Se questo è un "progressista"…

Mi ha particolarmente colpito un articolo dell’ex magistrato Bruno Tinti sul Fatto Quotidiano on line.
Lo scritto verteva su vari temi, tra i quali l’abolizione del valore legale del titolo di studio, osservazioni di carattere economico e sociologico. A parte l’eterogeneità degli argomenti trattati, l’opinabilità di concetti che sembravano essere palesati da Tinti come un qualcosa di pacifico ed oggettivo, è stata particolarmente fastidiosa la frase in cui si evidenziava che “la corsa alla laurea non è un bene: abbassa il livello qualitativo dei laureati, incrementa a dismisura la concorrenza, diminuisce il livello delle retribuzioni e delle prestazioni professionali.”(1). Detto in altri termini, Tinti, riteneva che vi sia un qualche legame tra numero di laureati e preparazione degli stessi. Oppure che la qualità di una determinata professione dipenda dal numero di operatori . Tra l’altro non è nemmeno vero che in Italia ci siano troppi laureati (semmai è l’opposto). Una moderna società non può prescindere -anche per il corretto funzionamento della democrazia- da un sapere il più possibile condiviso. Solo un potere autoreferenziale, in un certo senso dispotico e mafioso, può essere interessato a che i cittadini (in realtà sudditi o clientes) versino in uno stato di ignoranza. Nei Paesi avanzati non si è mai sentito un discorso del tipo “ci sono troppi laureati”. Il presidente Obama, in molteplici discorsi, si è riferito al valore della conoscenza, alla necessità che gli americani studino e si preparino alle sfide del futuro. Lo stesso è stato fatto in tutte quelle società che aspiravano ad avere un proprio ruolo nel mondo. Se oggi in Italia ci sono molti laureati disoccupati non è perchè “è meglio lasciar perdere lo studio e dedicarsi ad altro” ma perchè viviamo in una società sclerotizzata dove la mobilità sociale è assente e le rendite di posizione (per appartenenza massonica, familistica o partitica) sono garantite. Il problema italiano è quello di mettere in moto una società bloccata da corporazioni e conflitti di interesse, cioè creare opportunità, non limitare quelle poche che ci sono ad alcuni privilegiati. L’Italia ricopre l’ottantesima posizione nella classifica mondiale nel campo delle libertà economiche (2) mentre in quello della libertà di stampa il 50 esimo(3), in compagnia di Paesi non proprio avanzati. Francamente se Tinti è un “progressista” c’è da rabbrividire.
 
(1) http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/29/si-fa-presto-a-dire-laurea/148549/
(2) http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=7521
(3) http://rovato5stelle.wordpress.com/2010/10/22/classifica-liberta-di-stampa-2010-italia-come-il-burkina-faso/

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