Jimi Hendrix, un’agonia fra lampi di genio

Due settembre 1970, Vijle Ruskow Hall, Harus, Danimarca. L’uomo è quasi accovacciato sul palco, sfibrato, assente; dalla sua chitarra escono note folli, metalliche che lui non riesce a controllare; attacca con Freedom ma all’improvviso cambia tema, poi s’interrompe e riparte miracolosamente. Inanella Come On e Room Full of Mirrors rincorso dal basso di Billy Cox, in piedi per scommessa dopo un micidiale cocktail di droghe «tagliate male». A metà di Message of Love arriva al capolinea e collassa. Qualcuno lo sente dire con un filo di voce: «sono morto da tanto tempo». È il punto più basso degli ultimi 15 giorni di vita di Jimi Hendrix. «Non aveva mai raggiunto prima un simile livello di esaurimento fisico», scrive Davide Henderson nella nuova edizione della biografia hendrixiana Scusami sto baciando il cielo in uscita in questi giorni. «Il tuo amico Hendrix non riusciva a muoversi – urlò al telefono l’organizzatore dello show all’amica e biografa di Jimi, Sharon Lawrence -, inciampava continuamente, era incapace di fare un concerto. Perderò la camicia se non si presenta a Copenaghen domani, e la sua carriera sarà finita». Ma non è ancora la fine. A Copenaghen il leone ruggisce come nessuno s’aspetta: sfibrato, depresso, sfatto il giorno prima, sale sul palco in piena forma e trova persino la forza di fare un bis. «L’ottovolante ha ripreso a correre», titola The Times. E poi un ultimo colpo di coda sull’isola di Fehmarn, in uno show funestato dal maltempo e dai saccheggi di un gruppo di motociclisti tedeschi; Jimi si esibisce in fretta e furia ma si prende l’ultima (piccola) rivincita: parte tra bordate di fischi e «Go Home» e – grazie a Killing Floor e Voodoo Chile – chiude tra gli applausi.

Il mito dei concerti di Hendrix si spegne così, su una fredda isola tedesca. Fallito il rilancio cominciato la settimana prima allo storico show dell’Isola di Wight. Un concerto controverso, in cui la sua debolezza fisica fa da contrasto alla potenza dei suoni elettrici più assurdi mai usciti da una chitarra. God Save the Queen e la beatlesiana Sgt.Pepper si trasformano in inni alla follia, Machine Gun è l’eruzione di un cervello che ha perso il controllo; è lui che impazzisce, suona quasi privo di coscienza, e le note sono un picco vibrante che cresce ad onde repentine. Anche la tecnologia congiura contro di lui; le interferenze delle trasmittenti del servizio d’ordine negli amplificatori lo mandano ulteriormente fuori di testa. «Servizio d’ordine… venite avanti… come va lì?», sente in risonanza con la chitarra, e perde il ritmo, mentre la batteria di Mitch Mitchell quasi si ferma. Panico. Jimi ha un ghigno satanico e pesca chissà dove l’energia per cantare sovratono, quasi singhiozzando, All Along the Watchtower, il diavolo gli viene in aiuto scambiando la sua anima con il blues di Red House, con rumori allucinati che sembrano spezzare il muro del suono. E lui avanti, automa fra gli applausi, a chiudere (finalmente) con In From the Storm, ultimo lampo prima del crollo. «Si sentiva come un pugile che cerca di stare in piedi chiedendosi quale potrà essere il risultato. Veli di depressione si spargevano sulla sua coscienza, simili alla nebbia dell’alba che stava invadendo l’arena», commenta poeticamente Henderson. In effetti è un’agonia. Che differenza rispetto ai concerti di pochi mesi prima. A Berkeley per esempio (dove fu girato il film Jimi Plays Berkeley), dove ogni brano è prototipo e al tempo stesso archetipo del rock!
Pochi giorni dopo Jimi morirà, ma sarà solo una morte biologica: lui è ancora un mito, un figlio spurio di quell’America che ha abbracciato e distrutto straziandone l’inno nazionale, ancora un ribelle eppure una vittima dell’«industria del caro estinto», di cui è la star più sfruttata insieme ad Elvis. I duri e puri lo celebrano visitando all’Haendel Museum la mostra Hendrix In Britain (a Londra dall’altro ieri al 7 novembre) dove, a 40 anni dalla morte, sono esposte memorabilia e curiosità (dalla Gibson V5 che usò a Wight ai manoscritti delle canzoni agli abiti che persino la Londra beat aveva visto soltanto nei film di Errol Flynn). Jimi dal ’68 abitò in questa piccola casa di Brook Street dove fino al 1759 visse lo stesso Haendel. («Spesso, guardandomi nello specchio, vedevo il suo spirito che vegliava su di me e ascoltavo il Messiah», diceva Jimi). Dal lato artistico (a cavallo tra interesse e sfruttamento) la famiglia, più ingorda che mai, sta per ripubblicare Blues con aggiunta di un dvd, le BBc Sessions con inediti !?! e duetti con Stevie Wonder e altre curiosità, il quadruplo West Coast Seattle Boy e un EP di canzoni natalizie. Tanto per raschiare ancora il barile.

Antonio Lodetti

FONTE

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