Mese: febbraio 2011

Neopuritanesimo e patriottismo. Il nuovo volto della sinistra italiana.

Due considerazioni di partenza.Un uomo politico deve assolvere alle proprie funzioni con dignità e onore. In secondo luogo, il patriottismo dovrebbe essere un valore al quale ispirare la propria azione di cittadino ed ancor più di rappresentante del popolo.
Che cos’è il patriottismo? Semplicemente il sentimento di devozione, amore e fedeltà per la propria Patria. Un valore nobilissimo, dunque, ben distinguibile dal nazionalismo (ovvero dalla tendenza ideologica a esaltare il concetto di nazione esasperando il comune sentimento di attaccamento al proprio Paese). Detto in altri termini il nazionalismo può essere inteso come degerazione del patriottismo.

A questo punto vorrei scrivere due parole sulla storiella del patriottismo costituzionale, rilanciata ultimamente da alcuni esponenti della cosiddetta destra, fascisti fino ad una quindicina di anni fa ed oggi  impegnati nel dare lezioni di liberaldemocrazia a tutti. Evidentemente essere convertiti sulla via di Damasco coincide spesso con l’esigenza di compiere delle vere e proprie abiure al fine di rassicurare e convincere il prossimo della sincerità del proprio pentimento. Di conseguenza si è sentita l’esigenza di propagandare alcuni concetti dei quali non si sentiva assolutamente il bisogno, come quello di “patriottismo costituzionale”.

Secondo costoro dovremmo essere patriottici non perchè amiamo il nostro Paese ma perchè ne amiamo la Costituzione. Non più amore, devozione, fedeltà alla propria Patria, l’Italia, bensì amore, devozione, fedeltà ad una legge. Il patriottismo costituzionale sarebbe, secondo loro, una versione annacquata e di conseguenza accettabile del patriottismo puro e semplice. In realtà, il patriottismo può essere tale solo nel suo senso originario. Parlare di una “variante” costituzionale è del tutto assurdo perchè viene definito un concetto di totale devozione ad una legge positiva, scritta dagli uomini e perciò perfettibile, soggetta a mutamenti. Ma anche perchè la fedeltà, l’attaccamento, l’amore ad una norma (giuridica o morale) è tipica degli stati assoluti, in primis quelli dove vige la teocrazia (ma non solo). Il patriottismo costituzionale è alla fine una rilettura, nonostante tutte le buone intenzioni, di ciò che in alcuni Paesi viene considerata la fedeltà, l’amore, la devozione alla legge religiosa. La Costituzione quasi perde la propria caratteristica di norma scritta dagli uomini per assumere un carattere di sacralità, oggettività, assolutezza che non si conface ad una norma positiva. E’ una tendenza che si può ben notare nella politica odierna, quando si tende a “sacralizzare” la nostra legge fondamentale.

In altre parole, a mio parere il patriottismo costituzionale è una fola.
In Paesi come Usa, Gran Bretagna,  Francia, persino Germania il patriottismo non è costituzionale. Si è fieri di essere americani, inglesi, francesi, tedeschi, senza doversi giustificare con difficili equilibrismi. Si è fieri di essere ciò che si è a prescindere dalla propria costituzione, in quanto consapevoli della propria storia, cultura, lingua e identità. In base a questo patrimonio (capace di essere infinitamente più rappresentativo di un popolo piuttosto che una legge), o lettura di se stessi, è possibile comprendere il proprio posto nel mondo. E’ il popolo che determina la legge, non la legge che determina il popolo.

Fatta questa debita premessa, giungo rapidamente al nocciolo della questione che volevo trattare: ovvero la modificazione cromosomica che la sinistra sembra subire in questi mesi. Si tratta di un processo genuino, reale, o di una pura e semplice reazione (opportunistica) legata alle contingenze politiche?
A questa domanda si potrebbe rispondere affermando come, tradizionalmente, la sinistra italiana non sia mai stata particolarmente patriottica. Eccetto alcune personalità socialiste come Sandro Pertini ed in alcuni momenti Craxi, tutti coloro i quali provenivano dalle file del PCI non sono mai stati interessati ad alimentare patriottismi o particolari amori per la bandiera. Tutto veniva liquidato senza tanti complimenti come sentimenti tipicamente riconducibili al ventennio. Ancora oggi la parola patriottismo/Patria viene considerata con sospetto e ricondotto ad un ambito politico/ideologico ben preciso.
Un discorso simile può esser fatto per il versante democristiano, non interessato a puntare su tali tematiche. Da questo punto di vista c’è stata una rivincita della Chiesa sul Risorgimento.

Cattolici e marxisti(forti dei 3/4 dell’elettorato) hanno collaborato assiduamente nel far dimenticare agli italiani dei concetti che erano stati strumentalizzati dalla retorica fascista ma che erano stati alla base del Risorgimento e dell’Unità d’Italia.

Tutto ciò non ha fatto altro che preparare il terreno, assieme al malgoverno di 40 anni di partitocrazia, al fenomeno leghista che ha come obiettivo finale la secessione.
L’obiettivo della Lega nord è infatti quello di ottenere il federalismo per poi governare in pianta più o meno stabile la macroregione settentrionale, agendo da forza di governo all’interno e di opposizione all’esterno(nei rapporti con Roma). Cosa che d’altronde è sempre stata capace di fare.

In funzione antileghista, dunque, la sinistra diventa perfino patriottica. Abbiamo visto Benigni a Sanremo (o meglio avrete visto), oppure Saviano con il tricolore. Pure il truculento blogger Piero Ricca si è servito della bandiera italiana per ribadire la sua opposizione al fenomeno leghista. Mi pare che ci sia una rivalutazione del significato di unità che è insito nella bandiera, nell’inno, nella nostra spesso tragica storia. Una rivalutazione dell’esperienza risorgimentale e dell’importanza di questo terzo “giubileo” italiano.
Tutto molto bello ed ammirevole ma con un forte sapore strumentale.
Anche perchè da un lato si parla di tricolore dall’altro si tratta con la Lega.

Per quanto poi attiene il neopuritanesimo, la vicenda è ancor più mortificante.
Siamo passati dal “tutto è lecito” al “tutti sobri”. La libertà sessuale, un certo spirito libertino, è sempre stato proprio della sinistra a partire dal ’68 (ben prima anche di alcuni ambienti della destra, a dire il vero). Il PCI era severo quanto o forse più della DC e della stessa chiesa cattolica in tema di morale (sessuale), ma con gli anni successivi al maggio ’68 le parole d’ordine sono state altre.

L’opposizione in quattro e quatt’otto ha indossato il saio di Savonarola ed ha fatto proprie le tesi ecclesiastiche in tema di morale sessuale.
Più che tali “sbandamenti” preferiremmo una piattaforma programmatica, un’alternativa di governo credibile. Un leader da contrapporre a Berlusconi. E soprattutto non sperare in appoggi “intrnazionali” tutt’altro che disinteressati per sbarazzarsi del governo attuale.
Un’opposizione che voglia aspirare al governo dell’Italia non dovrebbe fungere da sponda per campagne-stampa internazionali. La dignità del proprio Paese si difende anche quando c’è un premier indegno. Anzi, a maggior ragione.

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Potete iscrivervi, in modo tale da conoscerci meglio ed interagire in modo più agile, immediato.
La pagina verrà poi dotata di una serie di consigli editoriali grazie ai quali ognuno potrà, volendo, approfondire taluni aspetti riguardanti gli anni 70 (ed immediati dintorni) in Italia.

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Renato Vallanzasca.

Volevo scrivere due parole su un paio di libri che ho letto ultimamente sul bel Renè, come saprete ritornato di attualità nelle nostre sale cinematografiche.
Si tratta di Vallanzasca, l’ultima fuga scritto con la collaborazione (preziosa) di Leonardo Coen e Vallanzasca, romanzo non autorizzato del nemico pubblico numero uno di Vito Bruschini.

Specifico come il primo libro sia una sorta di piccola autobiografia dell’ex bandito, avente ad oggetto i momenti cruciali della sua vita, i rapporti con le donne, la sua “moralità” di criminale, gli anni (40) di prigionia e il lento reinserimento nella società iniziato alcuni mesi fa con il lavoro in una cooperativa.
Il secondo è soltanto un romanzo, nemmeno molto azzeccato. Ovviamente a parere del sottoscritto.
E’ particolarmente curioso notare come questi due volumi siano tra loro connessi. In verità il romanzo è, in parecchie parti, una pura e semplice rivisitazione di ciò che c’è scritto in Vallanzasca, l’ultima fuga. Addirittura alcuni passi, alcune frasi del protagonista, sono riportate fedelmente nel romanzo. Un bel lavoro di scopiazzatura che mi ha fatto ritornare alla mente Romanzo criminale di De Cataldo: anche lì un copia-incolla  dalla cronaca vera, con il difficile inconveniente di dover cambiare i nomi dei protagonisti reali al fine di poterli riportare nella fiction, spesso con tutti i loro tic. Ovviamente la cronaca vera appare ben più interessante di quella romanzata. Se vi capita leggete Ragazzi di malavita, fatti e misfatti della Banda della Magliana di Giovanni Bianconi e poi Romanzo criminale di De Cataldo. E capirete quant’ è facile fare gli “scrittori”, a volte.

Bruschini, non ha dovuto nemmeno sforzarsi tanto per inventare i nomi dei personaggi presi dalla realtà. Si ritrovano accanto al Renatino, i vari Turatello, Berlusconi (immancabile), Cutolo, Liggio, più qualche altro nome eccellente della Milano del periodo. Ne viene fuori un minestrone un pò grottesco, dove addirittura i poliziotti chiamano Vallanzasca col diminutivo affettuoso di Renatino.

I sardi, poi, sono tratteggiati malissimo. Con la scusa di far parlare Vallanzasca, l’autore si lascia andare ad una serie di appellativi (pecorari, bestie, animali) davvero offensivi. Ovviamente Renatino si esprimeva in questi termini perchè aveva un altro stile nel gestire i sequestri e disapprovava quelli tenuti da sardi e calabresi.
Nel libro si citano le imprese di “gentiluomini” di tutte le regioni d’Italia ma gli unici a beccarsi gli insulti razzisti del Vallanzasca farlocco sono, manco a dirlo, i sardi…

Come avrete capito il libro non mi è piaciuto. Prometteva di far rivivere l’atmosfera degli anni 70 ma è meglio guardarsi un film o leggersi qualche resoconto obiettivo sul periodo.

Vallanzasca, l’ultima fuga invece mi è parso un lavoro decisamente migliore. L’ex boss della Comasina è un abile narratore, piuttosto furbo oltreché simpatico. Il che non guasta. Solo che tende a sorvolare su alcuni episodi dolorosi che poi sono le ragioni per le quali si è fatto 40 anni di galera. Nessuna frase o quasi sui poliziotti uccisi, ad esempio. Molte sulle sue fughe, o sui tempi romantici della ligéra, sulle sue donne, o su come sia cambiata Milano.
C’è poi una guida “michelin” sulle patrie galere, con tanto di votazione dall’uno al cinque espressa non in stelline ma in manette…

Insomma, tra i due, consiglio quello scritto dall’originale e non il romanzo. Oppure leggeteli entrambi e poi mi fate sapere.