Anni spietati – Torino

Una città sfigurata dal terrorismo, un tessuto sociale dilaniato dalla violenza e dalla paura, dallo scontro armato nei cortei del sabato pomeriggio. Le gambizzazioni, gli attentati, gli omicidi. Questa è stata Torino negli anni di piombo, gli anni spietati e crudeli in cui il paese ha rischiato di smarrirsi, ma che invece ha saputo superare. Tuttavia il prezzo è stato altissimo, uno stillicidio quotidiano, un necrologio senza fine, come del resto succedeva nelle altre grandi città d’Italia: Roma, Milano, Genova, Bologna.

Questa è una storia raccontata dal cemento, dalle banchine dei marciapiedi, dai tombini, dalle finestre e dai citofoni. È Torino che racconta questa storia; una storia fatta di morti inutili senza una ragione apparente in un contesto spietato…anni spietati.

MORIRE SENZA SAPERE PERCHE’: EMANUELE IURILLI (9 marzo 1979)

Torino, Borgo San Paolo, storico quartiere operaio, al numero 64 di Via Millio ora c’è una sezione di partito, ma nel 1979 c’era un bar bottiglieria.

È venerdì 9 marzo 1979, ore 13.45, due giovani scendono da una Fiat 131 hanno in mano hanno un vassoio di pasticcini. Entrano nel bar bottiglieria di Via Millio, da quei vassoi spuntano delle armi, ma nessuno si accorge di nulla.

In quello stesso giorno alla stessa ora a Torino Nord nel quartiere Madonna di Campagna, gli studenti dell’Istituto Aeronautico Carlo Grassi stanno uscendo da scuola, li di fronte c’è il bar dell’Angelo, un nome da ricordare nel prosieguo della nostra storia. Emanuele, uno dei ragazzi dell’ultimo anno, è già sul pullman: il tragitto per tornare a casa, a Borgo San Paolo è lungo.

Intanto nel bar bottiglieria di Via Millio uno dei ragazzi prende il telefono e chiama la polizia, dice che ha preso un ladruncolo di autoradio e chiede agli agenti di venirlo a prendere. A telefonare è un terrorista di Prima Linea, nome di battaglia Davide. Intanto quel ragazzo sul pullman sta arrivando a casa si chiama Emanuele Iurilli , ha quasi diciotto anni e si sta preparando all’esame di maturità.

Nel bar di Via Millio arriva una volante, il capopattuglia entra nel bar e chiede del ladro di autoradio, davanti a lui c’è Davide, ma Davide non risponde spara. In quell’istante Emanuele Iurilli sta camminando lungo via Lurisia è a pochi metri di casa, svolta l’angolo su Via Millio, la sua casa è li al civico 64 sopra il bar bottiglieria. Intanto il poliziotto cade ferito, i colleghi rispondono al fuoco e in Via Millio si scatena l’inferno. Emanuele ha appena svoltato, sente gli spari, non fa in tempo a ripararsi, un proiettile gli trafora il torace. A diciotto anni, Emanuele muore sul selciato, sottocasa, senza sapere perché.

Il commando dei terroristi scappa a bordo dell’auto della polizia. Sulle pareti della bottiglieria e sparsi qua e la nel locale restano dei volantini che ricordano una lapide: sullo sfondo bianco, le facce di due ragazzi e una scritta nera “Prima Linea”. I due ragazzi ritratti sul volantino si chiamano Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni sono stati uccisi dalla polizia in un bar di Via Veronese: il bar dell’Angelo qualche giorno prima il 28 febbraio. Per i loro compagni i loro nomi di battaglia sono Charlie e Carla. Prima Linea aveva preparato a Via Millio un’imboscata alla polizia per vendicare Carla e Charlie, morti pochi giorni prima proprio al Bar dell’Angelo davanti la scuola di Emanuele: una coincidenza. Questa è anche una storia di coincidenze.

CHARLIE E CARLA (28 febbraio 1979)

Dieci giorni prima della sparatoria di Via Millio, il 28 febbraio 1979, Charlie e Carla sono a Piazza Stampalia, stanno pedinando il presidente della circoscrizione di Madonna di Campagna Michele Zaffino.

Il tabaccaio della piazza insospettito, chiama la polizia: due ragazzi hanno appena comprato delle maschere di carnevale, anche se siamo già in quaresima. La polizia fa irruzione in tutti i bar della piazza, anche nel bar dell’Angelo, Carla Azzaroni e Matteo Cageggi stanno prendendo un cappuccino. Sono passate da poco le dieci l’ agente entrato nel bar, comincia a chiedere i documenti ai clienti presenti, ma i due non rispondono e sparano. Sparano tutti, Charlie e Carla restano a terra senza vita. Hanno poco più di vent’anni.

In tasca dei due vengono ritrovate le foto di Zaffino che ai loro occhi aveva una grave colpa. Aver distribuito agli abitanti del quartiere un questionario antiterrorismo in cui si invitano i cittadini a segnalare fatti sospetti. Soprattutto la domanda numero 5 aveva fatto arrabbiare i terroristi: “Avete da segnalare fatti concreti che possano facilitare gli organi della magistratura e le forze dell’ordine ad identificare coloro che commettono delitti, attentati e aggressioni?”. Un’insopportabile invito alla delazione e al tradimento. Dodicimila torinesi risposero a quel questionario.

ANCORA IL BAL DELL’ANGELO: CARMINE CIVITATE

Altre storie si intrecciano intorno al Bar dell’Angelo, altre vendette. Cinque mesi dopo, il 18 luglio 1979, quel ragazzo che chiamerà al polizia dalla bottiglieria di Via Millio, entra nel Bar dell’Angelo. Prima Linea deve vendicare Carla e Charlie suoi militanti, Davide deve vendicare soprattutto Carla la sua fidanzata. Davanti allo stesso bancone sette colpi abbattono il barista Carmine Civitate è lui secondo Prima Linea la spia che ha provocato la morte di Charlie e Carla, è lui che ha chiamato la polizia.

La rivendicazione è fatta a “La Stampa” poco dopo il delitto con una telefonata in cui l’organizzazione “Prima Linea – nucleo di fuoco Matteo Caggegi Charlie e Barbara Azzaroni Carla”, rivendica l’uccisione della “spia proprietaria del bar” ove avvenne la sparatoria mortale.

Ma si saprà dopo che Carmine non c’entra niente, al processo di Prima Linea, il tabaccaio dichiarerà di essere stato lui a chiamare la polizia, lasciando gli imputati senza parole. Carmine era un immigrato dal sud come tanti, veniva dalla Calabria con una giovane moglie e due figli, era riuscito finalmente quasi a comprare il bar con una casa alla Falchera, quartiere operaio della periferia nord di Torino.

TORINO 1967-68…

Diego Novelli, sindaco di Torino dal 1975 al 1985 racconta: “I terroristi non a caso scelsero Torino come città particolare. Qui c’era la concentrazione della più grande forza industriale ed economica e la più grande forza organizzata del movimento dei lavoratori mettere in crisi una città come Torino significava mettere in crisi un sistema, lo Stato”.

Torino è la prima città che non aspetta il maggio del 1968 francese. La prima occupazione in una università italiana avviene proprio a Palazzo Campana a Torino nel novembre del 1967. Poi arriva l’autunno caldo del 1969: le rivendicazioni salariali spontanee nelle grandi fabbriche si alleano alle agitazioni studentesche che reclamano un generalizzato “diritto allo studio” per tutti gli strati sociali.

Il sociologo Carlo Merletti ricorda che: “Torino è stata la sede di scontri sindacali anche molto accesi, di vere e proprie lotte di classe che sono poi culminate alla fine degli anni Sessanta in un grande movimento sociale e politico a cui si unirono le lotte degli studenti per un rinnovamento del costume e delle istituzioni”.

Alle lotte degli studenti e degli operai qualcuno risponde con le bombe: il 12 dicembre 1969 nel centro di Milano, alle 16:37, una bomba esplode nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, provocando la morte di diciassette persone ed il ferimento di altre ottantotto. Poi i tentativi di colpi di stato, veri o presunti.

LE BR ARRIVANO A TORINO

È in questa città che nel 1972 arrivano Renato Curcio e Mara Cagol, capi storici e fondatori delle Brigate Rosse. A Milano nel settembre del 1970 le Brigate Rosse avevano firmato la loro prima azione. Ma è a Torino che nasce il primo esecutivo.

Scelgono di sequestrare alcuni dirigenti con la tecnica del “mordi e fuggi”. Una di queste azioni ed è la prima volta che operano a Torino, riguarda un sindacalista di estrema destra Bruno Labate, segretario provinciale della Cisnal.

È 12 febbraio 1973 Labate viene rapito sotto casa alle ore 9 e 30 del mattino, in via Baiamonti, Viene tenuto prigioniero in una stanza semibuia e interrogato per cinque ore. Alle 15 e 25, rapato a zero e senza calzoni, viene rilasciato in catene poco distante dal cancello n.1 di Mirafiori. Sul cartello appeso al collo, oltre alle tante ingiurie rivoltegli, fra cui l’accusa di essere a capo di uno “pseudosindacato fascista che i padroni mantengono nelle fabbriche per dividere la classe operaia”, si accenna, per la prima volta, all’urgenza di “organizzare la resistenza proletaria sul terreno della lotta armata”.

Alla fine dello stesso anno il 10 dicembre, un altro sequestro, che rappresenta un escalation criminale di un alto dirigente Fiat, il capo del personale del gruppo auto Ettore Amerio che viene sequestrato per più giorni.

I PRIMI ARRESTI

Il 18 aprile 1974 a Genova viene rapito il sostituto procuratore Mario Sossi , che verrà liberato il 24 maggio. L’inchiesta sul sequestro Sossi viene affidata per competenza ai giudici torinesi Bruno Caccia e Giancarlo Caselli. Caselli ricorda che indagando sul sequestro Labate, seguendo la traccia di un impronta digitale si arriva all’arresto di Paolo Maurizio Ferrari: il primo dei capi storici delle Brigate Rosse a finire dentro.

Lo arrestano a Firenze, mentre sta andando a cena a casa della fidanzata, in tasca ha un volantino di rivendicazione del sequestro Sossi. E’ il 28 maggio 1974 l’arresto di Ferrari porta la polizia anche alla scoperta di un covo a Torino.

Qualche mese l’8 settembre del 1974 dopo, grazie alll’infiltrazione di Massimo Girotto (Frate Mitra), gli uomini del Generale dalla Chiesa arrestano a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini sono i capi storici delle Brigate Rosse.

IL PROCESSO ALLE BR

Nell’edificio di Via Tasso 1, ora in vendita, allora sede dell’Ufficio Istruzione della Procura della Repubblica di Torino si lavora al processone ai capi storici delle Brigate Rosse.

Il 16 maggio 1976 c’è una grande festa in città per lo scudetto del Torino, è una città distratta quella in cui il giorno dopo si apre il processone. I brigatisti rifiutano il processo, ricusano i difensori d’ufficio, ribaltano l’accusa . “La rivoluzione – dicono – non si processa”. Il processo si blocca subito.

Le Brigate Rosse hanno ucciso per la prima volta e deliberatamente a Genova il procuratore generale Francesco Coco e gli uomini della sua scorta, gli agenti Francesco Saponara e Antioco Deiana è l’otto giugno 1976 . Il procuratore Coco si era opposto alla liberazione dei detenuti politici che i brigatisti avevano chiesto in cambio della liberazione di Mario Sossi.

GIUSEPPE CIOTTA (12 marzo 1977)

Quartiere Santa Rita, Via Gorizia 67 è il 12 marzo 1977. Giuseppe Ciotta è brigadiere di pubblica sicurezza è nato a Ascoli Satriano in provincia di Foggia il 13 novembre 1947, è un sabato, un altro sabato di manifestazioni e cortei, ma il giorno prima la polizia ha ucciso a Bologna lo studente Francesco Lo Russo, militante di Lotta Continua, anche a Torino la tensione è alta . Per il brigadiere Ciotta è un giorno di lavoro come un altro. Viene ucciso di mattina presto, sotto casa davanti agli occhi della moglie dalle Brigate Comuniste Combattenti, da cui nascerà Prima Linea . Lo aspettano sotto casa e lo crivellano di colpi mentre sta salendo sulla sua utilitaria.

Fa parte dell’Ufficio politico e si occupa della sorveglianza esterna di alcune scuole e sedi universitarie: il Politecnico, il Galileo Ferraris e la Facoltà di Architettura, un lavoro che non lo aveva impegnato in situazioni particolari e che gli aveva permesso di stringere conoscenze con gli studenti.

Ricorda Silvio Viale, ex-militante di Lotta Continua: “Per noi l’omicidio Ciotta è stato davvero qualcosa che ha cambiato. Ciotta era uno dei tanti della Digos che frequentava le scuole, interveniva con quel buon senso per cui se c’erano due scazzottate, non è che fermava tutti, diceva voi di qua e voi di la, a casa ragazzi e finiva li, ci conosceva tutti”.

L’ASSASSINIO DI FULVIO CROCE

Martedì 3 maggio 1977 deve riprendere il processo ai capi storici delle Brigate Rosse . La corte si è trasferita ai più capienti locali della ex caserma La Marmora, vicino alle carceri Nuove, un quadrilatero in assetto da guerra al centro della città. Gli imputati continuano a rifiutare il processo e minacciano di morte difensori che fossero disposti ad accettare l’incarico.

Mancano sei giorni alla ripresa del processo, è il 28 aprile 1977, ore 15.00 Via Perrone 5, un galantuomo dallo sguardo deciso parcheggia nel cortile del suo studio. Un giovane lo aspetta, lo chiama un paio di volte e poi gli spara in faccia . L’avvocato Croce viene affrontato nell’androne dello stabile di via Perrone, da un commando composto da 2 uomini e 1 donna e ucciso con 5 colpi di pistola. La perizia sui proiettili stabilisce che la pistola è una Nagant 7,62 cecoslovacca, la stessa che colpirà Carlo Casalegno.

Ricorda Giancarlo Caselli: “ Le Brigate Rosse uccidono un avvocato Fulvio Croce che ha una colpa nella logica criminale delle Brigate Rosse quella di fare il suo dovere. Era il Presidente dell’ordine degli avvocati di Torino e si era fatto carico, come presidente dell’Ordine, di assicurare la difesa dei brigatisti. Un processo senza difesa, non è un processo, è una farsa. L’avvocato Croce voleva soltanto che anche quel processo non fosse una farsa”.

IL PROCESSO SI BLOCCA PER LA SECONDA VOLTA

Continua Caselli: “ Non si trovavano, sei cittadini sei, disposti a fare i giudici popolari, sul tavolo del Presidente Barbaro si accumulano i certificati medici e tutti dicono la stessa cosa sindrome depressiva, la traduzione in termini clinici della paura. Le Brigate Rosse sembra che in questo momento abbiano vinto, hanno ottenuto il risultato di far saltare il processo. Il processo questa volta non comincia neanche. Viene rinviato di nuovo di un anno”.

IL ROGO DELL’ANGELO AZZURRO (1 ottobre 1977)

Roma, venerdì 30 settembre 1977, due estremisti di destra uccidono Walter Rossi, vent’anni , studente militante di Lotta Continua. Il corteo del giorno dopo a Torino è un corteo diverso. Viene attaccato il bar “Angelo Azzurro” di Via Po 46, considerato un ritrovo di destra. Quando le prime molotov volano verso le vetrine, Roberto Crescenzio, studente lavoratore di 22 anni, si rifugia terrorizzato in bagno, mentre tenta di scappare le fiamme lo investono in pieno.

Roberto Crescenzio è perito industriale ed è iscritto al terzo anno di Chimica e tecnologia farmaceutica, lavora e di lì a pochi giorni sarebbe partito per il servizio militare. muore dopo due giorni di pubblica agonia per un aperitivo in un bar sbagliato.

Inizia la stagione furente di Prima Linea, non un esercito rivoluzionario come le Brigate Rosse, ma un mucchio selvaggio di spontaneisti per lo più giovanissimi che passano dalla scuola alla lotta armata.

CARLO CASALEGNO (16 novembre 1977)

La città ha paura, ma non ne ha il giornalista Carlo Casalegno, vice direttore de La Stampa, ex partigiano di Giustizia e Libertà, ha una rubrica in prima pagina : Il nostro Stato. Sostiene la tesi particolarmente invisa ai gruppi terroristici che occorre proseguire con fermezza nella lotta al terrorismo, ma senza leggi speciali e senza violare mai le leggi dello Stato.

Per i brigatisti Casalegno non è che un altro pennivendolo, imbrattacarte, servo della controrivoluzione, un bersaglio predestinato e senza scorta. Il 16 novembre del 1977 arriva a casa entra in fondo all’androne di corso Umberto 54 un uomo lo avvicina, spiana la pistola e gli spara quattro colpi in faccia.

Muore dopo un agonia di 13 giorni il 29 novembre 1977, il giorno del compleanno del figlio Andrea.

Anche il giornalista Nino Ferrero della redazione torinese de “L’Unità” viene gambizzato il 18 settembre 1977 sempre a Torino “Azione rivoluzionaria” si attribuisce la paternità dell’attentato, lasciando un comunicato in una cabina telefonica nel quale l’aggressione viene collegata agli articoli che Ferrero ha scritto sui due terroristi saltati in aria a Torino, mentre di notte con un ordigno si apprestavano a compiere un attentato.

Alle gambe viene colpito anche Giovanni Farina, capo reparto Fiat, dentro casa davanti agli occhi della moglie e della figlia Elisabetta è l’8 giugno 1979. Casa Farina è in via Malta 16 a duecento metri da Via Millio 64 dove tre mesi primi è morto Emanuele Iurilli.

8 MARZO ’78: RIPRENDE IL PROCESSONE

Mercoledì 8 marzo 1978 alla Caserma La Marmora si riapre il processo contro le Brigate Rosse questa volta accanto al presidente Barbaro c’è anche la giuria popolare e tra i cittadini sorteggiati c’è anche Adelaide Aglietta, segretaria del Partito Radicale che accetta l’incarico.

Ma le violenze non si fermano il volume di fuoco diventa impressionante. Ricorda Caselli: “Il primo giorno le Brigate Rosse uccidono qui a Torino il commissario Rosario Berardi che su queste Brigate Rosse processate qui a Torino aveva svolto fior d’indagini”. La mattina del 10 marzo 1978, Berardi aspetta il tram per andare al commissariato, lo raggiungono tre colpi alle spalle in Largo Belgio, che oggi porta il suo nome. Lascia la moglie e due figli . Al funerale partecipano ventimila persone.

Il 16 marzo viene rapito a Roma Aldo Moro. Le ricadute sul processo di Torino sono immediate e totali, gli imputati alla sbarra del processo di Torino rivendicano come delle Brigate Rosse questa impresa criminale e a loro volta le Brigate Rosse, in uno dei primi volantini chiedono la liberazione di vari detenuti molti dei quali processati proprio a Torino.

1978: UN’AGGHIACCIANTE SCIA DI SANGUE

Lorenzo Cutugno è un agente di custodia alle Carceri Nuove, un lavoro rischioso, ha chiesto il trasferimento l’11 aprile 1978 dovrebbe essere già in Sicilia ma quella stessa mattina un commando BR lo attende a Lungo Dora Napoli. Cutugno esce dall’ascensore gli sparano alle gambe, è armato cerca di inseguire i suoi assalitori, ne ferisce uno, ma gli sparano alle spalle.

Ammesso che il fantomatico nemico del popolo abbia un volto non è di sicuro quello di Piero Coggiola, dirigente della lancia a Chivasso. Coggiola muore il 18 settembre 1978 alle 7 del mattino in Via Servais 176. Chi spara vorrebbe solo ferirlo ma una pallottola gli recide l’arteria femorale. Muore a 46 anni, mezz’ora dopo l’attentato all’ospedale Maria Vittoria per dissanguamento. Lascia la moglie Myrna Gonetto di 42 anni, subito accorsa sul luogo della tragedia richiamata dagli spari, e due figlie: Antonella di 13 anni e Simona di 19 affetta da handicap. Originario di Chivasso ha cominciato a salire i gradini della carriera alla Fiat. Per un certo periodo ha lavorato all’Alfa Romeo a Pomigliano d’Arco. Dal 1973 è a Chivasso a dirigere l’officina verniciatura.

Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu sardo sono poliziotti di leva e hanno poco più di vent’anni . Lanza e Porceddu il 15 dicembre 1978 sono di pattuglia sotto le mura delle Carceri Nuove . Alle 5.30 un commando delle Brigate Rosse affianca i due poliziotti e scarica sulla lora camionetta sessantacinque colpi. Un’azione rapidissima, i colleghi di guardia sulle mura del carcere e presso una vicina caserma, vedono solo la vettura in fuga. Lanza prima di accasciarsi riesce a sparare un solo colpo. Porceddu muore impugnando il mitra che si è inceppato. C’è una grande risonanza ai funerali la polizia protesta.

Ma questa volta l’offensiva di fuoco contro il processo non ha successo.
Caselli: “Il processo si conclude e, per unanime riconoscimento, nell’assoluto rispetto delle regole processuali e non solo, nel rispetto dell’identità politica dei brigatisti. Ai quali il presidente Barbaro consentì di controinterrogare il magistrato Sossi che avevano sequestrato. Nel momento in cui il processo si conclude e arrivano le condanne, è il crollo, lo sfascio di quell’assunto sul quale le Brigate Rosse avevano puntato e avevano conseguentemente ucciso che la lotta armata non si processa e se si processa deve rinunziare alla sua maschera di stato di diritto”.

Venerdì 21 settembre 1979, Carlo Ghiglieno è un alto dirigente Fiat, nell’organigramma dell’azienda occupa il sesto posto, ma in pochi lo conoscono. Il tempo di un caffè insieme alla moglie al bar davanti casa e poi Ghiglieno va a raggiungere la sua rimo parcheggiata in Via Petrarca e un uomo gli esplode sette colpi alle spalle.L’uccisione viene rivendicata da Prima Linea con due telefonate: una a La Stampa e l’altra all’Ansa. Il gruppo terrorista si definisce “Prima Linea- gruppo di fuoco Charlie e Carla”. Questi sono i nomi di battaglia dei due terroristi Matteo Caggegi e Barbara Azzaroni.

LA SVOLTA

Patrizio Peci, capo della colonna torinese delle Brigate Rosse, è da tempo in crisi personale e politica.Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa cattura Peci e Rocco Micaletto il 19 febbraio 1980. Per le Brigate Rosse è il primo colpo mortale, il 1 aprile Peci chiede di parlare con un magistrato. Lo chiameranno “l’infame” e per ripicca gli ammazzeranno il fratello Roberto, filmando l’esecuzione con vent’anni di anticipo sui terroristi mediatici del ventunesimo secolo.

Le confessioni di Peci svelano ai magistrati la struttura interna dell’organizzazione, la suddivisione rigidamente compartimentata in brigate, colonne, fronti (logistico e di massa), comitato esecutivo e direzione strategica. Si dichiara lui stesso responsabile di sette omicidi e di quarantacinque episodi criminali accaduti tra il 1977 e la fine del 1979.

Anche Prima Linea ha il suo Peci si chiama Roberto Sandalo, lo chiamano Roby il Pazzo comincia a collaborare il 5 maggio 1980. Sandalo parla del comandante Alberto che è Marco Donat Cattin, bibliotecario a Liceo scientifico, figlio del presidente della Democrazia Cristiana. Arrestato in Francia nel febbraio del 1981 decide di collaborare con la giustizia. Si chiude la stagione di Prima Linea.

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