Nato il 4 luglio.

Solitamente scrivo di cinema italiano ma stavolta vorrei evidenziare questo bel film di Oliver Stone, visto dal sottoscritto distrattamente in passato e rivisto con maggiore attenzione alcuni giorni fa.
Non ha la fama di Platoon o Wall Street, celeberrime pellicole dello stesso regista, ma è di sicuro un prodotto di prim’ordine capace di corrisponderci una delle migliori interpretazioni di Tom Cruise opportunamente accompagnato da alcuni colleghi che avevano già lavorato con Stone per l’appunto in Platoon(mi riferisco a Tom Berenger e Wilian Dafoe).

Il film si basa sull’omonimo libro del marine Ron Kovic, partito come tanti suoi coetanei volontario per il Vietnam, ferito gravemente in combattimento alla schiena con conseguente – tragica e definitiva – perdita dell’uso delle gambe. Kovic diede 3/4 del suo corpo all’America, come anche ebbe modo di dichiarare in seguito pubblicamente, il suo Paese.
Come si sa anche Stone andò volontario in Vietnam e, dopo il successo di Platoon, potè permettersi di fare qualunque cosa. Sfruttò bene questa chance per fare un film che è molto vicino ad un capolavoro, frutto di una promessa che lo stesso regista fece a Kovic.

Nato il 4 luglio è un viaggio in 3 decenni di storia americana. Si comincia con gli anni 50, il piccolo Kovic che cresce in una famiglia cattolica ed un pò bigotta. Una delle tante famiglie americane dell’interno, casa, chiesa e patriottismo. Da fanciullo Kovic va col padre a vedere le parate dei reduci della seconda guerra mondiale. Vede quelle facce e quelle ferite. Assorbe i valori di riferimento del periodo: il patriottismo, l’anticomunismo, la fede in Dio, l’etica del sacrificio.

Siamo già negli anni 60 quando Kovic, a scuola assieme ai suoi amici, sente il discorso di un marine(Tom Berenger) <<non-abbiamo-mai-perso-una-guerra>>. In quel preciso istante decide di arruolarsi. Si notano anche le diverse mentalità all’interno del gruppo di Kovic: ci sono quelli che credono in un’America accerchiata dai comunisti e quelli che in guerra non ci vogliono andare e pensano di iscriversi al college.
Kovic viene catapultato nell’inferno vietnamita. Anche quando non viene colpito da una pallottola viene trafitto da ciò che vede ed è costretto a fare. Durante un’azione in un villaggio, con i vietcong che sparano dalle dune, in piena ritirata tattica, in un’incredibile confusione Kovic spara -per errore- ad un suo commilitone (uno dei nuovi). E il rimorso lo corroderà, fino a quando si recherà -oramai in sedia a rotelle- a dire ai genitori dello sfortunato marine che il loro figlio non era stato ucciso dai vietcong, bensì da lui.

Poco dopo Kovic viene colpito. E quì inizia il calvario fisico, assieme a quello dello spirito che già lo metteva a dura prova. Riceve anche l’estrema unzione in Vietnam (<>).

Drammatico è il risveglio in un centro di “recupero” per reduci, nel quale a Kovic viene data senza tanti complimenti la notizia che resterà paralizzato per tutta la vita. Nel film sono documentati una serie di momenti strazianti. E’ la stessa dignità dell’uomo Kovic ad esser messa a dura prova.
Il ritorno a casa non è meno problematico: Kovic deve sopportare gli sguardi e le amare considerazioni dei parenti e vicini. Uno dei suoi fratelli solidarizza coi pacifisti e lui non riesce a capacitarsi di questo. Ma è quì che Kovic inizia a cambiare, comincia a passare da un cieco ed ingenuo patriottismo anni 50 alla consapevolezza che la guerra, in molte occasioni, non è la soluzione giusta per risolvere i problemi.

Alcune considerazioni di parte: il film sembra quasi dare la colpa del Vietnam a Nixon, sorvolando allegramente sulle responsabilità di almeno un paio di presidenti che lo precedettero (Kennedy e Johnson, soprattutto). Il film finisce con Kovic che diventa un delegato democratico, ovvero di quel partito che iniziò la guerra in Vietnam e che votò per il massimo impegno in uomini e mezzi(assieme ai repubblicani, ovviamente). Stone usa spesso un approccio manicheo nei suoi film(questo è parte del suo fascino) e nulla risparmia allo spettatore sia in particolari raccapriccianti e/o commoventi sia per quanto attiene la lettura politica degli eventi.

Il viaggio in Messico di Kovic rappresenterà il punto più basso della sua parabola ma anche l’inizio della risalita.

Consigliatissimo.

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