Mese: luglio 2011

Un premier commissariato è meglio che vada a casa.

Negli ultimi 15 giorni ha fatto molto rumore il silenzio di Silvio Berlusconi. Due gli avvenimenti più importanti: la sentenza sul lodo Mondadori e l’ondata speculativa che ha colpito (sta colpendo) l’Italia. Quest’ultima ha poi portato, a cascata, l’approvazione di una manovra economica il cui impatto viene calcolato in 70 miliardi di euro. Se si pensa che la finanziaria Amato del 92 era stata di 90 miliardi di lire si può capire la rilevanza di ciò che è stato votato venerdì scorso.
C’è da sottolineare come questa manovra abbia cambiato più volte la propria ragione giustificatrice. Inizialmente si era preventivato un impegno da 35 miliardi per arrivare al pareggio di bilancio nel 2014; successivamente, con la speculazione che ha colpito l’Italia, i tempi sono stati drammaticamente accorciati ed hanno portato ad un’approvazione lampo.

L’obiettivo di un simile provvedimento economico-finanziario è divenuto duplice: non solo il pareggio di bilancio nel 2014 ma anche allontanare, nell’immediato, l’Italia dalle mire speculative. Tutto questo porta a dover riflettere sulla velocità degli avvenimenti che si verificano in un mondo globalizzato, com’è quello attuale, nel quale gli speculatori possono decidere di attaccare oggi la Grecia, domani il Portogallo, dopodomani la Spagna e poi l’Italia.
“Too big to fail” dicevano alcuni per Lehman Brothers. Sappiamo com’è andata. Ed attenzione, il discorso in tal senso è talmente vero che già ad agosto potrebbero fare default gli Stati Uniti (come modestamente avevamo presagito un anno fa). Questo significa che nessuno è al riparo.

Che cosa accomuna Paesi diversissimi come Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia e Stati Uniti? Praticamente nulla se non l’enorme grado di indebitamento. In realtà Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna hanno degli enormi problemi di conti pubblici ma anche di debito privato (al contrario dell’Italia). L’Italia ha un debito pubblico al 120% del Pil ma un patrimonio immobiliare pubblico (dello Stato) e privato (dei cittadini) ben più rilevante. Inoltre gli italiani sono dei risparmiatori, nonostante 10 anni di euro. L’Italia ha poi un grande problema di credibilità internazionale. I mercati semplicemente non credono ai nostri politici, a chi ci rappresenta. E sotto questo aspetto c’è da registrare una sorprendente concordanza tra speculatore e uomo della strada.

In tutto questo contesto ha fatto impressione l’atteggiamento di totale silenzio tenuto da Silvio Berlusconi, nel momento in cui l’Italia era sotto attacco. Mutismo assoluto nei giorni in cui si decideva l’approvazione e il tenore della manovra economica . E’ certamente inquietante che un primo ministro abbia paura di parlare per non alterare (in negativo) i mercati. Se così fosse lo stesso Berlusconi dovrebbe essere il primo a riconoscere la propria impresentabilità. La conseguenza sarebbe quella di rassegnare le dimissioni. Se invece è stato zitto perchè scioccato dalla sentenza sul lodo Mondadori emergerebbe ancora una volta il suo gigantesco conflitto di interessi, che niente ha a che vedere con l’etica liberale da lui più volte sbandierata . In realtà è assai probabile che il governo sia agli sgoccioli dato che sarà  necessario varare un’ulteriore manovra prima della fine dell’anno. Tale eventualità è concreta soprattutto nel caso in cui lo spread tra bund tedeschi e titoli di stato italiani dovesse mantenersi su alti livelli. Ovviamente questa incombenza potrebbe porre la parola fine all’attuale compagine governativa, tenendo conto delle modalità con le quali è stata partorita l’ultima manovra.

Certo è che un Presidente del Consiglio dovrebbe essere il primo a prendersi la responsabilità di certi provvedimenti senza mandare avanti il ministro dell’economia o farsi scavalcare dal Presidente della Repubblica. Sembra quasi che Berlusconi sia lì per caso, soprattutto quando lo si sente fare dichiarazioni del tipo: “non volevo la guerra in Libia” oppure quando si nasconde durante l’approvazione di un provvedimento economico finanziario che grava enormemente sulle tasche già vuote dei contribuenti.

In realtà, è bene che un premier commissariato, stanco, imbolsito se ne vada a casa.
L’Italia non può rimanere appesa per altri due anni. I mercati ce l’hanno detto chiaro e tondo.

Annunci

Tre divertenti storielle sulla Casta.

L’altro giorno ho avuto l’opportunità di “ripassare” gli emolumenti dei consiglieri regionali in Italia.
Mi ha colpito, in particolare, il dato della Sardegna: più di 11 mila euro mensili a consigliere. Si tratta del doppio rispetto a quanto percepito, per esempio, dai colleghi piemontesi. Assieme alla Sardegna figuravano altre regioni dalla situazione economica non propriamente florida come Puglia, Campania e Calabria. (1)
Probabilmente c’è una regola non scritta per la quale gli emolumenti dei consiglieri regionali devono essere inversamente proporzionali all’economia del luogo.
In particolare appare sconcertante la situazione della Sardegna con circa 350 mila persone prossime alla soglia della povertà (su una popolazione totale di 1,6 milioni), il 50% di disoccupazione giovanile nella città di Cagliari ed un PIL in gran parte legato alle fortune della SARAS (tristemente nota per gli incidenti sul lavoro e per l’inquinamento che devasta la salute degli abitanti delle zone vicine). Ovviamente, però, la sede sociale SARAS si trova a Milano.
L’ultima manifestazione delle partite IVA svoltasi a Cagliari (oltre 10 mila persone) è paradigmatica di una regione sull’orlo del collasso. Tra l’altro i sardi non sono propriamente noti per la lamentela facile. Di conseguenza il fatto che tanta gente, non inquadrabile politicamente, abbia invaso le strade cagliaritane la dice lunga sul grado di malessere nell’isola.
Il cosiddetto governo regionale, la classe politica locale in genere, è assente (se si escludono poche eccezioni). Una vera e propria casta di mandarini, chiusa nel palazzo, arrogante, ignorante ed autoreferenziale. Una classe di incapaci. Parliamo di un ceto politico assai  “chiacchierato”  occupato a praticare il clientelismo per perpetrare il proprio potere all’infinito (viene da chiedersi come mai la magistratura sarda dia una certa sensazione di “disinteresse”).
In un simile contesto, il fatto che la classe politica locale si premi con retribuzioni soggettive da oltre 11 mila euro è assolutamente vergognoso se non criminale.

Un altro interessante caso è certamente quello dell’abolizione delle Province. La settimana scorsa c’è stata in Parlamento una proposta di legge presentata da IDV e UDC tendente ad eliminare questo inutile ente intermedio. Naturalmente la legge non è passata, grazie al voto contrario di PDL-LEGA e all’astensione del PD. L’abolizione delle Province era teoricamente presente nel programma del centro-destra ma l’opposizione leghista e la scarsa determinazione del PDL ha reso impossibile la concretizzazione di una simile prospettiva. Stupisce anche l’astensione del PD. Questo partito ha motivato la scelta dell’astensione con la necessità di avviare una riforma più organica (costituzionale e legislativa ordinaria) capace di accompagnare l’abolizione delle Province. In realtà è assai più probabile che a qualcuno venga l’idea di raccogliere le firme per un referendum capace magari di associarsi a quello per l’eliminazione del “Porcellum”. Certamente non serve una legge di iniziativa popolare come sembra voler fare l’IDV.

Una terza curiosità riguarda la mobilitazione degli avvocati-parlamentari contro una norma presente in Finanziaria capace di portare all’abolizione dell’ordine degli avvocati (2). A questa norma può essere associata a quella proposta da Antonio Di Pietro tendente ad imporre una scelta secca tra professione e impegno parlamentare (3). Come si sa il Parlamento pullula di avvocati e ciò sta alla base della vergognosa proposta di “riforma” della professione forense che nessuno ha avuto ancora il coraggio di votare (forse lo faranno nottetempo). Si tratta di un vero e proprio trionfo di corporativismo che sostanzialmente si prefigge di chiudere l’accesso alla professione forense da parte di nuovi soggetti .
E’ poi lecito pensare che lo “sdoppiamento” tra professione e impegno politico favorisca il parlamentare-avvocato ma non certo il suo elettore-cliente(nel senso di assistito in un procedimento penale, civile o amministrativo). Molti utilizzano il seggio politico per incrementare il giro d’affari del proprio studio legale, in realtà non facendo efficacemente nè l’avvocato nè tantomeno il parlamentare. Ovviamente un simile problema riguarda anche altre professioni, come quella medica: non a caso il parlamentare che ha collezionato più assenze in assoluto in questa legislatura è proprio un medico.

Questi tre semplici spunti fanno davvero sospettare che in Italia esista un problema “antropologico”, sia a livello di comportamenti individuali che di etica pubblica. E non è escluso che tra i due piani sussista un rapporto.

Riferimenti:
(1) http://www.unionesarda.it/Articoli/Articolo/228631
(2) http://www.ilquotidianoitaliano.it/politica/2011/07/news/manovra-avvocati-e-notai-del-pdl-in-rivolta-%C2%ABno-alla-norma-sugli-ordini%C2%BB-102495.html/
(3) http://www.repubblica.it/politica/2011/05/04/news/di_pietro_proposta_legge_avvocati-15774481/

Indro Montanelli parla della P2.

La loggia massonica Propaganda Due, più nota come P2, già appartenente al Grande Oriente d’Italia, è stata una loggia “coperta”, cioè segreta, nata per reclutare nuovi adepti alla causa massonica con evidenti fini di sovversione dell’assetto socio-politico-istituzionale italiano.

Questa circostanza, insieme alla caratteristica di riunire in segreto circa mille personalità di primo piano, principalmente della politica e dell’Amministrazione dello Stato italiano, suscitò uno dei più gravi scandali politici nella storia della Repubblica Italiana. La complessità e la vastità delle implicazioni del “caso P2” furono tali che ne scaturirono leggi speciali, emanate allo scopo di arginare le associazioni segrete, in attuazione dell’articolo 18 della Costituzione della Repubblica Italiana.

INTERVISTA A LICIO GELLI.

« Con la P2 avevamo l’Italia in mano. Con noi c’era l’Esercito, la Guardia di Finanza, la Polizia, tutte nettamente comandate da appartenenti alla Loggia. »

(Licio Gelli)

Il 17 marzo 1981, una perquisizione della Polizia nella sua villa a Castiglion Fibocchi (AR) e nella fabbrica di sua proprietà (la Giole, sempre a Castiglion Fibocchi) portò alla scoperta di una lunga lista di alti ufficiali delle forze armate e di funzionari pubblici aderenti alla P2[8]. La lista, la cui esistenza era presto divenuta celebre grazie ai media, includeva anche industriali, giornalisti e personaggi facoltosi come il più volte Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (a quel tempo non ancora in politica), Vittorio Emanuele di Savoia, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Costanzo. Vi sono molti elementi, a partire dalla numerazione, che lasciano tuttavia ritenere che la lista rinvenuta fosse incompleta.

In fuga, Licio Gelli scappò in Svizzera, dove fu arrestato mentre cercava di ritirare decine di migliaia di dollari a Ginevra, ma riuscì ad evadere dalla prigione. Fuggì quindi in Sudamerica, prima di costituirsi nel 1987. Lo scandalo nazionale conseguente alla scoperta delle liste fu quasi drammatico, dato che molte delle più delicate cariche della Repubblica Italiana erano occupate da affiliati all’organizzazione di Gelli. La corte centrale del Grande Oriente d’Italia, con una sentenza del 31 ottobre 1981, decretò l’espulsione del Gelli dall’Ordine massonico. Il Parlamento italiano approvò in tempi rapidi una legge per mettere al bando le associazioni segrete in Italia e contemporaneamente (dicembre 1981), venne creata una commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dalla On. Tina Anselmi (della Democrazia Cristiana), che riferirà al parlamento dopo 2 anni e mezzo di lavori.

Soldi pubblici ai partiti: è italiano il record mondiale.

di Sergio Rizzo.

Grazie a una leggina approvata nel 2006 che consente ai partiti di incassare i contributi elettorali per la durata dell’intera legislatura (cinque anni), anche se le Camere vengono sciolte in anticipo, per il 2008, il 2009 e il 2010 il finanziamento pubblico alla politica in Italia sfiorerà i 300 milioni di euro. Illuminanti sono i contenuti di uno studio elaborato dalla Camera dei deputati. Nel quale si spiega, per esempio, che il finanziamento pubblico dei partiti in Francia, Paese con un numero di abitanti paragonabile a quello dell’Italia, è stato pari, nel 2006, a meno di 73 milioni e mezzo di euro. Doveva essere di 80 milioni e 264 mila euro, ma è stato ridotto da circa 7 milioni di euro di sanzioni inflitte ai partiti che non hanno applicato regole di pari opportunità fra uomini e donne. In aggiunta, al di là delle Alpi i partiti che non raggiungono almeno il 5% dei suffragi al primo turno non ha diritto a vedersi rimborsare neppure la metà di quanto ha speso, tanto che il glorioso ma ammaccatissimo Pcf potrebbe vendere parte delle opere d’ arte avute in dono negli anni buoni da artisti amici.

La Spagna, dove i parlamentari sono 575, circa metà dei nostri, spende invece 60 milioni 752 mila euro. per la spesa pro-capite è di 2,13 euro. In Germania, con una popolazione di 23 milioni più numerosa di quella italiana, esiste un tetto massimo di 133 milioni l’ anno agli stanziamenti statali. Il risultato è che ogni cittadino francese contribuisce al mantenimento dei partiti con circa 2,54 euro, ogni spagnolo con 2,13 euro e ogni tedesco con 1,61 euro. Mentre ogni italiano è costretto a versare di tasca propria ai partiti ben 3 euro e 38 centesimi negli anni “normali”, come è stato il 2006. Negli anni come il 2008, nei quali c’è invece razione doppia, il contributo procapite sale a 5 euro e 7 centesimi. Il doppio che in Francia, addirittura il triplo rispetto alla Germania. Per non dire dei confronti imbarazzanti con paesi come il Regno Unito dove, spiega il dossier della Camera, «Il finanziamento pubblico – se si escludono alcuni servizi messi a disposizione dallo Stato nel corso delle campagne elettorali – è limitato ai contributi concessi ai partiti di opposizione in Parlamento». Totale nel 2006: 5 milioni 603.779 sterline, pari a circa 7 milioni 374 mila euro. O degli Stati Uniti, dove «il finanziamento pubblico della politica è limitato al finanziamento della campagna presidenziale» e nel 2004 è costato 206 milioni di dollari, circa 50 centesimi di euro per abitante. Ovvero, considerando che negli Usa, cascasse il mondo, si vota sempre ogni quattro anni, 12,5 centesimi l’anno. Quaranta volte meno che in Italia. Si può andare avanti così?

Paese contributo pubblico annuo in euro

Italia 295.357.091,04

Germania 133.000.000,00

Francia 80.264.408,00

Spagna 75.543.395,00

Gran Bretagna 4.969.808,77

Fonte: Camera dei deputati.

FONTE ARTICOLO

La truffa del finanziamento pubblico ai partiti.

I blitz partitocratici con cui sono state modificate a poche settimane dal voto le leggi elettorali per le Politiche del 2006 e le Europee del 2009,hanno determinato, oltre alla restrizione artificiale della rappresentanza politica, la spartizione tra cinque partiti (PDL, Lega, Pd, IdV e Udc) del 94% dei finanziamenti pubblici erogati sotto forma di truffaldini rimborsi elettorali . Rimborsi che sono cresciuti, dai 47 milioni di euro del 1994 ai 300 milioni del 2009.

Il 6 agosto il giornalista Eduardo De Blasi in prima pagina su Il Fatto quotidiano dimostra come un’ eventuale caduta del Governo Berlusconi e il ricorso ad elezioni anticipate non eviterebbe una spesa di più di 100.000.000 agli italiani. Infatti, secondo la legge in vigore dal 2006 (legge n. 51) i partiti percepiscono i rimborsi elettorali a prescindere dalla durata effettiva della legislatura.

Secondo i calcoli di De Blasi:

“”Se dal 2006 al 2010 ogni anno ci si è dovuti sobbarcare la spesa di quasi 100 milioni di euro (99.929.149,14 ogni anno) per finanziare le strutture politiche rappresentate nella XV legislatura, dal 2008 e fino al 2012 si dovranno comunque pagare ai partiti che contano eletti in Parlamento i rimborsi elettorali della tornata politica che ha dato vita alla XVI: sono 100.618.876,18 euro l’anno (503.094.380,90 quelli complessivi riconosciuti sui cinque anni), cui si sommano i rimborsi, sempre milionari, dovuti per le consultazioni regionali ed europee. Da quando è iniziato il governo Berlusconi, solo per i rimborsi elettorali delle politiche, sono stati spesi 600 milioni di euro. E il calcolo non tiene conto dei duecento milioni, che, volenti o nolenti, si dovranno sborsare. Una cuccagna.”

I partiti hanno cambiato nome, il “finanziamento pubblico” anche, ma il movimento radicale resta l’unica organizzazione politica ad essersi sempre opposta a questa truffa.

Il giornalista del Fatto Quotidiano ricordava il quesito referendario promosso nel 1993, attraverso il quale il 90,3 per cento dei cittadini votanti si espresse a favore dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma quell’iniziativa referendaria non fu nè la prima nè l’ultima iniziativa.
Nel 1974, con l’approvazione di tutti i partiti tranne i liberali, entra in vigore la Legge n. 195, la prima a istituzionalizzare, a carico dello Stato, il sostentamento delle strutture dei partiti piuttosto che il sostegno all’iniziativa politica. Tale legge riconosceva i contributi ai partiti rappresentati in Parlamento, penalizzando quindi le nuove formazioni politiche.
I finanziamenti pubblici vennero giustificati come una risposta agli scandali per tangenti emersi nel 1965 con il caso Trabucchi e nel 1973 con lo scandalo petroli.
E’ il periodo in cui i Radicali lavorano ai primi 8 referendum della storia repubblicana. Quello contro il finanziamento pubblico ai partiti è uno dei due quesiti che arriva ad essere sottoposto alla volontà dei cittadini (insieme a quello per l’abrogazione della Legge Reale).

L’11 giugno 1978 gli elettori sono chiamati al voto per l’abrogazione della Legge 195/74. Il referendum non passa, ma la percentuale dei voti favorevoli è molto alta, il 43,6%.
I promotori sostenevano che lo Stato dovesse favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per “fare politica”, non per garantire le strutture stesse dei partiti: queste dovevano essere autofinanziate dagli iscritti e dai simpatizzanti, in modo trasparente.
Nel 1981 vengono introdotte le prime modifiche, con la legge 659. L’ostruzionismo parlamentare radicale volto a bloccare l’istituzione dell’indicizzazione dei finanziamenti e ad ottenere maggiore trasparenza dei bilanci dei partiti, fa si che il testo approvato pur prevedendo il raddoppio dei finanziamenti pubblici, includa anche il divieto per i partiti e per i politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica.

IL FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI VIENE ABOLITO NEL 1993.

Nonostante l’ampia vittoria referendaria a dicembre dello stesso anno viene “aggiornata” la legge e i rimborsi elettorali iniziano a chiamarsi contributo per le spese elettorali. Il 27 marzo 1994 si svolgono le elezioni: il rimborso è erogato in un’unica soluzione per un ammontare complessivo nella legislatura, tra Camera e Senato, di 47 milioni di euro.
Nel 1997, con la legge “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”, si reintroduce il finanziamento pubblico ai partiti: ciascun contribuente può destinare una quota pari al 4 per mille dell’imposta sul reddito, al finanziamento dei movimenti e partiti politici, senza poter indicare a quale partito. La data per l’erogazione in favore dei partiti viene fissata entro il 31 gennaio di ciascun anno.
E’ proprio nell’estate del 1997 che i radicali danno vita a una serie di iniziative con cui, in banconte da 10.000 timbrate, restituiscono i soldi del loro rimborso ai cittadini.

COME SI E’ARRIVATI AI MILIONI DI EURO DI OGGI.

Nel giugno 1999, viene emanata una nuova legge, “Norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie”: un vero e proprio finanziamento pubblico, trattandosi solo di un teorico rimborso elettorale, che non ha alcuna attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali.
I fondi sono 4 oltre a quello previsto per le consultazioni referendarie: uno per la Camera, uno per il Senato, uno per le elezioni al Parlamento europeo e uno per le elezioni regionali.
Il fondo si costituisce in occasione della consultazione elettorale e si eroga in rate annuali; in caso di scioglimento anticipato della legislatura si interrompe l’erogazione. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa ammonta a 193.713.000 di euro.
A luglio 2002 viene emanata la legge recante “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”.Il fondo diventa annuale, ma almeno sopravvive la norma che prevede l’interruzione dell’erogazione in caso di fine anticipata della legislatura rispetto alla naturale scadenza. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa passa da 193.713.000 di euro a 468.853.675 euro.
Il 26 febbraio 2006, con la legge n. 51 l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale.
Cosi si consuma l’ennesima strage di legalità e di diritto in Italia: il voto referendario viene dimenticato e i cittadini, di Governo in Governo, di legislatura in legislatura, continuano a pagare per qualcosa che non vogliono.

Testo scritto con l’ausilio dei materiali redatti da Antonella Casu, Antonio Cerrone e Simone Sapienza nella preparazione a La Peste Italiana

FONTE.