La nuova politica economica.

In questi travagliati mesi di governo virtuale (e di opposizione altrettanto impotente) abbiamo assistito ad un indecoroso spettacolo di recriminazioni reciproche, di piccoli o grandi dispetti, di diatribe che molto avevano di personale e assai poco di politico/programmatico. I nostri politici in fondo non sono cambiati. Sono quelli di sempre: rissosi, ignoranti, incapaci di ragionare sul merito delle questioni, impossibilitati nel trovare soluzioni e per di più piuttosto cialtronelli. Per questo gli inviti a nuove elezioni ci lasciano del tutto indifferenti. Un ennesimo escamotage per non risolvere nulla. In tutti questi anni abbiamo visto ribaltoni e bisticci che hanno messo in forse la stabilità dei governi. Bossi, Bertinotti- Turigliatto, Casini, D’Alema che trama per far cadere Prodi, Veltroni che trama contro Bersani, Follini, Rutelli, Fini… C’è sempre qualcuno che, per motivi a suo dire validissimi, decide di tendere imboscate al governo di turno o sta comunque stretto nel partito politico per il quale -soltanto pochi mesi prima- aveva chiesto il consenso dei cittadini.
Non che nella “mitica” prima Repubblica le cose fossero diverse. Il grado di litigiosità era almeno pari a quello attuale dato che i governi duravano in media la bellezza di 9 mesi.
E’ del tutto chiaro, quindi, che gli appelli al cambiamento della legge elettorale sia l’ennesima presa in giro. Abbiamo provato quasi tutti i sistemi, tranne quello per il quale il popolo si era pronunciato col referendum del 1993. Il 90% degli italiani si era espresso per il maggioritario secco all’inglese. Un sistema sicuramente efficace, che avrebbe garantito la governabilità. Ma troppo semplice, troppo intuitivo per essere accettato dalla partitocrazia. Tanto è vero che il Parlamento (del quale abbiamo il massimo rispetto) corse subito ai ripari, sabotando ciò che i cittadini avevano deciso. Stiamo parlando del celeberrimo Mattarellum che reintroduceva dalla finestra una quota proporzionale capace di salvare i partiti esistenti e garantire lo status quo.

Le altre due importanti riforme boicottate dalla nostra classe politica, nonostante il voto referendario, furono l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e la responsabilità civile dei magistrati.
Detto questo è chiaro che, perlomeno negli ultimi 20 anni, le riforme tanto attese e promesse non sono mai arrivate. Quelle poche che si sarebbero potute attuare vennero votate in massa dai cittadini italiani ma clamorosamente tradite dal Parlamento.

Ebbene, in questi giorni sentiamo parlare di federalismo, di commissioni d’inchiesta contro la magistratura, di ripristino di guarentigie per il premier o le alte cariche dello stato. Tutte cose interessantissime, per carità. Ma quanto corrispondenti ai reali bisogni della gente? Ben poco, sospettiamo.

Le uniche cose di cui avrebbe dovuto occuparsi un governo degno di questo nome è l’economia italiana che non cresce da 20 anni, il debito pubblico, il precariato, la disoccupazione giovanile e quella femminile. La precarietà, che è da intendersi come una degenerazione della flessibilità.
Problemi ovviamente troppo difficili. Così tanto che è molto meglio occuparsi di altro.

Siamo profondamente persuasi che lo Stato debba ritirarsi il più possibile. Crediamo nell’iniziativa del singolo e ci piacerebbe tanto che venisse stimolata piuttosto che frustrata dall’intervento pubblico. I settori gestiti dallo Stato funzionano quasi tutti male. Abbiamo una giustizia da terzo mondo. Le cause penali e (cosa ancor più inquietante per chi voglia fare impresa) quelle civili hanno tempi di reazione biblici, del tutto incompatibili con le esigenze di una moderna società basata su scambi veloci, sulla mobilità di persone, capitali ed informazioni. Sembra incredibile, ma leggendo le critiche che i vecchi saggi come Ludovico Antonio Muratori facevano alla giustizia del proprio tempo (parliamo del XVIII secolo) sembrano sovrapponibili alla situazione attuale. Anche allora la lunghezza interminabile dei processi, l’oscurità e la molteplicità delle norme, la conseguente discrezionalità attraverso la quale il diritto veniva amministrato. E si potrebbe andare ancora più indietro nel tempo.

Non parliamo poi del grado di efficienza della nostra pubblica amministrazione, della scuola, dell’università, della spregiudicatezza con la quale viene trattato il denaro pubblico con conseguente ulteriore ritrosia da parte del contribuente a veder aumentare i già gravosi balzelli. Le uniche istituzioni che tengono sembrano essere quelle che garantiscono l’ordine pubblico. Ma se la giustizia è lenta, quando non addirittura beffarda nei confronti dei danneggiati, il tutto rischia di essere aleatorio.

Non vorremmo sfiorare il dolente tasso della sanità pubblica con gli scandalosi latrocini che continuano ad avvenire più o meno alla luce del sole anche a seguito di questo “inizio” di federalismo. I buchi, criminali, di molte regioni italiane, specialmente meridionali, sono in tal senso avvilenti per chi creda nell’autogoverno.
Ciò che sta succedendo in Sicilia, per esempio, è particolarmente scandaloso. Un’intera regione amministrata secondo logiche di puro e semplice assistenzialismo. Una regione che si basa sulle elemosime concesse dalla benevolenza del politico di turno e che vanta una serie di record negativi in fatto di passivo di bilancio nella sanità, di debiti dei comuni più importanti (clamoroso il caso di Catania), di assunzioni clientelari nelle pur capienti società legate allo status siciliano di regione a statuto speciale.
Ovviamente una simile situazione non è prerogativa della sola Sicilia. E’ presente in tutto il meridione d’Italia, compresa la Sardegna.

Cosa ci aspetteremmo da un governo di centro-destra?
Che aggredisca l’unico vero grave problema dell’Italia di questi ultimi, pessimi, 20 anni. La crescita economica che non c’è.

Pensiamo che l’Italia sia una fuoriserie senza pilota. Nonostante tutte le nostre “sfortune”, nonostante il Paese sia diviso in due, siamo ancora la settima potenza economica del mondo. Ma le cose stanno cambiando velocemente. Il ministro Tremonti dice che è giusto temperare il giudizio sul nostro debito pubblico col poco debito privato. Le famiglie italiane sanno risparmiare e quasi tutte godono della casa di proprietà. E’ esattamente così. Però c’è da dire che una situazione così vantaggiosa, merito delle famiglie e dei singoli non certo dello stato, è destinata a non durare all’infinito quando 1 giovane su 4 è disoccupato (ammesso e non concesso che gli occupati siano “stabili”, quasi un privilegio oramai) e addirittura il 50% delle donne non lavora affatto. Queste sono statistiche da terzo mondo. Che fanno pensare ad un rapido impoverimento del Paese.

Una simile situazione è condizione di una serie di conseguenze facilmente prevedibili.
Il nostro Paese è vecchio, siamo uno dei popoli della terra meno fecondi. L’età pensionabile è ancora clamorosamente bassa e giusti sono in tal senso i richiami dell’Europa per un innalzamento almeno per il settore pubblico. Un governo degno di questo nome avrebbe dovuto far prima la riforma senza aspettare i richiami europei. Senza “nascondersi” dietro la scusa che a volere tale innalzamento fosse l’Europa.
Chi lavora in ufficio, può tranquillamente lavorare fino a 65 anni. Che sia uomo o donna.
Ovviamente una simile regola non può riguardare i lavori usuranti.

Un Paese vecchio, con pochi giovani che non lavorano nemmeno tutti.
Chi lavora spesso è precario. Questo determina un continuo rinvio dell’emancipazione dai vincoli familiari, la difficoltà a farsi una famiglia propria. Determina ovviamente anche una drastica diminuzione dei contributi versati per se stessi e per chi è già in pensione. Col risultato che i soldi versati non basteranno nemmeno per garantirsi una pensione da fame. E ovviamente non saranno sufficienti per sostenere un sistema pensionistico pericolosamente incline al collasso.

In realtà anche i governi di destra, cosiddetti di destra, mancano di previsione. Non hanno la capacità di andare oltre il proprio naso, oltre il contingente. Stiamo semplicemente aprendo le porte ad una invasione di mamodopera straniera che ben presto sarà assolutamente necessaria per pagare i nostri debiti. E allora, invece che pagare Gheddafi per non far arrivare i migranti, dovremo pagare questi ultimi per venire in Italia.
La destra, in realtà, rinunciando ad applicare una politica economica che dovrebbe essere nelle sue corde – una politica di responsabilità, di abbattimento della spesa pubblica, di riduzione dello stato, di abbassamento delle tasse, di sostegno alla famiglia, di investimento nell’istruzione e nella ricerca scientifica – sta semplicemente cucinando un futuro incerto, di assalto alla nostra identità nazionale già solitamente alquanto deficitaria. Sta semplicemente preparando un campo assai gradito alla sinistra.

Ovviamente ce la prendiamo con la destra, cosiddetta destra ripetiamo, perchè è al governo del Paese. I primi provvedimenti non erano male ma poi, come sempre accade, il morbo italico della disgregazione, dell’autodistruzione, ha preso il sopravvento. Detto in altri termini: si mettono a litigare e il governo cade.

I mali italiani non sono riconducibili soltanto a questi ultimi 20 anni.
Il discorso è limitato a tale periodo perchè è quello più vicino. Ma il debito pubblico, vero grande macigno che pregiudica pressochè irreparabilmente il nostro futuro, è eredità antica.
E’ eredità di quei “santi” laici alcuni dei quali sono stati privilegiati addirittura del titolo di senatori a vita. E’ colpa di sindacalisti irresponsabili, incapaci e demagogici. E’ colpa di un’imprenditoria locale arraffona, e truffaldina. E’ colpa di tutto un sistema che a partire dal 1968 non ha più saputo lavorare per la crescita senza parallelamente creare debito.
Perchè, occorre dirlo, anche l’ultimo barlume di crescita italiana, quella dei mitici anni 80 era in realtà drogata dal debito che rischia di trascinarci a fondo come una macina attaccata al collo.

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