Il guru del Watergate: Obama? Troppo debole, nessuno lo rispetta

Un capo che non comanda. E che perde pezzi pregiati. Si chiama Barack Obama. E ha appena vissuto 24 ore da incubo. Nella notte il suo superconsigliere economico, Larry Summers, ha annunciato che a novembre rimetterà il mandato; dopo qualche ora, Herbert Allison, una dei principali assistenti del ministro Tesoro Geithner, ha dichiarato che farà altrettanto, mentre si diffondo le voci su Emanuel Rahm, il capo di Gabinetto che, pur essendo un grande amico di Barack, vuole tornare a Chicago per fare il sindaco. Tutto questo mentre il Senato bocciava la legge sui soldati gay.

Ma a far rumore è stato soprattutto lo scoop del New York Times, che ieri ha anticipato i brani salienti dell’ultimo libro di Bob Woodward, intitolato «Obama’s War». Woodward è il cronista che, assieme a Carl Bernstein, negli anni Settanta fece cadere Nixon.
Da allora Woodward continua ad essere considerato un giornalista d’inchiesta, che però ha cambiato pelle. Formalmente è ancora molto temuto dal potere politico; in realtà ogni presidente in carica gli dà l’opportunità di scrivere un libro aprendogli le porte dell’Amministrazione, con incontri e retroscena esclusivi.

L’apparenza è quella del libro di denuncia, in realtà nei suoi saggi Woodward viene imboccato dagli spin doctor che lo usano per far passare il messaggio da loro voluto. Come dimostrano almeno un paio di libri sull’Amministrazione Bush. Memorabili, ma in negativo.
Lo stesso è avvenuto con Obama, solo che gli spin doctor di Barack devono essere meno bravi dei loro predecessori, perché l’operazione è sfuggita di mano. Il saggio di Woodward rivela profonde divisioni tra i consiglieri militari e il presidente sulla guerra in Afghanistan. Lo schema narrativo mira a far emergere le reali intenzioni del presidente, molto più pacifista e moderato dei suoi collaboratori, che alla fine impone un compromesso. Lo scopo, evidente, è di strizzare l’occhio all’elettorato di sinistra, deluso dal primo presidente di colore degli Usa.
L’effetto finale, però, è ben diverso da quello previsto. Obama appare come un presidente “professorale”, che assegna “compiti a casa ai suoi sottoposti”, ma che stenta a farsi rispettare; al punto che per essere sicuro che i propri ordini vengano eseguiti è costretto a stilare un documento in sei punti.

Documento peraltro contraddittorio: Barack accetta di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan, ma, precisa, «tutto deve essere fatto per essere concentrati sull’obiettivo di poter ridurre la nostra presenza, perché questo è nel nostro interesse nazionale». Come dire: combattiamo, ma poi via. Poi, però, l’Obama che apparentemente picchia i pugni sul tavolo stenta a fissare una data per il ritiro definitivo, limitandosi a indicare che nel luglio 2011 i primi contingenti cominceranno ad andarsene. Alla fine fa proprio quel che gli dicono i consiglieri militari con cui, perlomeno secondo l’edulcorata versione di Woodward, avrebbe litigato.

L’impressione complessiva è di un presidente debole, titubante, poco rispettato dai suoi uomini, che litigano scambiandosi epiteti pesantissimi. Vedi il vice presidente Joe Biden che definisce l’inviato Holbrooke «il bastardo più egoista che abbia mai incontrato» o il ministro della Difesa Robert M. Gates che considera il numero della Sicurezza nazionale, Thomas E, Donilon, un inetto totale.Il libro di Woodward si limita a precisare indiscrezioni già uscite e svela poche vere novità. Una su tutte: in Afghanistan opera «un esercito nascosto» della Cia, composto da 3.000 uomini, per lo più afgani, che catturano e uccidono talebani e cercano di conquistare il sostegno popolare. Niente male per un presidente che ha ricevuto, sulla parola, il Nobel per la Pace.

Un presidente che, come Bush, ha creato, perlomeno in politica estera, un governo nel governo, composto dallo spin doctor David Axelrod, dal consigliere alla sicurezza nazionale James L. Jones, dallo stesso Rahm, dal portavoce Robert Gibbs, dagli esperti di sicurezza Denis McDonough e Mark Lippert. Alla Casa Bianca alcuni lo chiamano il Politburo, altri la Mafia.

Marcello Foa.

FONTE

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