Renato Vallanzasca.

Volevo scrivere due parole su un paio di libri che ho letto ultimamente sul bel Renè, come saprete ritornato di attualità nelle nostre sale cinematografiche.
Si tratta di Vallanzasca, l’ultima fuga scritto con la collaborazione (preziosa) di Leonardo Coen e Vallanzasca, romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno di Vito Bruschini.

Specifico come il primo libro sia una sorta di piccola autobiografia dell’ex bandito, avente ad oggetto i momenti cruciali della sua vita, i rapporti con le donne, la sua “moralità” di criminale, gli anni (40) di prigionia e il lento reinserimento nella società iniziato alcuni mesi fa con il lavoro in una cooperativa.
Il secondo è soltanto un romanzo, nemmeno molto azzeccato. Ovviamente a parere del sottoscritto.
E’ particolarmente curioso notare come questi due volumi siano tra loro connessi. In verità il romanzo è, in parecchie parti, una pura e semplice rivisitazione di ciò che c’è scritto in Vallanzasca, l’ultima fuga. Addirittura alcuni passi, alcune frasi del protagonista, sono riportate fedelmente nel romanzo. Un bel lavoro di scopiazzatura che mi ha fatto ritornare alla mente Romanzo criminale di De Cataldo: anche lì un copia-incolla  dalla cronaca vera, con il difficile inconveniente di dover cambiare i nomi dei protagonisti reali al fine di poterli riportare nella fiction, spesso con tutti i loro tic. Ovviamente la cronaca vera appare ben più interessante di quella romanzata. Se vi capita leggete Ragazzi di malavita, fatti e misfatti della Banda della Magliana di Giovanni Bianconi e poi Romanzo criminale di De Cataldo. E capirete quant’ è facile fare gli “scrittori”, a volte.

Bruschini, non ha dovuto nemmeno sforzarsi tanto per inventare i nomi dei personaggi presi dalla realtà. Si ritrovano accanto al Renatino, i vari Turatello, Berlusconi (immancabile), Cutolo, Liggio, più qualche altro nome eccellente della Milano del periodo. Ne viene fuori un minestrone un pò grottesco, dove addirittura i poliziotti chiamano Vallanzasca col diminutivo affettuoso di Renatino.

I sardi, poi, sono tratteggiati malissimo. Con la scusa di far parlare Vallanzasca, l’autore si lascia andare ad una serie di appellativi (pecorari, bestie, animali) davvero offensivi. Ovviamente Renatino si esprimeva in questi termini perchè aveva un altro stile nel gestire i sequestri e disapprovava quelli tenuti da sardi e calabresi.
Nel libro si citano le imprese di “gentiluomini” di tutte le regioni d’Italia ma gli unici a beccarsi gli insulti razzisti del Vallanzasca farlocco sono, manco a dirlo, i sardi…

Come avrete capito il libro non mi è piaciuto. Prometteva di far rivivere l’atmosfera degli anni 70 ma è meglio guardarsi un film o leggersi qualche resoconto obiettivo sul periodo.

Vallanzasca, l’ultima fuga invece mi è parso un lavoro decisamente migliore. L’ex boss della Comasina è un abile narratore, piuttosto furbo oltreché simpatico. Il che non guasta. Solo che tende a sorvolare su alcuni episodi dolorosi che poi sono le ragioni per le quali si è fatto 40 anni di galera. Nessuna frase o quasi sui poliziotti uccisi, ad esempio. Molte sulle sue fughe, o sui tempi romantici della ligéra, sulle sue donne, o su come sia cambiata Milano.
C’è poi una guida “michelin” sulle patrie galere, con tanto di votazione dall’uno al cinque espressa non in stelline ma in manette…

Insomma, tra i due, consiglio quello scritto dall’originale e non il romanzo. Oppure leggeteli entrambi e poi mi fate sapere.

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