Mese: dicembre 2010

Incubo sulla città contaminata.

Film del 1980 di Umberto Lenzi, con Hugo Stiglitz, Mel Ferrer, Francisco Rabal, Laura Trotter, Maria Rosaria Omaggio.
Dicono Seveso ma potrebbe anche essere Chernobyl.
Singolare premonizione di una catastrofe nucleare che invece di debilitare i contaminati li potenzia a tal punto da farli diventare difficilmente controllabili. Lenzi non vuol sentire la parola zombie per definire tali mostri(anche se nell’intervista postata a suo tempo ha utilizzato questo termine) bensì di contaminati. In effetti, non si muovono come zombie ma come uomini normali dotati di un grado di aggressività spaventosa. Le radiazioni hanno apportato uno scompenso nelle emoglobine che rende necessarie continue trasfusioni di sangue o barbari omicidi per procurarsi il prezioso plasma. In pratica i contaminati si trasformano in pericolosi vampiri.
Naturalmente la contaminazione si diffonde ed il problema tende ad ingigantirsi. L’unico modo per fermare i contaminati è quello di spararli al cranio.

Il protagonista di questo film è un pietrificato Hugo Stiglitz, attore messicano assai famoso nel suo Paese e del quale Tarantino prese il nome per uno dei suoi personaggi in Bastardi senza gloria. Lenzi dice a ragione che questo attore “si muoveva male”; non lo avrebbe voluto, essendo un raccomandato della produzione. Per il ruolo di protagonista avrebbe visto meglio Franco Nero o John Saxon. Ma incredibilmente, e forse involontariamente, questo messicano dal cognome tedesco mostra una strana capacità di risultare simpatico e familiare mano a mano che il film va avanti(caratteristica non da poco, e molto importante soprattutto per un genere come l’avventuroso, il thriller o l’horror).
Mel Ferrer, celebre attore americano, qui fa la parte del generale Murchinson. Un militare democratico, pieno di scrupoli, ma anche risoluto quando le condizioni non gli lasciano scelta.
Francisco Rabal è il maggiore Holmes, che funge da raccordo tra Murchinson e i vari eventi che si svolgono nel film: in più, ha anche il piacere di essere l’amante di una Maria Rosaria Omaggio al culmine della forma.
Laura Trotter è la moglie di Stiglitz, ed interpreta una dottoressa un pò piagnucolosa che farà una brutta fine (nel sogno o nella realtà?)

Incubo sulla città contaminata (titolo che mi è piace, Nightmare city nella versione in lingua inglese) rientra nel genere catastrofico/splatter/horror che andava di moda 30 anni fa. Il film è ricco di squartamenti, plasma, exploitations ma anche di esecuzioni più raffinate che non è quì il caso di svelare.
Interessante la conclusione: si potrebbe pensare che il bene trionfi sul male, invece il problema rimane irrisolto o almeno se ne rinvia la soluzione dato che allo spettatore rimane il dubbio che si sia trattato di un brutto sogno del protagonista o, purtroppo, di un incubo premonitore.

Io questo film lo consiglio soltanto agli amanti del genere (preciso che a me è piaciuto).
La visione dev’essere rigorosamente accompagnata da pop corn, patatine ed un buon liquido per mandare giù tutto.

Lancia beta coupè.

Nel 1973 venne lanciata la versione coupé della Beta. Realizzata sul pianale accorciato (nel passo) della berlina e disegnata da Piero Castagnero (già autore della “Fulvia Coupé”), questa versione piacque parecchio, sia per la linea riuscita che per le finiture migliorate rispetto alla berlina. L’interno, caratterizzato dalle 4 poltrone singole della medesima foggia e tutte dotate di poggiatesta, non aveva alcun componente comune alla berlina. La plancia, di inedito disegno, aveva centralmente un pannello di plastica colorata per dare un effetto legno. Le primissime unità hanno il colore di fondo della strumentazione e dell’orologio colorato di giallo. Curiosa la (rara) presenza su alcuni modeli prodotti fino ad un certo anno, di due leve (destra e sinistra) per l’apertura del cofano.

Al notevole successo contribuirono pure i brillanti motori bialbero (gli stessi della berlina, ma potenziati) di 1592 cc da 109 CV e 1756 cc da 119 CV.

Nel 1975, in occasione di un leggero restyling (nuova mascherina con barre orizzontali – le ultime 5 cromate le altre nere – e cofano con 2 nervature trasversali e nuova griglia di sfogo dell’aria), la gamma coupé; venne equipaggiata coi medesimi motori 1600 (1585 cc, 100 CV) e 2000 (1995 cc, 119 CV) della berlina. La crisi petrolifera infatti sconsigliava potenze e consumi eccessivi. Curiosa la (rara) presenza su alcuni modelli prodotti fino ad un certo anno, di due leve (destra e sinistra) per l’apertura del cofano.

Nel 1976 l’ultima Fulvia Coupé ancora in listino (la 1.3 3a serie), venne rimpiazzata dalla Beta Coupé; 1300, spinta dal 1297 cc da 83 CV della berlina di pari cilindrata. La 1300 si distingueva dalle altre Beta Coupé per alcuni dettagli esterni (mascherina totalmente nera, fari privi di carenatura, verniciatura in nero opaco delle cornici cromate e dell’alloggiamento dei fari) ed interni (sedile posteriore intero e privo di poggiatesta, strumentazione semplificata, dotazione di serie meno ricca).

Nel 1981 un ulteriore restyling interessò l’intera gamma Coupé. All’esterno cambiarono la mascherina anteriore (ridisegnata sullo stile di quello della Gamma Coupé II serie), i paraurti (più spessi ed avvolgenti. A quello posteriore vennero fissati anche i retronebbia) e la verniciatura di alcuni dettagli (nero opaco per tutte le cornici prima cromate). Sulla fiancata comparve anche un profilo protettivo in plastica. Le versioni di cilindrata superiore adottarono anche un alettoncino in plastica nera sul cofano bagagli. Gli interni vennero totalmente ridisegnati (tranne i sedili, la cui forma rimase invariata), ma la nuova plancia dal disegno “ordinario” e l’impiego esteso di plastica e di tessuti meno raffinati davano l’impressione di uno scadimento generale del livello di finitura.

Dal punto di vista tecnico le principali novità riguardarono il lieve incremento di cilindrata (da 1297 a 1366 cc) del motore della versione 1300 (che guadagnò 1 CV, per un totale di 84) e l’adozione dell’alimentazione a iniezione elettronica sul propulsore 2 litri (che raggiungeva così 122 CV di potenza massima).

Nel 1982 la gamma venne completata dalla “2000 Volumex”, spinta da una versione (a carburatore doppio corpo) sovralimentata con compressore volumetrico Roots a lobi rotanti, del 4 cilindri di 1995 cc. La Volumex, che disponeva di 136 CV e di una maggior coppia massima (21 kgm invece di 17 della versione aspirata), era riconoscibile per la targhetta VX sulla mascherina, per un rigonfiamento sul cofano motore in corrispondenza di un gomito del collettore di aspirazione che si innestava sul compressore volumetrico, per uno spoiler nero sotto al paraurti anteriore, per il fondo scala del tachimetro che arrivava a 220 km/h invece che a 200 km/h e per gli pneumatici 185/65 R14H di serie.

La VX fu il canto del cigno della Beta Coupé, che venne tolta dai listini nell’autunno del 1984.

La Beta Coupé nel 1974 affiancò la Stratos HF e la Fulvia Rallye 1,6 HF nei rally che portarono la vittoria del Campionato del Mondo. Si trattava della versione 1.800 cc con una profonda elaborazione meccanica che prevedeva la testata Abarth della 124, una differente disposizione del motore alimentato a carburatori che erogava 190 cv, il differenziale autobloccante. La livrea è inizialmente quella rossa e bianca Marlboro per diventare l’anno successivo verde e bianca Alitalia.

Fonte:

Tanta nostalgia delle auto anni 70/80(Pagina Facebook).

Alfa Romeo Nuova Giulietta 77.

Non aveva un compito facile, infatti la Nuova Giulietta doveva sostituire un’autovettura molto amata, la Giulia, utilizzando una meccanica già esistente (quella della Alfetta), evitando di sovrapporsi commercialmente ad altri modelli in listino. Da queste premesse nacque una berlina a 3 volumi dal disegno fortemente a cuneo, con frontale basso e coda alta e corta. Pianale, motori e meccanica erano gli stessi della Alfetta. Per evitare che i due modelli si cannibalizzassero a vicenda (avevano anche lo stesso passo di 251cm), la Casa di Arese decise di dare alla Giulietta una connotazione più sportiva, lasciando all’Alfetta il ruolo di berlina elegante. Nel complesso la Giulietta, per livello di finiture e scelta di motori (partivano da 1,3 litri), si collocava un gradino sotto alla Alfetta.

Fonte:
Tanta nostalgia delle auto anni 70/80
(Pagina Facebook)

Alfa Romeo 1750

Presentata nel 1968, l’Alfa Romeo 1750 ripropone i canoni tecnici della “Giulia”, senza però seguirne quelli stilistici.

Rispetto alla sorella minore, la “1750” aumenta il passo di soli 6 cm, ma gli sbalzi vengono sapientemente allungati fino a raggiungere la lunghezza di 4,39 mt, guadagnando quei 25 cm in più che le consentono di aspirare ad una categoria superiore.
La scocca autoportante mantiene la struttura differenziata a deformazione progressiva. Il blocco motore-cambio con trazione posteriore, raggiunge una perfezione ed un equilibrio di funzionamento eccellenti. Sarà l’ultima automobile Alfa Romeo dotata di questo schema che era stato iniziato con la “Giulietta”.
Nelle vetture successive (Alfetta, Giulietta, 90 e 75) il cambio verrà spostato sul ponte posteriore, aumentando la stabilità, ma perdendo quella dolcezza di innesto dei rapporti che era il vanto delle vetture milanesi negli anni cinquanta e ’60.
Già nel 1969 venne presentata la “seconda serie” con piccole modifiche funzionali ed estetiche come le frecce anteriori, i ripetitori laterali ed il volante in legno. La meccanica resta invariata ed i 132 CV (SAE) del motore spingono la vettura a 180 km/h.
Nel 1971, a Gardone Riviera, viene presentata la sua erede, il modello “2000”.

Fonte:
Tanta nostalgia delle auto anni70/80 (pagina Facebook)