La svolta. Germania 1974, ovvero il calcio totale.

Per gli appassionati di calcio, quelli veri, è facile riconoscere la qualità del gioco di una squadra, anche avversaria. Quando Ronaldinho (nel classico del calcio spagnolo Real-Barcellona) scartò mezza difesa madridista e quasi entrò col pallone in porta, i tifosi del Real si alzarono in piedi e lo applaudirono. Una cosa difficile da pensare in Italia, dove lo stadio viene molto spesso inteso come uno sfogatoio nel quale anche il tranquillo pensionato può sdoganare la propria aggressività.
In tutti questi anni il tifo calcistico ha subito una metamorfosi senza precedenti. E’ cambiata la società, sono cambiati i costumi, e lo stadio è la rappresentazione di tutto questo. Nei tempi mitici c’era chi si portava il pranzo allo stadio o chi offriva il vino al proprio vicino; usanze naturalmente non più proponibili.
Sono cambiati molto i giocatori, pure in passato osannati ma capaci di mantenere una dimensione umana. Era facile che un calciatore parlasse col tifoso o anche si incazzasse quando voleva essere lasciato in pace. Ora persino un giovane appena maggiorenne – al primo contratto della vita – sembra avere problemi a mantenere i contatti con la realtà.

Al di là di tutte queste considerazioni pseudosociologiche, agli appassionati più puri rimane il piacere del gioco. Molti hanno oramai difficoltà ad affezionarsi al singolo giocatore, mantengono però la passione per ciò che avviene in campo.
I mondiali del 1974 svoltisi nell’allora Germania Ovest furono paradigmatici da questo punto di vista.
Si può ben dire come il calcio moderno sia nato in quella data (anche se non possono essere dimenticate alcune anticipazioni avvenute a Mexico 70 o ancor prima nei mondiali inglesi).
La capacità dei giocatori olandesi di restringere ed accorciare il campo – grazie alle proprie capacità dinamiche – mise a soqquadro le certezze degli avversari. Il pressing feroce e il ricorso al fuorigioco furono armi per scoraggiare chiunque avesse il compito di giocarci contro.
L’Italia del 1974 era una squadra con alcuni vecchi campioni (Rivera, Riva, Mazzola, Boninsegna, Facchetti) e altri giocatori emersi negli ultimi anni come Chinaglia, Re Cecconi, Anastasi, Capello, Causio. In più un allenatore dalle idee non particolarmente brillanti (Ferruccio Valcareggi).
I risultati premondiali furono certamente incoraggianti (basti ricordare il record di imbattibilità di Zoff e la doppia vittoria con l’Inghilterra) tanto è vero che gli italiani si sentivano e venivano considerati i favoriti della rassegna iridata.
Inutile dire che vennero spazzati via da una Polonia allora stratosferica, capace di immagazzinare i nuovi concetti tipici del calcio fisico (la vera novità degli anni 70). Giocatori come Deyna e Lato furono tra i protagonisti del mondiale tedesco portando la Polonia alle semifinali.
Gli italiani giocarono la prima partita contro Haiti, compiendo anche l’impresa di farsi far gol dal velocissimo Sanon, quasi presagendo la possibilità di ripetere il disastro nord coreano. Fortunatamente ci pensarono Rivera e Anastasi a rimettere le cose a posto e la partita venne vinta con il punteggio di 3-1.
Nonostante tutto la prestazione non convinse i più. Lo spogliatoio era spaccato tra i reduci del Messico e le nuove leve (celebre la frase di Re Cecconi che definì i senatori azzurri Rivera e Mazzola “gente potente, verso i quali è difficile andare contro”).
Contro Haiti ci fu poi il caso Chianaglia: Valcareggi chiese la sostituzione e il bomber laziale invece di dare il cinque al compagno (Anastasi) uscì mandando – in mondovisione – tutti a quel paese.


La successiva partita con l’Argentina fu pareggiata per 1-1. Il gioco lasciò a desiderare, la squadra non correva. Subìto il goal di Housemann il conto venne pareggiato con un incredibile autogoal di un difensore argentino che cercava di contrastare un goffo Benetti (che tra l’altro aveva sbagliato il controllo).

Con la Polonia le cose furono chiare a tutti, e l’Italia perdette con un secco 2 a 1 (gol della bandiera segnato da Capello).
Gli azzurri, i favoriti, tornarono a casa.

L’Olanda fu di sicuro la grande rivelazione di questa edizione dei mondiali.
Rivelazione si fa per dire, dato che le squadre olandesi dominavano in Europa già da alcuni anni sia col Feyenord che con L’Ajax.
Il grande giocatore olandese Johan Cruyff, col suo caratteristico 14, fu il grande trascinatore degli orange, il regista, l’assist man, e il realizzatore principe. Si trattava di un giocatore strepitoso, nel meglio degli anni (27) capace di saltare l’uomo con la sua tecnica sopraffina. Controllo di palla, velocità, visione di gioco. Un giocatore assolutamente completo, uno dei migliori della storia.
Accanto al grande Cruyff, pullulavano campioni come Johan Neeskens, centrocampista inesauribile, goleador, e rigorista, Arie Haan, Rob Rensenbrinck, il grande Ruud Krol che avrà poi anche una fortunata esperienza nel Napoli, e Wim Van Hanegem (“De Kromme”, il gobbo, per la sua caratteristi andatura) mancino di grande tecnica e visione di gioco, capace di giocare davanti la difesa e di tirare tremende bordate da lontano.
Anche il famoso portiere Jongbloed, detto” il tabaccaio” a causa della sua professione part time, pur non essendo un grande interprete del ruolo incarnava però la figura del portiere moderno capace di giocare la palla coi piedi e di accompagnare l’azione della squadra; una sorta di portiere volante, tipico delle squadre di calcetto.
L’Olanda esordì con l’Uruguay, imponendosi con un secco 2-0 (che non rispecchia il predominio olandese, infatti quella partita venne giocata praticamente ad una porta sola e gli olandesi si mangiarono molte reti già fatte). Nella seconda partita ci fu un pareggio con i coriacei svedesi (0-0) e poi una vittoria per 4-1 contro i bulgari.
Nella seconda fase, gli olandesi s’imposero per 4-0 con l’Argentina (con un grandissimo goal di Cruyff), ancora una vittoria per 2-0 sulla DDR (squadra molto fisica), ed un’altra vittoria per 2-0 sui campioni del mondo del Brasile.

La Germania Ovest, dal canto suo, partì piano con un 1-0 sul Cile nella gara d’apertura. Ancora una vittoria per 3-0 sulla debole Australia e poi una sconfitta nello scontro diretto contro i fratelli dell’est (1-0) che alcuni maligni imputarono alla non volontà dei tedeschi occidentali d’incontrare la travolgente Olanda già nella seconda fase.

Nel successivo girone i tedeschi incontrarono la Jugoslavia (vittoria per 2-0), la Svezia (4-2) e la rivelazione Polonia (ancora una vittoria per 1-0).
La finale quindi riguardò le vincenti dei due gironi all’Italiana, ovvero Olanda e Germania Ovest.
I tedeschi erano ricchi di grandi giocatori; basti pensare al celebre libero Franz Beckembauer, al mancino Breitner, alla mezz’ala Overath, al centravanti Muller (l’uomo dei piccoli goal), al portiere Meier.
Una grande squadra, capace di correre e combattere su ogni pallone. Il gioco dei tedeschi era senz’altro più tradizionale (una sorta di via di mezzo tra quello all’italiana e le grandi innovazioni di corsa e movimento che allora si andavano diffondendo). Marcavano a uomo ma avevano caratteristiche di sagacia tattica che potevano costituire un problema per gli olandesi, come effettivamente fu.

Fischio d’inizio, palla per gli olandesi, che la fanno girare per tutto il campo senza che i tedeschi abbiano la possibilità di toccarla. Cruyff prende palla dalla sua linea di difesa(posizione da difensore centrale) ed accelera in verticale tagliando in due la Germania, vanamente inseguito dal suo marcatore Vogts che alla fine non può fare altro che stenderlo in area di rigore. L’arbitro inglese Taylor fischia il penalty, prontamente traformato da Neeskens.
In pratica i tedeschi non hanno mai avuto possibilità di toccare il pallone ma sono già sotto di una rete.
Una mazzata psicologica che avrebbe fatto stramazzare qualsiasi altra squadra, tranne quella capitanata da Beckembauer.
I tedeschi, infatti, sono capaci di riprendere pazientemente in mano il pallino del gioco, rintuzzando gli attacchi olandesi ma riuscendo anche ad insinuarsi nelle larghe maglie della difesa orange.
Il pareggio avvenne a seguito di un nuovo rigore, trasformato dal giovane Breitner (chiamato “il maoista” per la sua fede politica). Poco prima dell’intervallo arriva addirittura la rete del vantaggio tedesco, con l’onnipresente Gerd Muller(il più grande cannoniere della storia della nazionale tedesca) che sfrutta un cross proveniente dalla destra e con una giravolta – dopo uno stop non proprio perfetto – riesce ad insaccare sul secondo palo.
Gli olandesi non appaiono in grande giornata; Cruyff è molto nervoso e litiga continuamente con l’arbitro che dopo aver fischiato la fine del primo tempo e durante il tragitto negli spogliatoi, estrae il cartellino giallo nei suoi confronti.

La ripresa vede uno sterile assalto degli olandesi che tentano in tutti i modi di recuparare lo svantaggio.
La difesa tedesca è solida, ed è guidata dal capitano Franz Beckembauer capace di guidare tecnicamente e psicologicamente i propri compagni. Un vero allenatore in campo, capace di non perdere mai la calma.

Alla fine è vittoria tedesca, con grande rammarico per gli olandesi che forse erano già sicuri di vincere.
Si vocifera , tra l’altro, di bagordi in casa orange prima della finale; ma probabilmente si tratta soltanto di malelingue…
Quello che è certo è che gli olandesi avevano una modalità tutta propria per preparare questo tipo di manifestazioni; capaci di sottoporsi ad allenamenti sfiancanti(senza i quali sarebbe stato impossibile schianatare fisicamente gli avversari) ma anche di portarsi mogli e fidanzate in ritiro, al contrario di ciò che predicavano – ad esempio – i rigidi dettami del calcio italiano o argentino.
Il bilancio di questa edizione del campionato mondiale fu indubbiamente positivo; per la Germania Ovest che lo vinse, per l’Olanda che è tuttora ricordata per la bellezza del suo gioco e per le innovazioni tattiche ed atletiche apportate, per il calcio e gli spettatori in generale.
Probabilmente (a parte il caso dell’Ungheria di Puskas sconfitta guardacaso ancora una volta dai tedeschi) questa fu la prima volta che una squadra venne ricordata non per aver vinto ma per aver mostrato un grandissimo gioco.

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