Perchè Mario Amato?

Mario Amato, Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma, viene assassinato con un colpo di pistola la mattina del 23 giugno 1980. 42 anni, due figli, è il magistrato che a Roma si occupa di tutti i processi legati al terrorismo nero. La storia di un uomo lasciato solo di fronte alla violenza del terrorismo di estrema destra.

La carriera di Amato: dalla microcriminalità di Rovereto al terrorismo neofascista della Capitale
Amato, dopo aver passato qualche anno alla Procura di Rovereto, nel luglio del ‘77 arriva in quella di Roma, e pochi mesi dopo, a dicembre, gli viene affidato il primo incarico legato al terrorismo. Mentre a Roma le indagini si concentrano sulle Brigate Rosse e sulla sinistra, Amato è il solo magistrato a doversi occupare dei gruppi neofascisti, diventandone ben presto un facile bersaglio. Di questo pericolo è fin troppo consapevole: pochi giorni prima della sua morte, infatti, racconterà ai colleghi del Consiglio Superiore della magistratura lo stillicidio quotidiano di rapine, violenze e omicidi che animavano quei mesi e quegli anni. Ma soprattutto chiederà loro aiuto perché si trova a dover indagare su un caso così complesso completamente da solo.

Durante l’audizione al CSM del 13 giugno 1980, dirà: «Vi sono un sacco di ragazzi o di ragazzini che sono come i miei e i vostri figli, o come i figli di persone assolutamente perbene, che vengono armati o comunque istigati ad armarsi e che poi troviamo che ammazzano. Li troviamo con armi, con silenziatori, o colti nel momento in cui stanno ammazzando. Si tratta di un fenomeno grave che non può essere trascurato e che non si risolve prendendo i ragazzini e mettendoli in galera. O meglio, mettiamoli pure in galera, ma teniamo presente il gravissimo danno sociale di questi giovani che vengono travolti da vicende di questo tipo. Si tratta di un danno che noi pagheremo. Ciò che dico ovviamente vale sia per la sinistra che per la destra. Per la sinistra in numero spropositato, per la destra in numero ridotto perché le proporzioni politiche sono diverse. Ho fatto una relazione in cui indicavo la gravità del fenomeno, l’opportunità di seguirlo e di estendere le indagini, perché non ci interessa solamente arrestare la persona che ha commesso un reato: se tale persona fa parte di un’organizzazione, mi interessa catturarla ma poi risalire anche agli altri».

Nel dicembre del ‘77, gli viene quindi affidato il primo “caso”, ovvero il fascicolo del “processo della Balduina”. Il 1 ottobre del ’77, infatti, nel quartiere romano della Balduina, la sede missina di Via delle Medaglie d’Oro, considerata tra i più pericolosi covi neri della città, viene chiusa dalla polizia su disposizione del Ministro dell’Interno, in base alla nuova legge sull’ordine pubblico. Gli arresti sono 17, i latitanti 10: molti di questi sono figli di avvocati e professionisti. Si tratta di un processo per ricostituzione del Partito Fascista, per il quale la direttissima era obbligatoria. Amato si deve occupare quindi, per la prima volta, di fatti di tale natura. A complicare gli avvenimenti, inoltre, è l’omicidio di Walter Rossi, simpatizzante di Lotta Continua, ucciso il 30 settembre da Alessandro Alibrandi, membro dei NAR e figlio di Antonio Alibrandi, giudice istruttore di Roma e collega di Mario Amato.
All’audizione di fronte al CSM, Amato dirà che si trovava in udienza «con una questione delicatissima, con elementi di estrema fragilità nei confronti dei vari imputati dei quali si trattava di dimostrare, oltre all’attività criminosa, anche il vincolo associativo. E il tutto con un preavviso di soli tre giorni. In pratica voleva dire: buttarmi in pasto ai leoni!».

Dopo le prime udienze di trattazione di quel procedimento, prende atto dell’insufficienza di indizi nei confronti di molti degli imputati e chiede la revoca degli ordini di cattura.

La difficile indagine sulle cellule eversive
Il 13 ottobre del ’77, il Procuratore Capo di Roma, Giovanni de Matteo, al Tg1 dichiara: «Io penso di concentrare tutti gli altri episodi presso due sostituti ed eventualmente anche presso un terzo sostituito. Ognuno segue un certo filone, un certo settore e tutti quanti poi confluiranno». Ma in realtà i Sostituti Procuratori promessi per affiancare Amato non arriveranno mai. Nei tre anni successivi, infatti, il magistrato rimane l’unico a Roma a indagare sul terrorismo nero. Così come era rimasto solo anche il suo “predecessore” Vittorio Occorsio, ucciso da Ordine Nuovo nel ‘76 .

Proprio nel ’77, l’estremismo di destra è in grande fermento. Sul campo si muovono gruppi diversi, espressione di anime diverse di un unico mondo: ci sono i gruppi storici della destra radicale come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, sciolti per decreto del Viminale; c’è Terza Posizione, attiva soprattutto nelle scuole, e ci sono i nuovo gruppi armati come le C.O.P, Comunità Organiche di Popolo, formate da giovanissimi neofascisti che gravitano intorno al FUAN, l’organizzazione degli universitari missini.

Nel ’77 nascono i NAR: a Roma la violenza si intensifica
Nell’autunno poi nascono i NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, sotto la cui sigla agiranno gruppi diversi e indipendenti tra loro. Il più determinato è quello di Valerio Fioravanti. Suo fratello Cristiano, durante il processo di Bologna, il 31 ottobre ’89 dichiara: «A me personalmente dava fastidio che non potevamo fare gli scontri con la polizia dalla parte nostra, oppure che la magistratura ci copriva. Era risaputo che i giovani di destra erano figli di papà che rispettavano la legge, che non andavano contro…io volevo uscire da quegli schemi».

La peculiarità dei movimenti di destra romani è lo “spontaneismo” costituito dal mito dell’azione esemplare fine a se stessa, dal rifiuto della struttura gerarchica e militare e dal culto dell’amicizia e del gruppo. I NAR diventeranno secondi, per numero di vittime, soltanto alle BR, ma a differenza di queste scriveranno pochissimo. Viene infatti ritrovato un solo volantino, intitolato: NAR, chiarimento, in cui viene spiegato cosa sia lo spontaneismo armato e che si conclude con l’intimidazione: Tremate, l’ora è vicina! Sarà la resa dei conti. NAR.

7 gennaio’78, Roma: vengono uccisi due giovanissimi militanti del MSI, Franco Bigonzetti, 19 anni, e Francesco Ciavatta, 18 anni, da una raffica di mitra davanti alla sezione di Acca Larentia. Negli scontri che seguono tra attivisti e forze dell’ordine, un carabiniere uccide un altro missino, Stefano Recchioni di 19 anni. In seguito Francesca Mambro (ex-NAR) ha dichiarato che “Acca Larentia segnò un punto di non ritorno”. La violenza dei gruppi di destra, infatti, da quel momento aumentò ulteriormente.

L’idea di Amato: tra i tanti gruppi di estrema destra c’è un filo conduttore
Gli attentati diventano pressoché quotidiani e non sempre attribuibili a un gruppo specifico, anche perché spesso vengono rivendicati da sigle diverse. In questo contesto Amato ha la grande intuizione di mettere insieme fatti apparentemente slegati tra loro e di cercare un filo conduttore.

Si convince che tutti questi gruppi obbediscano ad un’unica regia, e questa convinzione la ribadisce anche davanti al CSM, il 15 marzo dell’80: «Qui a Roma si cercano i famosi NAR, che hanno rivendicato numerosi omicidi e attentati, e che ora sono divenuti ancora più virulenti. Recentemente sono state arrestate persone trovate in possesso di pistole e bombe a mano. Esaminando il fascicolo rilevai, utilizzando i miei appunti personali, ma anche un po’ di schedario, che le bombe a mano trovate a dette persone avevano lo stesso numero di altre bombe a mano usate da altri, come quelle usate nell’attentato dei NAR alla sede del PCI, in cui rimasero ferite 22 persone. È evidente che non può essere una coincidenza. Resta il fatto che tale elemento l’ho evidenziato io in base a una serie di appunti che mi sono andato formando nel corso della mia attività, mentre nel rapporto della Digos non era indicato. Lavorare in tal modo è inconcepibile, siamo in pratica alle soglie della guerra civile e ci troviamo ancora in queste condizioni».

Le bombe in questione sono le SRCM, date in dotazione all’esercito per l’addestramento. Nella primavera del ’78 ne viene trovata una cassa nella caserma di Tauriano di Spilimbergo, vicino a Pordenone, dove Valerio Fioravanti ha effettuato il servizio militare. Altre, lo stesso Fioravanti, era riuscito a farle arrivare a Roma, dove finiscono nelle mani di molti gruppi che rivendicano le loro azioni con la sigla NAR, ma anche in quelle della criminalità organizzata: una bomba di questo tipo, infatti, viene trovata addosso a un esponente della ‘banda della Magliana’.

Una barca solitaria nel “porto delle nebbie”: Amato alla Procura di Roma
Per Amato, oltre alla responsabilità di un’indagine complessa e difficile, ci sono anche le insidie di un ambiente che lo isola e che in parte gli è addirittura ostile, ovvero la Procura di Roma, chiamata in quegli anni “il porto delle nebbie”. Il giornalista Roberto Martinelli racconta che a definirla così fu un «magistrato che prese la definizione da un libro di Georges Simenon, Il porto delle nebbie. Questo però non aveva nulla a che vedere con al realtà della Procura di Roma: Simenon racconta di un uomo ferito da un proiettile alla testa che perde udito e vista, e che quindi non vede nulla, mentre alla Procura di Roma si vedeva e si capiva perfettamente cosa stava accadendo».

Amato intanto, viene isolato sempre di più. Rifiuta, per non mischiare lavoro e amicizie, gli inviti a feste organizzate all’interno dell’ambiente giudiziario, tra cui quella dell’illustre psichiatra Aldo Semerari. Semerari è professore di Psichiatria forense, membro della P2 e collaboratore del SISMI, che ha tra i suoi pazienti esponenti della banda della Magliana e della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Inoltre riceve pressioni dal Giudice Istruttore Antonio Alibrandi, padre di Alessandro. Infatti il magistrato Paolo Cemmì ricorda che Alibrandi “gli aveva tolto il saluto fino a fargli capire che riteneva che Mario fosse fazioso nelle sue indagini”. A confermarlo è il magistrato Pietro Giordano: «Erano anni che lo attaccava dandogli del visionario e ricordo un episodio quasi comico; gli disse: “Ma io ti faccio arrestare!”. Si era arrivati persino a queste parole». Di fronte a testimoni, inoltre Alibrandi avviserà Amato di stare “attento, perché questi sparano”. E per questi, naturalmente, intendeva i NAR, di cui suo figlio faceva parte.

[Il giudice Alibrandi, contattato dagli autori della puntata, non ha voluto rilasciare nessuna dichiarazione].

Nel ‘79 Amato fa arrestare Signorelli, “cattivo maestro” dello spontaneismo armato
Primavera ‘79: tra aprile e maggio, alcune bombe scoppiano davanti al carcere di Regina Coeli, al Campidoglio e al Ministero degli Esteri. Un quarto ordigno, composto da 55 candelotti di dinamite, sono in attesa di esplodere davanti al CSM: ciò non avverrà per un difetto del timer. Gli attentati vengono rivendicati dal Movimento Rivoluzionario Popolare, e il 28 maggio viene arrestato Sergio Calore: a condurre le indagini è Mario Amato, insieme alla Procura di Rieti. La sua inchiesta si concentra sul gruppo di ‘Costruiamo l’Azione’, nato dalle ceneri di O.N. e Avanguardia Nazionale. Dopo Calore, il 7 giugno, viene arrestato Paolo Signorelli, esponente di punta di O.N. Tutto ciò scatena violenti polemiche contro Amato: ad attaccarlo sono sia parte della stampa, sia l’Ordine degli avvocati, i quali scrivono una lettera al Procuratore Generale in cui si dice che il comportamento di Amato deontologicamente non è stato corretto, e che quindi il Procuratore deve prendere dei provvedimenti.

Amato è convinto che Signorelli sia il “regista occulto” del terrorismo nero, il “maestro cattivo” che alleva i giovani gruppi dello spontaneismo armato formandoli con la propaganda e l’addestramento militare.
13 giugno ’80: audizione di Amato al CSM: «Siccome queste operazioni vengono compiute da persone che da anni e anni si battono per un certo tipo di ordine nuovo, non ci si può illudere che a un certo punto ci ripensino e dicano “Va bene, ora diventiamo dei bravi ragazzi”. Dobbiamo ricordarci che se in un momento vi è un ristagno, tra un mese o tra un anno verranno allo scoperto, parlo di tipi come Freda come Signorelli, come Concutelli, come Saccucci, come Ventura e cioè di un ambiente di cui soltanto alcuni sono detenuti. Io ho delle prove per esempio di attività che continuano a svolgere tipi come Concutelli o come Tuti: si tratta di un’azione di pressione nei confronti dell’ambiente giovanile de Movimento Sociale».

Dopo il fermo di Alibrandi, Amato inizia ad avere paura
Dicembre ’79, Roma: nell’arco di 17 giorni “cadono” i capi di quasi tutti i gruppi di estrema destra attivi nella Capitale. Il 5, dopo un rapina in banca, viene arrestato Dario Pedretti, capo del FUAN, il 14, in Via Alessandria, vengono arrestati Roberto Nistri e Peppe Dimitri, capi militari di Terza Posizione, gruppo egemone a Roma, mentre stanno portando delle armi in un covo che appartiene a Adriano Tilgher, dirigente di Avanguardia Nazionale, che però verrà scagionato da ogni accusa. Questo è il primo caso in cui viene trovato un deposito di armi.

17 dicembre ’79, Roma: un commando neofascista uccide uno studente lavoratore, Antonio Leandri, ma è un tragico errore di persona; la vittima predestinata era infatti l’avvocato Giorgio Arcangeli, anch’egli neofascista, accusato dai suoi camerati di aver fatto arrestare Concutelli. Dopo l’omicidio mentre si danno alla fuga, vengono arrestati quattro terroristi di destra tra cui Calore, da poco tornato in libertà. Del gruppo di fuoco fa parte anche Valerio Fioravanti, che però riesce a fuggire. Agli inizi dell’80 Fioravanti e i NAR, di cui è a capo, sono i protagonisti indiscussi dell’eversione nera a Roma. Nella loro cerchia confluiranno membri di altre formazioni, prima di tutte Terza Posizione. La violenza si fa più feroce: molte sono le persone uccise a sangue freddo.

Walter Sordi, al Tribunale di Bologna, 12 marzo ‘84: «La prima azione compiuta con Fioravanti fu l’omicidio dell’agente Maurizio Arnesano. In origine lo dovevano fare quelli del nucleo operativo di Terza Posizione, però temporeggiarono troppo e quindi Giorgio Vale chiamò Valerio Fioravanti». In un primo momento il fatto viene rivendicato sia dai movimenti della sinistra sia dai NAR. Attribuito inizialmente alla sinistra, poi, attraverso delle foto, si arriva ad Alessandro Alibrandi.

15 marzo ’80, audizione di Amato: «Il Procuratore mi chiamò e mi fece vedere il riconoscimento di Alessandro Alibrandi, figlio di un nostro collega magistrato. Il teste aveva riferito di essere certo al cento per cento dell’identificazione: io dissi che sarebbe stato opportuno fermare Alibrandi sussistendo tutti i presupposti, ma la polizia oppose che non era possibile; che in precedenza si erano verificati degli episodi incresciosi in cui la polizia riteneva che il predetto giovane avesse avuto un trattamento di favore da parte del nostro ufficio e quindi non si azzardava ad andare a casa del collega Alibrandi per prendere il figlio con un provvedimento di fermo».

A questo punto Amato predispone l’ordine di cattura, ma visto che De Matteo, Procuratore Capo di Roma, non vuole firmarlo, chiede che l’ordine di cattura sia emesso dal PM che era di turno quel giorno, il dottor Catalani: finalmente Alibrandi viene arrestato. Ad uccidere l’agente Arnesano furono Fioravanti e Vale: Alibrandi quindi era quindi estraneo all’accaduto, ma la vicenda del mandato di cattura verso di lui innesca nuove polemiche. Amato è sempre più esposto e sempre più nel mirino: inizia ad avere paura.

1980, una morte annunciata per il Procuratore Amato
Come racconta Sergio Amato, figlio di Mario: «Ero a casa con un amichetto, probabilmente rovistavamo tra le cose di mio padre, e uscì fuori questa pistola: ricordo la sorpresa di trovare quell’oggetto in mano. […]. Era la conferma che papà era in pericolo». Amato è ormai quindi consapevole di essere un potenziale bersaglio. Ma continua, sempre da solo, sempre senza scorta. E mentre sulle BR i processi vanno avanti, sul terrorismo di destra sembra impossibile rompere il muro di omertà. Poi, almeno all’apparenza, la svolta.

È il 21 aprile ‘80: nella relazione al Procuratore Capo di Roma, Giovanni de Matteo, Amato scrive: «Il 17 aprile mi è pervenuta una lettera anonima secondo cui Massimi Marco Mario, era a conoscenza di notizie utili sui Nuclei Armati Rivoluzionari, sulle Comunità Organiche di Popolo e sul Movimento Rivoluzionario Popolare. Il Massimi, da me interpellato, ha ammesso senza esitare di essere l’autore della lettera e mi ha dichiarato di conoscere fatti utili alle indagini, e a conferma di quanto mi stava dicendo, estraeva da sotto la camicia una catenina con applicata un’ascia bipenne, simbolo della disciolta associazione sovversiva O.N., sostenendo di aver aderito a essa sin dal 1962. Prima ancora che il sottoscritto potesse fargli delle domande, dichiara che naturalmente la lettera a me pervenuta doveva sparire»

Massimi non vuole verbalizzare le sue dichiarazioni, che quindi vengono sottovalutate: il Procuratore non prende nessuna decisione in merito e quindi Amato va in contro da solo al suo destino. Eppure Massimi è stato chiaro, molto chiaro. Il pentito è un “fiume in piena”: descrive la vera struttura dei NAR, affermando che i veri capi sono Signorelli, Mutti e il criminologo Semerari. Racconta di rapine e omicidi ma soprattutto rivela che nel mirino dei terroristi ora ci sono agenti della polizia e carabinieri. E un altro dei maggiori obiettivi è proprio Amato.

Piero Mesa, cognato di Amato, ne ricorda le crescenti preoccupazioni: Amato sapeva bene che le dichiarazioni di Massimi erano vere; percepiva concretamente il pericolo. Le dichiarazioni inoltre trovano subito una tragica e chiara conferma: il 28 maggio ‘80 un commando dei NAR attacca una volante della Polizia, di guardia davanti al liceo romano Giulio Cesare: nello scontro a fuoco muore l’agente Franco Evangelista, detto “Serpico” e altri due rimangono gravemente feriti. Pochi giorni più tardi Amato ritorna davanti al CSM e rinnova le sue preoccupazioni, il suo appello e il suo grido di solitudine. Ma intanto i NAR hanno già iniziato a “preparare” il suo omicidio.

Tribunale di Bologna, 17 novembre ’89, Francesca Mambro: «Ci furono contatti con Alibrandi e altre persone e si parlava anche con una certa frequenza del Dottor Amato. Quello che ha contribuito all’“obiettivo Amato” è stato il fatto che dovevamo dimostrare che la magistratura non era assolutamente dalla nostra parte, anzi semmai era il contrario»

Una “fredda” mattina di giugno…
Il 22 giugno 1980 Amato, poiché la sua automobile era dal meccanico, chiama in ufficio per chiedere la macchina blindata, ma gli rispondono che non è disponibile per l’ora da lui richiesta.

Il giorno seguente, lunedì 23 giugno, tre testimoni oculari ricordano di aver visto un ragazzo di circa trent’anni che sostava all’angolo tra Via di Monte Rocchetta e Viale Ionio. Era stempiato, con i capelli lisci e indossava un completo nocciola. Intorno alle 7:50 Amato esce di casa, svolta su Viale Ionio e si ferma ad aspettare l’autobus: viene freddato con un colpo di pistola alla nuca. Il killer riesce poi a scappare con il suo complice, che lo aspetta su una moto di grossa cilindrata.

Sarà Sergio ad avvertire sua sorella Cristina che è successo qualcosa al loro papà: allora lui aveva sei anni e ricorda di aver sentito la mamma piangere e urlare. Ma la verità la verranno a sapere solo più tardi, al momento Cristina pensava si trattasse solo di un incidente: «L’ho pensato tutto il giorno, finché mio fratello è arrivato e mi ha detto: “Papà l’hanno ucciso con la pistola”. Mio fratello di sei anni»

Così Fioravanti, al Tribunale di Bologna, l’11 novembre ’89, ha spiegato le motivazioni dell’omicidio: «L’“obiettivo Amato” era stato identificato da parte nostra per dare un segno evidente, plateale quasi, della rottura che poteva avvenire tra noi e quella serie di apparati dello Stato a cui eravamo stati come minimo “simpatici” fino a quel momento». Ad ucciderlo, quindi, non è stato solamente l’esecutore, Gilberto Cavallini, ma anche come affermò Walter Sordi (ex NAR) il 12 marzo ’84 «da quella perversa mentalità, da quella perversa logica che c’era in quegli anni a Roma: in quel periodo qualunque gruppo di Roma poteva essere il FUAN o poteva essere Terza Posizione, potevano essere i NAR o chiunque altro, aveva in animo di fare un attentato contro Amato. Quest’odio veniva da persone che avevano una certa esperienza, una certa capacità politica e un certo carisma».

Cristina ha dichiarato: «Non posso non pensarlo, c’è stata una volontà. Ci sono troppe coincidenze, mio padre dopo tre giorni partiva per il mare e questa è una cosa che poteva sapere soltanto qualcuno, mi sembra proprio strano che hanno deciso per quel giorno e non dieci giorni dopo o un mese prima. Il fatto che non aveva la macchina…». Riguardo agli assassini, Sergio pensa che «In primo luogo non sono pentiti. Non abbiamo ricevuto nessun avvicinamento, non sono mai venuti fuori i mandanti. Penso che hanno un atteggiamento da pentiti, ma non lo sono. Mi hanno privato di mio padre, di vivere dell’amore che c’era tra mio padre e mia madre, mi hanno privato forse anche di tante possibilità nella mia vita, probabilmente. Mio padre era una persona eclettica, una persona viva e quindi penso che avremmo potuto fare tante cose insieme».

All’inizio dell’80 Amato è il quinto magistrato ucciso dal terrorismo, e il terzo solo a Roma. Si rinnovano le polemiche per la scorta e per la solitudine in cui è stato costretto a lavorare. È l’ennesimo “eroe borghese” ucciso solo perché faceva il suo mestiere.

La lista nera
Gilberto Cavallini, esecutore materiale, è stato condannato all’ergastolo. Ottenuta la semilibertà nel 2001, è stato nuovamente arrestato nel 2002 per possesso di arma da fuoco. Luigi Ciavardini il giorno dell’omicidio guidava la moto, minorenne all’epoca dei fatti è stato condannato a dieci anni e due mesi di reclusione. Fioravanti e Mambro sono stati condannati all’ergastolo per concorso all’omicidio di Amato, attualmente sono entrambi in semilibertà.

Paolo Signorelli condannato all’ergastolo in primo grado e in appello, dopo sei processi è stato definitivamente assolto dalla Cassazione. Aldo Semerari è stato trovato decapitato il 1 aprile ‘82 a Ottaviano in provincia di Napoli, il Paese del boss della camorra Cutolo. Il Procuratore Capo della Repubblica di Roma, Giovanni de Matteo, è stato trasferito dal CSM alla Corte di Cassazione, messo sotto inchiesta per la mancata protezione di Amato, è stato assolto dal tribunale di Perugia.

In seguito alla morte di Amato, alla Procura di Roma sono state assegnate trecento macchine blindate, si è inoltre costituito un pool di magistrati il cui lavoro ha consentito di sgominare il terrorismo di destra a Roma.

FONTE

VIDEO:PERCHè MARIO AMATO?

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