Per un governo degno di questo nome.

Il governo in carica sembra oramai al tramonto, non tanto per i numeri parlamentari quanto per l’incapacità politica e mediatica di affrontare gli avvenimenti. L’impressione è che si navighi a vista e le ultime nuove sulle intercettazioni non fanno certamente pensare al meglio. Ferme restando le perplessità sull’uso politico di intercettazioni penalmente irrilevanti, lo spaccato che emerge è quello di un mondo composto da soggetti totalmente inadeguati a rispondere alle pressanti domande che giungono dalla società civile. Sembra quasi che l’impotenza nell’affrontare i problemi si sfoghi nel gossip volgare, in atteggiamenti di stampo cannibalistico, nella richiesta ad effetto, nel coup de théâtre .

In realtà l’Italia non ha bisogno di colpi di scena ma semplicemente di scelte coraggiose. O quantomeno responsabili.
Non sorprende che il bersaglio privilegiato delle critiche sia Giulio Tremonti, uno dei pochi ministri economici capace di dire dei NO al tassa & spendi in voga da sempre nella politica italiana. Se l’Italia non sarà oggetto della speculazione internazionale, se non faremo default, il merito sarà in gran parte suo (e delle famiglie con la loro grande capacità di risparmio). Tremonti è in realtà da molto tempo il supplente di un Berlusconi azzoppato dalle inchieste giudiziarie e dal suo smodato stile di vita. E’ il ministro che ha meno bisogno di inventarsi qualcosa per stare sulle pagine dei giornali, forse perchè gli basta ciò che ha da fare. Certo alcune scelte possono essere criticabili come ad esempio i cosiddetti “tagli lineari” (decidere di tagliare per una stessa percentuale le varie voci del bilancio prescindendo dal peso che queste voci hanno) ma non si può certamente dire che Tremonti non abbia deciso. Nonostante ciò il debito pubblico continua a crescere a fronte di un Pil fermo a livelli di stagnazione. Questo non è un buon segnale, dato che in mancanza di una inversione di tendenza il debito pubblico potrebbe sforare la già incredibile soglia del 120% sul Pil.

L’Italia ha dunque bisogno di politiche chiare. Prima di tutto il pareggio di bilancio e la progressiva riduzione del debito appaiono scelte non più rinviabili: ce lo chiede l’Europa, ma è soprattutto una misuria necessaria per poter garantire un futuro a noi stessi e a chi verrà dopo di noi. Certo l’impegno è notevole dato che parliamo di 45 miliardi di euro solo per il pareggio di bilancio entro il 2014 e di successive similari manovre per rientrare dal debito pubblico (l’obiettivo è raggiungere il 60% sul Pil, misura considerata fisiologica dalle istituzioni europee). E’ ovvio che occorre coniugare rigore nei conti, garanzia nel rientro del debito, e un certo rilancio dell’economia. Ventilare una patrimoniale è quanto di peggio si possa fare: è un invito ad eludere (se non evadere) le tasse, a contrarre ulteriormente i consumi, a trasferire le proprie attività economiche e i propri quattrini all’estero (per chi può farlo).
In realtà bisognerebbe andarci piano pure con l’elevazione delle cosiddette “rendite finanziarie”, perchè se fatta in modo scriteriato porterebbe ad una oggettiva fuga di capitali all’estero. Col risultato che ad essere colpiti da una simile manovra sarebbero, come al solito, i piccoli investitori nonchè le nostre aziende quotate in borsa.

Le dichiarazioni di principio del tipo “tagliamo i costi della politica” sono suggestive ma sostanzialmente demagogiche. Non si risana un Paese tagliando i costi della politica. Al massimo si può dare un esempio. E questo è sicuramente importante. In realtà sarebbe necessario che i partiti gestissero meglio il fiume di danaro pubblico che ancora controllano tramite vari canali (in primis la sanità). Da questo punto di vista non possiamo che biasimare il troppo spazio che ancora oggi la politica ha in campo economico, l’enorme peso dello stato proporzionale soltanto al suo costo e non certo alla sua efficienza. Anzi, l’efficienza di uno stato è inversamente proporzionale alle sue dimensioni ed “ambizioni”.

A questo punto ci si può domandare: perchè non privatizzare l’enorme patrimonio immobiliare pubblico per la riduzione del debito? Secondo calcoli oggettivi lo stato possiederebbe un patrimonio immobiliare pari a 400 miliardi di euro(20% del Pil). Ovviamente una simile possibilità è contemplata da entrambi i programmi dei maggiori partiti ma una politica coerente in tal senso è ben lontana dall’essere attuata. La dismissione potrebbe riguardare ad esempio l’edilizia popolare, col risultato di una migliore qualificazione urbana, ma anche ambiti molto delicati come i musei che potrebbero comunque essere beneficiati da una prospettiva privatistica. Ovviamente lo stato potrebbe e dovrebbe introdurre regole capaci di contemperare la fruizione di questi spazi con la possibilità che i privati possano avere un utile necessario a giustificare un impegno economico e gestionale. Inoltre queste dismissioni avrebbero un effetto positivo sulla spesa corrente, vero problema del bilancio statale.

Il sospetto è quello che non si vogliano affrontare queste tematiche in modo coraggioso e determinato. Perchè? Semplicemente perchè si chiederebbe allo stato (dominato dai partiti) di privatizzare una parte consistente della propria capacità di ricatto ed intrallazzo. Chiedere ai partiti di ridurre la spesa corrente (clientelare) ed alienare una parte del patrimonio gestito a vario titolo da enti di nomina partitica equivale a tagliare le unghie ad uno stato (a dei partiti) che basano molto del proprio potere sulla capacità di condizionamento di interi strati sociali.

Per questo c’è  da scommettere che le ennesime manovre economiche si scaricheranno sui soliti noti.

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