Mese: giugno 2011

La notte della Repubblica: Fioravanti- Mambro

I Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) furono un gruppo terroristico d’ispirazione neofascista attivo in Italia dal 1977 al novembre del 1981, nato a Roma nel Quartiere Trieste e poi diffusosi in altre città italiane.
Nei quattro anni di attività i NAR furono ritenuti responsabili di 33 omicidi, oltre che della morte di 85 persone cadute nella Strage alla stazione di Bologna, per la quale sono stati condannati come esecutori materiali, con sentenza definitiva, Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. La genesi del nome viene raccontata così da Valerio Fioravanti: “La sigla (NAR, ndr) nacque perché la sinistra si era inventata questa storia delle sigle e delle rivendicazioni. Così qualcuno cominciò a tirare fuori anche a destra e venne fuori NAR, che somigliava ai NAP, Nuclei Armati Proletari, che a quei tempi erano una delle principali organizzazioni armate della sinistra. Per quel che ricordo io, la usammo per la prima volta dopo l’omicidio Scialabba. Di certo fu coniata in una villa dell’EUR la cui disponibilità ci veniva garantita, quando i padroni erano in vacanza, da un amico che faceva il giardiniere lì. Quella sera io ero in licenza dal servizio militare. La vulgata dice che c’era anche Francesca (Mambro, ndr) e che è stata lei ad inventarla, ma io onestamente non me la ricordo”

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Per un governo degno di questo nome.

Il governo in carica sembra oramai al tramonto, non tanto per i numeri parlamentari quanto per l’incapacità politica e mediatica di affrontare gli avvenimenti. L’impressione è che si navighi a vista e le ultime nuove sulle intercettazioni non fanno certamente pensare al meglio. Ferme restando le perplessità sull’uso politico di intercettazioni penalmente irrilevanti, lo spaccato che emerge è quello di un mondo composto da soggetti totalmente inadeguati a rispondere alle pressanti domande che giungono dalla società civile. Sembra quasi che l’impotenza nell’affrontare i problemi si sfoghi nel gossip volgare, in atteggiamenti di stampo cannibalistico, nella richiesta ad effetto, nel coup de théâtre .

In realtà l’Italia non ha bisogno di colpi di scena ma semplicemente di scelte coraggiose. O quantomeno responsabili.
Non sorprende che il bersaglio privilegiato delle critiche sia Giulio Tremonti, uno dei pochi ministri economici capace di dire dei NO al tassa & spendi in voga da sempre nella politica italiana. Se l’Italia non sarà oggetto della speculazione internazionale, se non faremo default, il merito sarà in gran parte suo (e delle famiglie con la loro grande capacità di risparmio). Tremonti è in realtà da molto tempo il supplente di un Berlusconi azzoppato dalle inchieste giudiziarie e dal suo smodato stile di vita. E’ il ministro che ha meno bisogno di inventarsi qualcosa per stare sulle pagine dei giornali, forse perchè gli basta ciò che ha da fare. Certo alcune scelte possono essere criticabili come ad esempio i cosiddetti “tagli lineari” (decidere di tagliare per una stessa percentuale le varie voci del bilancio prescindendo dal peso che queste voci hanno) ma non si può certamente dire che Tremonti non abbia deciso. Nonostante ciò il debito pubblico continua a crescere a fronte di un Pil fermo a livelli di stagnazione. Questo non è un buon segnale, dato che in mancanza di una inversione di tendenza il debito pubblico potrebbe sforare la già incredibile soglia del 120% sul Pil.

L’Italia ha dunque bisogno di politiche chiare. Prima di tutto il pareggio di bilancio e la progressiva riduzione del debito appaiono scelte non più rinviabili: ce lo chiede l’Europa, ma è soprattutto una misuria necessaria per poter garantire un futuro a noi stessi e a chi verrà dopo di noi. Certo l’impegno è notevole dato che parliamo di 45 miliardi di euro solo per il pareggio di bilancio entro il 2014 e di successive similari manovre per rientrare dal debito pubblico (l’obiettivo è raggiungere il 60% sul Pil, misura considerata fisiologica dalle istituzioni europee). E’ ovvio che occorre coniugare rigore nei conti, garanzia nel rientro del debito, e un certo rilancio dell’economia. Ventilare una patrimoniale è quanto di peggio si possa fare: è un invito ad eludere (se non evadere) le tasse, a contrarre ulteriormente i consumi, a trasferire le proprie attività economiche e i propri quattrini all’estero (per chi può farlo).
In realtà bisognerebbe andarci piano pure con l’elevazione delle cosiddette “rendite finanziarie”, perchè se fatta in modo scriteriato porterebbe ad una oggettiva fuga di capitali all’estero. Col risultato che ad essere colpiti da una simile manovra sarebbero, come al solito, i piccoli investitori nonchè le nostre aziende quotate in borsa.

Le dichiarazioni di principio del tipo “tagliamo i costi della politica” sono suggestive ma sostanzialmente demagogiche. Non si risana un Paese tagliando i costi della politica. Al massimo si può dare un esempio. E questo è sicuramente importante. In realtà sarebbe necessario che i partiti gestissero meglio il fiume di danaro pubblico che ancora controllano tramite vari canali (in primis la sanità). Da questo punto di vista non possiamo che biasimare il troppo spazio che ancora oggi la politica ha in campo economico, l’enorme peso dello stato proporzionale soltanto al suo costo e non certo alla sua efficienza. Anzi, l’efficienza di uno stato è inversamente proporzionale alle sue dimensioni ed “ambizioni”.

A questo punto ci si può domandare: perchè non privatizzare l’enorme patrimonio immobiliare pubblico per la riduzione del debito? Secondo calcoli oggettivi lo stato possiederebbe un patrimonio immobiliare pari a 400 miliardi di euro(20% del Pil). Ovviamente una simile possibilità è contemplata da entrambi i programmi dei maggiori partiti ma una politica coerente in tal senso è ben lontana dall’essere attuata. La dismissione potrebbe riguardare ad esempio l’edilizia popolare, col risultato di una migliore qualificazione urbana, ma anche ambiti molto delicati come i musei che potrebbero comunque essere beneficiati da una prospettiva privatistica. Ovviamente lo stato potrebbe e dovrebbe introdurre regole capaci di contemperare la fruizione di questi spazi con la possibilità che i privati possano avere un utile necessario a giustificare un impegno economico e gestionale. Inoltre queste dismissioni avrebbero un effetto positivo sulla spesa corrente, vero problema del bilancio statale.

Il sospetto è quello che non si vogliano affrontare queste tematiche in modo coraggioso e determinato. Perchè? Semplicemente perchè si chiederebbe allo stato (dominato dai partiti) di privatizzare una parte consistente della propria capacità di ricatto ed intrallazzo. Chiedere ai partiti di ridurre la spesa corrente (clientelare) ed alienare una parte del patrimonio gestito a vario titolo da enti di nomina partitica equivale a tagliare le unghie ad uno stato (a dei partiti) che basano molto del proprio potere sulla capacità di condizionamento di interi strati sociali.

Per questo c’è  da scommettere che le ennesime manovre economiche si scaricheranno sui soliti noti.

Il fenomeno droga. Il confronto dell’84 tra Muccioli e Pannella.

 Il fenomeno droga, l’antiproibizionismo, il fallimento delle politiche finora attuate, i punizionisti, il confronto dell’84 tra Muccioli e Pannella

Vincenzo Muccioli, Marco Pannella. 27 agosto 1984, San Patrignano.

[File audio. Per ascoltare premere Play a sinistra.]

La notte della Repubblica: Franco Bonisoli

 

Membro della direzione strategica delle Brigate Rosse, il 2 giugno 1977 Bonisoli partecipò al ferimento del giornalista Indro Montanelli e l’anno seguente al sequestro dell’onorevole Aldo Moro. In via Fani Bonisoli fa parte del gruppo di fuoco travestito da aviere (insieme a Valerio Morucci, Raffaele Fiore e Prospero Gallinari); armato di un mitra FNA-B Mod.43 ha il compito di neutralizzare l’Alfetta di scorta (insieme a Gallinari). Dopo aver sparato un caricatore, utilizza anche la sua pistola Beretta 51 contro l’agente Iozzino che tentava di reagire. Pur non essendo un esperto ‘militare’, la sua azione in via Fani risultò efficace (forse sparò il maggior numero di proiettili fra i quattro del nucleo di fuoco) e si è parlato anche di alcuni suoi ‘colpi di grazia’ sparati dal lato destro della strada al termine della sanguinosa azione.

 

Elogio dell’astensionismo.

La sbornia referendaria dovrebbe essere ormai in via di smaltimento, dunque è possibile fare un paio di considerazioni lontane dai registri abituali. I referendum sono validi avendo superato il quorum previsto dalla nostra Costituzione, un ottimo risultato per i promotori dato che si tratta della prima consultazione referendaria valida da qui a 16 anni. Ora occorrerà vigilare affinchè il voto degli italiani non venga stravolto in Parlamento, come già successo ampiamente in passato. Penso soprattutto al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, a quello sul finanziamento pubblico dei partiti, o anche al referendum Segni per il maggioritario. Tutti clamorosamente sabotati dal Parlamento.

Ad ogni buon conto, una certa retorica sul voto – sempre e comunque – è parsa piuttosto fastidiosa. Tutti gli attuali “protagonisti” hanno fatto in passato appelli a favore dell’astensionismo, a seconda delle convenienze politiche del momento. Ricordo come la sinistra abbia fatto massicce campagne a favore dell’astensione, per esempio ai tempi del referendum per l’abrogazione dell’art.18(Statuto dei lavoratori). Le regole per il referendum prevedono un quorum e di conseguenza sono legittime tre posizioni (SI, NO, ASTENZIONE). L’astensione in generale ha anche un valore politico molto forte. Ci si può accontentare di votare il cosiddetto “meno peggio”, si può andare a votare uno schieramento per non far vincere quello opposto (anche se il candidato in questione è oggettivamente ripugnante) oppure si può ritenere di non dare il proprio voto a personaggi ormai totalmente screditati. L’astensione può essere un input molto forte contro la legittimazione di una classe dirigente. L’astensione è un’alternativa al voto di protesta spesso pericoloso e facile preda del populismo (probabilmente sarebbe stato meglio che a loro tempo tedeschi e italiani si fossero astenuti piuttosto che votare in massa nazionalsocialisti e fascisti, come “protesta” al malgoverno dei partiti tradizionali… ) . Nelle democrazie liberali è perfettamente legittimo il non voto. Solo nei Paesi totalitari sussiste l’obbligo di votare (quando graziosamente concesso, il che si risolve in una sorta di “giuramento” al despota di turno).

Nelle democrazie mature, quelle che hanno meno bisogno di militanti (oserei dire “militari”), dove gli schieramenti politici non si considerano nemici ma riconoscono legittimità l’uno all’altro, il tasso di astensione è alto. Gli elettori si fidano del sistema. Nel mondo occidentale soltanto in Italia (dove ogni elezione è vissuta come una questione di vita o di morte, quasi come una scelta tra dittatura e libertà) le cose assumono questa dimensione parossistica.

Quindi si è cittadini a pieno titolo anche se non si esercita pedissequamente il diritto di voto. Non sempre l’astensione equivale ad indifferenza verso le vicende del proprio Paese. Spesso anzi è l’unica reazione che il cittadino, magari proprio il più cosciente, può opporre contro lo strapotere dei partiti nella vita economica e sociale dell’Italia.

Referendum, l’ennesima occasione persa.

Quand’è che la politica inizierà a trattare i cittadini come tali, evitando scorciatoie paternalistiche? Quand’è che si preferiranno i dibattiti “franchi e seri” sulle questioni dirimenti evitando le facili tentazioni della “libertà di voto”, della disinformazione sistematica, della demagogia, del tentativo di sabotare qualsiasi occasione di confronto?

I quattro quesiti referendari sono certamente importanti, non meno di tanti altri che sono stati nel recente passato ignorati da entrambi i blocchi politici. Non staremo qui ad occuparci di tutti e quattro, ma vorremmo dire due parole almeno su quello riguardante la gestione dell’acqua.
Il governo in carica, sentendo l’aria che tira, ha provato a fare meno informazione possibile o a dare ipocritamente “libertà di voto” evitando di sostenere e spiegare le ragioni di scelte politiche come il nucleare, l’acqua pubblica o il legittimo impedimento. Tutto questo in previsione di una nuova possibile Caporetto, a pochi giorni dal risultato negativo delle amministrative. Il centrodestra, di conseguenza, si ritrae dal dibattito, sostanzialmente facendo finta che il referendum non ci sia.
Dall’altro lato della barricata c’è la sinistra, capace di mettere in campo tutta la sperimentata capacità demagogica. In realtà, per l’ennesima volta, si perde l’occasione di entrare nel merito delle questioni, di affrontare un dibattito con la conseguenza che si tende a trattare i cittadini come imbecilli.
Per esempio, dire che “l’acqua-diventerà-privata” è una sciocchezza. La GESTIONE ed il PASSAGGIO dell’acqua nelle abitazioni private potrebbe diventare realtà qualora vincesse il NO oppure non si raggiungesse il quorum. Si può essere favorevoli o contrari a questa ipotesi ma non si possono ignorare un paio di passaggi.
In primis, si straparla di “acqua privata” quando siamo i primi consumatori al mondo di acqua minerale (cioè in bottiglia). Questo significa che la stragrande maggioranza delle persone che parlano di acqua pubblica non si fida di ciò che i nostri acquedotti portano nelle abitazioni preferendo la cosiddetta “minerale”.
In secundis, è forse preferibile lasciare la gestione dell’acqua nelle mani delle municipalizzate, vero e proprio braccio clientelare dei comuni ? Parliamo delle municipalizzate, utilizzate per sistemare clientes ed ovviamente sempre in perdita… Ci si lamenta dell’eccessivo spazio lasciato allo stato, agli enti locali, alla politica nella vita economica del Paese ma quando si può fare qualcosa per limitare tale deriva ci si gira dall’altra parte.
Come sempre liberisti a parole e statalisti nell’animo.
La rete idrica italiana è affetta da sprechi ed inefficienze, per sanare le quali ci vorrebbero investimenti per oltre 20 miliardi di euro(secondo stime prudenti). Siamo davvero sicuri che questo esborso potrà essere compiuto da enti locali o dallo stato in cronico deficit? *
Ovviamente nessuna risposta a tali quesiti: anzi, simili domande non vengono nemmeno prese in considerazione. Si preferisce turlupinare i cittadini con slogan, frasi fatte. In più c’è un governo che gioca a nascondino, non avendo nemmeno il coraggio di difendere le proprie scelte politiche.
A mio parere sarebbe opportuno trovare le risorse necessarie affidandosi al mercato (che parolaccia) ed alle banche già pronte ad investire nel settore. Bisognerebbe fare dei bandi di gara rigorosi, con tutte le garanzie su investimenti, sicurezza e capacità di gestione della risorsa idrica.
Ovviamente c’è una certa differenza in tal senso considerando anche le esperienze passate (si pensi alle sciagurate modalità con le quali si sono gestite le privatizzazioni negli anni 90) ma è inutile illudersi che con la vittoria del SI sarà possibile intervenire nei prossimi anni sulla rete idrica considerando anche gli enormi sacrifici che l’Europa (la Germania) ci chiede per arrivare al pareggio di bilancio entro il 2014 e alla graduale riduzione del debito pubblico a partire dall’anno successivo (questo richiederà manovre economiche estremamente gravose, sullo stile di quelle colossali fatte da Giuliano Amato nei primi anni 90).

*Tra l’altro, tutti i settori di competenza degli enti locali sono in deficit, compresa naturalmente la sanità e questo porta a dover fare qualche riflessione in chiave federalista…