Mese: giugno 2010

E l’Italia del calcio va a casa con le ossa rosse. Urge una palingenesi.

Alla fine il trittico è stato completato.
Fuori la nazionale, fuori Capello, fuori l’arbitro Rosetti reo di non aver visto un fuorigioco grande come una casa.
Non è stato di certo un mondiale fortunato per l’Italia quello che si sta svolgendo in Sudafrica.
All’inizio ci consolavamo col classico mal comune mezzo gaudio. Tutti giocavano male. Le squadre europee erano in crisi. “Non ci sono fenomeni in giro” si diceva. Salvo poi scoprire che noi, in questo mondiale, non ci facevamo niente. E lo stanno dimostrando -visivamente- squadre come Brasile, Argentina, Olanda, Spagna e Germania.
C’è da dire che una accozzaglia così sconclusionata come quella messa in campo da Lippi ha ben pochi precedenti nella storia del calcio italiano. Vedere i nostri e i loro è davvero impietoso: dovrebbe trattarsi sempre di calcio, in realtà sembra di trovarsi di fronte a due sport completamente diversi.
I giocatori italiani erano morti di paura in campo. Nell’ultima partita, già all’inizio del secondo tempo, non si reggevano più in piedi. Fattore psicologico ma anche preparazione fisica deficitaria(per usare un eufemismo). C’è da domandarsi cosa abbiano fatto tanto tempo in ritiro al Sestriere. Si fossero portati dietro le donnine -come facevano un tempo gli olandesi- avremmo almeno potuto trovare una ragione plausibile. Ma questa -evidentemente- non è gente da stravizi…

Il signor Capello, dal canto suo, ha dato una dimostrazione di impotenza esattamente proporzionale al suo stipendio.
E’ vero, gli inglesi sono 44 anni che non vincono il mondiale e questo vorrà pur dire qualcosa. Ma, anche quì, difficilmente si è mai vista in campo una squadra tanto terrorizzata, incapace di fare l’ordinaria amministrazione per vincere delle partite normali. Non uno straccio di gioco; alcuni elementi chiave come Rooney, Gerrard, Lampard irriconoscibili. Una disfatta.
I giornali inglesi titolavano No excuses alludendo alle ben note vicende del goal non goal del 2-2, che avrebbe consentito all’Inghilterra di andare nell’intervallo con una situazione di indubbio vantaggio psicologico.
Tutto vero, ma la Germania ha dimostrato di essere superiore e di fare letteralmente a fettine la difesa degli ex maestri del calcio.
Si è trattata di una lezione di tattica; una di quelle nelle quali Capello era specialista.

Infine merita una menzione Rosetti, uno dei migliori arbitri del mondo, a sentire gli “specialisti” nostrani.
Probabilmente ci si lascia andare a queste ingiustificate affermazioni di ottimismo perchè ci si astiene rigorosamente dal guardare cosa succede altrove. E quindi qualsiasi buon giocatore, allenatore, dirigente, arbitro nostrano ci sembra per forza il migliore del mondo.
Rosetti ha semplicemente replicato in mondovisione ciò che fa il 95% degli arbitri italiani all’interno dei confini patri ogni benedetto turno di campionato. Ovvero dirigere da pusillamini, senza prendersi alcuna responsabilità. Puntualmente favorendo i più forti.
I maxischermi dello stadio “sparavano” le immagini incriminate, dove il fuorigioco macroscopico di Tevez appariva in tutta la sua evidenza. Gli italiani, ipocritamente, hanno fatto finta di niente (d’altronde il regolamento impone questo) e dato il goal all’Argentina, che poi ha giocato come il gatto col topo con i pur ammirevoli messicani.

Circa le ragioni di questo triplice disastro -tutt’altro che casuale- ci sarebbe molto da dire. Ci riserviamo di farlo, se ne avremo voglia, in qualche altra occasione.
Indubbiamente paiono molto divertenti le astrusità pseudopiscologiche nelle quali si dilettano molti tromboni. Alla fine, dal calcio, da una disfatta sportiva, si finisce sempre alla politica. Come ben dimostrano i nostri “cugini” d’oltralpe che in quanto a drammi dimostrano di non essere secondi nemmeno a noi. Il che è una vera impresa.

I guappi.

Film di Pasquale Squitieri del 1974.
I tre interpreti principali sono Claudia Cardinale, Franco Nero e Fabio Testi.
Si tratta di una bella pellicola girata in costume, ambientata nella Napoli di fine ottocento. Come può essere facilmente desunto dal titolo, il film tratta di vicende e mentalità legate alla realtà camorristica che già alla fine del XIX secolo caratterizzavano la città partenopea. Ovviamente non stiamo parlando della camorra di oggi ma di una tipologia di controllo del territorio e di personaggi capaci di contraddistinguersi per un proprio codice d’onore. Una vera e propria società segreta.
Nel film è presente anche un interessante rituale di affiliazione, che assomiglia per certi versi a quello che – si dice – riguarderebbe la massoneria.
Franco Nero(Nicola Bellizzi), detto ” coppola rossa”, viene dalla strada. E’ -alla fine dei conti- anche lui un guappo, ma è stato capace di intraprendere una strada diversa. Studiava vergognandosi di ciò che la gente diceva di lui. O’ studente lo chiamavano, in senso dispregiativo. Bellizzi studiava per diventare avvocato e affrancarsi da una vita al di fuori della legge, una vita di coltello ed intimidazione.
Fabio Testi è Core ‘E Fierro, ovvero don Gaetano Fungillo. Si tratta di un guappo in piena regola; un boss secondo la terminologia odierna. Ben presto affronterà Bellizzi per una questione di morra non autorizzata, giocata da quest’ultimo sul territorio di Core ‘E Fierro. Tra i due è subito scontro: una sfida tra due abili coltelli.
I due galli vengono però interrotti dall’intervento della polizia e del Delegato Aiossa interpretato dal bravo Raymond Pellegrin. Ovviamente si sbarazzano dei coltelli e fanno finta di essere due vecchi amici, secondo il tipico codice d’onore camorristico dell’epoca improntato all’assoluta omertà nei rapporti con le forze dell’ordine. Bellizzi potrebbe parlare e mandare in galera Core ‘E Fierro ma non lo fa. Il Delegato è costretto a lasciar perdere, anche se non smetterà mai di tener d’occhio Core ‘E Fierro , come le vicende successive ben dimostreranno.
Don Gaetano Fungillo apprezza il comportamento di Bellizzi e i due diventano amici.
Core ‘E Fierro autorizza Bellizzi a muoversi in piena libertà sul suo territorio e i due cominciano a passare molto tempo assieme e a “regolare” qualche questione in sospeso.
Claudia Cardinale interpreta la parte dell’amante di don Fuggillo. In realtà si tratta di una prostituta, causa di molti mali per Core ‘E Fierro ma anche della sua (temporanea) salvezza.
Raymond Pellegrin è un convincente Delegato di Pubblica Sicurezza, a dir poco luciferino nella sua capacità di ricatto. Stiamo parlando di un personaggio losco, arruolato nelle forze dell’ordine a seguito di una politica di repressione dei moti insurrezionali che caratterizzeranno il meridione dopo l’Unità d’Italia. Lo Stato di allora scelse di affidarsi a questi individui -ai confini della criminalità o addirittura affiliati veri e propri- capaci però di una consolidata abilità nel riportare l’ordine.
La storia è convincente. Belli i costumi dell’epoca, azzeccata la ricostruzione storica e la determinazione della psicologia dei personaggi. Molto bravo Fabio Testi.

Ciò che si vede nel film rispecchia effettivamente un tipo di forma mentis diffusa all’epoca tra chi faceva parte della camorra e chi ne era al di fuori in una condizione di subordinazione e sudditanza.
Non c’è alcuna connotazione manichea nei personaggi. Ognuno ha anzi una profonda umanità capace di renderlo credibile.
Film consigliato, anche se il DVD è privo di sottotitoli (a mio parere indispensabili in un film dove i dialoghi sono per metà in napoletano) e si caratterizza per un audio non perfetto nei primi 60 minuti.
La qualità video è buona.

Un bel trailer francese.

Stranezze nordcoreane.

All’inizio sembravano poter essere una delle rivelazioni dei mondiali. Nella partita di esordio fecero stentare non poco il grande Brasile vittorioso di misura con un 2-1. Nella successiva gara contro il Portogallo sono venuti fuori tutti i limiti e hanno perso per 7-0.
Di sicuro stiamo parlando di uno strano Paese…

(Pianto cinematografico del giocatore nordcoreano durante l’inno nazionale)

(Preparazione in una palestra pubblica, in barba ai più elementari dettami del calcio professionistico)

(Singolari metodologie di allenamento…)

Italia-Nuova Zelanda 1-1

Seconda partita di questo strano mondiale per la nostra nazionale.
Un déjà vu . Goal preso da lancio di 50 mt. con tutta la difesa schierata. Solita affannosa rincorsa per provare a recuperare e -possibilimente- superare gli avversari di turno.
A differenza del Paraguay, squadra tutt’altro che modesta, con la Nuova Zelanda anche il più pessimista tifoso o il più anti-italiano dei leghisti avrebbe creduto in una vittoria facile. Ed invece così non è stato.
Prima di tutto bisognerebbe ricordarsi che nel calcio moderno non esistono parite facili; ce lo sta insegnando, per l’ennesima volta, questo mondiale con la crisi delle grandi squadre europee.
Anche il Brasile ha stentato parecchio con la sconosciutissima Corea del Nord(che oggi ha però beccato 7 goal dal Portogallo, e qui si potrebbero aprire inquietanti interrogativi sul perchè di quella partenza sprint dei coreani).
In secondo luogo abbiamo giocato contro una squadra fisicamente molto forte, che appena segnato si è chiusa nel fortino. E quando si crea questa situazione di gioco le squadre italiane incontrano grandissime difficoltà, essendo prive di schemi offensivi. Tutta la prestazione si è risolta in corse affannose e palloni buttati in mezzo all’area dove i prestanti neozelandesi riuscivano sempre ad anticipare i nostri di testa e di piede.
Un discorso a parte meriterebbero poi gli attaccanti, sempre in ritardo e nascosti dietro i difensori avversari. Giocatori come Gilardino o lo stesso Di Natale(29 goal quest’anno in campionato) denunciano un grave deficit di personalità ogni qualvolta giocano in nazionale. Iaquinta dà quello che può ma non essendo un campione non gli si può chiedere di più. Pazzini non è praticamente mai stato provato prima del mondiale e non ha grande esperienza internazionale, anche perchè in Italia un giocatore di 25 anni viene ancora considerato un “giovane” mentre all’estero si esordisce tranquillamente in prima squadra a 18 anni(soprattutto in Spagna e Francia). Quagliarella è reduce da una stagione non proprio brillante nel Napoli, dove ha faticato non poco a vedere la porta.
L’attacco manca di un uomo capace di fare l’ultimo passaggio e l’infortunio di Pirlo da questo punto di vista è stato terribile perchè si tratta – notoriamente – dell’unico uomo capace di smarcare l’uomo, sia pur da lontano.
Montolivo è potenzialmente un grande giocatore ma anche lui sembra afflitto dalla sindrome del braccino corto. Giocatori come Pepe e Criscito lasciano francamente perplessi,  finora non all’altezza di Camoranesi e  Grosso versione 2006.
La difesa è ovviamente il punto dolente, ma lo si sapeva già prima di partire per il Sudafrica. Cannavaro ha 37 anni e comincia a dimostrarli; è stato fatto di tutto per permettergli di partecipare al mondiale ma i limiti sono evidenti. Probabilmente non forma nemmeno una buona coppia con Chiellini dato che entrambi sono bravi nell’andare sull’uomo ma molto meno ad impostare il gioco e a comandare la difesa.
Zambrotta appare invece parzialmente rigenerato ma non può essere fatalmente ai livelli del 2006; sono passati 4 anni.
La perdita di Buffon è molto grave. Parliamo del Buffon in piena forma, perchè quello visto da qualche tempo a questa parte non è certamente avvicinabile a quello del 2006.
Marchetti è un buon portiere ma niente di trascendentale.
La squadra, complessivamente, si impegna. Nessun appunto può essere fatto per quanto attiene la voglia di fare e questo è ancor più inquietante, perchè mostra ancora di più i limiti di una squadra volenterosa ma con grossi limiti.
La personalità latita in molti elementi. E questo è un handicap capace di limitare le potenzialità tecniche che già non sono eccelse.
In questo panorama abbastanza fosco non c’è da sorprendersi che si possa fare un 1-1 con una delle squadre più scarse del mondiale(prima dei 7 goal presi dalla Corea del Nord avrei detto la più scarsa).
Non ci resta che vincere con la Slovacchia, formazione un pò giù di tono ma ovviamente da non sottovalutare. Anche perchè questa Italia sembra proprio capace di risuscitare i morti.

Non si sevizia un paperino.

Non si sevizia un paperino è un film di Lucio Fulci del 1972.
Ambientato in un paese del Meridione è stata una delle pellicole più importanti di questo regista nonchè la sua preferita.
Si tratta di un film ricco di suggestioni: dal neorealismo al thriller, dall’erotico all’horror. Non mancano venature splatter, vere e proprie anticipazioni di orientamenti che caratterizzeranno i film futuri di Fulci.
Non a caso amava definirsi “terrorista dei generi”, data la sua capacità di mischiare stili e tematiche diverse per ottenere poi risultati molto interessanti, in alcuni casi scioccanti.
I principali interpreti sono Florinda Bolkan, Barbara Bouchet, Tomas Milian, Marc Porel, Irene Papas. Indubbiamente un film a forte caratterizzazione femminile; i personaggi maschili stanno sullo sfondo, compresi quelli che impersonano le forze dell’ordine incaricate di indagare sulla sequela di bambini uccisi.
Alcune scene sono di una eroticità morbosa e forse avrebbero creato problemi anche con la censura -piuttosto blanda- dei tempi odierni. Furono numerosi, in tal senso le polemiche e le vicende giudiziarie al momento dell’uscita del film.

(In questa scena ci sono dei tagli, manca il nudo integrale della Bouchet che comunque compare nel DVD).

Gli uomini -come già accennato- in Non si sevizia un paperino  hanno un ruolo defilato. Compreso Marc Porel, attore francese molto presente nel cinema di genere italiano di questo periodo, che quì fa la parte del prete. Il sempre bravo Tomas Milian appare stranamente in secondo piano; pensando a questo film di Fulci quasi non ci si ricorda della partecipazione di Milian. Cosa rara, visto che l’attore cubano tendeva a cannibalizzare i colleghi di lavoro.
Ci si ricorda, invece, della brava Florinda Bolkan -capace d’interpretare la parte della strega del paese- e naturalmente di Barbara Bouchet quì ancor più bella,conturbante,e luciferina che in altre celebrate pellicole come Milano calibro 9.
In questo film c’è tutto: lo “scontro” di civiltà tra settentrionali e meridionali: i primi impersonati dal giornalista Milian e dalla viziosa Bouchet, i secondi dai paesani chiusi,gretti,affetti da una mentalità tanto retrograda quanto irrimediabilmente condizionata da povertà ed ignoranza.
Ci sono le autostrade,  vie di fuga da una vita miserabile ma anche porte spalancate verso nuovi invasori/colonizzatori (con tutte le conseguenze del caso). Le autostrade rappresentano il contrasto tra il progresso e il mondo selvaggio, arcaico, tipico di alcune realtà meridionali ancora ben presenti negli anni 60/70.
Ci sono i bellissimi, inquietanti, strapiombi del territorio circostante il borgo e l’oscurità delle caverne dove si rifugia la “strega” Bolkan.
C’è la normale, ormonale, curiosità di ragazzetti prossimi alla pubertà nei confronti del sesso e delle puttane che arrivano in paese dall’autostrada.
E c’è anche la figura del giovane prete che, nella sua follia, immagina di preservare questi quasi ex-bambini dalle fiamme dell’inferno, dalle tentazioni del mondo, dal peccato al fine di conservarli per sempre come angeli.
Da sottolineare la struggente canzone Quei giorni insieme a me cantata da Ornella Vanoni e composta da Riz Ortolani, che interviene opportunamente in alcune memorabili scene del film.

Fortemente consigliato.