrivere due parole su questo simpatico programma di approfondimento politico che va in onda la mattina dalle 7,45 fino alle 9,30 inoltrate. Ho usato l’aggettivo simpatico perchè i conduttori e gli ospiti in studio riescono a dare un taglio gradevole e non urlato alle varie tematiche affrontate. Forse complice l’orario o la certezza di non essere seguiti da milioni di telespettatori il clima è rilassato, favorevole ad una discussione pacata anche se mai seriosa. La struttura del programma prevede fondamentalmente due varianti: gli ospiti in studio sono o giornalisti o parlamentari. Personalmente preferisco la prima soluzione. Un dato apprezzabile è che i vari schieramenti politici siano sempre equamente rappresentati. I conduttori, poi,  hanno un certo stile e risultano essere ben preparati (soprattutto coltivano il buon gusto di non interrompere in continuazione gli intervistati).

Ultimamente ho notato trasmissioni “miste” con dentro sia politici che giornalisti. Il sospetto è che gli ascolti premiassero più i secondi e che quindi si sia pensato ad una via di mezzo non potendo rinunciare ad invitare i parlamentari.

Nella opinione generale giornalisti e politici non godono di grande considerazione, tuttavia Omnibus LA7 riesce a rendere più accettabili per un’ora e mezza abbondante sia gli uni che gli altri. Più precisamente i politici assomigliano sempre a se stessi, con tutto il loro carico di bugie, ignoranza e frasi fatte ma appaiono “depotenziati” dalla mattina presto e dal fatto di trovarsi all’interno di una trasmissione sconosciuta ai più mentre i giornalisti – anche di testate “nemiche” – dimostrano qualità insospettate di tolleranza reciproca e di simpatia.

Omnibus LA7 è un piccolo, significativo, esempio di come si possa fare informazione politica in modo non sguaiato, con un pizzico di ironia, pochi narcisismi, senza nulla togliere alla serietà ed alla capacità di approfondimento.

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Luca il contrabbandiere

Luca il contrabbandiere si caratterizza per una storia molto semplice ma ciò risulta tutt’altro che controproducente. Quando Fulci si autodefiniva “terrorista dei generi” sapeva quello che diceva e questo film ne è un esempio concreto. La trama si incentra su ciò che effettivamente accadeva a Napoli verso la metà degli anni 70, ovvero la nuova criminalità dei trafficanti di droga contrapposta a quella più tradizionale dei contrabbandieri, delle bische e della prostituzione. L’elemento dirompente però non è quello camorristico bensì “marsigliese”: i nuovi arrivati pretendono di imporre lo spaccio della droga a Napoli servendosi delle strutture messe in piedi dai contrabbandieri, ovviamente non esitando ad usare tutte le armi a propria disposizione per raggiungere l’obiettivo (dall’intimidazione all’omicidio, dalla corruzione al sequestro di persona). Tutto inizia con una “soffiata” che fa perdere ai contrabbandieri un affare da circa 200 milioni dell’epoca. Da qui iniziano le indagini interne per capire chi sia stato l’infame. Luca e il fratello si impegnano in tal senso coinvolgendo anche un terzo contrabbandiere dai modi molto ambigui (Luigi Perlante, interpretato da Saverio Marconi). I sospetti convergono su un quarto personaggio, uno dei più potenti mammasantissima napoletani (don Sciorino, alias Ferdinando Murolo). Ma l’elemento che fa trasformare Luca da semplice contrabbandiere ad una sorta di giustiziere è l’assassinio di suo fratello (Enrico Maisto) ad un posto di blocco. Cosa singolare, dato che si tratta di sicari travestiti da poliziotti. Luca si salva per miracolo e decide di vendicarsi ritenendo di poter individuare il mandante dell’omicidio proprio nel boss rivale del fratello, ovvero Sciorino. Si intrufola pertanto nella villa del boss ma dopo essere stato placcato e pestato capisce finalmente di aver sbagliato persona.

 A questo punto entra sempre più nel gioco la figura del marsigliese (il convincente Marcel Bozzuffi), un misto di eleganza francese e spietatezza. E si può dire come la storia sia tutta qui: da un lato i rappresentanti di una nuova malavita senza scrupoli, dall’altro il vecchio ordine caratterizzato da un cosiddetto “codice d’onore”.

Il film è godibile, oltre che per la semplicità della trama, per le numerose scene d’azione e per la presenza di alcuni innesti splatter. Si tratta fondamentalmente di un violentissimo noir. Da segnalare, a tale proposito, lo sfregio compiuto ai danni di una bella spacciatrice dallo spietatissimo marsigliese, oppure le ripetute inquadrature su cadaveri scarnificati da un’esplosione o anche i primi piani su teste/gole che esplodono dopo essere state colpite da raffiche di mitra. Si tratta di particolari cruenti che sono caratterizzanti Fulci e che poi verranno ulteriormente potenziati negli horror dello stesso regista (c’è da dire che in questo film siamo già piuttosto avanti). <i>Luca il contrabbandiere</i> è in definitiva un film romantico, che parteggia chiaramente per la vecchia malavita di un tempo capace di rispettare donne e bambini e di rifiutare la droga (significativa la frase finale del vecchio boss: “Qui a Napoli abbiamo il mare e il sole, che ce ne facciamo della droga?”). Tutta la pellicola si inquadra in questo contesto: Luca è soltanto uno strumento per ribadire un vecchio ordine che cerca di resistere in tutti i modi al nuovo imperniato sullo spaccio della droga. Per certi versi si può dunque dire come Testi sia un protagonista non protagonista, nel senso che il suo personaggio è uno strumento narrativo e non il soggetto della storia stessa. La vecchia malavita -gli anziani mammasantissima che un tempo erano i padroni incontrastati di Napoli- si riunirà un’ultima volta per aiutare Luca a sconfiggere l’assalto della “modernità” (ed è in questa scena che compare, in un piccolo cameo, lo stesso Lucio Fulci).

La storia è piuttosto reale anche se nel 1980 il romantico mondo dei contrabbandieri era già stato soppiantato dalle nuove organizzazioni camorristiche rese potentissime dall’enorme afflusso di denaro proveniente dallo smercio degli stupefacenti. La droga era già sbarcata a Napoli, nonostante il sole e il mare.

Le parole chiave della politica italiana.

Una cosa divertente che caratterizza la nostra politica è la corsa a definirsi ciò che non si è. In un certo senso sembra quasi potersi dire che quando un politico si autodefinisce in un modo lo fa per mascherare la sua vera opposta natura. Prendiamo l’aggettivo “liberale”: credo si sia fatto un abuso tale di questo termine da renderlo ormai non più spendibile sulla scena pubblica. Ovviamente questo incongruo utilizzo è stato compiuto da chi -tutt’altro che liberale- era portato a spacciare se stesso e la propria proposta politica in termini di accettabilità se non di nobiltà ideale.
Definirsi liberali piace più o meno a tutti in Italia, salvo poi scoprire (o ricordarsi) che i liberali veri sono sempre stati un’esigua minoranza: i partiti maggioritari erano quelli che proponevano una concezione statolatrica (Partito Nazionale Fascista) o comunque ipertrofica del Leviatano nella sfera economica, sociale, privata (basti pensare al blocco comunista e democristiano).
Fondamentalmente gli italiani non sono liberali: sono anzi piuttosto settari, inclini al manicheismo (a distinguere tra bene e male, dove il male è rappresentato dalla fazione opposta), alla svolta autoritaria, alla ricerca del “messia”, del papa straniero, dell’uomo che decide (salvo poi contestarlo su tutto).
Il liberalismo è l’ideologia politica che meno si presta ai cialtroni, quella che meno favorisce improvvisazioni strumentali o personalistiche. Non ci si può definire liberali se si somma potere economico e politico, se si compie abuso di posizione dominante distorcendo il mercato e i prezzi, se ci si attiva per far fuori chi dissente, se si introducono norme che favoriscono un certo gruppo di amici quando non una singola persona, se si cerca di introdurre leggi che rafforzano lo strapotere degli ordini professionali invece che smantellarli. In politica non si è liberali se non si mette in cura dimagrante lo stato -anche a rischio di scontentare qualcuno- e se in 10 anni di governo quasi ininterrotto non si fa nulla per favorire la mobilità sociale ma anzi si opera per rafforzare consorterie e grumi di potere consolidati.

Un’altra detestabile definizione è quella di “moderato/i”. Che cosa significa? Forse essere educati e poco inclini allo scontro fisico/verbale, mantenere il tono basso nelle dichiarazioni, essere equilibrati nella scelta delle soluzioni politiche per non scontentare nessuno o viceversa scontentare tutti… Può darsi. Peccato che tutta questa moderazione, in realtà, sconfini spesso nella “modestia” delle proposte politiche prospettate. Se ci fate caso, tutti questi che si definiscono “moderati” non hanno un’idea che sia una. Mascherano col loro artefatto “bon ton” un deserto culturale, ideale, politico davvero inquietante. Tra l’altro questi sono i più pericolosi, perchè capaci di essere rassicuranti. Ed il cittadino medio detesta essere spaventato, non vuole gli si rompano le scatole.
Noi italiani abbiamo addirittura utilizzato l’aggettivo “moderato” per distinguere gli islamici “buoni” da quelli “cattivi”: il figlio grande di Gheddafi era un moderato, il presidente siriano era un moderato, i turchi hanno un regime islamico moderato. Abbiamo addirittura individuato dei talebani “moderati” (evidente ossimoro). Si tratta ovviamente di cialtronerie, perchè Assad non è un moderato e non lo è nemmeno il figlio maggiore di Gheddafi. I talebani, poi, agiscono secondo una logica chiarissima per quanto discutibile e non possono per definizione essere dei moderati. Se fossero moderati non sarebbero talebani e viceversa.
Comunque se andassimo a vedere i danni che i cosiddetti “moderati” hanno arrecato al sistema Italia sarebbe davvero il caso di indire un referendum per bandire questo aggettivo dal vocabolario.

Un terzo termine che va molto di moda è “populista”. Che significa? Tendenzialmente essere demagogici e cercare di aizzare il popolo contro le istituzioni. Mi ha particolarmente colpito l’utilizzo che di questo aggettivo fanno alcuni “rispettabili” giornali: parliamo della nobiltà della carta stampata. Per costoro i populisti sono tutti quelli che pongono dubbi sulla gestione bancaria -finanziaria- dell’ economia, della politica, in fin dei conti del mondo. Oppure quelli che si battono contro l’oppressione fiscale. Salvo poi scoprire che questi stessi giornali hanno difficoltà ad andare in edicola quando un sindacato dichiara lo sciopero generale.
Vien proprio da dire: ma da che parte state?

Quando ciascuno guarda al proprio ombelico…

Diverse persone con i capelli bianchi affermano come quella attuale sia, per l’Italia, la crisi più grave dal dopoguerra. Addirittura peggiore rispetto agli anni di piombo. Tra l’altro non è da escludere che ci possa essere un qualche legame tra i due periodi, se non proprio di causalità almeno sotto il profilo della gestione finanziaria dello stato.

Paolo Cirino Pomicino ha dichiarato che i politici della sua generazione avevano dovuto salvare il Paese dal terrorismo. Sulla base di questa esigenza, l’ex ministro democristiano giustificava le cosiddette “baby” pensioni, la politica assistenziale, l’espansione abnorme dello stato nell’economia, l’esplosione della spesa pubblica non diretta agli investimenti e alle infrastrutture. Altri parlano invece di “democrazia acquisitiva” per delineare il quadro degli anni 70-80(in realtà si potrebbe allargare l’ambito temporale). Ovvero una politica che compra il consenso attraverso l’elargizione di mance, posti pubblici, pensioni, assistenzialismi vari. Tutto a scapito del bilancio pubblico e delle future generazioni, ovviamente. In realtà, non è detto che le due tesi siano in contrapposizione: anzi, in termini diversi esprimono il medesimo concetto. Acquisire il consenso, mantenere narcotizzata l’Italia e prosciugare il potenziale “brodo di coltura” favorevole ai piani eversivi di qualche pericolosa testa calda. Una spiegazione contemporaneamente autoassolutoria ma non priva di qualche aggancio alla realtà.

Se guardiamo la serie storica del debito pubblico italiano, assistiamo ad una continua salita a partire dal 1970, con qualche significativa flessione intorno alla fine degli anni 90 (non però durante i governi Amato-Ciampi, come scrive la vulgata corrente) dovuta alle politiche virtuose adottate per entrare nell’euro e grazie ad una congiuntura economica molto diversa rispetto a quella attuale. Alcune isolate voci si erano levate anche in Italia circa la pericolosità dell’operazione-euro, ma vennero tacitate con l’attribuzione dell’infamante marchio di “euroscetticismo”. Costoro, tra i quali in primis Antonio Martino, avevano messo in guardia dai pericoli insiti nella costruzione di una moneta unica senza lo stato, cosa mai successa nella ormai lunga e travagliata storia dell’umanità. E’ sempre nato prima lo stato rispetto alla moneta, ma in questo caso si decise di fare il contrario lasciando il timone dell’Europa ai banchieri ed ai cosiddetti tecnocrati. D’altronde, non c’era nemmeno bisogno di uno stato perchè la nuova moneta sarebbe stata coniata dalla cosiddetta Banca Centrale Europea -in barba agli insegnamenti e moniti che già a suo tempo aveva lanciato Thomas Jefferson indimenticato presidente americano- ma in linea con quanto purtroppo succede anche negli Stati Uniti. Ovviamente i media non si occupavano di simili quisquilie ed era tutto un peana di felicitazioni e festeggiamenti sul grande traguardo storico appena ottenuto. Anzi, comparivano insistiti articoli nei quali si plaudiva alla “indipendenza dei banchieri” rispetto alla politica. Di quale traguardo parlavano? Forse l’essere governati da un pool di banchieri con la conseguente irrilevanza dell’unico organo eletto, ovvero il Parlamento Europeo?

Sono passati 10 anni e stiamo qui a dolerci del fatto che la politica (la democrazia) sia sostanzialmente impotente rispetto al potere bancario e finaziario. Abbiamo un sistema nel quale pochi guru della finanza possono decidere di far saltare un Paese se non addirittura un sistema come quello dell’euro. Si è creata, in pochissimi anni, una nuova divisione del lavoro che ha favorito delocalizzazioni ed enormi spostamenti di capitali da un Paese all’altro, da un continente all’altro. Si sono aperti i mercati senza prima preoccuparsi di individuare un nucleo minimo di regole che evitassero ad alcune economie di fare concorrenza sleale sulle altre.

In tutto questo caos, noi italiani abbiamo la sfortuna di una classe “dirigente” totalmente inadeguata (volendo usare un eufemismo). Si tratta di personaggi davvero incredibili, delle tragiche macchiette, che si arrabattano nei loro intrallazzi mentre l’Italia è sull’orlo dell’abisso. Un coacervo di utilizzatori finali, ruffiani, papponi, puttane, ladri di polli, approfittatori, ricattatori, spioni, da lasciare francamente basiti. C’è forse da sospettare che alla fine del destino dell’Italia non freghi niente a nessuno. C’è anche chi ci vedrebbe bene come protettorato di Francia e Germania, perchè tanto “noi siamo dei cialtroni incapaci di autogovernarci”. Indubbiamente i veri Padri della Patria (quelli Risorgimentali, per intenderci) si staranno rivoltando nella tomba. C’era da aspettarsi un epilogo diverso? Credo di no: alla fine, della nostra sovranità non ce n’è importato mai nulla. Abbiamo sempre fatto a gara a porci sotto la “garanzia” di qualche altro fino ad arrivare a questo sogno presto tramutatosi in disgraziatissimo incubo, chiamato in vari modi: Europa, Euro, BCE aka Globalizzazione.

IL PROFETA.

A PROPOSITO DI NOIR, VORREI SEGNALARE QUESTO BEL FILM DI JACQUES AUDIARD. SI TRATTA DELLA STORIA DI MALIK, UN GIOVANE ARABO FINITO IN GALERA A SEGUITO DELL’AGGRESSIONE AD UN AGENTE (REATO PUNITO CON MOLTA SEVERITà IN FRANCIA). MALIK FA PARTE DI QUELLA TIPOLOGIA DI ARABO NON PRATICANTE ED IN REALTà NEMMENO TROPPO PORTATO A FRATERNIZZARE CON QUELLI DELLA SUA ETNIA. E’ IGNORANTE, NON SA Nè LEGGERE Nè SCRIVERE. AVENDO PERSO I GENITORI IN TENERA ETà ED ESSENDO FINITO IN UN ORFANOTROFIO NON SA FARE NULLA, Nè CONOSCE I PRECETTI DEL CORANO. BEVE ALCOLICI, MANGIA CARNE DI MAIALE, NON FREQUENTA GLI ALTRI ARABI PRESENTI NEL PENITENZIARIO. HA PERò LA FORTUNA/SFORTUNA DI ESSERE NOTATO DA UN BOSS CORSO CHE è INTENZIONATO AD ELIMINARE UN ARABO SUO CONCORRENTE NEL TRAFFICO DI STUPEFACENTI: MALIK PUò ESSERGLI UTILE PERCHè PIACE ALL’ARABO (I DUE AVEVANO AVUTO MODO DI CONOSCERSI NELLE DOCCE DEL CARCERE). LA PROPOSTA DEL CORSO è DI QUELLE CHE NON SI POSSONO RIFIUTARE: UCCIDI L’ARABO O IO UCCIDO TE. IL POVERO MALIK ENTRA IN STATO CONFUSIONALE: UCCIDERE NON FA PARTE DELLA SUA ETICA (AMMESSO NE ABBIA UNA). IN REALTà AVREBBE SOLO VOGLIA DI FARSI GLI AFFARI PROPRI E SCONTARE GLI ANNI CHE IL GIUDICE GLI HA INFLITTO SENZA TROPPI PROBLEMI. DI CONSEGUENZA CERCA IN TUTTI I MODI DI DIVINCOLARSI DAL MORTALE ABBRACCIO DEL CORSO: PROVA A SEGNALARE IL CASO ALLA DIREZIONE DEL CARCERE, PROVA A PESTARE SENZA MOTIVO UN DETENUTO PER GUADAGNARE L’ISOLAMENTO MA IN TUTTI I CASI VIENE RAGGIUNTO DAGLI UOMINI DEL CORSO CHE LO BRUTALIZZANO INDUCENDOLO, INFINE, AD ACCETTARE L’INCARICO. E’ QUI CHE INIZIA UNA SORTA DI ADDESTRAMENTO: MALIK DOVRà, GRAZIE ALLA COMPLICITà DEI CARCERIERI CORROTTI, PRESENTARSI PRESSO LA CELLA DELL’ARABO FINGENDO DI VOLER AVERE UN RAPPORTO SESSUALE CON LUI SALVO POI TAGLIARGLI LA GOLA CON UNA LAMETTA PREVENTIVAMENTE NASCOSTA DENTRO LA BOCCA. GLI UOMINI DEL CORSO INSEGNANO A MALIK LE MOSSE DA FARE (SPESSO ACCOMPAGNANDO LA DIDATTITA COL CONGRUO NUMERO DI BOTTE) MA SARà L’IMPROVVISAZIONE, LA DISPERAZIONE, L’ISTINTO DI AUTOTUTELA A PERMETTERE A MALIK DI ASSASSINARE L’ARABO. COSì FACENDO RISCATTERà LA SUA VITA. DA QUEL MOMENTO IN POI, INFATTI, ENTRA DEFINITIVAMENTE NELL’ORBITA DEL CORSO E DEL SUO CLAN, UNICO ARABO DEL GRUPPO. QUESTO GLI COSTERà LA DIFFIDENZA SE NON IL DISPREZZO DEGLI ALTRI ARABI. AVRà PERò LA POSSIBILITà DI COMINCIARE A SCALARE LE GERARCHIE, IMPARANDO LA DURA LEGGE DEL CARCERE E DELLA MALAVITA. VERRà INFATTI ALFABETIZZATO ED ISTRUITO AL LAVORO MANUALE TRAMITE UNA COOPERATIVA CHE OPERA ALL’INTERNO DEL CARCERE. QUì CONOSCERà IL SUO FUTURO FRATELLO, RYAD, MALATO DI CANCRO AI TESTICOLI MA ANCORA IN GRADO DI SUPPORTARE MALIK NEL SUO RISCATTO DENTRO E FUORI DAL CARCERE. LO STESSO MALIK OTTERRà, PER BUONA CONDOTTA, LA POSSIBILITà DI LASCIARE DURANTE IL GIORNO IL CARCERE: UFFICIALMENTE PER LAVORARE IN UN’OFFICINA, IN REALTà PER SBRIGARE GLI AFFARI CHE IL CORSO HA ALL’ESTERNO (“TU MI APPARTIENI, LE TUE USCITE MI APPARTENGONO” GLI DICE L’ANZIANO BOSS). A SEGUITO DI QUESTE USCITE SI DETERMINERANNO MOLTE VICENDE, SPESSO VIOLENTE, CHE VARRANNO AL GIOVANE MALIK IL SOPRANNOME DI “PROFETA” (DATOGLI DA UN PERICOLOSO MALAVITOSO PER LA SUA CAPACITà DI PREVEDERE GLI EVENTI). LA CATENA DEGLI AVVENIMENTI E LA CRESCENTE IMPORTANZA DI MALIK LO PORTERANNO AD UCCIDERE IN UN’AZIONE ESTREMAMENTE EFFERATA IL CONCORRENTE DI LUCIANI, IL BOSS CORSO CHE LO COMANDA ANCORA DA DIETRO LE SBARRE.

QUANDO HO VISTO “IL PROFETA” HO PENSATO SUBITO, CON UN CERTO RAMMARICO, ALLA DIFFERENZA CHE PASSA TRA UN BUON NOIR FRANCESE ED UN “BUON” NOIR ITALIANO. PRATICAMENTE LA STESSA TRA UNO CHAMPAGNE DOM PERIGNON ED UN DISCRETO SPUMANTE, ADATTO A FESTEGGIARE L’ANNO NUOVO CON GLI AMICI. DETTO IN TERMINI CHIARI, HO MENTALMENTE CONFRONTATO QUESTO FILM COL VALLANZASCA DI PLACIDO. D’ACCORDO, IL PERIODO STORICO TRATTATO NEI FILM è MOLTO DIVERSO, COSì COME IL CONTESTO SOCIALE/RAZZIALE DESCRITTO. PERò C’è OBIETTIVAMENTE UN ABISSO, UNA DIFFERENZA DI VALORI CHE IN BUONA FEDE NON PUò NON ESSERE NOTATA. NE “IL PROFETA” ABBIAMO DEGLI ATTORI FANTASTICI, A PARTIRE DAI DUE PRINCIPALI(Tahar Rahim e Niels Arestrup). ABBIAMO DEI TRUCIDI DEGNI DEI MIGLIORI POLIZIESCHI ITALIANI DEGLI ANNI 70, LADDOVE IN “VALLANZASCA” ,CHE PURE QUEL PERIODO AVREBBE DOVUTO RAPPRESENTARE, SI VEDONO DEGLI IMPACCIATI ATTORI CON MESSE IN PIEGA ED ABITI GROTTESCHI. USO L’AGGETTIVO “GROTTESCO” PERCHè TUTTO SOMIGLIA AGLI ANNI 70, MA è CHIAMENTE FATTO NEL 2010. NE “IL PROFETA” I PERSONAGGI SONO CARATTERIZZATI, HANNO DEI TIC, UNA PERSONALITà, UNO STILE CHE TE LI FA RICORDARE A LUNGO: IN “VALLANZASCA”, A PARTE IL GRANDE ROSSI STUART, ABBIAMO DEI PUPAZZI COMINCIANDO DA CHI AVREBBE DOVUTO IMPERSONARE TURATELLO (OVVERO SCIANNA). NE “IL PROFETA” ABBIAMO DIALOGHI CREDIBILI, UN COMMENTO MUSICALE SEMPRE IN LINEA CON LA TENSIONE DEL FILM, UNA VIOLENZA TERRIBILE MA CREDIBILE. SI HA LA POSSIBILITà DI ENTRARE IN UN CARCERE FRANCESE E QUASI SENTIRNE L’ODORE. DETTO IN ALTRI TERMINI, SI HA QUELLO CHE KINSKI DEFINIVA “REALISM”. TUTTO CIò TENDE A LATITARE PESANTEMENTE NEL FILM DI PLACIDO, TRANNE NELLE SCENE DEL CARCERE.

“IL PROFETA” HA VINTO 8 CESAR FRANCESI ED è ENTRATO NELLE NOMINATION AGLI OSCAR COME MIGLIOR FILM STRANIERO. MA CIò NON CONTA, ANCHE SE SI TRATTA DI RICONOSCIMENTI. QUELLO CHE è IMPORTANTE SOTTOLINEARE è LA COMPLESSITà, LA CAPACITà, IL CUORE, L’ESPERIENZA E L’ATTENDIBILITà CHE RICHIEDE NECESSARIAMENTE UN NOIR. APPUNTO “IL PROFETA” è UN CASO DI STUDIO SU COME DOVREBBE ESSERE FATTO UN NOIR.