Mese: gennaio 2011

Trilogia Fallaci.

Tra gli ultimi libri che ho avuto il piacere di leggere vorrei segnalare Intervista con la storia, Intervista con il Potere, Niente e così sia, tutti e tre di Oriana Fallaci. Ho colto l’occasione perchè ritengo questo esempio di giornalista e scrittrice particolarmente calzante nel dibattito ultimo sul “ruolo delle donne”.
La Fallaci è stata prima di tutto una Donna senza compromessi. Una che ha costruito la propria vita sul merito, rischiando molto spesso in primissima persona. E’ stata una Donna che ha lavorato, amato, scritto, vissuto in pieno la sua vita fin dalla più tenera infanzia quando faceva la staffetta partigiana (altro che fascista). Certo non è mai stata marxista-leninista, e questa in Italia non è di certo considerata ragione di merito, ma di sicuro ha rappresentato un eccelso esempio di Donna antifascista, femminista. Femminista per davvero, non a parole. Indubbiamente detestata da quella parte becera, truculenta, della sinistra nostrana per la sua coerenza. Una coerenza che non ha trovato argine nel politicamente corretto. Già in tempi risalenti. Basta ricordarla in una delle sue interviste a Khomeini quando, davanti a lui (in Iran non a Parigi), ebbe l’ardire di levarsi dal capo il chador e buttarglielo quasi in faccia. Sarebbe davvero curioso confrontare il femminismo autentico della Fallaci con quello farlocco di tante altre attuali “suffragette” che magicamente perdono la baldanza quando c’è da opinare qualche cosa contro alcune ben note abitudini integraliste… Distinguiamo: gli integralismi nostrani sono oggetto di secche, progressiste reprimente. Certi integralismi stranieri, diciamo “esotici”, sono invece meritevoli della massima comprensione se non del massimo silenzio. Se è vero che per alcuni uomini si è perduto lo stampino un discorso analogo può esser fatto anche nel campo femminile.

Mi sorprendo, relativamente conoscendo il mio Paese, che in tutta questa discussione la Fallaci non sia mai stata citata. Probabilmente è vera quella battuta di Severgnini: la memoria (storica) degli italiani è simile a quella di un pesce rosso. La Fallaci ha intervistato i più grandi personaggi del suo tempo. Ha seguito le guerre più tragiche, sanguinose, ammesso che ci siano guerre poco tragiche e poco sanguinose. Era di sicuro la giornalista più importante degli anni 70. In realtà è stata grande fino agli ultimi giorni della sua vita. A mio parere fa parte di diritto dell’empireo dei grandi del nostro giornalismo (Montanelli, Biagi, Fallaci e forse Zavoli) con la differenza che, rispetto agli altri, aveva una dimensione davvero internazionale. Sì, la Fallaci aveva questo in più: era conosciuta e stimata in tutto il mondo. I leaders politici più importanti (ed anche quelli di secondo piano) quasi correvano a farsi intervistare da lei e spesso studiavano le risposte rilasciate dai “rivali”…  Era una sorta di onore per loro farsi massacrare: nelle sue interviste non c’era mai quell’ atteggiamento supplice che spesso siamo abituati a vedere negli attuali “giornalisti”. Aveva una dignità anglosassone del proprio ruolo. Ed inoltre, pur avendo profonde convinzioni personali che non tralasciava mai di esporre ai propri lettori, alimentava il merito dell’onestà intellettuale. Nel senso che era pronta a ricredersi qualora i fatti avessero smentito le sue tesi.

Chi avrà letto i libri sopra suggeriti saprà benissimo chi furono i personaggi intervistati: moltissimi leaders del medio oriente (Arafat, G.Habash, Hussein di Giordania, Khomeini, Reza Pahlavi), leaders vietnamiti, cinesi, americani (Bob Kennedy, Martin Luter King, William Colby), italiani (Andreotti, Nenni, Berlinguer). Insomma, c’è di tutto. Ma sapeva anche essere una scrittrice sopraffina. Nessuno spazio a terminologie astruse per far vedere quanto avesse studiato o letto, ma grande capacità di giungere al nocciolo delle questioni senza far mancare mai il suo punto di vista femminile. Sotto tale aspetto era assai simile a Montanelli (a parte la sensibilità femminile, ovviamente…). Non a caso entrambi vendevano moltissimi libri ed entrambi erano toscani.

Cronologicamente parlando il primo libro di questa “trilogia” è Niente e così sia. Si tratta della testimonianza della Fallaci sul momento chiave della guerra in Vietnam, ovvero il bienno 1967/68 ma contiene anche ciò che ella vide durante la repressione del governo messicano in coincidenza delle proteste studentesche contro l’Olimpiade di Città del Messico. Durante quella drammatica esperienza la Fallaci venne ferita.
Il libro è molto interessante perchè non offre una visione unidirezionale delle vicende narrate. D’altronde la giornalista ebbe la possibilità di intervistare esponenti di entrambe le parti in conflitto. E fu sempre (o quasi) nel fulcro dell’azione.

Il successivo è Intervista con la storia e contiene una lunga serie di interviste con i personaggi più in vista degli anni 60/70 seguendo sempre un filo logico come il lettore potrà ben capire leggendo il libro(abbastanza corposo, oltre 870 pagine). Lo stile è quello tipico della Fallci, domande incalzanti e nessuno scampo per gli intervistati. C’è da dire che alcuni di questi sembrano essere degli ottimi attori.

Infine abbiamo Intervista con il Potere, testo da interdersi un pò come la continuazione del precedente. Il libro contiene due eccezionali interviste a Gheddafi e Khomenini (ma anche a Bob Kennedy, Dalai Lama, Enrico Berlinguer, Sandro Pertini, Deng Xiao Ping e altri).

Insomma: a chi non li avesse letti suggerisco di rimediare.
Ed in ogni caso spero di aver dato un punto di vista personale, senza per forza aver rilasciato la solita “recensione”.

Sulla mancanza in Italia di un sano euroscetticismo.

Quanto costa essere “euroscettici” in Italia? All’inizio parecchio. Si veniva guardati con un occhio di compassione, di commiserazione. Il tuo interlocutore ti osservava un pò come un extraterrestre, o uno strano esemplare umano proveniente per chissà quali ragioni direttamente dall’ottocento. Erano i tempi dell’ubriacatura da euro, i media avevano appena coniato il curioso neologismo eurolandia, manco si trattasse di un parco giochi. Erano gli anni dell’Ulivo mondiale, dei Clinton, dei Blair, degli Schroeder, dei Jospin. Ma soprattutto dei primi due. Stiamo insomma parlando di quel periodo storico nel quale si posero le basi dell’attuale globalizzazione. Non a caso, allora, tutti o quasi parlavano bene dei mercati aperti, e quindi di globalizzazione. Come molti sapranno, oggi, questo termine è quasi una parolaccia. Ha acquisito una connotazione incredibilmente negativa e naturalmente, come spesso accade, le cose che un tempo venivano considerate come panacee di tutti i mali oggi vengono intese come cause di tutti i nostri problemi.

Ebbene sarebbe fin troppo facile osservare come l’euro e alla fin dei conti la stessa Unione europea siano stati costituiti in funzione ed in previsione della globalizzazione. E’ fuor di dubbio che a noi italiani l’Europa sia costata moltissimo, in termini di autonomia politica, economica e monetaria. A noi singoli cittadini, poi, è stato scaricato interamente l’onere di dover adottare una moneta unica che ha dimezzato di fatto il potere d’acquisto di ognuno. Certo, il costo del danaro si è abbassato. L’euro (in realtà la Germania) ha rappresentato un importante ombrello contro i venti speculativi che si sarebbero potuti abbattere sulla moneta di un Paese indebitato come l’Italia (cronicamente, potremmo dire). Ma non si può dimenticare quanto sia importante poter usufruire della leva monetaria nello sviluppo di un’economia. Ce lo sta ricordando una volta di più la Cina: quando l’America col fiato corto rinfaccia la svalutazione dello yuan, i bravi compagni con gli occhi a mandorla rispondono che tireranno diritti fino a quando lo riterranno opportuno.

Detto in altri temini, probabilmente, l’euro non è funzionale a tutti i Paesi dell’Unione ma solo alla Germania, che ha sostituito il marco con la nuova moneta (senza perderci granchè in quanto entrambe monete forti) ma in cambio ha ottenuto il comando di un’ Europa sempre meno significante sullo scenario internazionale e sempre più asservita alla politica di espansione tedesca. L’Europa, diciamolo francamente, esiste ed esisterà fin quando sarà funzionale alla Germania. Viviamo in una sorta di pax germanorum. Pensiamo solo al fatto che i tedeschi abbiano nominato come ambasciatore dell’Unione in Cina un loro diplomatico(tutto questo nell’ottica di una politica di rapporti privilegiati col gigante asiatico).  O alla vicenda eurobond. Oppure all’impasse sugli aiuti da dare ai partners in crisi. Ai continui richiami della Germania sugli affari interni(leggi finanze) degli altri Paesi. A nessuno viene qualche dubbio nel dover constatare come l’economia tedesca sia l’unica in Europa ad esser cresciuta significativamente in un 2010 terribile per (quasi) tutti, Stati Uniti compresi?

Ma volgiamo lo sguardo all’Italia.

Che nessun partito politico si sia dichiarato “euroscettico” è parzialmente vero. In realtà se c’è stato qualcuno che in Italia ha avuto da ridire contro la vulgata corrente europeista è stata proprio la Lega, sopratutto nel senso di un eccessivo dirigismo e peso di istituzioni non elette come la commissione europea e la banca centrale.

Per il resto molto è dipeso anche dalla società civile che non è stata mai contro l’Europa. Un pò, forse, ha cominciato ad esserlo a seguito del salasso chiamato “euro” per il quale, grottescamente, abbiamo anche pagato una tassa negli anni 90 (la tassa per l’Europa). In Italia siamo stati così mal governati e c’è una così diffusa sfiducia nelle istituzioni che siamo tornati al vecchio “Francia o Spagna purchè se magna”. Accettiamo supinamente di essere governati dall’Europa(leggi Germania) perchè non riteniamo credibile il nostro sistema.

La Lega non è altro che il portato della società dei magnaccioni, dei De Mita, delle tante Irpinie, delle cattedrali nel deserto, delle casse per il Mezzogiorno, dei ministeri per le partecipazioni statali, della monnezza campana, o degli statuti siciliani.

D’altronde, sentite forse qualcuno parlare del nostro ruolo in Europa e nel mondo? O di cosa dobbiamo fare in Afghanistan? O delle misure per ridurre il debito pubblico? In tutto questo bailamme è soltanto la Lega che cerca di raggiungere un solo risultato, sempre lo stesso, il federalismo. Gli altri ciarlano, litigano, si tendono trabocchetti l’un l’altro.

Il presidente del consiglio in Italia è Sergio Marchionne, l’unico che dal suo punto di vista sta facendo le riforme.

In seconda battuta abbiamo Bossi&Tremonti. Il resto è francamente fuffa.

Comunque siamo alla fine di un ciclo politico e mi pare di poter dire che si stia muovendo qualcosa. La società civile supera di gran lunga la politica e questo fa ben pensare per il futuro.

Infine, volevo specificare come il sottoscritto non sia per nulla contrario al federalismo.

Ritengo che sia sbagliato non inserirlo in un contesto ORGANICO di riforme(vedi presidenzialismo).

L’attuale premier non può oggettivamente fare nulla, nemmeno cacciare un ministro. Ed il parlamento è di una lentezza elefantiaca nel prendere decisioni. In un mondo in cui il potere politico rischia di essere defraudato del proprio ruolo dal potere finanziario questa lentezza non ce la possiamo più permettere.

In effetti fare il federalismo nel contesto attuale può effettivamente essere un rischio.

La polizia accusa, il servizio segreto uccide.

Film del 1975 con Luc Merenda, Mel Ferrer, Tomas Milian, Delia Boccardo. Regia di Sergio Martino.

Si tratta di una pellicola ingiustamente snobbata dai critici del tempo ma poi rivelatasi straordinariamente aderente alla realtà (quella che avremmo potuto conoscere solo dopo, sia pure con grande lacunosità).

Il film inizia con una serie di omicidi eccellenti (alti gradi militari) compiuti dai servizi segreti. Successivamente entra in gioco la Polizia con un’indagine su uno strano caso: l’uccisione di un elettrotecnico nella propria villa fuori città. Il commissario di turno – Luc Merenda – ordina di indagare con attenzione, partendo dal fatto più ovvio: capire come un perito tecnico potesse sostenere un simile tenore di vita.

Tanti i reperti interessanti tra i quali una spazzola sulla quale vengono ritrovati dei lunghi capelli neri, segno evidente che la vittima doveva essere in dolce compagnia. Si esaminano anche delle agende nelle quali si trova il numero di una nota maitresse.

Il commissario va a trovare l’anziana “contessa”, fingendosi un cliente(giusto per farsi aprire la porta).

Rivelata la sua identità comincia l’ispezione, che darà esito positivo dato che l’appartamento si rivelerà essere un vero e proprio casino (nel quale si esercita anche la prostituzione minorile).
Il commissario, però, non dev’essere un grande sostenitore dell’obbligatorietà dell’azione penale dato che propone all’anziana signora un patto: parlare per non finire dentro. Ovviamente i capelli ritrovati nella spazzola del bagno erano di una prostituta conosciuta come la tunisina, gestita appunto dalla anziana maitresse.
Il commissario si fa dare l’indirizzo della tunisina e va a farle visita ma viene anticipato da qualcuno che ha provveduto ad addormentare la povera ragazza ed a trasformare il suo piccolo appartamento in una specie di camera a gas (fornelli della cucina aperti). I poliziotti riescono fortunatamente ad entrare dentro, aprire tutte le finestre e salvare la preziosa testimone. Ritrovano anche delle banconote di grosso taglio nella casa della giovane.

A questo punto entra in gioco il giudice Mannino(Mel Ferrer) che interroga la ragazza, facendole capire che è nei guai fino al collo. Mannino individua nella prostituta l’omicida del perito con il quale era stata poche ore prima. Ovviamente la ragazza nega tutto ma è confusa e sotto-shock. Il commissario non è della stessa idea e cerca di aiutare la donna la quale, alla fine, riesce a fornire una spiegazione convincente: ha visto l’assassino mentre uccideva l’uomo, una spia dei servizi segreti.

Nel giallo già piuttosto intricato, s’inserisce la figura di un povero diavolo, un opportunista che cerca di trarre vantaggio dalla vicenda introducendosi nella casa del morto -posta sotto sequestro- alla ricerca di un certo nastro con la voce delle persone coinvolte. Gli sbirri di guardia però si accorgono del movimento e riescono a coglierlo sul fatto ed arrestarlo. L’uomo viene interrogato personalmente dal commissario e rivela di essere un agente del servizio segreto. Di conseguenza viene chiamato il capitano Sperli(Tomas Milian), uno spione vero, il quale interroga il sedicente 007. Di fatto sbugiardandolo(o almeno dando l’impressione di farlo, non è da escludersi che il poveraccio sia stato solo scaricato come ben dimostreranno le vicende successive).

Fatto sta che il commissario riesce ad ascoltare il nastro, un attimo prima di consegnarlo al giudice Mannino. Ascolta le voci delle persone coinvolte ed alcuni nomi interessanti. Comincia a capire cosa c’è sotto, ovvero un tentantivo di eversione . Ovviamente, negli uffici della procura (o forse in quelli della Polizia), il nastro viene smagnetizzato e quando il giudice Mannino prova ad ascoltarlo è ormai inservibile.

Parte dunque la spietata caccia dei coinvolti da parte dei servizi deviati che provvedono ad eliminare uno alla volta sia l’intruso che aveva tentato di recuperare il nastro, sia la giovane prostituta. Nonostante le molte difficoltà il commissario ed il giudice Mannino riusciranno ad arrivare a capo dell’intricata vicenda scoprendo i responsabili, ma il finale sarà tutt’altro che a lieto fine come si potrà scoprire guardando il film.

La Polizia accusa, il servizio segreto uccide ha un’interessante caratteristica: quella di immergere lo spettatore, per 90 minuti, nel clima cupo della metà degli anni 70.

La versione in DVD disponibile è rimasterizzata, dunque la qualità audio-video è più che accettabile.

Consigliato.

Alfa Romeo duetto "areodinamica"

Un sostanzioso ritocco alla linea nel 1983 che vede l’adozione di nuovi paraurti avvolgenti, mentre la coda tronca è accentuata dallo spoiler nero sintetico. La modifica non è apprezzata, ma deriva comunque da un approfondito studio effettuato dalla Pinifarina nella galleria del vento, con vantaggi aerodimanici che però non giovarono all’estetica della ormai classica Duetto. L’interno della vettura resterà invariato sino a fine serie senza sostanziali modifiche.

Nel 1986 viene immessa sul mercato una nuova versione della 2000 a carburatori denominata “Quadrifoglio Verde” con variazioni di carrozzeria quali paraurti anteriore e posteriore che inglobano fascioni aerodinamici marcati, di comune design con le bandelle sottoporta (minigonne), assenti sulle versioni “normali”.

All’interno questa versione più grintosa nell’aspetto, propone un nuovo cruscotto con tutti gli elementi raccolti in un’unica ogiva e non più con i classici strumenti separati tra le “gobbe” davanti al guidatopre e altri strumwenti supplementari sulla plancia: questo schema rimarrà invariato, se non per i colori diversi, anche sulla successiva 4ª serie. Inoltre questa versione “sportiva” si presenta con sedili più avvolgenti e di colore grigio piombo con impunture rosse, così come rossa risultava essere la moquette sul pavimento. All’esterno vennero mantenute le appendici in gomma morbida già presenti sulla coda, mentre vennero aggiunti imponenti specchi retrovisori, a comando elettrico, di colore nero, detti dagli appassionati “candelabri” per la loro sporgenza. La “Quadrifoglio Verde” venne prodotta in tre soli colori: rosso alfa, grigio metallizzato e nero.

Questa serie terminò di esistere con l’avvento della quarta e ultima serie nel 1990, ed è l’ultima ad proporre il motore di 2000cc con i carburatori, soppiantati sulla successiva serie dall’iniezione elettronica.

Alfa Romeo: quando la tecnologia era arte.
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Alfa Romeo Alfasud Sprint

Benché la moda delle coupé volgesse al termine, nel 1976 l’Alfa Romeo decise di lanciare l’Alfasud Sprint, una coupé a 4 posti con carrozzeria fastback e portellone posteriore. Disegnata da Giugiaro e fortemente ispirata alla Alfetta GT, era una vettura riuscita.
Il motore era il boxer di 1286cc da 76cv, brillante ma non potentissimo. Il prezzo elevato e la qualità mediocre limitarono il successo. Nel 1978 la gamma venne ampliata con l’introduzione delle versioni Veloce 1.3 e Veloce 1.5, mosse dalle versioni bicarburatore dei boxer di 1351cc (86cv) e 1490cc (95cv). Alla base rimase la versione 1.3 con motore 1351 monocarburatore da 79cv. Nel 1983 un restyling (nuovi paraurti in plastica, nuova mascherina, nuovi gruppi ottici posteriori, nuovi massicci fascioni laterali, verniciatura in nero di tutte le parti prima cromate e nuovi interni) diede vita alla seconda serie, denominata semplicemente Sprint (senza più Alfasud). Due le versioni disponibili: la 1.3 (1351cc, 86cv) e la 1.5 Quadrifoglio Verde (1490cc, 105cv attenuti grazie all’introduzione di 2 testate modificate). Quest’ultima era riconoscibile per i filetti verdi su paraurti e fascioni ed i sedili sportivi con poggiatesta traforati. Nel 1986 la linea venne alleggerita, grazie all’eliminazione dei fascioni laterali e ad alcune modifiche ai paraurti. La cilindrata della Quadrifoglio Verde (che adottò un piccolo alettone posteriore in tinta) crebbe da 1490 a 1712cc (114cv).

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Alfa Romeo Giulia Ti Super 1600

Nel 1963 venne lanciata la versione Ti Super, pensata per l’omologazione alle gare turismo. Rispetto alla Ti, la Ti Super presentava una carrozzeria alleggerita (cofani e portiere in alluminio, lunotto e finestrini posteriori in plexiglass, alcuni lamierati assottigliati, allestimento interno semplificato, il motore potenziato da 112 CV della Giulia SS coupè (con alimentazione a 2 carburatori Weber 45 DCOE, valvole maggiorate, alberi distribuzione sportivi), freni a disco, cerchi in lega di magnesio Campagnolo con feritoie quadrangolari (gli stessi della Giulia TZ) e leva del cambio a cloche sul pavimento. A richiesta erano disponibili radiatore dell’olio, differenziale autobloccante e rapporti al ponte differenti.

Esternamente la Ti Super si riconosceva per i quadrifogli adesivi sulla fiancata e la sostituzione della coppia di fari anteriori più interna con prese d’aria circolari. Opportunamente elaborata da noti preparatori come Virgilio Conrero, con il motore che arrivava a erogare circa 155 cv (114 kw), fu omologata nella categoria Turismo Gruppo 2 e in gara diede parecchie soddisfazioni all’Alfa Romeo che coniò lo slogan: “Giulia, la berlina che vince le corse”.

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Alfa 6.

La progettazione dell’Alfa 6 (nome in codice Progetto 119) venne avviata all’inizio degli anni settanta e l’entrata in produzione era prevista per la fine del 1973. La Casa di Arese, infatti, voleva rientrare alla grande nel settore delle grandi berline a 6 cilindri, dopo l’uscita di scena (1969) dalla poco fortunata ma imponente berlina 2600. Il progetto 119, che riprendeva molti concetti sia tecnici (ma non lo schema transaxle) che estetici dell’Alfetta, doveva, infatti, portare al debutto un nuovo motore V6 di 2,5 litri tutto in alluminio. La crisi petrolifera alla guerra del Kippur (novembre 1973), sconsigliò i vertici della Casa, allora di proprietà dell’IRI, di mettere in produzione un’autovettura, peraltro ormai definita in tutti i particolari, che percorreva 7,0 km con un litro di preziosa benzina.
Gli shock petroliferi e sociali, che attraversarono tutto il periodo 1974-1978, s’attenuarono verso la fine del decennio, così, nel 1979, l’Alfa Romeo decise di introdurre sul mercato il frutto del Progetto 119.
Quando venne presentata al pubblico, dopo un congelamento del progetto per sei anni, la nuova grande ammiraglia Alfa 6 era già superata, sia sotto il profilo estetico che sotto quello meccanico.
Stilisticamente somigliava a una Alfetta gonfiata e le linee squadrate e superate erano parte di un progetto ormai superato, dalla ridotta larghezza (appena 1,68 m, mentre la lunghezza era di 4,76 m), che fra l’altro determinava un’abitabilità interna sufficiente per sole quattro persone, dal passo di soli 2,60 m (col conseguentemente esagerato sbalzo posteriore) e da alcuni particolari di dubbio gusto. I gruppi ottici posteriori, ad esempio, erano troppo grandi, i paraurti (in metallo con cantonali in gomma) eccessivamente massicci e la presa d’aria sporgente sul montante posteriore poco elegante.
Anche la meccanica, pur raffinata, era datata. Il ponte posteriore De Dion, complesso e costoso, aveva, ad esempio, un’efficacia paragonabile a quella dei più moderni schemi a ruote indipendenti, più semplici, leggeri ed economici.
Le cose andavano un po’ meglio all’interno dove le finiture, pur lontane dalle concorrenti dichiarate (BMW e Mercedes), erano discrete e in ogni caso superiori alla media Alfa Romeo dell’epoca.
Il punto forte della nuova ammiraglia di Arese era tuttavia l’ottimo V6 di 2.492 cm³ alimentato da 6 carburatori monocorpo (158 cavalli), abbinato ad un cambio manuale a cinque rapporti montato in blocco col motore (niente transaxle, quindi). Per il resto lo schema tecnico prevedeva un avantreno a ruote indipendenti con doppi triangoli e barre di torsione, retrotreno De Dion e 4 freni a disco (quelli posteriori entrobordo).
La prova della rivista specializzata Quattroruote, mise in luce le buone caratteristiche del motore, il comportamento stradale valido, ma anche i consumi elevati e la linea superata. L’Alfa tentò di promuovere la grande robustezza della scocca ma, per colmo di sfortuna, nel 1981 l’attore Gino Bramieri (fra i primi acquirenti del modello) distrusse la sua Alfa 6 automatica in un drammatico incidente nel quale perse la vita l’attrice Liana Trouche. In verità, va detto però che l’attrice morì perché fu sbalzata fuori dall’abitacolo in quanto non aveva allacciato la cintura di sicurezza, malgrado la vettura ne fosse provvista; l’attore, comunque, attribuì l’incidente al malfunzionamento del cambio automatico.
Della prima serie, prodotta fino alla fine del 1982, sono stati costruiti poco più di 6.100 esemplari.
Nel 1983, nel tentativo di risollevare le sorti commerciali del modello, l’Alfa 6 venne sottoposta a un restyling. Data la scarsità di risorse finanziarie a disposizione della Casa non vennero toccate le lamiere e le modifiche si concentrarono sugli elementi dell’abbigliamento esterno e sugli interni. All’esterno cambiarono i fari (due trapezoidali, anziché quattro circolari), la mascherina anteriore, i paraurti (ora totalmente in plastica e privi di rostri, fatto che fece scendere la lunghezza del modello a 4,68 m) e comparvero nuovi profili laterali paracolpi e inediti spoiler aerodinamici sotto ai paracolpi. L’assetto divenne più basso, rendendo la vettura meno massiccia. All’interno vennero ridisegnati i sedili ed i pannelli porta, mentre la plancia venne solo ritoccata. Dal punto di vista tecnico si segnalava l’adozione dell’iniezione elettronica che donava al V6, sempre di 2,5 litri, maggior dolcezza d’erogazione e maggior sobrietà nei consumi. La potenza rimase stabile a 158 cavalli.
Sul mercato interno, nel tentativo di rendere più appetibile fiscalmente l’Alfa 6, la 2.5i, disponibile solo nell’allestimento ricco Quadrifoglio Oro (completo anche di aria condizionata e sedili a regolazione elettrica) venne affiancata dalla 2.0 V6 (equipaggiata col V6 a carburatori di cilindrata ridotta a 1.996 cm³ per 135 cavalli) e 2.5 Turbodiesel R5 (spinta da un cinque cilindri di origine VM Motori di 2.494 cm³ da 105 cavalli). Questi due modelli furono penalizzati da una massa quasi inusitata per l’epoca (la 2.0 V6 pesava 1.470 kg e la Turbodiesel R5 addirittura 1.580 kg) che impediva loro di raggiungere prestazioni accettabili. L’Alfa 6 restò sul mercato per altri quattro anni, con un impatto sul mercato sempre più trascurabile, ed uscì di listino nel 1987, rimpiazzata dalla 164. Della seconda serie erano stati prodotti in tutto 6.000 esemplari (di cui 1.162 versioni 2.5i V6 Quadrifoglio Oro). Le ultime vetture prodotte, giacenti invendute nel deposito di Arese, furono esportate due anni più tardi in Polonia e in altri paesi dell’est europeo.

Fonte:
Tanta nostalgia delle auto anni 70/80 (pagina Facebook).