Mese: marzo 2011

CAOS LIBIA. OVVERO COME CONCEDERE LE BASI PER BOMBARDARE SE STESSI.

Con il passare dei giorni appare sempre più chiara la situazione in Libia e le conseguenze che tale intervento determinerà nel prossimo futuro.

Prima di tutto appaiono francamente risibili le giustificazioni franco-anglo-americane in base alle quali l’intervento sarebbe a carattere umanitario.

In verità questa appare sempre più una guerra non solo contro Gheddafi ma anche contro l’Italia.
L’assoluta indifferenza nei nostri confronti (nonostante ci sia stato dato il contentino del comando navale NATO) non può essere liquidato con la facile polemica di casa nostra, all’amatriciana, in base alla quale sarebbe tutta colpa del governo in carica.

Certo, come al solito abbiamo dato prova perlomeno di doppiezza e di miopia politica. Però non ci si può dimenticare come l’Italia sia: 1) il maggior partner commerciale della Libia 2) lo stato più direttamente interessato dal punto di vista economico, energetico, umanitario da questa crisi 3)il partner NATO che ha fornito la disponibilità di ben 8 basi dalle quali poi sono partiti gli aerei militari.

Questi sono dati oggettivi che devono essere considerati da chiunque abbia a cuore il bene del nostro Paese, al di là delle divisioni politiche. Di conseguenza vedere un coinvolgimento, ad esempio, della Germania (assente da questo “intervento”, astenuta all’Onu, lontanissima dalla zona della crisi, non coinvolta dalle conseguenze del conflitto) è totalmente inacettabile e non può essere spiegata solo con la presenza al governo “dell’indegno” Berlusconi.

Le cause di questa debacle politico/militare sono molteplici.
L’Italia è un partner debole pur avendo una strategica posizione geografica. Abbiamo ancora un’economia importante, pur tra mille problemi. Siamo afflitti da divisioni, miopie, ignoranza, pressapochismo. Abbiamo delle forze armate che pur essendo notevolmente impegnate in varie parti del mondo (ben 10 mila soldati in “missioni di pace”) non hanno una grande capacità operativa. Detto in altri termini, quando c’è da accendere e partire siamo in grande difficoltà. In più non siamo capaci nè di essere dove conta davvero(presenti in Afghanistan e Libano ma marginali in scacchieri come Iraq e Libia) nè di far pesare il nostro pesante sforzo sugli scenari di crisi (vedi Afghanistan, appunto).

Siamo un Paese con mille problemi, distratto da questioni di secondaria importanza e dunque ampiamente sorpassato da chi ha una maggiore capacità di essere presente sullo scenario internazionale.

Questa guerra è contro la Libia e contro l’Italia. Sarebbe stato facile fare una scommessa e vincerla. Si può stare sicuri che se Gheddafi avesse firmato quel trattato di amicizia con francesi ed inglesi e non con gli italiani adesso sarebbe ancora ben saldo al suo posto. Ed avrebbe continuato a massacrare in santa pace, senza che gli venisse torto un capello.

La guerra contro la Libia è una guerra neocoloniale, cammuffata da intervento umanitario.
Questi ribelli sono stati “indirizzati” da francesi ed inglesi (magari pure dagli onnipresenti americani). Immediatamente legittimati dalle maggiori potenze internazionali e dai media. Però oggi, qualcuno, comincia ad accorgersi che accanto a qualche intellettuale c’è una componente islamista…

Gheddafi ha certamente una parte del popolo libico contro, ma anche una parte a favore. Sono numerosissimi i sostenitori del regime. Si tratta, in realtà, di una pura e semplice guerra civile nella quale alcune potenze occidentali hanno voluto intervenire sulla base dei propri interessi economici ed energetici (meglio delle proprie compagnie petrolifere). Si è semplicemente fomentata un’insurrezione per poi avere un pretesto per intervenire. Molto probabilmente Gheddafi ha sbagliato a farsi prendere la mano, fornendo alla cosiddetta comunità internazionale la scusa per intervenire militarmente.

Se l’Italia avesse avuto una forte posizione mediterranea, un governo degno di questo nome, una maggiore forza militare-diplomatica non avrebbe permesso a nessuno di usare le maniere forti a 200 km dalle proprie coste. Nessuno sarebbe intervenuto in una zona con così forti interessi italiani. Avremmo potuto contribuire, diplomaticamente, alla risoluzione della crisi. Avremmo potuto aiutare i libici a risolvere i propri problemi interni politicamente, senza fornire pretesti per un intervento di Francia e Gran Bretagna.

Ovviamente nulla di tutto questo è stato possibile fare. D’altronde, come sempre accade, giungiamo impreparati nei momenti decisivi della storia. L’Italia ha fatto un enorme lavoro diplomatico per recuperare i rapporti con la Libia, per frenare l’esodo di clandestini dal nord Africa, per avere fonti di aprovvigionamento energetico semplicemente indispensabili per un Paese privo di materie prime e di energia nucleare. Purtroppo ci siamo trovati, per l’ennesima volta, nell’incapacità storica di difendere i nostri interessi. Non solo questo, ma anche con la beffa di dover fornire le basi per permettere ad altri di bombardare i nostri interessi (se non addirittura per provvedere a bombardarli noi stessi).

Una vicenda assurda, tristissima, che deve far riflettere noi italiani sul grado di divisione che ancora oggi, purtroppo, sembra affligerci come un male incurabile. Gli interessi nazionali contano parecchio, sarebbe ora di rendersene conto davvero prima che i nostri “alleati” facciano definitivamente banchetto del nostro futuro.

Annunci

La crisi libica.

I recenti sviluppi nel bacino del Mediterraneo ed in particolar modo quelli in Libia sollecitano delle considerazioni.
La Libia è stata oggetto del colonialismo italiano sfociato nella conquista (1911) di un territorio che poi si sarebbe dimostrato ricco di risorse petrolifere. Con la sconfitta dell’Italia nella seconda guerra mondiale re Idris, sovrano libico, aveva mantenuto buoni rapporti con gli italiani. Non li cacciò, dato che essi costituivano una piccola avanguardia di modernità in un territorio con enormi problemi infrastrutturali ed economici. Re Idris venne spodestato da una congiura militare della quale fece parte anche Gheddafi. Quest’ultimo procedette in un secondo momento a liquidare i propri compagni rimanendo l’unico al potere. Nel 1970 Gheddafi mandò via gli italiani, ne espropriò i beni e permise addirittura la distruzione dei cimiteri dove erano sepolti i nostri compatrioti. Indisse una giornata dell’odio contro di noi ma allo stesso tempo usò i propri capitali per comprare quote di partecipazione di aziende nostrane(anche in crisi). Durante gli anni 80, nella contrapposizione tra Libia e America il presidente del consiglio italiano Craxi avvisò Gheddafi che era in corso un’operazione americana volta ad eliminarlo: evento decisivo che permise al dittatore libico di mettersi in salvo. Negli anni continuò (rafforzandosi) lo shopping finanziario dei libici in Italia (e non solo). Nel frattempo migliorarono i rapporti tra l’occidente e Gheddafi, soprattutto in ottica anti-Al Qaeda. Negli ultimi anni Gheddafi viene riabilitato dall’America e dalla comunità internazionale tutta e si verifica un netto riavvicinamento tra Italia e Libia, incoraggiato dai governi di entrambi i colori politici. Il trattato di amicizia concluso da Berlusconi non è altro che il risultato di una politica ultradecennale portata avanti sia dai governi di centro-destra che da quelli di centro-sinistra. Rimangono tuttavia i dubbi circa la partecipazione della Libia ad atti terroristici, anche in casa nostra.

Fatto questo doveroso, striminzito, riassunto degli eventi passati sarebbe opportuno passare all’attualità.
L’amicizia italo-libica, se comprensibile dal punto di vista politico, ha comportato una serie di auto umiliazioni italiane nei confronti di Gheddafi (i lettori sapranno benissimo a cosa mi riferisco). Si è trattata di un’indegna carnevalata che solo (i nostri) politici privi di qualunque senso dello stato potevano concepire. E’ possibile, infatti, ristabilire dei rapporti di buon vicinato e perfino fare “mea culpa” per le sofferenze inflitte ad un popolo come quello libico senza doversi prestare ad atteggiamenti che umiliano gli italiani e la sensibilità di tutti coloro i quali vogliono bene al nostro Paese.

E’ indubbiamente in corso, nel mondo islamico, una rivoluzione. Come si sa le rivoluzioni comportano spesso dei rischi e non sempre si risolvono in qualcosa di positivo. Spesso, anzi, richiedono un tributo, in termini di vite umane, notevole. In Tunisia ed Egitto sono state rimosse dittature capaci di conculcare i più elementari diritti umani. Nel momento in cui quei regimi non sono più riusciti a garantire un livello economico accettabile sono crollati. Quando il prezzo dei beni di prima necessità si è alzato, quando la disoccupazione è cresciuta, quando le persone più qualificate non hanno più potuto coltivare delle aspettative di vita degne di questo nome e soprattutto quando l’ondata migratoria si è arrestata a seguito dei trattati bilaterali in essere e della crisi economica, quei regimi sono letteralmente implosi. Tutte le contraddizioni, la corruzione, la repressione del dissenso sono deflagrate portando alla cacciata dei dittatori e alla ricerca di un nuovo equilibrio (speriamo) democratico.

In Libia tutto questo sembrava non poter mai succedere. Siamo abituati a considerare la nostra ex quarta sponda come un enorme scatolone di sabbia, dagli abitanti un pò sonnolenti. Un territorio tranquillo, ed ormai un pò amico, controllato dal vecchio colonnello. Invece anche lì si sono svegliati e hanno dichiarato guerra al tiranno. Gheddafi, a differenza dei suoi omologhi, non si è limitato a minacciare rappresaglie o a far sparare quà e là qualche cecchino. Ha usato la mano pesante, facendo bombardare il proprio popolo (o almeno quella parte di popolo che lo avversa apertamente). All’inizio è stato colto di sorpresa, come tutti noi d’altronde. In un secondo momento, complice anche l’indecisione della “comunità internazionale” ha saputo riorganizzarsi (potendo contare sul suo enorme potere finanziario) e convogliare sui ribelli tutte le sue forze, comprese quelle aeree che in questi casi risultano essere decisive.

Io questi “ribelli” li conosco poco. Alcuni esperti sembrano dare rassicurazioni sulla “tenuta” democratica di queste forze, ma la stampa internazionale e quella italiana spesso va presa con le molle. I francesi, comunque, si sono affrettati nel riconoscere i “ribelli” come governo legittimo. Tra coloro i quali si oppongono a Gheddafi ci sono fini intellettuali ma potrebbero esserci anche degli islamisti(come afferma ad esempio il prof. Carlo Pelanda).

Giunti a questo punto, si può ben dichiarare come l’Italia sembri essere il Paese europeo più esposto di fronte a questa crisi libica. Non solo per quanto attiene la possibile invasione di profughi dal nord Africa ma soprattutto per ciò che riguarda il profilo politico-economico. L’Italia ha fatto notevoli sforzi nel campo dell’immigrazione clandestina e della partnership con la Libia (nonostante alcuni gravi sbandamenti ai quali abbiamo già fatto accenno). In entrambi questi campi i risultati iniziavano ad essere piuttosto interessanti. Ora bisognerà cominciare tutto daccapo, in una condizione di rinnovata diffidenza da parte dei libici. Chiunque vincerà in Libia si ricorderà di noi. In un colpo solo siamo infatti riusciti ad inimicarci sia Gheddafi (legittimato a interpretare come tradimento la concessioni delle basi e di aerei per bombardare la Libia) che l’ipotetico nuovo governo (che viceversa ricorderà il nostro appoggio al colonnello).

Un’ ultima considerazione riguarda la portata sconosciuta che avrà questa guerra. Mi pare di poter dire come gli occidentali non stiano dando prova di grande acume. Non vorrei che un intervento militare in Libia scoraggi tutte le, fin quì, positive rivolte che stanno cambiando il volto del mondo arabo. Rivolte che domandano lavoro, giustizia sociale, riforme e democrazia. Il sogno di Bush realizzato con altri metodi.

Blu Notte – Milano Calibro9

La ligèra (o leggera, e anche lingera) è la definizione gergale della microcriminalità presente a Milano fino alla prima metà del XX secolo.
Principalmente composta da ladri, truffatori, rapinatori, piccoli estorsori e papponi (sfruttatori della prostituzione) e marginali in genere, ha poco a che fare con le grandi potenze del crimine organizzato italiano, anche se si può dire che dalle sue file sono usciti criminali del calibro di Francis Turatello, Renato Vallanzasca, Luciano Lutring, Ugo Ciappina, Luciano De Maria, Arnaldo Gesmundo, Enrico Cesaroni, Bruno Brancher, Carlo Bollina detto il Paesanino, Luigi Rossetti detto Gino lo zoppo, Sandro Bezzi e il boss dell’Isola Garibaldi Ezio Barbieri.
La ligera è idealmente legata ad un mondo per cosi dire romantico, ed è spesso citata nelle canzoni popolari milanesi, le cui piu famose sono Porta Romana bella e Ma mì.
Alcuni appartenenti alla “ligera” erano detti anche “locch” dallo spagnolo “loco” ossia pazzo, in dialetto milanese inteso come “teppista”, la versione meneghina del guappo napoletano. Lo scrittore milanese Cletto Arrighi alias di Carlo Righetti, famoso per aver redatto il vocabolario milanese/italiano per la casa editrice Hoepli, dedicò alcune sue pagine alla figura del “locch” nel romanzo sociale “La canaglia felice”(1885), e nell’opera collettiva “Il ventre di Milano. Fisiologia della capitale morale” (1888).
Lo scrittore comasco ma milanese di adozione, Paolo Valera dedicò tutto il proprio talento nel descrivere la vita dei bassifondi milanesi e, di conseguenza, della “ligera”; un’opera fra tutte “Gli scamiciati”.

Un poliziotto scomodo

Film del 1978, con Maurizio Merli e Olga Karlatos. Regia di Stelvio Massi.
Il commissario Olmi è in servizio a Roma. Viene ritrovato ai margini del Tevere il cadavere di una ragazza. Appare subito chiaro che si tratta di un omicidio. Il commissario si reca sul posto chiamato da un barbone che aveva passato la notte nella zona. Cominciano le indagini e la raccolta di testimonianze, alcune rese spontaneamente altre con l’uso di metodi non proprio ortodossi. Il secondo omicidio è quello del fidanzato della ragazza trovata morta. Il cadavere carbonizzato viene rinvenuto all’interno di una 500. Olmi arriva ben presto ai mandanti del duplice omicidio individuando una comitiva di figli di papà con i quali la coppia aveva avuto a che fare prima di morire. Tra questi c’è anche il rampollo di un ricco funzionario della dogana implicato in un poco chiaro traffico di diamanti. Un uomo senza scrupoli capace di eliminare due ragazzi che forse avevano ficcato il naso nei suoi affari. Degan, questo è il nome del funzionario, riuscirà a fuggire in Svizzera (non prima di aver seminato un’altra vittima), grazie alla stoltezza di un magistrato scettico sulle prove raccolte da Olmi. Il commissario capisce che ha poche scelte: o mettersi contro un sistema di potere che rende difficile la vita alla polizia (“la massacreranno” è l’eloquente considerazione del questore) oppure lasciar perdere e magari prendere al volo l’occasione di trasferirsi in provincia.

Olmi opta per la seconda strada e va a dirigere il commissariato di Civitanova Marche (città di origine del regista Massi). La realtà provinciale è a prima vista molto più soporifera di quella della grande metropoli: si possono fare anche piacevoli conoscenze (Olga Karlatos). A parte alcuni grattacapi tutto sembra filare liscio, fino a quando il commissario non incappa in una banda di sbandati che a bordo di motociclette semina il panico nella cittadina sparando con una rivoltella. Ovviamente Olmi è interessato a conoscere la provenienza del “ferro” e riesce ad ottenere le informazioni con i suoi collaudati metodi. Si fa portare sul luogo, proprio di fronte al mare, dove la pistola è stata trovata e nota immediatamente dei segni di pneumatico da Tir più un pezzo di catarifrangente per terra. A questo punto non è difficile risalire ad un’azienda di trasporto che opera a Civitanova, fare un rapido sopralluogo e scoprire il camion col catarifrangente rotto. Olmi capisce subito che si tratta di un traffico d’armi, ma è consapevole che non tutti all’interno dell’azienda ne sono a conoscenza. Dunque domanda collaborazione. Il traffico, come poi si scoprirà guardando il film, faceva capo a un ricco imprenditore della zona apparentemente insospettabile.

Un poliziotto scomodo rappresenta un classico della collaudata coppia Massi-Merli. Pellicola un po’ crepuscolare, come da tradizione del regista marchigiano. Merli non è doppiato, ma al solito capace di muoversi con il minimo ausilio di controfigure anche nelle scene più pericolose (ce ne sono diverse).
Il film è il risultato di due mediometraggi: il primo girato a Roma, il secondo a Civitanova Marche. Interessanti gli spunti che tendono ad evidenziare i cambiamenti in atto nella società fine anni 70, come ad esempio l’avvento delle televisioni commerciali o la scelta tra impegno sociale e “riflusso” verso una sfera più privata.
E’ da segnalare, inoltre, almeno una scena che pare chiaramente ispirata al sequestro Moro avvenuto proprio nel 1978 (il film ha un visto censura del dicembre 1978 dunque è quasi certo che sia stato girato dopo il tragico evento).
Di Civitanova Marche si dà, poi, una visione d’insieme molto suggestiva sintomo del particolare affetto che Stelvio Massi nutriva per la propria città. Le musiche sono di Stelvio Cipriani. Meno incisive, “protagoniste” del solito, ma capaci comunque di fondersi bene con i vari momenti del film. I brani si caratterizzano per i primi “inserti” di elettronica. Nel complesso un film da vonsigliare, soprattutto a chi ama il genere: un DVD che può essere messo nel proprio lettore dopo una lunga giornata di lavoro e una bella doccia per voler passare una serata senza troppi pensieri.

Cari compagni, l’Italia va difesa non basta vergognarsi.

In questo ultimo periodo si moltiplicano le testimonianze di un atteggiamento derisorio degli stranieri nei nostri confronti. Non parliamo di stampa o media (per il momento) bensì di un ambito strettamente interpersonale. Quando ci si reca all’estero si verrebbe presi in giro per il solo fatto di essere italiani.
E’ probabile che in tali dichiarazioni (corrispondenti o meno alla realtà dei fatti) ci sia un che di strumentale. Si tratta della solita litania: ci-prendono-in-giro-per-colpa-di-Berlusconi.

La questione è un pò più complessa. Si mischiano, infatti, vecchie antipatie tra Paesi risalenti addirittura alle due guerre mondiali, affari geopolitici, interessi di tipo economico. E naturalmente hanno la loro importanza alcuni atteggiamenti sconvenienti del nostro capo di governo. Questi ultimi, in realtà, non sembrano essere la vera causa di una campagna stampa contro l’Italia. Sono, a mio parere, semplicemente la scusa, il paravento politicamente accettabile, per attaccare il nostro Paese e gli italiani. Detto in altri termini, ritengo che le prime tre ragioni siano quelle realmente determinanti.

Se andassimo a recuperare la famosa copertina (1977) del settimanale tedesco Spiegel (quella con la p 38 sopra un piatto di spaghetti) poi bissata anche nel 1992 capiremmo come il fenomeno non sia nuovo. Erano gli anni del terrorismo (e dell’offensiva mafiosa) e per quel settimanale eravamo sempre i soliti pastasciuttari per di più pericolosi(i tedeschi invece, come si sa, sono pacifici ed innocui…). Naturalmente, la rivista Times nel 1931 elesse uomo dell’anno Benito Mussolini…

Risparmio ai lettori tutte le terminologie fortemente dispregiative utilizzate nei nostri confronti negli anni delle grandi migrazioni italiane in Europa e nel nord America (argomento molto caro alla sinistra, questo).
E’ chiaro, quindi, come sia necessario fare un pò di ordine sulle cause di tale “antipatia”.

Gli italiani sono notoriamente molto suscettibili per ciò che riguarda la propria “credibilità” internazionale. Come quasi tutti i popoli della terra, d’altronde. Con una piccola differenza: noi abbiamo la tendenza ad autoflaggellarci, ad aver bisogno dell’approvazione esterna sulla correttezza del nostro operato. Abbiamo bisogno della carezzina sulla testa, senza sospettare che essa arriverà solo nel caso in cui il nostro operato sia gradito al padrone che ce la concede. Non solo non ci viene il dubbio che dall’estero possano esprimere un giudizio condizionato o fuorviante ma anzi andiamo a cercare il colpevole, in casa nostra, per buttarlo a mare. Per la famosa “carezzina” saremmo capaci di fare qualunque cosa. Se in altri Paesi (anche pieni di problemi) si reagisce compattamente contro critiche che vengono interpretate come ingiuste o addirittura lesive della sovranità nazionale da noi – queste stesse critiche – vengono recepite come ragioni per dividerci ed accusarci. Questa è una caratteristica tipicamente italiana, difficilmente riscontrabile altrove. Ovviamente tutto ciò è ben conosciuto e sfruttato.

Mi colpisce ed addolora che, dopo tanti anni, non si sia ancora capito il gioco e ci si continui a dividere sulla base di ciò che scrivono all’estero. Ed è ancora più grave che si utilizzi la stampa internazionale nella competizione elettorale.

E’ stato uno spettacolo inverecondo quello posto in essere da due giornali, El Pais e Repubblica: il primo capace di attaccare l’Italia un giorno sì e l’altro pure (nonostante la Spagna si stesse avviando verso il default finanziario poi fortunosamente scampato), il secondo pronto ad essere un semplice importatore di articoli pieni di livore scritti a Madrid.
Mentre El Pais si occupava dell’Italia l’economia spagnola boccheggiava ed il Paese iberico era tra i candidati al fallimento assieme a Grecia e Portogallo. Ovviamente Repubblica, fino a poche settimane prima, inneggiava al “miracolo spagnolo”, alla Spagna zapateriana che superava l’Italietta, alle frotte di giovani che stanchi del nepotismo(vero) italiano si rifugiavano nel fasullo eldorado spagnolo. Quante cazzate, si potrebbe dire…

In realtà, mi piacerebbe avere dei connazionali più fieri del proprio Paese. A prescindere da chi ci governa. Infatti la consapevolezza di ciò che si è, del proprio posto nella storia, trascende ampiamente il contingente ovvero il fatto che al momento ci sia al potere qualcuno che non ci piace. Questo pur semplice concetto, che guida i più grandi Paesi del mondo (quelli di fronte ai quali alcuni nostri connazionali provano “vergogna”) sembra essere ancora non condiviso nella nostra limitata realtà.

Eppure è strano sentir assimilare, da chi vanta una certa cultura, l’Italia a realtà ignominiose. Ho troppo rispetto per il professor Eco per pensare che fosse ubriaco o peggio non conoscesse la storia quando ha dichiarato che Berlusconi-è-come-Hitler, riducendosi a scopiazzare un analogo “concetto” espresso a suo tempo da Di Pietro. Dire che Berlusconi è Hitler significa affermare che l’Italia è la Germania nazista. Se si pensa che questa “analogia” è stata espressa in Israele si capisce bene l’immensa bestemmia uscita dalla bocca di Eco. Evidentemente l’odio politico e la passione, nel senso deteriore del termine, possono travolgere in un baleno tutti gli “anticorpi” razionali di una grande mente.

Ha fatto bene Eco a dire una cosa del genere all’estero? Io credo di no…
Non ha fatto bene nè a se stesso nè tantomeno all’Italia. Così come fanno male tutti i coloro i quali sono pronti a dare ragione a chiunque infanghi l’Italia, soltanto perchè al governo c’è uno che non ci piace.

Infine, vorrei esprimere il mio scetticismo verso le testimonianze in base alle quali si sarebbe oggetto di scherno quando ci si reca all’estero. Nel mio piccolo, qualche contatto lo coltivo. In America, in Germania, in Francia, in Inghilterra, perfino in Giappone. Posso dire di non aver mai avuto problemi con nessuno, anzi di essere sempre stato oggetto di piacevole considerazione e curiosità in quanto italiano. Nessuno mi ha mai colpevolizzato per il fatto di provenire dal “Paese di Berlusconi”. Sono emerse altre considerazioni. In realtà mi pare di poter dire che chi prende in giro un altro per via della propria provenienza non merita grande considerazione. Si tratta di individui che non fanno testo, verso i quali non bisognerebbe spendere 5 minuti della propria vita. Chi vi prende in giro perchè siete italiani è semplicemente un idiota. E non basta a nobilitarlo il fatto che sia un “idiota internazionale”.
Insomma, il consiglio è: cambiate frequentazioni!