Mese: agosto 2010

Un eroe si aggira a Venezia: Bruce Lee al Lido con furore

1973: l’Italia era la repubblica resistenziale delle utilitarie e la Cina la repubblica popolare delle biciclette. Perciò avrebbero patito meno di altri Stati la crisi petrolifera originata dalla guerra del Kippur. Ancora sotto regime coloniale – ci sarebbe rimasta fino al 1997 -, Hong Kong cresceva più del resto della Cina, ed allora era facile; ma anche dell’Italia, ed allora era difficile. Con Hong Kong era anche il suo cinema a crescere. Da lì giungeva in Italia un film di regista e interpreti sconosciuti, che però incassava più di molti prodotti di Cinecittà. Si trattava di Dalla Cina con furore, titolo che negli ultimi trent’anni è diventato un tormentone sui giornali che si sono occupati della formidabile ripresa della grande civiltà cinese.
Il regista era Lo Wei, il protagonista era Bruce Lee nel ruolo di Chen Zhen, campione di kung-fu nella Shanghai del 1908, quando la metropoli sentiva già forte la pressione nipponica. La vicenda opponeva non a caso la scuola cinese a quella giapponese di arti marziali, ma non fu questo significativo dettaglio ad attrarre l’attenzione di critici e spettatori… Per la prima volta agli italiani si proponeva un cinese per eroe. Erano passati pochi anni da Indovina chi viene a cena e dalla Calda notte dell’ispettore Tibbs: così Bruce Lee – nativo di San Francisco – parve un Sidney Poitier ingiallito. Ma questo esile trentenne picchiava come un ferraio, non imponeva la sua superiorità ragionando da liberal. La sorpresa fu piacevole specie per i giovani stanchi italiani di un cinema – specie quello di Hollywood alle prese con la sconfitta neocoloniale in Indocina – per il quale non era più tempo di eroi, caso mai di giustizieri. Della notte, perché di giorno – giustamente – si sarebbero vergognati.
Il successo mondiale di Dalla Cina con furore aveva anche un significato politico di svolta. Nel decennio precedente i cinesi erano stati, per il cinema anglo-americano, i cattivi per eccellenza, scavalcando perfino i russi che, dal dopoguerra, tenevano banco per malvagità nell’immaginario degli anticomunisti. Era un caso che Dalla Cina con furore uscisse a Hong Kong nel 1972, in coincidenza con la visita di Nixon a Pechino, apice della «diplomazia del ping-pong»?
Da allora, nonostante la morte precoce di Bruce Lee, il personaggio di Chen Zhen è tornato ripetutamente sugli schermi. In occasione del teorico settantesimo compleannO di Bruce Lee, sarà anche alla Mostra di Venezia proprio in apertura, il 1 settembre, con Legend of the Fist: The Return of Chen Zhen («Leggenda del pugno: Il ritorno di Ch. Zh.») di Andrew Lau, protagonista Donnie Yen, comprimario Anthony Wong. È l’ennesima riproposta del personaggio, che è stato anche di Jet Li in Fist of Legend di Gordon Chan (1994): siamo sempre a Shanghai, ma negli anni Venti, quindi in contemporanea con le convulsioni della Cina repubblicana e delle insurrezioni comuniste raccontate nei romanzi di André Malraux, oltre che da un capolavoro come Quelli della San Pablo di Robert Wise (1966), interpretato da Steve Mac Queen, il divo dalla vita breve, che a Seattle avrebbe portato a spalla la bara di Bruce Lee, il divo dalla vita brevissima.
Con Chen Kaige, John Woo e Zhang Yimou, Andrew Lau è l’altro grande del cinema cinese. La sua trilogia Infernal Affairs ha ispirato a Martin Scorsese The Departed, che però si è solo avvicinato all’efficacia dell’archetipo. Perciò si può sperare che non si tratti di un semplice rifacimento, più che seguito, dell’originale. Andrew Lau s’è divertito a inserire nella trama un richiamo per cinefili: il locale «Casablanca», ritrovo di avventurieri, spie, europei, giapponesi, cinesi nazionalisti e comunisti, come lo era il Rick’s Cafe del film di Michael Curtiz, ambientato nella città marocchina nel 1941-42.Dice Andrew Lau: «Chen Zhen è stato l’eroe di tutti noi, mentre il film ha reso Bruce Lee un divo. Era quindi difficile affrontare la nuova versione. La sfida maggiore era descrivere il personaggio per la nuova generazione. Ho cercato di distaccarmi dai precedenti episodi, puntando a una svolta nell’equilibrio tra azione e dramma, nei costumi, nelle scenografie e nelle scene d’azione. Se no, non avrebbe avuto senso riproporre una storia nota».

Maurizio Cabona

FONTE

Il gatto a nove code.

Film del 1971 di Dario Argento.
Appartiene all’epoca in cui il grande Alfred Hitchcock disse “questo giovane italiano comincia a preoccuparmi”. Il film al quale si riferiva era il primo di Argento, ovvero L’uccello dalle piume di cristallo che assieme alle Quattro mosche di velluto grigio e Il gatto a nove code forma la cosiddetta Trilogia degli animali.

Il gatto a nove code è un thriller molto interessante già con qualche venatura horror/splatter che verrà ulteriormente potenziata in successive opere del maestro Argento (come, ad esempio, il celebre Profondo rosso, summa di un genere a cavallo tra thriller e horror).
Gli attori sono un convincente James Franciscus, il grande Karl Malden(Biscottino, ex giornalista non vedente ora enigmista) e la brava Catherine Spaak. Da segnalare anche un ottimo Pier Paolo Capponi, attore sempre apprezzato.

In un centro di ricerche genetiche si verifica uno strano furto. Si mette in moto un meccanismo che spezzerà la vita di diverse persone.
Il primo a lasciarci le penne sarà un componente dello stesso centro di ricerche che capisce chi ha rubato.
L’assassino lo convoca ad un appuntamento ma lo spinge sotto un treno in corsa. Un fotografo, in attesa di una starlette in arrivo proprio con quel treno, scatta inavvertitamente una foto nel momento in cui il testimone viene lanciato verso i binari.
Biscottino(Karl Malden) s’interessa dell’episodio e decide di scambiare qualche idea ed intuizione col giornalista Giordani(un cognome che compare altre volte nei film di Argento). Per prima cosa consiglia di far sviluppare la foto interamente in modo da poter verificare se l’uomo è stato spinto sotto il treno. Giordani telefona al fotografo che, distrattamente, non s’era accorto di nulla e gli dice che lo raggiungerà di lì a poco per vedere il risultato.
Ovviamente l’assassino era già sulle tracce del paparazzo e lo fa secco con un’azione di strangolamento provvedendo a far sparire gli scatti compromettenti. Giordani e Malden arrivano sul posto ma troppo tardi.
La scia di sangue si allungherà ancora tra omicidi efferati (dove poco o niente viene lasciato alla fantasia dello spettatore in quanto a particolari) ed imprese degne di abili tombaroli.

Il gatto a nove code è un thriller in piena regola con un buon respiro internazionale. La mano italiana è bene amalgamata col duo americano Franciscus-Malden. La musica è di Ennio Morricone: come sempre una garanzia perchè riesce ad essere malinconica ma anche capace di sostenere il ritmo delle scene clou del film.
Bravo Franciscus che ha il merito di entrare molto bene nella parte e diventare incredibilmente familiare allo spettatore già dopo pochi minuti di visione. Grande Karl Malden. Molto in gamba anche Catherine Spaak a suo ruolo sia nella barista insoddisfatta di Febbre da cavallo che nella capricciosa “figlia” del Capo in questo Gatto a nove code.
Capponi è un convincente Commissario di Polizia; ruolo apparentemente stretto ma interpretato con grande professionalità a dimostrazione del fatto che non esistono piccole parti ma solo grandi attori.

I colori, le scene notturne, i lunghi corridoi, gli omicidi seriali, le auto di questo film ed un certo stile tipico dei primi anni 70 renderanno Il Gatto a nove code una piacevole (ri)scoperta.

(Il trailer tedesco… meglio di quello italiano).