Così 150 anni fa diventammo liberi e italiani.

In occasione del centenario dell’unità d’Italia, nel 1961, uno dei nostri maggiori storici, Rosario Romeo notò che le manifestazioni ufficiali promosse per celebrare la ricorrenza venivano seguite «con certo senso di distacco non solo dalle masse ma anche dalle classi colte e dirigenti» quasi a dimostrazione della «fatica» che si faceva a «riallacciare l’odierna realtà italiana a quel passato» che tuttavia, secondo lo studioso, continuava ad essere «il solo centro» attorno al quale potesse essere richiamato, «come a segno d’unione», l’intero Paese.
E, ancora, ricordò lo spirito, ben diverso, col quale era stato festeggiato, nel 1911, il primo cinquantenario dell’unità nazionale: uno spirito che esprimeva una larghissima partecipazione del Paese, «consapevole del sentimento nazionale» e, soprattutto, mostrava una «intima rispondenza, visibile nei simboli, nelle istituzioni e negli ideali» tra l’Italia di allora e la tradizione storica cui le celebrazioni intendevano richiamarsi. A riprova di una conseguita e solidificata coscienza etico-politica del Paese.
Se fosse vivo oggi, molto probabilmente Romeo avrebbe non pochi motivi per tratteggiare un quadro più pessimistico del rapporto degli italiani tutti – classe dirigente e semplici cittadini – con la storia nazionale, con la conoscenza delle vicende dell’età risorgimentale, con la costruzione di una identità comune pur nel rispetto delle identità locali. Negli ultimi decenni, infatti, molte cose sono cambiate. E non in meglio.
All’inizio degli anni Sessanta, ancora in pieno boom economico, sembrava che fossero stati acquisiti certi risultati della ricerca storiografica sul Risorgimento e, più in generale, sul processo di unificazione nazionale. Prima, fra gli altri, l’idea che questo fosse stato non un fenomeno «locale» ma piuttosto la manifestazione italiana del più generale fenomeno europeo noto come «rivoluzione delle nazionalità»: un fenomeno sviluppatosi e maturato all’insegna del binomio «nazione e libertà». E, ancora, la convinzione che il Risorgimento fosse stato portato avanti e realizzato – sotto la guida di Casa Savoia e con la regia di uno statista di statura e formazione culturale europea come il conte di Cavour – da una minoranza illuminata e moderata che era stata però in grado di convogliare energie e consenso popolari e rivoluzionarie. In un certo senso, questa situazione era assai ben espressa da quella classica immagine oleografica che metteva insieme – come «padri della patria» e simboli della collaborazione fra elementi «legalitari» ed elementi «rivoluzionari» – Vittorio Emanuele II, Camillo di Cavour, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Era stata recuperata anche, all’inizio degli anni Sessanta, dalle macerie della sconfitta morale prima che militare della seconda guerra mondiale, l’identificazione fra Stato liberale e mondo risorgimentale, messa in crisi durante il periodo fascista dalla rottura del binomio «nazione e libertà» e dalla sostituzione dell’idea dello Stato nazionale e liberale con quella dello Stato nazionalista e autoritario.
La crisi del 1968 e dintorni, con la messa in discussione di valori tradizionali e certezze acquisite, determinò una vera e propria «rivoluzione culturale», per certi versi devastante, che finì per comportare, di fatto, un cambiamento generazionale al vertice culturale e politico del Paese ma che influì anche, consapevolmente o inconsapevolmente, sulla rilettura della storia moderna e contemporanea in linea con un sostanziale rigetto dei principi dello Stato liberale tradizionale a favore di quelli tipici di altri modelli di Stato, socialista o democratico o di altra natura. Fecero nuovamente la loro comparsa, anche sotto forme diverse rispetto a quelle tradizionali, approcci storiografici alle vicende dell’unificazione nazionale – quello gramsciano, per esempio, del Risorgimento come «rivoluzione agraria mancata» riproposto come storia delle «classi subalterne» o quelli propri dei «vinti», dei nostalgici dell’età pre-rivoluzionaria – a suo tempo demoliti dalla storiografia più avvertita. La debolezza etico-politica del Paese, conseguenza non ultima degli anni della cosiddetta «contestazione», fu dimostrata dal successo arriso alla pubblicazione di volumi sulla storia dell’Italia moderna e contemporanea, in particolare sul Risorgimento e sui suoi protagonisti, ad opera di storici, prevalentemente anglosassoni, interessati solo a «demitizzare» il processo risorgimentale del nostro paese e a denigrarne l’intera storia nazionale.Non furono sufficienti a recuperare i guasti prodotti nella società e nella cultura del Paese gli avvenimenti successivi: a livello internazionale, la crisi delle ideologie e il crollo dei regimi fondati sul socialismo reale; a livello nazionale, la fine della prima repubblica. Le vicende alle origini dello Stato nazionale sembrarono sempre più estranee alla sensibilità culturale dei giovani (anche, ammettiamolo pure, a causa del mancato o carente insegnamento della storia nazionale nei licei e nelle università) e sempre più lontane dagli interessi dell’establishment politico-culturale. La debolezza etico-politica del Paese divenne, poco alla volta e sempre più, perdita della consapevolezza della propria identità e della coscienza nazionale. Tutto questo con il risultato di favorire il sorgere e consolidarsi di tendenze centrifughe e sollecitazioni «micronazionaliste», da una parte, e, dall’altra parte, il riemergere di recriminazioni sulle modalità di realizzazione dello Stato nazionale oltre che di improponibili ritorni al passato.
L’approssimarsi del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia è, al tempo stesso, una grande occasione e una sfida. Una occasione per rileggere il Risorgimento per quello che esso davvero fu e anche per quello che rappresentò come strumento di modernizzazione politica ma anche industriale ed economica. Una sfida per far recuperare all’Italia e agli italiani l’orgoglio della propria identità comune. Senza, naturalmente, che ciò significhi mortificazione o sottovalutazione delle identità locali.

Francesco Perfetti

FONTE

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