Il baratto della vergogna

Barattare Gorizia con Trieste: questa la sconcertante, ma apparentemente efficace, proposta che Togliatti riportò dall’incontro con Tito a Belgrado cinquant’anni fa, alla vigilia di un importante turno di elezioni amministrative, dove i comunisti speravano di riscattare il parziale insuccesso del 2 giugno 1946. Un episodio che emerge in tutti i suoi retroscena alla luce dei Verbali del secondo governo De Gasperi.

In quelle settimane, l’Italia era impegnata nelle difficili trattative per limitare i danni territoriali del Trattato di Pace, in particolare rispetto alla Venezia Giulia e Trieste, dove l’occupazione militare jugoslava, sostenuta dalla pressione diplomatica sovietica, in violazione delle clausole dell’armistizio dell’8 settembre, aveva creato una situazione di fatto che comprometteva l’integrità territoriale del nostro Paese.

Erano ormai passati due anni da quando Togliatti aveva dato disposizioni a Vincenzo Bianco, rappresentante del PCI a Trieste, perché i comunisti italiani facilitassero l’occupazione della zona da parte delle truppe di Tito, disposizioni ribadite poi al momento della liberazione. E si era anche conclusa la prima, più violenta ondata di massacri degli italiani d’Istria da parte jugoslava, presentata dal PCI come la “giusta punizione dei criminali fascisti”, con l’infoibamento di migliaia di connazionali e l’inizio dell’esodo di altre decine di migliaia.

In questo quadro, duro e drammatico, dove l’Italia era impegnata in una battaglia disperata per salvare i suoi confini, si colloca appunto l’iniziativa togliattiana: uno degli esempi più gravi della politica togliattiana del “doppio binario”, che alternava a seconda delle circostanze mezzi legali e illegali, sentimenti nazionali e internazionalismo proletario. Il 3 novembre infatti, a una settimana esatta dalle elezioni amministrative, Palmiro Togliatti, che aveva preferito restare fuori dal secondo governo De Gasperi , dove però i comunisti erano ben presenti, a titolo privato e senza nessun avallo governativo (se non un’informazione verbale a Nenni) intraprendeva un avventuroso viaggio in auto per Belgrado.

Lo scopo della missione era palesemente propagandistico ed elettorale. I comunisti erano in grave difficoltà su un problema così sanguinante come quello della Venezia Giulia e dell’Istria, martirizzate dagli jugoslavi, e avevano bisogno di un risultato clamoroso da sbandierare davanti agli italiani, per dimostrare che i comunisti riuscivano dove il governo (di cui pure essi facevano parte ) falliva. La notizia bomba venne sparata dall’ “Unità” in un’intervista a Togliatti pubblicata il 7 novembre, prima che egli avesse incontrato alcun rappresentante del governo. Tito, cui il segretario comunista aveva espresso “la riconoscenza italiana per il contributo jugoslavo al trionfo della democrazia in Europa”, si era dichiarato disposto a lasciare Trieste all’Italia (“a condizione che la città fosse governata democraticamente”!!) in cambio di Gorizia: una piccola città in cambio di una metropoli, uno scambio vantaggioso nell’ottica del ‘realismo’ comunista.

Ma quella volta i calcoli di Togliatti si rivelarono sbagliati. Sia il governo che la stampa lo attaccarono frontalmente. De Gasperi in particolare, fin dalla seduta del governo del 7 novembre denunciò l’ambiguità dell’iniziativa, intrapresa dal capo del secondo partito italiano, che faceva parte del governo, a titolo privato. Una iniziativa che lasciava intendere la disponibilità italiana a barattare una città italianissima come Gorizia con Trieste; compromettendo la battaglia del governo per la loro difesa.

Costretto a prendere atto del fallimento della sua iniziativa , Togliatti ‘rilanciò’ la posta con un editoriale del 10 novembre (“La politica dei calci nel sedere”) con cui difendeva il realismo della sua proposta e denunciava la politica di De Gasperi, che affidando le sue speranze al solo aiuto americano, aveva perso l’Istria e rischiava di perdere anche Trieste. Una denuncia che dimenticava ovviamente di dire che l’unica insidia a quelle provincie veniva solo dall’espansionismo russo-jugoslavo.

Ma l’accusa che più bruciava a Togliatti era quella di essere stato il comunista di sempre, pronto a vendere gli interessi nazionali per quelli di partito; un’accusa che egli cercò di rovesciare su De Gasperi con un falso clamoroso, dichiarando in un comizio a Livorno che il Presidente aveva boicottato il rientro dei prigionieri italiani dalla Jugoslavia per alimentare la tensione tra i due Paesi.

La risposta di De Gasperi fu durissima. Nel Consiglio dei ministri del 21 novembre 1946 tirò fuori tutte le carte che confermavano l’impegno da lui profuso per la Commissione italiana in Jugoslavia per il rimpatrio dei prigionieri, boicottata invece dal governo di Belgrado, che era arrivato perfino a negare l’esistenza di prigionieri italiani. De Gasperi dichiarò che “il capo del governo non poteva restare sotto un’accusa simile”, su cui “non intendeva transigere”, invitando i ministri comunisti, Sereni e Scoccimarro, a ripeterla in quella sede, perché egli potesse trarne immediatamente tutte le conseguenze, cioè le dimissioni del governo.
Di fronte alla scoperta del bluff e alla minaccia di rottura, i ministri comunisti fecero una completa marcia indietro, rinnegando “la campagna che si era fatta nelle elezioni sul ritardo per la restituzione dei prigionieri” ed affermando che “nulla di meno che onorevole poteva contestarsi al Presidente del Consiglio”. Era questa la conclusione ingloriosa dell’offensiva comunista su Trieste, che rappresentò comunque uno dei passaggi cruciali per la successiva scelta degasperiana di estromettere i comunisti dal governo. Un esempio tra i più significativi della politica togliattiana del doppio binario, dove l’apparente realismo nascondeva in realtà un disegno di tutt’altra natura. Un episodio su cui vale sempre la pena riflettere in un Paese dove i postcomunisti non hanno mai compiuto un’analisi critica dell’opera antinazionale del ‘Migliore’.

Aldo G. Ricci

FONTE

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