I Tea Party non sono "estremisti": se lo sono loro, lo è anche la Costituzione americana

Su alcune cose i giornali italiani non si smentiscono mai. Forse ricorderete le prime pagine l’indomani dell’elezione di Barack Obama. Dopo aver raccontato per otto anni un’America inquinata dalle lobby e governata da una sorta di cartello fra industriali del petrolio e delle armi, nel corso di una notte si accorsero che gli Stati Uniti erano la più antica democrazia del mondo. Dalle nostre parti, l’America è sempre buona quando è democratica, e cattiva quando è repubblicana. Forse è perché la maggioranza dei nostri corrispondenti hanno imparato l’inglese ai tempi di Nixon. I conservatori sono sempre “tricky Dick”, i democratici i suoi eroici oppositori.

Non stupisce, allora, che i resoconti delle manifestazioni dei Tea Party americani ci restituiscono un movimento elettoralmente irrilevante o peggio ancora controproducente, estremista, razzista, bigotto. La signora Christine O’Donnell, repubblicana della destra religiosa che ha vinto da outsider le primarie in Delaware (dopo che pure già nel 2008 era stata la candidata ufficiale del partito, perdente contro il democratico Joe Biden), sembra impegnata a confermare i pregiudizi dei nostri corrispondenti. Le idee che la O’Donnell preferisce mostrare ci lasciano tutti un poco perplessi, e il suo attivismo per l’astinenza sessuale, in Italia non può che far alzare tutti e due i sopraccigli. Ridiamo pure delle campagne contro la mnasturbazione, ma qualcuno davvero può sostenere che il discorso politico in Italia sia più serio e fecondo di una geremiade contro il «sesso con qualcuno che stimi»?

La questione cruciale però è un’altra. La signora O’Donnell, che ha sicuramente tutti i limiti che le vengono rinfacciati, ha vinto le primarie perché ha firmato una cosa che si chiama “Contract from America”: in cui non c’è un tema “culturale” ma solo proposte liberiste. È la versione riveduta e corretta del “Contract with America” che i repubblicani promossero nel 1994. Solo che stavolta non l’ha scritto un gruppo di candidati della destra: il “contratto” viene invece da associazioni che si sono intestate non la leadership ma il coordinamento dei Tea Party. Questi signori propongono ai candidati un impegno su punti: se lo sottoscrivono, se un candidato giura di mettere le proprie energie al servizio di quegli obiettivi politici, lo voteranno. Altrimenti, si guarderanno in giro alla ricerca di altri. È vero che l’idea è riconducibile a un politico che la stagione del ’94 l’ha vissuta: Dick Armey, ora impegnato con Freedom Works ed autore, assieme con Matt Kibbe, di “Give Me Liberty”, libro-manifesto dei consumatori di the. Ma è anche vero che stavolta Armey non corre in Texas: il suo “contratto” ha tanto più forza perché, oggi, ci sono almeno due parti co-interessate. Non è più la classe politica che firma ciò che essa stessa desidera. Per inciso, anche quando i politici sono estensori e firmatari non è detto che tengano fede agli impegni solennemente presi con se stessi: pensate al “contratto” di Berlusconi. Stavolta le cose sono radicalmente diverse. Alcune associazioni, al di fuori del partito repubblicano ma forti di un radicamento nella società che è stato provato dal successo dei Tea Party, propongono alla politica una lista della spesa. Sono un intermediario fra gli elettori e i loro rappresentanti: avranno effettivamente successo, alla prova dei fatti, se dopo le elezioni di novembre riusciranno a non sgonfiarsi. Sono organizzati sulla base di logiche non nuove nella politica americana: il coinvolgimento di un candidato in un certo programma politico precede il reperimento di fondi e la mobilitazione di persone a vantaggio dello stesso. Finora cose di questo tipo sono state “indipendenti” dai due grandi partiti ma fino a un certo punto. È più facile fare eleggere un candidato, che costringerlo a ottemperare alle proprie promesse.

I Tea Party promettono di essere differenti per tre ragioni. La prima è che il partito repubblicano di Bush ha dilatato le dimensioni dello Stato a tal punto da non essere più credibile, di per sé, innanzi a un pezzo importante della sua vecchia base. I Tea Party non sono “estremisti”: se lo sono loro, lo è anche la Costituzione americana, di cui chiedono un integrale e rigoroso rispetto. La seconda ragione è che oggi Internet rende possibile un monitoraggio puntuale e scrupoloso di quello che fanno i politici. La rete e i social network consentono a una società attrezzata di intervenire nel dibattito senza filtri e in presa diretta. Gli elettori possono essere “sul pezzo” quanto i loro rappresentanti. Certo, necessitano come sempre di qualche “attivatore”. Ma nella nostra società gli “attivatori” si moltiplicano, possono essere in concorrenza gli uni con gli altri, non hanno più bisogno dell’intermediazione dei giornali.

La terza ragione. quella più rilevante, è che i Tea Party sono una reazione rispetto all’esondazione dello Stato. Purtroppo il problema negli Stati Uniti sopravviverà alle elezioni di novembre – quale ne sia l’esito. Se i repubblicani guadagneranno terreno, un presidente ideologico come Obama non saprà adattarsi con la plasticità di Bill Clinton. Al contrario, si andrà allo stallo permanente. Il debito pubblico e previdenziale americano è quello che è. L’impatto sulla crescita delle riforme obamaniane (a cominciare da quella della sanità) è improbabile sarà positivo. Lunga vita ai Tea Party.

Alberto Mingardi, da Il Riformista del 26 settembre 2010.

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