Santoro, Masi e la privatizzazione della Rai.

L’ultima divertente pantomima che riguarda il carrozzone Rai è andata in onda dopo alcune dichiarazioni di Michele Santoro durante la trasmissione Annozero. Bersaglio: il direttore generale Mauro Masi. In diretta tv il conduttore ha mandato a quel paese Masi con conseguente rappresaglia di quest’ultimo, sfociata in una sospensione del presentatore (non della trasmissione) per 10 gg. Scaramucce.
Santoro, da grande animale televisivo, ha subito fatto il martire gridando all’attentato alla libertà di parola e ha chiesto al suo pubblico di inondare la Rai di messaggi di protesta.
Ovviamente i politici di turno e, in questo caso, Masi sbagliano nel cadere nella solita, prevedibile, trappola predisposta dal fazioso conduttore. Forse sarebbe stato più intelligente colpirlo nella borsa, visto il lauto ingaggio del quale beneficia. Santoro, come tutti noi del resto, è particolarmente sensibile al denaro. Ancor più in tempi di crisi, dove c’è bisogno di garantirsi un futuro tranquillo, al riparo dalle avversità e dai periodi sfortunati. Se fosse stato multato gli sarebbe risultato assai più difficile invocare l’aiuto del pubblico per difendere il suo stipendio. Ma queste sono considerazioni in libertà…

A proposito, la libertà di parola in questo caso c’entra ben poco. Chiunque si trovi in un contesto lavorativo nel quale deve rendere conto ad un superiore sa bene che mandarlo pubblicamente a fare in quel posto non è decisamente una buona idea. Magari salendo sopra una sedia per farsi notare meglio, prendendo un megafono e radunando più persone possibile. Non pretendiamo che Santoro sia qualificato come comune mortale (d’altronde anche lui non sembra avere di se stesso una simile idea) ma ci pare davvero grottesco che egli invochi la protezione di chi, nella vita comune, verrebbe fatto fuori dal posto di lavoro per molto meno.

Il secondo spunto di riflessione è la brillante idea di privatizzare la Rai. Un’idea che ciclicamente ritorna come quei virus influenzali che minacciano di mietere più battute sarcastiche che vittime. Se poi una simile proposta proviene da una parte politica che ha provveduto – come molte altre – a sistemare in Rai suocere e cognati è chiaro che possiamo essere autorizzati a riderci su. Ma dai nostri politici non ci aspettiamo che questo.

In Rai ci si trova di tutto. Si potrebbe parlare non solo di parentopoli ma anche di amantopoli, dato che tanti uomini di potere hanno provveduto a sistemarvi le proprie “sgrinfie”. Poi ci sono i meriti politici, giustamente da premiare con congrue collocazioni. Insomma, le solite clientele all’italiana. O il solito feudalesimo. Signori e vassalli. Feudalità maggiore e minore.

Scherzando, quindi, si potrebbe opinare che la privatizzazione della RAi sia stata già fatta.
Ci sarebbe poi la possibilità che, proseguendo su tale linea, la si privatizzi cedendola a qualche furbetto del quartierino intrallazzato con la politica. Un furbetto che nemmeno si porrebbe il problema di pagarla, la Rai. Un pò seguendo la falsariga di quelle privatizzazioni un pò truffaldine compiute nel nostro beneamato Paese tra la metà degli anni 80 e i primi anni 90. Aziende di Stato ricche di potenziale espansivo regalate per quattro soldi a quella parte d’imprenditoria stracciona legata ai partiti politici. Qualcosa di simile successe in Russia dopo la caduta del Muro, con l’esigenza di privatizzare un’economia che ovviamente era totalmente nelle mani dello Stato. Ci riferiamo al periodo di Eltsin poi terminato con l’avvento di Putin. Certo noi oggi disapproviamo certe metodologie di governo putiniane ma mettendoci al suo posto, e considerando la vastità e complessità di un Paese come la Russia, forse potremmo in parte rivalutare il suo operato. Anche perchè a lui va ascritto il merito di aver rimesso in riga i cosiddetti oligarchi che inquinavano la politica russa, pensando di poter agire come dei perfetti, ineffabili, pupari.
Le parole intercettate al portavoce di Emma Marcegaglia (tal Rinaldo Arpisella) facevano subodorare l’esistenza di un livello esterno capace di organizzare e dirigere la politica di questo Paese. Detto in altri termini possiamo chiaramente intuire quanto poco conti la politica (anzi i politici) da noi.
Arpisella non ha detto niente di sconvolgente. Ha semplicemente affermato, in una conversazione privata, ciò che alcuni hanno già intuito da tempo.

Tra parentesi, è notizia recentissima che Arpisella – con singolare tempismo – non sarà più portavoce di Emma Marcegaglia ma tornerà (secondo le dichiarazioni della stessa presidentessa di Confindustria) ad occuparsi della sua azienda. Una dichiarazione che ha quasi il sapore di un ordine, quantomeno di un siluramento.
Due domande: se Arpisella non è indagato come mai il suo telefono era sotto controllo? E come mai le intercettazioni di persone non indagate finiscono sui giornali?
Domande retoriche in un Paese come il nostro…

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