SANDRO SACCUCCI: dal paracadute al taxi

A P. VENEZIAdi Ben Oates

Quel film non esiste. La proiezione di Berlino dramma di un popolo, da tempo pubblicizzata da vari quotidiani romani e prevista per la sera del 7 dicembre 1970 presso la palestra di via Eleniana, sede dell’Associazione Nazionale Paracadutisti di Roma, non avviene; il titolo è pura invenzione, forse è una sorta di segnale, di parola d’ordine.

La gente non manca, sono presenti almeno un centinaio di uomini, alcuni con le rispettive accompagnatrici, pronti per assistere allo spettacolo. La serata è stata organizzata da Sandro Saccucci: nato a Roma nel 1943, professione ragioniere commercialista, soprannome Luigi, nome falso Giovanni Sbiroglio da usare in caso di necessità, all’età di 23 anni Saccucci frequenta per sei mesi la scuola di paracadutismo di Pisa e i successivi dodici li trascorre preso la caserma di fanteria paracadutista di Livorno dove termina il servizio militare con il grado di sottotenente di complemento.

Ammiratore di Giuseppe Mazzini prima, poi dell’idea di nazione che aveva avuto Mussolini, senza separarsi dal suo amato basco amaranto, nel 1968 Saccucci entra in Ordine Nuovo assumendo poco dopo una posizione di dissenso verso i vertici rappresentati da Clemente Graziani ed Elio Massagrande, diventati leader del movimento dopo il rientro nel MSI del suo fondatore Pino Rauti.

Saccucci non vede di buon occhio il disaccordo misto a diffidenza che Graziani e Massagrande hanno nei confronti dei ventilati progetti di colpo di stato da parte di Junio Valerio Borghese e del suo Fronte Nazionale. Come molti anche Saccucci nutre per il Comandante stima e considerazione tanto da assumersi il compito di condurre un gruppo che, almeno nelle intenzioni di chi guida l’operazione, deve dare man forte a un’insurrezione armata. Nella meticolosa organizzazione manca un dettaglio fondamentale: informare buona parte dei presenti qual è la vera natura di quell’assembramento, i convenuti devono attendere qualcosa o qualcuno che dia loro il via, ma il via per cosa?

Passano le ore, molti atleti, stanchi di aspettare, si tolgono la tuta e si rivestono con l’intenzione di tornare a casa, ma quando si avvicinano all’uscita si accorgono che le porte sono bloccate: iniziano così le proteste ma Saccucci non c’è, non si sa dove sia, anche se c’è però chi assicura sul suo imminente ritorno. Cominciano così a trapelare le prime voci sul reale motivo di quella convocazione, qualcuno assicura che di li a poco arriveranno gli autocarri e le armi, una notizia questa che diventa fatale a uno dei presenti, probabilmente già sofferente di cuore.

Passa la mezzanotte e di Saccucci nemmeno l’ombra, arrivano le 2.30 e Bruno Stefàno, frequentatore ondivago di Avanguardia Nazionale e ON, ordina lo scioglimento delle righe, una sorta di «tutti a casa», l’ennesimo, tanto che ci vuole la determinazione e la pistola di un capitano dei carabinieri, presente nella palestra, a disperdere i facinorosi, ansiosi di capire il perché di quel contrordine. Nulla da fare, «Il lungamente atteso colpo di Stato» non ci sarà. Saccucci non ha esitato a servirsi di gente ignara, seppur ideologicamente affine al progetto. Pur essendo stato in prigione per quasi un anno per i fatti di quella notte, nel 1972 Saccucci entra in Parlamento nelle file del MSI grazie al quale (e alla DC) sventa ben tre autorizzazioni a procedere.

 

SACCUCCI funerali Borghese.jpg

 

Arriva il maggio 1976, ci sono le elezioni politiche. C’è da fare la campagna elettorale per la rielezione e per un esponente del MSI farla nella provincia di Latina è come giocare in casa. O quasi. Il giorno 28 su quelle strade circola un piccolo corteo di automobili, sette per la precisione, formato da giovani che sono lì per fare da supporto e protezione all’onorevole Saccucci intenzionato a tenere comizi per l’intera giornata, passando da una cittadina all’altra. La prima della lista è Maenza, l’ultima è Sezze Romano. Quando il corteo di automobili arriva a Sezze è ormai buio, fino a quel momento era filato tutto liscio. Alle elezioni politiche di quattro anni prima, a Sezze il PCI aveva raggiunto il 53% dei suffragi, ma il gruppo di Saccucci si sente comunque al sicuro visto che, dopo tutto, si è sempre dalle parti di Latina. Ma non è così.

Fin da subito l’oratoria dell’ex ufficiale viene interrotta da slogan e lanci di bottiglie da parte di un folto gruppo di giovani dell’estrema sinistra, molti dei quali aderenti a Lotta Continua, giunti fin lì da Roma con l’intento di impedire a Saccucci di tenere il suo discorso. Quest’ultimo continua comunque a parlare, ma quando comincia a sostenere, neppure tanto velatamente, che con le stragi i fascisti non c’entrano, succede il finimondo. Il gruppo di missini è costretto alla fuga, una fuga però praticamente impossibile, Sezze ha un centro storico fatto di viuzze e quelle adiacenti alla piazza sono bloccate.

Al lancio di sassi e bastoni da parte dei contestatori ecco che dal gruppo missino compaiono alcune armi da fuoco, una delle quali impugnata proprio da Saccucci che spara in aria. Riusciti a farsi largo a suon di pallottole, fino a quel momento andate a vuoto, la quindicina di missini riesce a impossessarsi delle sette automobili e a tutta velocità tenta di uscire da quella che ormai è diventata una trappola. Proprio durante la fuga, da una delle auto che segue quella di Saccucci, guidata da Angelo Pistolesi, partono un paio di colpi che feriscono Antonio Spirito e uccidono Luigi Di Rosa, entrambi militanti della sinistra.

L’eco della tragedia è così grande che subito Giorgio Almirante, pur difendendo Saccucci dall’accusa di concorso in omicidio sostenendo la tesi della legittima difesa, decide di espellerlo dal partito. Rinviato a giudizio Saccucci ripara prima in Inghilterra, poi dalla Francia dov’era stato appena arrestato dall’Interpol fugge in Rhodesia, poi lascia lo Stato africano per recarsi in Cile e infine a Cordoba (Argentina). Per i fatti di Sezze, Saccucci viene condannato per concorso morale nell’omicidio, sentenza questa che verrà successivamente annullata per inapplicabilità. Va molto peggio a Pistolesi che verrà assassinato da una mano rimasta ignota un anno e mezzo dopo. Per il tentato colpo di Stato, Saccucci viene condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, assolto poi in appello perché il fatto non sussiste. L’ufficiale col basco amaranto che, una volta preso il potere, avrebbe guidato il servizio segreto, il politico con la giacca verde oliva che non esitò a recarsi a un suo comizio armato di pistola e a usarla, a Cordoba quell’uomo finisce per indossare una divisa giallo nera. Quella di tassista.

 

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Luca Telese Cuori neri, Sperling & Kupfer, Milano 2006

Conversazione telefonica con Sandro Saccucci, 23 marzo 2011.

 

 

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ADRIANO MONTI, l’intermediario

ADRIANO MONTI e ADRIANO TILGHERdi Ben Oates

La seconda guerra mondiale sta per terminare, ogni soldato tedesco dotato di senno e obiettività comprende che per la Germania la fine è vicina e il primo imperativo è quello di salvarsi. Uno di questi è un alto ufficiale dei servizi segreti, Reinhard Gehlen, il quale con estrema lungimiranza offre il suo enorme archivio agli americani che subito fiutano l’affare; il prezioso tesoro riguarda praticamente l’Unione Sovietica e quasi tutti quei Paesi che, di lì a poco, faranno parte del patto di Varsavia. Nasce così la rete Gehlen o, per gli addetti ai lavori, il servizio discreto.

Più o meno nello stesso periodo un giovane toscano di 14 anni, Adriano Monti, classe 1930, figlio di un alto funzionario del Ministero delle Corporazioni con delega per gli scambi energetici con la Germania, si arruola direttamente nella Wehrmacht grazie al suo fluente tedesco, ed è destinato alle trasmissioni. Ferito e fatto prigioniero, Monti salva la pelle proprio in virtù del suo essere un panzer. Terminata la guerra con l’onta della sconfitta Monti si dà allo studio della Medicina, diventa assistente del noto chirurgo Pietro Valdoni, quello che salverà la vita di Palmiro Togliatti e con la sua di chissà quanti altri italiani.

Ma la lotta al comunismo mondiale e l’affermazione dei valori occidentali restano per Monti i capisaldi della sua esistenza. È per la donna che diventerà poi sua moglie che Monti stabilisce la residenza a Rieti. Nel capoluogo sabino Monti conosce l’avvocato Luigi Solidati Tiburzi, un importante consigliere della Corte dei Conti e responsabile di zona del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese. Conoscere il Comandante è per Monti un vero e proprio onore, Borghese è uno dei suoi eroi della RSI, figurarsi poi quando questi gli sottopone un progetto per prendere il potere in Italia.

È per merito della perfetta conoscenza che Monti ha di ben quattro lingue che il Comandante gli chiede di assumere l’incarico di intermediario fra lui e gli organizzatori del putsch da una parte, e gli americani e la rete Gehlen per l’Europa del Sud dall’altra. Quest’ultima è rappresentata dall’ingegner Otto Skorzeny, ex parà, celebre per l’avventurosa liberazione di Benito Mussolini prigioniero sul Gran Sasso; Skorzeny da anni è residente a Madrid sotto la copertura di proprietario di una società di import & export. Da entrambe le parti Monti riceve assicurazioni che nulla osta all’operazione se questa dovesse servire a tenere lontani i comunisti dal governo e dal potere. Se per la rete Gehlen, ramificata da tempo in tutta Europa, compresa quella orientale, c’è un noto personaggio come Skorzeny, per gli americani c’è un altro ingegnere, certamente meno famoso di quello tedesco, residente vicino a Roma e ufficialmente impiegato alla Selenia: Hugh Fendwich. Costui, a nome del partito repubblicano di Richard Nixon, informa Monti che gli Stati Uniti non intendono incitare al golpe preferendo il ruolo di spettatori interessati, tanto che nessun americano e nessuna unità militare statunitense si sarebbe mossa durante l’ora X.

Stando a Monti è su un unico personaggio che la rete e gli americani convergono per la scelta di colui che dovrà guidare il governo di salute pubblica post golpe: Giulio Andreotti. Monti ignora se l’esponente della DC sa o meno di essere il predestinato, ma questo non lo riguarda, lui deve solo informare il Comandante. Quando Monti fa il nome di Andreotti, Borghese rimane sorpreso anche se non sconcertato, dopo tutto lui si sarebbe fatto da parte senza assumere alcuna posizione politica di rilievo, limitandosi a inserire in qualche ministero alcuni suoi collaboratori, soprattutto militari o ex militari: fra i primi Monti ricorda l’ammiraglio Gino Birindelli, comandante delle Forze Nato del Sud Europa.

Il governo nato dal colpo di mano sarebbe stato formato da esponenti dei partiti già presenti nell’arco costituzionale eccetto quelli di sinistra, primo fra tutti il PCI, destinato a essere messo fuori legge. La notte di Tora Tora Monti la trascorre chiuso nella sua casa di Rieti con l’amaro in bocca per non essere stato coinvolto nelle fasi operative, in quel momento decisive. Sappiamo poi come è andata a finire. Per Monti è un’autentica delusione, un vero shock per lui che puntava molto sulla riuscita del putsch, prima tappa verso la vittoria di quello che considerava e considera tutt’ora il vero nemico da abbattere: il comunismo.

Le prime indagini sul golpe sembrano risparmiare il medico toscano tanto da fargli trovare il modo e il tempo di candidarsi nelle file del PLI nel collegio del Lazio in compagnia del capolista Gino Cervi: quest’ultimo, una decina d’anni prima, aveva fatto la stessa cosa ma solo nella finzione, nel film “Gli onorevoli”. Così Monti, l’anticomunista viscerale, collaboratore alla messa a punto di un golpe militare, finisce per fare campagna elettorale insieme a Peppone.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

LA STORIA SIAMO NOI Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Adriano Monti Il golpe Borghese, Lo Scarabeo, Bologna 2006

Conversazione con Adriano Monti, Rieti 12 giugno 2011

REMO ORLANDINI: l’uomo che costruiva il golpe

orlandini

di Ben Oates

Remo ha tre passioni: la grappa, la nipotina e il colpo di Stato. Nato a Villa Minozzo, vicino a Reggio Emilia, nel 1908, dopo l’8 settembre 1943 aderisce alla Repubblica Sociale. Persa la guerra Remo intraprende la professione di costruttore edile, ma nel suo cuore c’è sempre la visione del suo Paese caratterizzata dall’ordine, dove non può esserci spazio per i parassiti, per i disonesti, per i politicanti, per i comunisti. E pensare che si tratta di una persona mite, dalla scarsa cultura, ma che esercita comunque un certo fascino, anche sulle donne. Secondo Remo un solo uomo, un solo italiano può condurre di nuovo l’Italia verso quella gloria che, al momento, sembra perduta: Junio Valerio Borghese.

Il sodalizio fra i due nasce negli anni Sessanta e si concretizza definitivamente nel settembre del 1968 quando Borghese fonda il Fronte Nazionale; Remo diventa il suo braccio destro, quello operativo. Grazie al suo lavoro Orlandini è un uomo abbastanza ricco che non esita a mettere a disposizione del Fronte gran parte delle sue risorse economiche; il denaro è solo uno dei tanti mezzi per il fine della sua vita: il colpo di Stato che darà la svolta tanto agognata. Quelli sono i tempi in cui stringe amicizie e complicità, o quelle che a lui appaiono tali, con alcuni alti gradi delle forze armate, che sembrano dargli la certezza della riuscita dell’operazione in cui lui sarà il nuovo ministro dell’Interno.

Arriva la sera del 7 dicembre 1970, la notte del Tora Tora. Orlandini segue le mosse dei congiurati da uno dei suoi cantieri, quello di Montesacro: con lui alcuni complici attendono un preciso ordine per potersi muovere verso il centro della capitale. I mezzi che ha messo a disposizione sono i suoi autocarri e alcuni autobus. Remo e gli altri sono in trepida attesa di un segnale che dovrebbe arrivare via telefono dallo studio di un commercialista in via S. Angela Americi dove Borghese e pochi altri stanno guidando l’operazione. All’improvviso, intorno alle 2.00, Orlandini esce trafelato dal suo ufficio e grida agli astanti di fuggire perché stanno per essere circondati. Non è vero, è una scusa che utilizza per togliersi dall’impaccio di dover dire ai suoi che il progetto è fallito, che sul più bello c’è stato un contrordine che ha obbligato tutti a tornare a casa.

Piove a dirotto: Orlandini sale sulla sua Citroen DS e sfreccia sulla Nomentana, verso il comandante Borghese, per chiedere spiegazioni che non avrà. A Remo nessuno toglie dalla testa che a dare quel contrordine sia stato Hugh Fendwich, un ingegnere americano che lavora alla Selenia, fiduciario del servizio segreto americano. Quando la notizia del tentato golpe viene alla luce Orlandini fugge in Spagna, destinazione questa scelta anche dal suo comandante; successivamente va in Svizzera dove, a Lugano, ha un incontro con il capitano del SID Antonio Labruna; quest’ultimo, spacciandosi per un militare infedele allo Stato e con l’aiuto di qualche bicchierino di grappa, riesce a carpire a Remo quanti più segreti possibili su quella notte. Orlandini racconta, fa nomi e cognomi. Nel processo di primo grado viene condannato a dieci anni di reclusione con l’accusa di cospirazione politica mediante associazione sovversiva: degli imputati è quello che subisce la pena più pesante. In appello è assolto perché il fatto non sussiste. Da quel giorno Orlandini dedicherà la sua vita all’adorata nipote costretta a crescere in un’Italia che il nonno voleva migliorare.

FONTI

Norberto Valentini La notte della Madonna, Le Monde, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Adriano Monti Il golpe Borghese Lo Scarabeo, Bologna 2006

Conversazione con Norberto Valentini, Attigliano 20 settembre 2009

Conversazione con l’avvocato Mario Giraldi, 23 maggio 2011

ANGELO FACCIA. Mi casa es su casa

AFFONDATE BORGHESE libro (1)di Ben Oates

«Angelo, stanotte si firma il contratto!», «Auguri Stefano! E per quale compagnia assicurativa?» — Macché compagnia, Delle Chiaie allude alla presa del potere mediante colpo di Stato! E tu Angelo cadi dalle nuvole? Eppure a quarantuno anni, con la tua esperienza di ex repubblichino, seppur per una manciata di settimane, e soprattutto per aver frequentato negli anni Cinquanta la stessa sezione romana del MSI dove, come responsabile dell’Organizzazione e Propaganda, hai conosciuto Delle Chiaie, certe frasi in codice dovresti capirle al volo.

Sono ormai dieci anni che hai lasciato la deludente Italia democratica per la più promettente Spagna franchista dove, oltre a trovare una moglie, hai aperto un’officina meccanica alle porte di Barcellona. Però non hai voluto tagliare i ponti con i tuoi camerati visto che, nel 1969, hai aiutato Rauti a organizzare un convegno internazionale sulla avanzata del comunismo in Occidente, procurando gli alloggi per i delegati italiani come Giulio Maceratini, Paolo Andriani, Sandro Saccucci e lo stesso Delle Chiaie. Quest’ultimo è rimasto così contento della tua ospitalità, che nel luglio dell’anno successivo ti ha chiesto di trovargli una casa sul mare di Palamós, incarico che hai portato a termine in un giorno. È vero che sono pochi i giornali italiani che arrivano in Spagna, e comunque te ne guardi bene dal leggerli, ma possibile che hai dovuto attendere quattro mesi per capire che il Caccola era lì non certo per le immersioni subacquee? Non ti dice nulla piazza Fontana? Invece di affrancarti, tu che fai? Dopo quella di Palamós, di casa gliene trovi un’altra a Barcellona, non lontano dalla tua e, sapendolo solo, lo inviti spesso a cena, come quella sera del 7 dicembre 1970, quando Delle Chiaie, eccitato e nervoso, è in perenne contatto telefonico con Roma: tanto paghi tu. Verso le 22.00, impossibilitato a trovare un volo per l’Italia, Delle Chiaie ti chiede di accompagnarlo fino alla capitale con la tua Fiat 124: tempo di prepararti, salutare tua moglie, accendere il motore, quando a risparmiarti quel lungo viaggio nella notte è la notizia del contrordine che, come i principali congiurati, anche Delle Chiaie riceve via telefono: il tuo.

La voce della tua efficiente ospitalità è ormai così diffusa che, nei mesi successivi, giungono da ogni parte d’Italia decine di neofascisti ricercati e indagati, che tu chiami pellegrini, aderenti ad AN, a ON, alla Fenice, oltre naturalmente ai reduci del Tora Tora come Eliodoro Pomar e Remo Orlandini: a quest’ultimo, sapendolo ricco, gli procuri una villetta sulle spiagge della Costa Brava.

Ma è Gino Benetti quello che rischia di metterti seriamente nei guai. Si presenta come uno mandato dai camerati di Roma, ma il suo forte accento friulano e la spiegazione sulla protesi che ha al posto della mano monca, persa a suo dire da ragazzo mentre giocava con gli esplosivi, non ti fanno nascere alcun sospetto, tanto che lo assumi nella tua azienda. Ti ci vuole di nuovo il Caccola per scoprire che Benetti altri non è che Carlo Cicuttini, uno degli autori dell’attentato di Peteano. Vivaddio almeno respingi la richiesta di mettere a disposizione il tuo conto corrente per ricevere dalla direzione del MSI una forte somma di denaro, destinata a un’operazione alle corde vocali di Cicuttini.

Finalmente una buona notizia: il Comandante Borghese è in Spagna: tu non stai nella pelle per conoscerlo. Ti precipiti a Madrid e lo trovi nella hall di un grande albergo; la conversazione è piacevole, sei emozionato nell’avere di fronte un vero eroe leggendario: lui è affabile, gentile, ti chiede notizie sulla tua famiglia, tu lo preghi che faccia da padrino al battesimo di tuo figlio. Fai però il pesce in barile: possibile che non ti venga in mente di parlare del Tora Tora? Stessa cosa avviene nel gennaio del 1974 quando Delle Chiaie ti chiede di preparare nella tua abitazione una camera da letto e un bagno, destinati al Comandante e, già che ci sei, di mettere a disposizione la sala riunioni della tua azienda. Capisco l’emozione di avere nella propria casa Junio Valerio Borghese, ma anche quella volta rinunci a parlargli del golpe, a chiedergli come sono veramente andate le cose.

Male hai fatto. Infatti pochi mesi dopo il Comandante muore, e tu, grazie anche ai sospetti su quell’improvvisa morte espressi da alcuni quotidiani spagnoli e italiani, diventi preda di un’ossessione: quella che Borghese sia stato avvelenato. Non hai prove per sostenere i tuoi sospetti, anzi c’è la testimonianza di Elena, la figlia del Comandante accorsa al capezzale del padre, che reputa sciocchezze quelle relative all’avvelenamento.

Occorre ammettere che, se non te le crei tu le ossessioni, ci pensa qualcun altro. Come spiegare altrimenti quello che ti è capitato l’11 maggio 1991, giorno del tuo sessantaduesimo compleanno? Dopo esserti incontrato a Terni con Torquato Secci, presidente dell’Associazione Vittime della Strage di Bologna, di ritorno a Perugia all’altezza di Campello sul Clitunno, il finestrino del tuo scompartimento, senza infrangersi, viene perforato da qualcosa che tu reputi subito un proiettile, anche se non hai udito alcun sparo. Il controllore, accorso alle tue urla, sostiene invece che potrebbe trattarsi di una biglia d’acciaio. In ogni caso né la Polfer, né il controllore, né te avete trovato il corpo del reato. Ora non vorrai mica pensare di essere stato un bersaglio dei servizi segreti deviati perché scomodo testimone? Oppure pensi che sia stata la vedova di Almirante, visto che tu accusi il defunto segretario del MSI di essersi servito del Tora Tora per provocare di fatto l’eliminazione politica di Borghese, pericoloso concorrente con il suo FN? Di sicuro Delle Chiaie, da tempo principale bersaglio dei tuoi strali, non c’entra: in quel periodo il Caccola aveva altro da fare.

FONTI

Angelo Faccia Affondate Borghese! Associazione Culturale Uno dicembre 1943, Perugia 2001

Conversazione con Angelo Faccia, Perugia 8 gennaio 2002

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Il golpe in bianco di Edgardo Sogno

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di Ben Oates

In uno dei cortei della cosiddetta Maggioranza Silenziosa movimento definito di destra o conservatore che caratterizza la prima metà degli anni Settanta – si inneggia a Edgardo Sogno perché «l’Italia ne ha bisogno». Nato a Torino nel 1915, ufficiale di cavalleria, dopo l’8 settembre entra nella brigata Franchi, la compagine della Resistenza collegata agli inglesi dove si guadagna la Medaglia d’Oro: celebre il suo audace tentativo di liberare Ferruccio Parri prigioniero delle SS nell’hotel Regina di Milano.

Negli anni Cinquanta Sogno entra in diplomazia ricevendo prestigiosi incarichi a Parigi, Buenos Aires, Washington e Rangoon, capitale della Birmania dove è ambasciatore; quelli sono anche gli anni nei quali, insieme a Luigi Cavallo, fonda l’organizzazione anticomunista Pace e Libertà e, nell’ottobre del 1956, si adopera per mettere in salvo molti profughi ungheresi, dopo che il loro Paese è stato invaso dalle truppe sovietiche.

Alla fine degli anni Sessanta rientra in Italia e, preoccupato per la piega politica che a suo dire sta pericolosamente pendendo verso un’inevitabile vittoria del PCI, nel 1971 a Milano fonda i Comitati di Resistenza Democratica ai quali partecipano alcuni suoi ex compagni della Franchi e il suo vecchio amico Randolfo Pacciardi. Nei tre anni successivi l’attività dei Comitati è caratterizzata da incontri pubblici e privati, con numerose personalità del mondo politico, economico, culturale e militare, tutti legati dall’anticomunismo e dall’antifascismo, tutti con l’obiettivo di una svolta presidenzialista di tipo gollista da attuare prima che il Paese cada nelle mani dei comunisti. Per Sogno il momento di passare dalle parole all’azione arriva nella primavera del 1974 quando, nell’arco di un paio di settimane, le Brigate Rosse rapiscono a Genova il giudice Mario Sossi e tentano la stessa cosa con lui a Milano facendo irruzione nel suo ufficio, in quel momento però deserto.

Nei progetti di Eddy, così lo chiamano affettuosamente gli amici, prende corpo l’idea di un colpo di Stato liberale, di un golpe bianco appunto, in grado di creare le condizioni per un governo guidato da Pacciardi e formato da autorevoli rappresentanti di tutte le forze politiche a eccezione naturalmente dei comunisti; nell’esecutivo Sogno sarà il ministro della Difesa. Egli contatta le più alte cariche militari del paese, comprese quelle dell’Arma dei Carabinieri come il generale Giovanni Battista Palumbo, comandante della divisione Pastrengo, il quale ritiene indispensabile un lancio di missili da parte della Marina Militare sul carcere di Alessandria dove, a suo dire, sono reclusi dei pericolosi comunisti; nel progetto c’è anche un generale in pensione, negli anni Cinquanta capo di stato maggiore della Difesa. Sogno sa di avere l’appoggio ideologico e morale delle massime cariche della Magistratura; anche importanti esponenti della corrente «gollista» della Democrazia Cristiana saranno della partita, ma solo a cose fatte.

Non succede nulla. Alla fine di agosto del 1974 Luciano Violante, giudice istruttore di Torino, emette ordine di perquisizione dell’abitazione di Sogno e poi lo incrimina per cospirazione politica, accusa sostenuta dal sostituto procuratore della Repubblica del capoluogo piemontese. Due anni dopo scatta l’arresto; Sogno rimane in prigione poco più di un mese e mezzo. Nel 1978 arriva il definitivo proscioglimento da tutte le accuse perché il fatto non sussiste.

Il golpe bianco, il colpo di mano cioè che avrebbe dovuto trasformare la nostra Repubblica sul modello di quella francese voluta da De Gaulle, non influenza per nulla la politica italiana: nel maggio del 1974, con la vittoria del fronte divorzista al referendum, inizia l’ascesa delle sinistre che continuerà inesorabile, toccando l’apice alle elezioni politiche del 1976, quando il PCI sfiora il 35 per cento dei consensi.

Charles De Gaulle si auto nominò capo del governo causando di fatto la fine della quarta repubblica e l’inizio della quinta: era la Francia del 1958. Era Charles De Gaulle.

 

FONTI

Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, (trasmissione tv) Rai 1989

Aldo Cazzullo, Testamento di un anticomunista, Mondadori Milano 2000

Giorgio Galli, L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 2004

Marco Pozzan e il metodo Stanislavskij

 

Marco_Pozzandi Ben Oates

Il 1973 è appena iniziato che a Roma, presso la Turris Cinematografica, ha luogo un provino per un attore che, senza aver frequentato il Centro Sperimentale di Cinematografia, tradisce comunque un buon talento nel ricoprire vari ruoli, a seconda del copione. Fino a quel momento infatti, Marco Pozzan ha interpretato il ruolo di bidello tutto fare presso l’Istituto per ciechi Configliachi di Padova; lì raccoglie la posta personale di Franco Freda e, sempre sullo stesso set, fa da anfitrione alla famigerata riunione del 18 aprile 1969 dove, oltre ai soliti Freda e Ventura, c’è anche un misterioso signor P. che in un primo tempo Pozzan indica come Pino Rauti, rivelazione che successivamente ritratterà.

Quella è la riunione dove viene presa la decisione di agire con le bombe. Ecco che una settimana dopo, alla Fiera Campionaria di Milano e all’Ufficio Cambi della Stazione Centrale del capoluogo lombardo, esplodono alcuni ordigni che per fortuna non causano vittime. Per questa interpretazione, Pozzan si aspetta almeno una candidatura al David di Donatello, ma si deve accontentare di un breve soggiorno in carcere. Uscito subito dopo, Pozzan decide di tentare il grande salto nello sfavillante mondo del cinema: ma per sfondare nella settima arte, occorre trasferirsi a Roma.

Quando arriva alla Turris, Pozzan sente di trovarsi a proprio agio, in compagnia di artisti che, abitudine consacrata da tempo, si chiamano tutti per nome o nomignolo, come ad esempio Tonino, un agente cinematografico che lo accoglie a braccia aperte regalandogli subito anche il nome d’arte di Mario Zanella e, visto che c’è, anche un passaporto intestato con quel nome.
Tonino lo fa accomodare in una cameretta munita di divano letto, gli suggerisce un paio di bar e tavole calde dove può recarsi tranquillamente a mangiare. Durante i loro colloqui Tonino gli sottopone una storia di spionaggio dove gli agenti segreti sono i buoni e i magistrati i cattivi. Per aiutarlo a immedesimarsi nella parte, Tonino gli fa dei nomi presi a caso dai giornali, tipo Giancarlo Stiz e Gerardo D’Ambrosio: di quest’ultimo Tonino gli riferisce che gli studi universitari sono stati indirettamente finanziati dal PCI e chiede a Pozzan se, naturalmente nella finzione, ha mai parlato con quei due giudici del signor P. Escludendo che il suo interlocutore si riferisse a Pier Paolo Pasolini, che di P ne ha ben tre, a Pozzan viene un leggerissimo sospetto: che Tonino in realtà non sia un agente cinematografico? Alle sue rimostranze, Tonino gli rivela il suo vero nome: Antonio Labruna, di professione capitano del SID.
Pozzan però non si deve preoccupare: la sua carriera cinematografica non è in pericolo, per lui Tonino ha in serbo un’occasione irripetibile: quella di interpretare un infiltrato fra i latitanti neofascisti in Spagna, in un film le cui riprese sono iniziate qualche anno prima a Milano, nei pressi di una banca. Pozzan non sta nella pelle, non vede l’ora di lasciare l’Italia per Madrid dove ad attenderlo c’è un numeroso e variegato set di artisti, contenti di recitare in una mega produzione internazionale. Sembra tutto a posto, gli attori, i tecnici, gli sceneggiatori, gli scenografi. La produzione ha solo un problema. Trovare un regista che accetti di firmare quel film col proprio nome.

 

FONTI

Giorgio Boatti Piazza Fontana Einaudi, Torino 1999
Sergio Zavoli La notte della Repubblica Rai Trasmissione tv, Roma1989

La folle corsa di Giorgio Vale, il mulatto dei Nar

Vale

Fototessera di Giorgio Vale

Roma, via Decio Mure, zona «Quadraro». Sormontato da un’inferriata bianca, un muretto separa il marciapiede dal cortile dell’appartamento al pian terreno di un immobile. Sul vecchio intonaco rossastro troneggia una scritta murale realizzata con vernice spray di colore nero. Leggiamo «ONORE AL DRAKE». Accanto alla frase, una piccola croce celtica è circondata da quattro lettere: V, A, L, E. Due ragazzi passeggiano lungo la strada ascoltando musica con gli auricolari di uno smartphone. Sono molto giovani, sulla ventina. Proviamo a far loro qualche domanda. Non hanno idea di chi fosse quel «Drake» e ignorano il motivo per cui la scritta si trovi proprio lì, sul muretto di quella palazzina. Ne passa un terzo, un po’ più avanti con gli anni. Lui non sembra molto interessato a parlarne ma ci dà prova di conoscere l’argomento congedandosi da noi con una rapida battuta: «Era nero in tutti i sensi».

Al di là di quelle mura, nella primavera del 1982, durante un blitz delle forze dell’ordine un colpo di pistola alla tempia mette fine alla vita di Giorgio Vale, detto «il Drake», giovane militante di «Terza Posizione», passato poi ai «Nuclei Armati Rivoluzionari». Vale è un ragazzo mulatto (mamma bianca, papà di origine eritrea) nato a Roma nel 1962. Inizia a fare politica attiva a destra fin dalla pre-adolescenza. A diciassette anni prende parte alle prime azioni armate. Appena ventenne è già un terrorista pluriomicida, ricercato e prossimo alla fine. La sua morte, tuttavia, avviene in circostanze controverse e a distanza di trentacinque anni c’è ancora chi non dimentica. Cosa è accaduto realmente in quell’appartamento? Alcuni parlano di suicidio, altri di conflitto a fuoco, altri ancora di fredda e brutale esecuzione per mano della Digos. Ciò che è certo è che le notizie sulla morte di quel ragazzo sono confuse e contraddittorie fin dal primo momento e la prova del guanto di paraffina testimonia che il giovane terrorista, in quell’ultima occasione, non ha mai premuto alcun grilletto.

Ma chi era Giorgio Vale? I suoi ex camerati lo ricordano come una persona affidabile, un «combattente» coraggioso, riflessivo, leale e per nulla chiacchierone. I parenti delle vittime del terrorismo e gli agenti delle forze dell’ordine lo ricordano invece come un killer spietato e sanguinario, un assassino macchiatosi di omicidi efferati e senza scrupoli come quello del giovane agente di Polizia Maurizio Arnesano, barbaramente ucciso al solo fine di portargli via la mitragliatrice d’ordinanza. I genitori, gli amici e i parenti più stretti del Drake lo ricordano invece come un ragazzo mite e di cuore, introverso e facilmente manipolabile, dunque inevitabilmente precipitato nella trappola di pericolosi personaggi che istigavano i ragazzini a «fare la rivoluzione» in un momento storico molto delicato.

Come mai un giovanotto di colore si ritrova a fare politica in mezzo ai fascisti? In realtà, salvo rari episodi, le caratteristiche fenotipiche di quel mulatto dall’inflessione romanesca non hanno mai rappresentato un vero ostacolo in quell’ambiente. La politica che ha svezzato la militanza di Vale è quella di una destra giovanile in preda a continue (e sempre nuove) esigenze generazionali.

Tra le file dei vari gruppi extraparlamentari della seconda metà degli anni Settanta si respira una grande volontà di cambiamento. Nelle sezioni giovanili del MSI e in tanti movimenti d’ispirazione «nazional-rivoluzionaria» il sistema non viene criticato sulla base di argomenti come «gerarchia», «razza», e «ritorno all’ordine». Si parla invece di «patria», di «popolo», di «politiche sociali» e finanche di «ecologismo». Le forme-struttura e i modus operandi dell’estrema sinistra vengono in larga parte adottati dalla gioventù dell’area «neo-neofascista», tra graffiti, musica, chitarre, assemblee, slogan e volantini. Una realtà per certi versi non dissimile da quella vissuta da tanti ragazzi che militano sotto altre bandiere.

Il contesto in cui si forma Vale è l’attivismo di piazza di «Lotta Studentesca», tra attacchinaggi e manifestazioni di un movimento dalle cui ceneri, nel 1978, nasce «Terza Posizione», un’organizzazione che finirà in bilico tra politica legale e lotta armata. Nel ‘79, nonostante la giovane età, il Drake assume un ruolo operativo di rilievo a seguito dell’arresto dei leader principali del movimento ed è proprio in quel periodo a cavallo tra i due decenni che NAR e TP si avvicinano maggiormente. Giorgio Vale subisce il fascino carismatico di Valerio Fioravanti, divenendo così una cerniera tra due realtà separate della giovane destra radicale romana. Il ragazzo, assieme ad altri camerati «tippini», si ritrova a militare in entrambi i gruppi, quello di piazza e quello clandestino. Giorgio è uno scaltro rapinatore e si guadagna presto la fiducia dei NAR.

A Fioravanti il Drake piace, lo ritiene un ragazzo in gamba e gli insegna ciò che conosce su tecniche militari e guerriglia urbana. Per il signor Umberto, papà di Giorgio, Fioravanti invece ha soltanto plagiato suo figlio, inducendolo a diventare un assassino: «Una volta mi ricordo Fioravanti con la sua solita aria mi disse: “Suo figlio lo facciamo diventare uomo.” È stato un disgraziato. Giorgio era un ragazzo mite, stava anche troppo in casa. A sedici anni ero io che lo spingevo ad uscire. Quando è morto gli hanno attribuito qualsiasi cosa» (…) «Tutto è cominciato con l’omicidio Arnesano. Giorgio non ne sapeva nulla. Era andato lì per una rapina e si è ritrovato in un omicidio.» 1

L’uccisione dell’agente Arnesano avviene nel febbraio del 1980. È il battesimo del sangue di Vale. Il collaboratore di giustizia Cristiano Fioravanti, fratello di Valerio e co-fondatore dei NAR, descrive così l’accaduto: «L’omicidio Arnesano è opera di mio fratello e Giorgio Vale. La mattina del fatto Valerio mi disse che un poliziotto gli avrebbe dato un mitra, io, incredulo, chiesi a che prezzo ed egli mi rispose: “Gratuitamente”, fece un sorriso ed io capii. Non mi impressionai quando al tribunale dei minori, dove mi trovavo insieme con Alibrandi, sentii le sirene della polizia. Altrettanto non posso dire per Alibrandi che mi chiese cosa fosse accaduto. Valerio mi disse che l’intenzione era quella di impadronirsi dell’arma, tanto che egli aveva sparato alle mani dell’avversario. Solo la resistenza opposta dall’agente aveva comportato la necessità di ucciderlo».

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A sinistra il corpo di Vale senza vita. Al centro un falso tesserino da carabiniere e a destra alcune delle armi sequestrate nell’appartamento di via Decio Mure dopo il blitz (foto Corsera)

 

Circa tre mesi dopo, Giorgio spara contro l’appuntato Manfredi, ferendolo al collo e ad una gamba in occasione dell’agguato alle forze di Polizia guidato da Fioravanti all’entrata del liceo Giulio Cesare. Agguato che finirà con l’uccisione dell’agente «Serpico». Vale spara un colpo anche a Ciccio Mangiameli, suo ex amico di Terza Posizione, trascinato ed ucciso in una pineta da Valerio Fioravanti nel settembre del 1980. Nel 1981, dopo una lunga serie di rapine e vantando anche il disarmo di un carabiniere, Vale ha ormai una certa dimestichezza con le armi e nel mese di luglio esegue da solo l’omicidio del neofascista Giuseppe De Luca, detto Pino il calabro, considerato un traditore colpevole di aver truffato i NAR rubando denaro all’organizzazione. Nella massima freddezza il Drake suona al citofono presentandosi come un amico di Pino. La sorella del giovane apre la porta a Giorgio che insegue la sua vittima fin dentro il bagno svuotandogli il caricatore sotto la doccia, tra le grida di terrore dei familiari presenti in casa. Con rapidità e sangue freddo il Drake va via come se nulla fosse successo, lasciando De Luca crivellato di pallottole nel giorno del suo compleanno.

L’ultima azione violenta alla quale partecipa Vale è la drammatica rapina a piazza Irnerio il 5 marzo 1982 che si conclude con la morte del diciassettenne Alessandro Caravillani, colpito da un proiettile di rimbalzo sparato da Livio Lai. Il Drake spara ferendo un agente. Resterà ferita anche la Mambro e sarà proprio Vale a lasciarla in un’auto accanto al pronto soccorso, quasi in fin di vita. La fine di del Drake, invece, arriverà due mesi dopo. Se esiste un numero infausto per i N.A.R. è senza dubbio il numero cinque: il 5 febbraio 1981 viene ferito e arrestato Valerio Fioravanti, il 5 dicembre 1981 viene ucciso Alessandro Alibrandi, il 5 marzo 1982 viene ferita e arrestata Francesca Mambro.

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Il 5 maggio 1982, infine, è l’ultimo giorno di vita di Giorgio Vale. Ore 10:30. In via Decio Mure 43 gli agenti della Digos sono armati fino ai denti. Quei poliziotti sanno bene che oltre la porta dell’interno 2 si nasconde un «osso duro», un nemico dal grilletto facile e dalla mira letale. Non sfondano neppure la porta, hanno una chiave. Quando lo sorprendono Giorgio è ancora in pigiama, disteso sul divano-letto. Vengono esplosi centinaia di proiettili ma un colpo solo è quello mortale. Una pallottola alla tempia e il lenzuolo si tinge di rosso. Il blitz è rapidissimo. Gli agenti si guardano attorno. È l’appartamento di un terrorista ma anche quello di un ragazzo di vent’anni. Da un lato ci sono le pistole, le munizioni, i documenti falsi. Dall’altro c’è un numero di «Playboy», una copia del fumetto «Linus» e un romanzo thriller di Frederick Forsyth: «L’alternativa del diavolo». La madre del Drake apprende la notizia in modo terribile, dal portiere del palazzo che ferma la donna al ritorno dalla spesa: «Signora, ha saputo di Giorgetto?». Da diverso tempo la famiglia del giovane latitante era in trattativa con le forze dell’ordine per poter giungere ad un accordo. Il ragazzo si sarebbe dovuto costituire ma ormai non c’è più nulla da fare. Le prime notizie Ansa si contraddicono: 5 maggio 1982. Ore 11:21. «Un terrorista neofascista è stato arrestato questa mattina nel corso di una operazione della Digos. La cattura è avvenuta dopo una sparatoria in via Decio Mura, al Quadraro, nella periferia sud orientale di Roma. Il terrorista, non ancora identificato, è rimasto ferito, ed è stato condotto all’Ospedale San Giovanni. Secondo la prima impressione degli agenti che lo hanno catturato, sarebbe il neofascista Giorgio Vale». 5 maggio 1982. Ore 12:17. «I medici dell’Ospedale San Giovanni hanno detto che le condizioni di Giorgio Vale sono gravissime. Un proiettile lo ha colpito alla tempia destra, ed è uscito dalla sinistra. I medici hanno chiamato un prete per dargli l’estrema unzione». 6 maggio 1982. Ore 21:14. «Giorgio Vale si è suicidato. Questo il risultato dell’autopsia, che capovolge la ricostruzione degli eventi che hanno portato alla cattura e al ferimento del terrorista nero». 2

La vendetta dei neofascisti non si fa attendere e la morte di Vale trascina brutalmente con sé altre due persone. 6 maggio 1982. Un commando dei NAR irrompe nella stazione San Pietro della Polfer di Roma e spara alla testa dell’agente di Polizia Giuseppe Rapesta, di anni 49, padre di tre figli. L’uomo morirà il 12 maggio dopo una lunga agonia. I terroristi divulgano un comunicato di rivendicazione inneggiante a Giorgio Vale. 12 agosto 1982. Il terrorista Pierluigi Concutelli, durante l’ora d’aria nel carcere di Novara, uccide mediante strangolamento il neofascista Carmine Palladino, avanguardista al servizio di Stefano Delle Chiaie. Palladino era ritenuto responsabile della soffiata che ha condotto la Digos presso l’appartamento di Vale.

Osserviamo l’intonaco sbiadito di quella palazzina ma in via Decio Mure non siamo gli unici. Un giovane fotografa la scritta con il telefonino e prima di andar via si guarda attorno con aria imbarazzata. Le vicende di quegli anni rappresentano ancora una questione irrisolta, un argomento delicato, un tema spinoso da affrontare con estrema cautela. Parlarne oggi significa riaprire vecchie ferite che a distanza di trentacinque, quaranta o cinquant’anni ancora tardano a rimarginarsi. Sui social network gli anni di piombo rappresentano una fonte di aspri dibattiti e feroci contese che talvolta coinvolgono generazioni del tutto estranee alle vicende di quell’epoca. Ragazzi «di destra» e «di sinistra» animati da un forte senso di appartenenza che il più delle volte risveglia antichi rancori e non facilita l’analisi storica e distaccata di quegli anni. Violenza verbale, slogan di morte, ostilità viscerale, elementi che su internet trasudano nell’astrazione di un mondo immateriale ma sotto una lente analitica ci aiutano a comprendere l’efficacia di alcuni vecchi meccanismi. Seminare odio e strumentalizzarne i frutti è ancora terribilmente facile.

1 Mario Caprara, Gianluca Semprini, «Destra estrema e criminale». Newton Compton. Roma, 2009.
2 Nicola Rao, “Il piombo e la celtica”, Sperling & Kupfer, Milano 2009