Mese: luglio 2010

Il sequestro Dozier.

Il 17 dicembre 1981 le Brigate Rosse rapiscono a Verona il generale americano NATO James Lee Dozier. Quattro finti idraulici suonano alla porta dell’appartamento del militare, immobilizzano la moglie e lo caricano su un furgone dopo una collutazione. Il generale non ha guardie del corpo e l’operazione si rivela sorprendentemente facile. E’ l’inizio di un giallo internazionale che vede coinvolte l’Italia, l’America e la Nato. Il rapimento, opera della colonna veneta delle BR guidata Antonio Savasta, riapre le polemiche sulle complicità e gli interessi internazionali che si nascondono dietro le Brigate Rosse. Rapire un generale americano è una cosa che non era riuscita a nessuno, neanche alla guerriglia sudamericana.

Chi è James Lee Dozier?

Generale di brigata, 50 anni , laureato all’accademia militare di West Point, tra il ’68 e il ’69 è in Vietnam dove combatte con l’11° reggimento cavalleria. Sposato, due figli, dal giugno 1980 Jamie Lee Dozier è vice capo di Stato Maggiore del Comando delle Forze Terrestri NATO in Sud Europa che coordina le operazioni dell’esercito italiano dall’Appennino fino al confine con la Jugoslavia e dispone di un’unità missilistica americana con base a Vicenza.

Perchè Dozier?

Luigi Novelli, ex Brigate Rosse – colonna romana: “Si individua nell’istallazione dei missili americani nel nostro paese un terreno nuovo di lotta di classe. In questo quadro maturò l’idea di rapire un militare americano, inizialmente non si pose in essere la scelta di un generale anziché di un colonnello… Savasta ci portò nella casa di Via Verdi a Milano le trascrizioni dell’interrogatorio di Dozier. Una sorta di racconto che lui faceva della sua carriera militare . Noi cercavamo nelle nostre domande di far emergere dei collegamenti tra la presenza Nato in Italia e l’antiguerriglia… Savasta ci racconta che Dozier è tranquillo, collabora a modo suo raccontando queste vicende. Mentre è infastidito tantissimo dalle cuffiette dove noi gli mandiamo mattina e sera, la musica rock che lui odia “.

Le indagini

Data la gravità della faccenda, che coinvolge anche gli Stati Uniti, vengono impegnati sul caso investigatori di alto livello: Gaspare De Francisci e Umberto Improta, capo e vice capo dell’UCIGOS (Ufficio Centrale per le Investigazioni Generali e per le Operazioni Speciali) e Salvatore Genova. Ricorda Improta: ” Capii immediatamente che occorreva un’articolazione investigativa complessa da estendere non solo sul territorio veronese, ma anche in altre città dove si supponeva potesse avere base la cosiddetta direzione strategica. Indubbiamente per sequestrare una persona in una città ci deve essere almeno un basista locale. Quindi per noi era necessario controllare tutti coloro i quali erano sospettati di appartenere alle BR, perchè in un modo o nell’altro, a mio avviso, o da fiancheggiatore o da supporto avevano dato un contributo alla riuscita di questo sequestro”.

Le Brigate Rosse negli anni ’80

In quegli anni la struttura delle Brigate Rosse appare ancora fortissima. In realtà il sequestro Dozier rappresenta il punto di arrivo del lungo processo di decomposizione delle BR, che si dividono al loro interno in diversi gruppi relativamente autonomi e in dissenso tra loro.

Il 12 dicembre 1980 viene rapito il giudice Giovanni D’Urso, responsabile della gestione delle carceri presso il ministero di Grazia e Giustizia. Il sequestro si conclude con una vittoria dei brigatisti: la chiusura del carcere dell’Asinara e la pubblicazione dei loro comunicati. Il generale verrà liberato il 15 gennaio.

Nella primavera–estate del 1981 le Brigate Rosse mettono a segno quattro sequestri. Il 27 aprile 1981 viene rapito in Campania l’assessore regionale ai Lavori Pubblici e alla ricostruzione del dopo terremoto del 23 novembre 1980: Ciro Cirillo; nell’agguato rimangono uccisi l’autista e il brigadiere di scorta.
Il 3 giugno a Milano è la volta del dirigente dell’Alfa Romeo Renzo Sandrucci, che verrà rilasciato illeso a Milano davanti allo stabilimento della Magneti-Marelli il 23 luglio 1981. Il sequestro è opera della colonna milanese Walter Alasia e sarà criticata dai leader detenuti. Dopo il 1980 , la colonna viene espulsa dall’organizzazione e realizza “in proprio” una serie di attentati.

Tragico invece l’esito del rapimento del dirigente Giuseppe Taliercio ( 20 maggio – 5 luglio 1981 1981), dirigente del petrolchimico di Porto Marghera ucciso dopo 46 giorni dagli uomini della colonna veneta Annamaria Ludmann “Cecilia”. Ma anche nel Veneto, in seguito a divergenze sorte nella gestione dell’operazione, tra ottobre e novembre del 1981, alcuni militanti della colonna escono dall’organizzazione e danno vita alla colonna “2 Agosto”.

Intanto nelle Brigate Rosse sta succedendo qualcosa. Il 4 aprile 1981 viene arrestato a Milano Mario Moretti, capo dell’esecutivo e principale responsabile del sequestro Moro. Dopo l’arresto di Moretti è Giovanni Senzani ad assumere la direzione unitaria dell’organizzazione, accentuando la spinta movimentista in polemica con la leadership “organizzativista” e militarista di Moretti.

Nel dicembre ’81 Senzani fonda il Partito della Guerriglia, fondendo la colonna napoletana con il fronte delle carceri, sancendo così la frattura con l’ala militarista delle Br che si riconoscerà nelle tesi del Partito comunista combattente. Come leader delle Br- PdG Senzani progetta e porta a compimento i sequestri di Ciro Cirillo e Roberto Peci, teorizzando l’alleanza tra il partito armato e strati sempre più larghi di proletariato extralegale (fino a ipotizzare forme di collaborazione con la criminalità organizzata, camorra in testa). Tutta la sua leadership è caratterizzata da una esasperazione quasi patologica della violenza, fino ad arrivare a una sorta di sadismo che non ha riscontri nell’esperienza della lotta armata in Italia. Un esempio è la conduzione e l’esito del sequestro di Roberto Peci, fratello del pentito Patrizio che stava collaborando con gli inquirenti.

Roberto Peci viene rapito il 10 giugno 1981, a San Benedetto, da un commando di quattro uomini. Il suo sequestro è scandito da 7 comunicati nei quali, tra le altre cose, si delinea anche l’accusa rivolta al prigioniero. A Roberto le Br – Fronte delle carceri imputano di aver tradito in occasione di entrambi i suoi arresti: la prima volta, nel gennaio ’77, denunciando otto compagni, la seconda – a Fossombrone – patteggiando con i Carabinieri un primo arresto del fratello Patrizio, presumibilmente avvenuto nel dicembre ’79, durante il quale Patrizio avrebbe accettato di tornare in libertà con il ruolo di “talpa” dentro la colonna torinese.

Fino al suo secondo e definitivo arresto del 19 febbraio 1980, in compagnia di Rocco Micaletto, e la successiva decisione di collaborare con gli inquirenti. L’intero interrogatorio a cui viene sottoposto Roberto è filmato dai suoi due carcerieri, Giovanni Senzani e Roberto Buzzati. A essere impresso su pellicola super-8 è anche il momento dell’esecuzione, avvenuta con 11 colpi di arma da fuoco. I 3 agosto il corpo di Roberto Peci viene ritrovato nella periferia romana all’interno di una casa diroccata.

Rapimento Dozier: verso la conclusione.

3 gennaio 1982, 17° giorno del sequestro Dozier; l’attacco al cuore dello Stato di fa sempre più duro. A Roma un comando BR fa fuoco contro Nicola Simone, vice capo della Digos. Ma nei primi giorni dell’82 anche lo Stato sembra reagire. L’otto gennaio viene arrestato il criminologo Giovanni Senzani, capo dell’ala movimentista delle BR, ideatore dei sequestri d’Urso, Cirillo e Peci. Tra i documenti sequestrati viene ritrovato il piano per l’assalto alla sede romana della Democrazia cristiana all’EUR con missili terra-aria, il piano per il rapimento di Cesare Romiti e soprattutto il filmato del processo e dell’esecuzione di Roberto Peci.

Il 14 gennaio 1982 viene arrestato, a Roma, Massimiliano Corsi, appartenente all’ala militarista, chiave di volta nella soluzione del rapimento Dozier. La stampa, dopo l’arresto di Corsi e nel periodo 16-23 gennaio, dichiara che il rapimento del generale è ad una svolta e che ci sono trattative in corso.

La liberazione

Il generale viene liberato con la forza dai reparti speciali dei Nocs il 28 gennaio 1982, quaranta giorni dopo il sequestro, in un appartamento in Via Pindimonte a Padova. Quattro militanti delle BR-PCC vengono catturati e torturati. In seguito alla collaborazione di tre di essi, ed in particolare di Antonio Savasta, nei giorni successivi vengono effettuati centinaia di arresti in tutta Italia. A conclusione della Campagna Dozier le Brigate Rosse–Partito Comunista Combattente diffondono un comunicato di bilancio in cui per la prima volta compare la proposta di “ritirata strategica”.

FONTE

VIDEO: Il sequestro Dozier. Partita a tre.

1976-77: l’Italia delle radio libere.

Il 10 marzo 1975 iniziano le trasmissioni di Radio Milano International, la più famosa delle prime radio libere, la prima a rompere il monopolio sulle frequenze.
Il 9 febbraio del 1976 inizia a trasmettere Radio Alice da Bologna. Nel luglio dello stesso anno, una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private: finisce il monopolio della radio di Stato e inizia l’era della libertà d’antenna.

Il 28 luglio 1976, una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private, purché a diffusione locale: inizia così l’era della libertà d’antenna. Con questo importante atto finisce il monopolio della radio di Stato, l’etere è ora libero e alla portata di tutti. In ogni parte d’Italia fioriscono centinaia di nuove emittenti, che danno finalmente voce ad un’altra faccia del Paese, compiendo un primo passo nel lungo e travagliato cammino verso il pluralismo.

Il 10 marzo 1975 iniziano le trasmissioni di Radio Milano International, la più famosa delle prime radio libere, la prima a rompere il monopolio sulle frequenze.
Il 9 febbraio del 1976 inizia a trasmettere Radio Alice da Bologna. Nel luglio dello stesso anno, una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private: finisce il monopolio della radio di Stato e inizia l’era della libertà d’antenna.

Il 28 luglio 1976, una sentenza della Corte Costituzionale sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private, purché a diffusione locale: inizia così l’era della libertà d’antenna. Con questo importante atto finisce il monopolio della radio di Stato, l’etere è ora libero e alla portata di tutti. In ogni parte d’Italia fioriscono centinaia di nuove emittenti, che danno finalmente voce ad un’altra faccia del Paese, compiendo un primo passo nel lungo e travagliato cammino verso il pluralismo.

La legge sul monopolio

Fino al 1976, il monopolio statale delle frequenze per le trasmissioni radiofoniche e televisive, affidato in concessione alla RAI, è confermato dalla normativa 103/1975. Nato per integrare ed aggiornare la legislazione prebellica ancora in vigore (Legge 24/1938), il provvedimento, a fronte della possibilità in molte zone di confine di ricevere segnali dall’estero, intende regolamentare il regime di “scarsità” delle frequenze ma si pone in contrasto con il diritto al pluralismo, sancito dalla Costituzione e da trattati internazionali. Come un primo, timido progresso nello stesso articolo vengono però liberalizzate le trasmissioni via cavo a diffusione locale.
Se da un lato bisogna riconoscere che la filodiffusione è destinata, per ragioni logistiche, ad avere nella penisola un ruolo estremamente marginale/limitato, dall’altro si apre attraverso le maglie del testo legislativo uno spiraglio anche per le emittenti via etere.

La Corte Costituzionale, in realtà, si pronuncia sull’argomento fin dagli anni ’50, giustificando il monopolio statale soltanto in base alla limitatezza delle frequenze utilizzabili.
La tecnologia della modulazione di frequenza (la trasmissione FM, messa a punto negli anni ’30 dall’americano Armstrong, introdotta in Europa a partire dal 1961 e adottata dalla RAI nel 1964), benché richieda una maggiore quantità di banda e circuiti più complessi del sistema AM (modulazione d’ampiezza), necessita di un segnale meno potente e, risultando in effetti economicamente meno onerosa, apre un nuovo scenario poiché mette a disposizione una nuova gamma di frequenze fino ad allora inutilizzate.

Le radio “pirata”

In tutta Italia fioriscono quindi, sull’esempio delle emittenti inglesi (Radio Caroline e Radio Veronica) installate a bordo di pescherecci nelle acque internazionali del Mare del Nord, le radio “pirata” costruite con mezzi improvvisati, che si vanno ad aggiungere alle trasmissioni dall’estero di Radio Luxembourg, Koper Capodistria e Radio MonteCarlo.
Le reti clandestine sono soggette a denunce, sequestri e processi, dai quali però escono spesso vincitrici: le autorità si adeguano di fatto ad una tolleranza che esclude soltanto i canali di servizio importanti e perciò riservati (alle comunicazioni aeroportuali o delle forze dell’ordine), protetti da interferenze.

Con la sentenza 202/1976 del 28 luglio 1976, la Corte Costituzionale segna definitivamente la fine del monopolio, legittimando le trasmissioni in ambito locale. Mancando però ancora un regime di concessioni, di assegnazioni in un piano nazionale delle frequenze, la situazione italiana, destinata a perdurare molti anni ancora, è quella di un vero e proprio “far west dell’etere”.

In tutta Italia fioriscono quindi, sull’esempio delle emittenti inglesi (Radio Caroline e Radio Veronica) installate a bordo di pescherecci nelle acque internazionali del Mare del Nord, le radio “pirata” costruite con mezzi improvvisati, che si vanno ad aggiungere alle trasmissioni dall’estero di Radio Luxembourg, Koper Capodistria e Radio MonteCarlo.
Le reti clandestine sono soggette a denunce, sequestri e processi, dai quali però escono spesso vincitrici: le autorità si adeguano di fatto ad una tolleranza che esclude soltanto i canali di servizio importanti e perciò riservati (alle comunicazioni aeroportuali o delle forze dell’ordine), protetti da interferenze.

Con la sentenza 202/1976 del 28 luglio 1976, la Corte Costituzionale segna definitivamente la fine del monopolio, legittimando le trasmissioni in ambito locale. Mancando però ancora un regime di concessioni, di assegnazioni in un piano nazionale delle frequenze, la situazione italiana, destinata a perdurare molti anni ancora, è quella di un vero e proprio “far west dell’etere”.

Le difficoltà del servizio pubblico

D’altra parte la concessionaria esclusiva del servizio pubblico, la RAI, attraversa una profonda crisi d’identità, ingessata nella burocrazia e nel controllo esterno della censura: l’azienda può vantare una grande professionalità, produce lavori altamente qualificati, ma sembra non cogliere il cambiamento dei tempi.
I linguaggi adottati, i contenuti proposti risultano troppo rigidi e l’offerta radiofonica, come del resto quella televisiva, comincia ad essere percepita dal pubblico come ripetitiva: in particolare, viene trascurata l’intera galassia giovanile, fatta di musica leggera, esplosa nel frattempo in tutto il mondo occidentale. Soltanto con “Bandiera Gialla” ed “Alto Gradimento” si verificano, nella seconda metà degli anni ’60, le prime timide rotture.

Contemporaneamente, numerosi gruppi economici privati e potentati locali dimostrano un crescente interesse per la radiofonia, un mezzo visto in Italia ancora come “innovativo” o comunque ancora inesplorato, e mentre iniziano gli investimenti nel settore anche i movimenti della contestazione mirano, attraverso la radio, a nuove forme di coinvolgimento.

La rivoluzione via etere

Nasce così un nuovo modo di fare radio, votato all’improvvisazione e, almeno inizialmente, ad una certa ingenuità. Tra emittenti più marcatamente politicizzate ed altre, viceversa, più spensierate, spicca in ogni caso il ruolo di primo piano finalmente assegnato alla musica: la radio diventa per molti ragazzi italiani una finestra sul mondo, un’occasione per incontrarsi e confrontarsi con le gioventù degli altri Paesi.

Le radio di controinformazione, sull’onda dell’esperienza francese di Radio Fréquence Libre, spuntano nelle principali città della penisola: Radio Flash a Torino, Radio Popolare a Milano, Radio Alice a Bologna, Controradio a Firenze, Radio Città Futura a Roma, offrono i diretti resoconti degli scontri di piazza nella rovente stagione del ’77, ma il loro spiccato carattere di militanza finirà in molti casi con il condannarle alla chiusura; rara eccezione è Radio Radicale, ormai divenuta negli anni una realtà consolidata.
Dalle emittenti private commerciali e “d’evasione” emergono invece figure di talento, tra cui Vasco Rossi, Ilona Staller, e i tanti disc jockey per i quali l’ambiente sotterraneo delle radio libere diventa il trampolino di lancio verso la fama a livello nazionale.

Queste esperienze così diverse trovano tuttavia un carattere comune e distintivo nella sperimentazione, nella proposta di nuove forme di comunicazione che portano una ventata di novità e trascinano nel cambiamento anche i vetusti palinsesti del servizio pubblico.
Ad esempio, l’uso intensivo delle telefonate in diretta, esperimento mai tentato prima, offre uno spazio inedito ai desideri di partecipazione degli ascoltatori e finisce per fungere da modello alla programmazione televisiva.
L’impegno e la voglia di cambiare il mondo attraverso l’etere, che hanno contraddistinto l’esperienza delle radio libere, si realizzano in un linguaggio più fresco e meno distaccato, un nuovo approccio che contribuisce alla rivoluzione dei costumi, probabilmente più di quanto pensino gli stessi protagonisti di un’epoca così straordinaria.

FONTE

VIDEO: I cento fiori

Quelle orribili strumentalizzazioni post-mortem. Osservazioni generali.

Prendendo spunto dagli ultimi casi verificatisi in queste settimane è doveroso esporre alcuni rilievi o, sarebbe meglio dire, constatazioni.
Ci riferiamo alla volgare abitudine di strumentalizzare vite o fatti storici – particolarmente rilevanti – per fini di propaganda politica.
Non che ci sia da stupirsi, tenendo conto di quelli che sono i principali protagonisti di questo sistema.
Riteniamo che il tema trattato sia particolarmente delicato. Di conseguenza cercheremo di esporre le nostre impressioni nel modo più corretto possibile.
Ciò che pensiamo è che si stiano raggiungendo livelli parossistici di strumentalizzazione delle vite di alcuni grandi personaggi tra i quali – soprattutto ma non solo – Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un’operazione, questa, già compiuta per Montanelli, Biagi, Pasolini. O per fatti storici come la Resistenza e la strage di Bologna.
Ciò che avviene è che una parte politica si appropri di fatti e persone per condurre una battaglia politica, sporca, tendente a screditare e squalificare l’avversario politico; in realtà più opportunamente definibile come il Male, il Demonio, il Nemico da distruggere con qualsiasi mezzo.
Un’operazione in base alla quale, non avendo grande credibilità e requisiti per poter utilizzare i normali strumenti della dialettica politica, si cerca di far ricorso all’etica per contrapporsi efficacemente all’altra parte. Naturalmente ammantandosi, appropriandosi, di alcune vite straordinarie.
E’ realmente indecente, ripugnante, ciò che si è visto e sentito in questi giorni.
Politici, scrittori più o meno famosi, persino sterili corifei imperversanti su You Tube hanno espresso il proprio personale ricordo di Borsellino(e per estensione Falcone) naturalmente contrapponendo queste figure a quelle che oggi ci governano. Perchè è questo l’interesse di costoro. Non tanto tenere viva la memoria bensì compiere propaganda politica strumentalizzando la vita e la morte di questi grandi protagonisti della storia italiana.
Sappiamo bene che ci sono delle indagini in corso sulla strage di via D’Amelio e sui mandanti occulti.
Sappiamo che, probabilmente, non fu solo mafia. E sappiamo anche che c’è una gran voglia di arrivare al Presidente del Consiglio.
Considerando i tempi biblici della nostra giustizia e – oggettivamente – la gravità di poter essere destinatari di un avviso di garanzia per fatti così rilevanti appare chiaro che tutto questo potrebbe porre la parola fine all’esperienza del IV governo Berlusconi e, assai probabilmente, alla sua stessa esistenza politica.
C’è un bel minestrone che bolle in pentola e c’è chi presagisce – senza troppe perifrasi – un’ipotesi di tal genere. Sono tanti quelli che tifano affinchè ciò avvenga. Non solo a sinistra.
La tentazione di buttar giù per via giudiziaria un governo legittimamente eletto è sempre molto forte e stavolta sembra trovare qualche sponsor più o meno autorevole anche all’interno del Pdl che, a differenza del passato, non appare più così coeso nella difesa da parte di attacchi esterni.
Che ci sia un circolo mediatico-giudiziario molto potente, è indubbio.
C’è sempre stato dal 1994 in poi; l’unica differenza rispetto al passato è che sembra poter contare di alcune sponde anche all’interno del centro-destra.
Il grande interesse di certi ambienti verso la figura di Falcone e Borsellino è in gran parte spiegabile in questi termini. Si tratta di mera, squallida, strumentalizzazione politica. Si è utilizzata la figura di Indro Montanelli per evidenziare i tratti autoritari di Berlusconi, dimenticando anni di proficua collaborazione tra i due, quando Montanelli era a capo di un Giornale oberato dai debiti. Soprattutto ci si dimentica del viscerale anti-comunismo di Montanelli.
Si utilizza Pierpaolo Pasolini come dipietrista post-mortem, fingendo di ignorare che avrebbe molto probabilmente aborrito il becero giustizialismo che contraddistingue l’Idv.
Si utilizza la Resistenza ed il 25 Aprile come elemento di divisione degli italiani, fuorviando il significato storico di quegli eventi che sono base della nostra democrazia e della nostra Costituzione -scritta- a beneficio di TUTTI gli italiani.
Così come si utilizza la strage di Bologna per portare annualmente in piazza vergognose e pretestuose contestazioni contro persone che non hanno nessun legame con quei fatti, nessuna colpa se non quella di appartenere ad una parte politica che si ritiene sbagliata.
Non si strumentalizzano le figure di altri importanti giudici come Rosario Livatino e Rocco Chinnici solo perchè non si trova alcun possibile legame con il mefistofelico Berlusconi. Altrimenti si può star tranquilli che si sarebbe operato come nei casi precedentemente evidenziati.
L’ultimo strumentalizzabile è forse Giorgio Ambrosoli. Una mezza operazione – in tal senso – è stata tentata ma probabilmente il fatto che le oscure vicende di quegli anni (Banco Ambrosiano) potessero, se opportunamente ricordate, interessare anche soggetti e poteri contigui alla sinistra ha consigliato prudenza.
Ciò che diciamo ed auspichiamo, pur non nutrendo particolari ottimismi, è che si lasci in pace sia Falcone che Borsellino.
Il primo fu osteggiato ed umiliato da molti di quelli che oggi lo glorificano come un santo. Fu osteggiato ed umiliato semplicemente per invidia e per aver osato collaborare col ministro craxiano Martelli, esponente di un partito nemico dei comunisti.
Il secondo – Borsellino – era un magistrato di idee politiche conservatrici, quanto di più lontano ci potesse essere dagli attuali giorotondini/dipietristi tutori a parole della legalità e della Costituzione. In realtà sono responsabili di un’indegna operazione di appropriazione indebita della figura di questo magistrato.
Falcone e Borsellino erano, soprattutto, due giudici della vecchia scuola. Apolitici, con un senso dello Stato (non della propria parte politica) quasi militaresco.
Erano giudici discreti che evitavano le comparsate in televisione o le interviste tendenziose sui giornali amici (ammesso e non concesso che ne avessero). Non parlavano delle inchieste in corso. Non presenziavano alla fondazione di giornali che si proponevano come funzione “statutaria” quella di andare contro il governo.
Non facevano polemiche politiche. Non contestavano la rappresentanza. Erano magistrati che facevano proprio il principio della separazione dei poteri. Rispettosi del Parlamento, capaci di fare il proprio lavoro senza inutili quanto dannosi (per il prestigio della funzione giurisdizionale) protagonismi.

Così 150 anni fa diventammo liberi e italiani.

In occasione del centenario dell’unità d’Italia, nel 1961, uno dei nostri maggiori storici, Rosario Romeo notò che le manifestazioni ufficiali promosse per celebrare la ricorrenza venivano seguite «con certo senso di distacco non solo dalle masse ma anche dalle classi colte e dirigenti» quasi a dimostrazione della «fatica» che si faceva a «riallacciare l’odierna realtà italiana a quel passato» che tuttavia, secondo lo studioso, continuava ad essere «il solo centro» attorno al quale potesse essere richiamato, «come a segno d’unione», l’intero Paese.
E, ancora, ricordò lo spirito, ben diverso, col quale era stato festeggiato, nel 1911, il primo cinquantenario dell’unità nazionale: uno spirito che esprimeva una larghissima partecipazione del Paese, «consapevole del sentimento nazionale» e, soprattutto, mostrava una «intima rispondenza, visibile nei simboli, nelle istituzioni e negli ideali» tra l’Italia di allora e la tradizione storica cui le celebrazioni intendevano richiamarsi. A riprova di una conseguita e solidificata coscienza etico-politica del Paese.
Se fosse vivo oggi, molto probabilmente Romeo avrebbe non pochi motivi per tratteggiare un quadro più pessimistico del rapporto degli italiani tutti – classe dirigente e semplici cittadini – con la storia nazionale, con la conoscenza delle vicende dell’età risorgimentale, con la costruzione di una identità comune pur nel rispetto delle identità locali. Negli ultimi decenni, infatti, molte cose sono cambiate. E non in meglio.
All’inizio degli anni Sessanta, ancora in pieno boom economico, sembrava che fossero stati acquisiti certi risultati della ricerca storiografica sul Risorgimento e, più in generale, sul processo di unificazione nazionale. Prima, fra gli altri, l’idea che questo fosse stato non un fenomeno «locale» ma piuttosto la manifestazione italiana del più generale fenomeno europeo noto come «rivoluzione delle nazionalità»: un fenomeno sviluppatosi e maturato all’insegna del binomio «nazione e libertà». E, ancora, la convinzione che il Risorgimento fosse stato portato avanti e realizzato – sotto la guida di Casa Savoia e con la regia di uno statista di statura e formazione culturale europea come il conte di Cavour – da una minoranza illuminata e moderata che era stata però in grado di convogliare energie e consenso popolari e rivoluzionarie. In un certo senso, questa situazione era assai ben espressa da quella classica immagine oleografica che metteva insieme – come «padri della patria» e simboli della collaborazione fra elementi «legalitari» ed elementi «rivoluzionari» – Vittorio Emanuele II, Camillo di Cavour, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Era stata recuperata anche, all’inizio degli anni Sessanta, dalle macerie della sconfitta morale prima che militare della seconda guerra mondiale, l’identificazione fra Stato liberale e mondo risorgimentale, messa in crisi durante il periodo fascista dalla rottura del binomio «nazione e libertà» e dalla sostituzione dell’idea dello Stato nazionale e liberale con quella dello Stato nazionalista e autoritario.
La crisi del 1968 e dintorni, con la messa in discussione di valori tradizionali e certezze acquisite, determinò una vera e propria «rivoluzione culturale», per certi versi devastante, che finì per comportare, di fatto, un cambiamento generazionale al vertice culturale e politico del Paese ma che influì anche, consapevolmente o inconsapevolmente, sulla rilettura della storia moderna e contemporanea in linea con un sostanziale rigetto dei principi dello Stato liberale tradizionale a favore di quelli tipici di altri modelli di Stato, socialista o democratico o di altra natura. Fecero nuovamente la loro comparsa, anche sotto forme diverse rispetto a quelle tradizionali, approcci storiografici alle vicende dell’unificazione nazionale – quello gramsciano, per esempio, del Risorgimento come «rivoluzione agraria mancata» riproposto come storia delle «classi subalterne» o quelli propri dei «vinti», dei nostalgici dell’età pre-rivoluzionaria – a suo tempo demoliti dalla storiografia più avvertita. La debolezza etico-politica del Paese, conseguenza non ultima degli anni della cosiddetta «contestazione», fu dimostrata dal successo arriso alla pubblicazione di volumi sulla storia dell’Italia moderna e contemporanea, in particolare sul Risorgimento e sui suoi protagonisti, ad opera di storici, prevalentemente anglosassoni, interessati solo a «demitizzare» il processo risorgimentale del nostro paese e a denigrarne l’intera storia nazionale.Non furono sufficienti a recuperare i guasti prodotti nella società e nella cultura del Paese gli avvenimenti successivi: a livello internazionale, la crisi delle ideologie e il crollo dei regimi fondati sul socialismo reale; a livello nazionale, la fine della prima repubblica. Le vicende alle origini dello Stato nazionale sembrarono sempre più estranee alla sensibilità culturale dei giovani (anche, ammettiamolo pure, a causa del mancato o carente insegnamento della storia nazionale nei licei e nelle università) e sempre più lontane dagli interessi dell’establishment politico-culturale. La debolezza etico-politica del Paese divenne, poco alla volta e sempre più, perdita della consapevolezza della propria identità e della coscienza nazionale. Tutto questo con il risultato di favorire il sorgere e consolidarsi di tendenze centrifughe e sollecitazioni «micronazionaliste», da una parte, e, dall’altra parte, il riemergere di recriminazioni sulle modalità di realizzazione dello Stato nazionale oltre che di improponibili ritorni al passato.
L’approssimarsi del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia è, al tempo stesso, una grande occasione e una sfida. Una occasione per rileggere il Risorgimento per quello che esso davvero fu e anche per quello che rappresentò come strumento di modernizzazione politica ma anche industriale ed economica. Una sfida per far recuperare all’Italia e agli italiani l’orgoglio della propria identità comune. Senza, naturalmente, che ciò significhi mortificazione o sottovalutazione delle identità locali.

Francesco Perfetti

FONTE