Gli anni del baracchino CB. Quando i «whatsapp» si mandavano via radio

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Domenica 24 settembre 1972, una data passata alla storia per i radio-operatori italiani come la prima giornata nazionale C.B. Un manifesto della FIRCB (Federazione Italiana Ricetrasmissioni Citizen’s Band) annuncia per le ore 22:00 una serie di trasmissioni radio abusive con la partecipazione di alcuni parlamentari: «La legge contrasta con la Costituzione. Gli amatori della Citizen’s Band si battono per la libertà d’informazione. Durante la giornata nazionale per la C.B. domenica 24 settembre, alle ore 22 da varie città, deputati hanno deciso di servirsi della “Banda” dei 27 megacicli per spiegare al ministro delle PP.TT. l’importanza civica sociale di un fenomeno che interessa oltre un milione di italiani. Tutti i cittadini potranno ascoltare la trasmissione munendosi di apposito convertitore, del costo di poche migliaia di lire, anche con una normale radio ad onde medie. Durante la giornata in tutta Italia avranno luogo manifestazioni a favore della C.B. In tutte le edicole sarà diffuso l’organo ufficiale della Federazione Italiana Ricetrasmissioni sulla Citizen’s Band: “C.B. Italia” (supplemento di Radio Elettronica) – sabato 30 settembre, avrà luogo a Roma un raduno nazionale di C.B. Una delegazione chiederà di essere ricevuta dal Presidente del Consiglio, On. Giulio Andreotti. Prenotazioni ed informazioni per il raduno nazionale si accettano presso i centri operativi C.B. nelle principali città italiane oppure a Roma, Via Palestro II (…) ed a Milano, Via Frua 19 (…).
GIUSTIZIA PER I C.B. – GLI APPASSIONATI DEI RADIOTELEFONI SUI 27 Mhz PROTESTANO!»
baracchino3Modulare sui 27 Mhz in Italia è ancora illegale ma i fruitori di apparecchi ricetrasmittenti operano attivamente da alcuni anni. Da Nord a Sud, le voci che popolano le frequenze della banda cittadina sono sempre più numerose e chiedono al governo la libertà di esistere. Il 29 marzo 1973, dopo anni di utilizzo clandestino, un primo decreto avvia anche in Italia la regolarizzazione per le trasmissioni radio C.B. I «pirati dell’etere» escono allo scoperto e sui tetti delle abitazioni si moltiplicano «quelle strane antenne» che spesso animano le riunioni condominiali per i disturbi al segnale TV. Le conversazioni radiofoniche anticipano il mondo virtuale delle chat. Il ricorrente QSO serale, diffuso svago del dopo-lavoro, è una sorta di «gruppo whatsapp» ante litteram. Un manipolo di amici (talvolta reali ma spesso solo virtuali) si dà appuntamento quotidiano sul solito canale. Si chiacchiera, si scherza, si discute, a volte si organizza una «verticale», che nel gergo C.B. vuol dire incontrarsi di persona.

I canali, tuttavia, non sono privati e chiunque può ascoltare o intervenire. Basta dire «break al canale!» e attendere con pazienza l’autorizzazione ad accedere. Ma c’è chi quest’autorizzazione se la prende a prescindere, imponendosi talvolta con la forza del proprio segnale. Il «troll» degli anni settanta/ottanta è chiamato Querremmatore (da QRM: disturbo) ed è estremamente insidioso. Non esistono moderatori né admin, non esiste un tasto «ignore», non si può «bloccare»«bannare» alcun utente. La coscienza civica, la diplomazia e le regole fondamentali di condivisione degli spazi sono gli unici elementi che tutelano la sopravvivenza di un gruppo radio. In mancanza di tali principii vige unicamente la legge del più forte. Ed ecco che c’è chi prende le dovute precauzioni per non soccombere nella giungla dell’etere. Amplificatori, lineari, accordatori d’antenna. La radio non è internet e la possibilità di comunicare devi guadagnartela, devi conoscere la tecnica e costruirti una discreta stazione. «Spendi un dollaro per la radio e cento dollari per l’antenna» recita un motto americano molto noto ai C.B.

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Ma se un disturbatore riesce ad impedire una conversazione vuol dire che emette un segnale molto potente. Se un segnale è molto potente vuol dire che la stazione che lo emette non è poi così lontana. Tra i fruitori della radio nemmeno l’anonimato gode delle stesse garanzie della rete. Con dedizione e caparbietà, gli utenti più esperti, duri e ostinati possono ambire a risolverle faccia a faccia le diatribe con i querremmatori. È sufficiente disporre di una «barra mobile» (apparecchio radio in auto) e della giusta dose di pazienza nella ricerca del segnale, con occhio sempre vigile e attento tra le antenne delle abitazioni. Spesso il risultato è sorprendente. Dietro voci minacciose e imponenti si celano timidi ragazzini impauriti. Dietro goliardiche esternazioni infantili si scoprono stimati professionisti e padri di famiglia. Proprio come nelle chat del nuovo millennio ma con maggiori possibilità di annullare le distanze. Quasi sempre questi incontri si risolvono con una stretta di mano e un caffè al bar. Qualche volta ci scappa pure la minaccia e nei casi più turbolenti si può finire con la scazzottata. Quel che è certo è che «l’incontro in verticale» è quasi sempre un momento di unione e non di conflitto. Unione che in alcuni casi ha creato famiglie e grandi comitive. C’è chi in radio ha trovato l’amore e chi ha scoperto nuove amicizie. Altri invece hanno aiutato forze dell’ordine e civili in difficoltà, a partire dal terremoto nel Friuli del 1976, quando gli operatori C.B. fornirono assistenza attiva ai soccorsi, salvando vite umane e creando i presupposti per l’istituzione del Servizio Emergenza Radio in seno alla Protezione Civile.

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Dall’ortodossia allo spontaneismo: Susanna Ronconi tra Brigate Rosse e Prima Linea

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Susanna Ronconi

Rovigo, 3 gennaio 1982, ore 15:40. Lungo via Mazzini c’è un uomo che passeggia. È il signor Angelo, sessantaquattro anni, pensionato. Stretto al guinzaglio accanto a lui c’è un cane di piccola taglia che l’uomo porta a spasso tra le strade semideserte di un capoluogo che sembra quasi sonnecchiare in quella silente domenica d’inverno. Ma è una quiete che sta per svanire. La serenità di quel pomeriggio di inizio anno viene spazzata via dal frastuono inaspettato di una raffica di mitra. Seguono piccole esplosioni, sono bottiglie molotov. Per il pensionato sbigottito nemmeno il tempo di orientarsi in quel trambusto che sopraggiunge devastante il boato finale. Quella A112 in sosta che l’uomo scorge a pochi metri è una potente autobomba che cela al suo interno oltre dodici chilogrammi di polvere nera. Una possente deflagrazione e l’esplosivo squarcia come carta stagnola un solido muro di cinta. L’edificio violato è la sezione femminile della casa circondariale: il carcere di Rovigo, sulle cui mura è stato appena aperto un varco.

Da un cumulo di macerie fumanti escono delle donne, sono quattro detenute politiche, tutte militanti di estrema sinistra. Si tratta di Loredana Biancamano, Federica Meroni, Marina Premoli e Susanna Ronconi. Una di loro è lievemente ferita: zoppica, ma ce la fa. Il signor Angelo invece no, lui non ce l’ha fatta. Angelo Furlan, falegname in pensione e padre di famiglia, muore a seguito della violenta esplosione e giace al suolo privo di vita. Rapidamente, tra nuove raffiche e colpi di pistola, le donne si dileguano scortate da un gruppo di uomini armati appartenenti ad una nuova formazione denominata «Nucleo di Comunisti», capitanata da Sergio Segio, «il comandante Sirio», noto esponente di Prima Linea, sentimentalmente legato a Ronconi.

La zona circostante nel frattempo è devastata: nelle abitazioni ci sono diversi feriti, uomini e donne che nella tranquillità della propria casa sono stati catapultati in un inferno di calcinacci, detriti, frammenti di mattoni e schegge di vetri infranti. Alcuni di loro finiranno in ospedale in prognosi riservata. In un appartamento un bambino è salvo per miracolo dopo il crollo di una finestra.

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Il muro di cinta del carcere di Rovigo

In quel Veneto segnato dalla violenza, sono i giorni di tensione del sequestro Dozier e in tutta Italia si stanno consumando nel sangue gli ultimi fuochi di una lotta armata ormai al tramonto. Gli anni di piombo stanno per chiudere il sipario; gran parte dei protagonisti dell’attacco al cuore dello Stato sono finiti dietro le sbarre, fuggiti all’estero o prossimi alla cattura: qualcun altro invece è stato ucciso, ma tra i gruppi eversivi c’è chi dimostra di avere ancora altre cartucce da sparare. Ne sa qualcosa Segio che per organizzare l’assalto al carcere ha chiesto aiuto a diversi nuclei ancora attivi sul fronte dell’eversione rossa, dalle BR ai PAC, dai COLP fino al Fronte Comunista. [1] Del resto, nell’ottica di chi fa politica con le armi, se risulta ancora tecnicamente possibile rapire un generale NATO, si può tentare il tutto e per tutto anche per far evadere delle compagne di militanza, specialmente se tra loro vi è la propria donna.

Susanna Ronconi infatti ora è libera ma a un prezzo molto alto. Un piano studiato nei minimi dettagli non è stato sufficiente: un uomo innocente è morto, un’intera famiglia ora è distrutta. In un volantino di rivendicazione rinvenuto qualche giorno dopo in un cestino dei rifiuti di Milano, i terroristi affrontano la questione in poscritto, parlando di «vittima innocente e casuale della guerra di classe» e di «imprevisto e imprevedibile (…) di cui siamo pronti a rispondere davanti a tutti i proletari». [2]

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Ronconi e Segio

Vi sono poi da considerare i feriti, persone ugualmente innocenti e inermi, senza dimenticare che in tanti hanno dovuto lasciare la propria abitazione a seguito degli ingenti danni provocati dall’esplosione. Le cronache di quei giorni parlano di cinque famiglie (circa una ventina di persone) rimaste senza casa. [3] Ma se come disse Mao «la rivoluzione non è un pranzo di gala», e la citazione riecheggia sovente nel tentativo di alleggerire i pesi di coscienza di molti attivisti che hanno imbracciato le armi, probabilmente questa volta non è così semplice fare i conti con sé stessi e con le proprie azioni.

Contro le donne evase sono stati emessi ordini di cattura con accuse pesantissime, tra le quali la più infamante in assoluto: quella di strage aggravata, rivolta in questo caso proprio ai terroristi rossi, gli stessi che affermavano di aver scelto la lotta armata per combattere un regime complice delle stragi fasciste che da Piazza Fontana avevano intriso l’Italia di sangue innocente. Ma quei militanti non ci stanno: alle stragi indiscriminate loro non vogliono essere in alcun modo accostati, nemmeno in questo caso, nemmeno dopo il tragico epilogo dell’evasione.

«Premetto che mi assumo interamente la responsabilità umana, politica e anche penale di questo fatto», scriverà Susanna Ronconi ormai in carcere in una lunga lettera inviata ai giudici, «ma non accetto in alcun modo che i suoi esiti, sebbene enormemente drammatici come la morte di Angelo Furlan, ricadano nel reato di strage». [4] Già, perché la sua libertà di evasa dura poco meno di trecento giorni, sfumando in un blitz dei carabinieri di Milano il 28 ottobre del 1982.

La trentenne veneziana, definita da alcune testate «ideologa del partito armato», aveva già alle spalle una lunga storia di militanza. Ripercorrerla a ritroso significa imbattersi in sigle come Prima Linea, Brigate Rosse, Potere Operaio. Per quanto concerne le prime due, per coincidenza o per destino, la donna ha presenziato ai primi omicidi (ufficialmente rivendicati) di entrambe le organizzazioni.

È ancora una ragazza ventitreenne quando a Padova, il 17 giugno del 1974, partecipa all’assalto BR alla sezione MSI di via Zabarella. Il gruppo, formato da cinque persone, ha l’intento di perquisire l’intera area della sezione per portare via alcuni documenti considerati importanti. L’autista del commando aspetta in auto fuori al palazzo mentre a vigilare l’edificio è stata piazzata una sentinella. Ronconi si trova nell’atrio e stringe tra le mani una borsa nella quale dovrà custodire le carte trafugate al segnale dei due compagni all’interno della sede. Le cose però vanno diversamente. Gli uomini preposti all’assalto, identificati dai giudici in Fabrizio Pelli e Roberto Ognibene, incontrano la resistenza di due militanti missini che quel giorno casualmente si trovano in sezione: Giuseppe Mazzola, carabiniere sessantenne in congedo, e Graziano Giralucci, agente di commercio e rugbista trentenne. Dopo un po’, Ronconi vede giungere i due compagni che le dicono di andare via perché l’operazione è andata male. Per la prima volta nella loro storia, le Br hanno ucciso. Caduti sotto il primo fuoco letale di quel gruppo armato, Mazzola e Giralucci rappresentano l’infranto tabù della morte per quella che sarà considerata la principale organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva in Europa occidentale dal secondo dopoguerra.

Susanna Ronconi lascerà però le Br per approdare tra gli “spontaneisti” di Prima Linea, organizzazione che vorrebbe rifiutare la clandestinità, la rigidità gerarchica e il settarismo per restare parte integrante del movimento senza tendenze elitarie né volontà di ergersi a partito. Al di là di utopie e intenti, al di là di strategie e propositi, anche PL spara e lo fa con la stessa ferocia dei brigatisti. Alla pubblica inaugurazione di questa pratica di sangue, anche questa volta Ronconi è presente.

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Alfredo Paolella

È una mattina d’autunno del 1978 e a Napoli con lei ci sono altri quattro militanti di Prima linea. L’obiettivo è un medico, nonché docente universitario di antropologia criminale, il dottor Alfredo Paolella, membro della Commissione Nazionale per la Riforma Penitenziaria e collaboratore del magistrato Girolamo Tartaglione, ucciso soltanto il giorno prima dalle BR a Roma. È mercoledì, sono le 8:40 dell’11 ottobre e nel quartiere Vomero del capoluogo partenopeo il professor Paolella si sta recando a prelevare la propria vettura dalla rimessa Amos di via Carelli, a due passi dalla sua abitazione. Il commando è lì ad attenderlo a volto scoperto. La giovane bionda in jeans e camicia che poco prima aveva chiesto un cambio dell’olio per la sua Bianchina, estrae una pistola e spara due colpi contro il soffitto per intimidire i dipendenti dell’autorimessa che vengono invitati a farsi da parte e ad entrare subito nel box. Si fanno avanti due uomini, uno dei quali si avvicina rapidamente al professore che nel frattempo si sta accingendo a entrare in auto. Paolella viene afferrato brutalmente per la nuca e scaraventato col viso contro una colonna di cemento. I colpi di pistola rimbombano assordanti nel garage. Meno di due ore dopo, una telefonata al quotidiano Il Mattino rivendica il primo omicidio politico di Prima Linea con un’azione criminale che porta la lotta armata ad uccidere anche al Sud.

Ma perché Paolella? Perché proprio lui per quell’evento così significativo come la prima condanna a morte pubblicamente firmata dall’organizzazione? Una singolare risposta a questo interrogativo giunge nel 1982, proprio durante le ultime settimane di latitanza di Susanna Ronconi. A parlare è Alfredo Bonavita, ex militante e co-fondatore delle BR. Arrestato nel 1974 e divenuto collaboratore di giustizia dal 1981, Bonavita si definisce un «dissidente politico».

Secondo l’ex brigatista, il commando di PL che agì in quell’autorimessa fino a qualche giorno prima dell’agguato ignorava finanche l’esistenza del docente napoletano e quel delitto sarebbe stato un «furto» ai danni di una sigla concorrente, sia pur alleata e politicamente affine. Stando alle dichiarazioni del «dissidente», un agguato nei confronti di Paolella sarebbe stato ideato in origine dalle Formazioni Comuniste Combattenti e alcuni militanti di PL dopo aver scoperto il piano lo avrebbero anticipato per acquisire maggior prestigio facendo così confluire un maggior numero di militanti dalla propria parte. [5]

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Marco Donat Cattin

È noto che tra le due organizzazioni vi era stata una stretta collaborazione fino al punto di vivere l’esperienza di un «comando unificato» tra la fine del 1977 e i primi mesi del 1978, rivendicando in un’unica sigla (PL-FCC) diverse azioni, soprattutto ferimenti ai danni di forze dell’ordine. Poco dopo l’omicidio Paolella e la rivendicazione di Prima linea, le Formazioni Comuniste Combattenti firmano con la sola sigla «FCC» l’omicidio del magistrato Fedele Calvosa. Il sodalizio sembra dunque finito. Nel 1985 davanti ai giudici della Corte d’Assise napoletana, a toccare l’argomento è proprio uno dei componenti principali di Prima Linea: Marco Donat Cattin. Il «figlio ribelle» dell’ex ministro democristiano, dissociatosi dal terrorismo dopo l’arresto, è accusato di concorso morale per l’omicidio Paolella e oltre a esporre alla corte la propria estraneità ai fatti, accenna anche alla stessa questione sollevata tempo prima dal Bonavita, parlando del criminologo partenopeo come di un «obiettivo sottratto» da Prima Linea alle FCC, provocando il disappunto di quest’ultima formazione. [6]
Per questo delitto, Donat Cattin viene assolto e assieme a lui anche Bruno Russo Palombi, Paolo Ceriani Sebregondi e Sergio Segio, con quest’ultimo finito in manette meno di tre mesi dopo l’arresto della sua fidanzata che invece, riconosciuta come membro attivo del commando, è condannata per il delitto Paolella. Diciassette anni di reclusione sono la pena per quell’agguato nell’autorimessa grazie ai benefici della dissociazione alla quale la Ronconi, come del resto anche Segio, ha fatto ricorso nel 1983, anno in cui la coppia si è unita in matrimonio nel carcere delle Murate di Firenze.

Anche altre condanne si affievoliscono per i due coniugi. Lo spaventoso reato di strage indicato dall’accusa per l’eclatante evasione non viene riconosciuto e quelle raffiche di mitra contro gli agenti di custodia per la corte non costituiscono tentato omicidio. [7] Ammessa al lavoro esterno all’inizio degli anni Novanta presso un’associazione impegnata nel sociale, la Ronconi finisce di scontare la sua pena (ridotta) già nel 1998, per poi divenire protagonista di un’aspra polemica quando nel 2006 il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, la nomina membro della Consulta nazionale delle tossicodipendenze, incarico al quale l’ex terrorista rinuncia a seguito delle pesanti critiche. Sergio Segio, che ha alle spalle una storia criminale nella quale spiccano fatti di sangue come gli omicidi dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, vede commutata la sua pena dall’ergastolo a trent’anni anni. Ne sconta ventidue. Attualmente è scrittore e collabora con organizzazioni umanitarie. Dal suo romanzo «Miccia corta», nel 2009 è stato tratto il film «La prima linea» con Riccardo Scamarcio nel ruolo di Segio e Giovanna Mezzogiorno nei panni della Ronconi.

FONTI:

[1] Pietro Calogero, Carlo Fumian, Michele Sartori, Terrore Rosso, dall’autonomia al partito armato, Laterza, Bari-Roma 2015

[2] Nucleo Comunista: «Siamo stati noi», La Stampa, anno 116, n.4, 6 gennaio 1982, p.7

[3] Silvano Costanzo, Susanna Ronconi è rimasta ferita fuggendo dal carcere di Rovigo. Costruiti gli identikit del commando? Stampa Sera, anno 116, n.4, 5 gennaio 1982, p.11

[4] Giuliano Marchesini, Susanna Ronconi: «L’evasione non era solo una fuga d’amore», La Stampa, anno 119, n.237, 26 ottobre 1985, p.6

[5] Guido Rampoldi, Prima Linea assassinò Paolella senza quasi sapere chi fosse, La Stampa, anno 116, numero 222, 14 ottobre 1982, pag. 7

[6] Marco Donat-Cattin: anche le FCC erano pronte a uccidere Paolella, La Stampa, anno 119, n.10, 29 maggio 1985, p.6

[7] Evasione da Rovigo, pene per due secoli, La Repubblica, 12 dicembre 1985

«Punte, mezze punte, puntine da disegno». L’immaginifico stile di Nicolò Carosio

fr-carosioNicolò Carosio (5 marzo 1907, 27 settembre 1984) è stato giornalista e radiocronista, per oltre trent’anni voce narrante delle imprese, e delle disfatte, della nazionale italiana di calcio. Padre genovese, funzionario di dogana, madre inglese, si laurea in giurisprudenza a Venezia.

– Inizialmente impiegato presso la Shell, si allena fin da giovane nell’arte della radiocronaca commentando partitelle nei dintorni di Venezia.

– Nel 1932, la buona occasione: Carosio scrive all’EIAR, l’Ente italiano audizioni radiofoniche, ottenendo un provino per un posto di radiocronista. Convocato a Torino, gli viene richiesto di improvvisare un «derby» tra Toro e Juve; lo fanno continuare fino a un immaginario 5 a 5, per poi fargli firmare un contratto di collaborazione. Carosio inizia ufficialmente la sua carriera di radiocronista a 25 anni, debuttando in occasione di un incontro tra Italia e Germania disputatosi a Bologna nel ’33. [1]

– La carriera di Cariosio si sviluppa veloce: radiocronista per l’emittente di Stato in occasione delle prime due vittoriose spedizioni mondiali dell’Italia, quelle del 1934 e del 1938, rende popolari termini come «traversone» (al posto di «cross»), «calcio d’angolo» (al posto di «corner») e soprattutto «rete» (al posto di «gol»): il «quasi rete» è un altro dei suoi marchi di fabbrica. [2]

Carosio racconta l’evento sportivo con uno stile tipicamente britannico: parco di termini ridondanti, non lesina però stilettate quando il gioco non lo soddisfa: «punte, mezze punte, puntine da disegno», si lascia scappare una volta all’indirizzo di giocatori dall’indefinibile collocazione tattica. [3]

– Pur amando i calciatori tecnici, apprezza soprattutto lo spirito gladiatorio: «poche storie e alzarsi» (dedicato a Rivera), «tagliarsi i capelli, così il pallone non lo vedi» (dedicato a Gigi Meroni), «Mariolino, meno veroniche e più sostanza» (riferito a Mario Corso). [4]

– Per lunghi anni gli viene attribuito un insulto razzista rivolto a Seyoum Tarekegn, guardalinee etiope che faceva parte della terna arbitrale durante il match tra Italia e Israele a Mexico ’70: al gran gol di testa di Riva, Tarekegn aveva segnalato un dubbio fuorigioco. A danno di Carosio si diffonde ben presto una voce, avallata anche dal quotidiano torinese La Stampa, secondo la quale l’esperto telecronista avrebbe definito «negraccio» il guardalinee etiope durante la diretta della partita: da qui la scelta della Rai di silurarlo. [5]

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Dopo molti anni, Carosio ottiene giustizia grazie a «Sport in tv», libro scritto da Massimo De Luca e Pino Frisoli, uscito nel 2010.

–  Carosio non diede mai del «negraccio» al guardalinee etiope: durante l’incontro Italia-Israele, a Mexico 70,  se la prende soprattutto con l’arbitro brasiliano De Moraes che non fischia molti falli evidenti ai danni degli italiani: «E’ inaudito, l’arbitro lascia ancora correre…», «finalmente l’ineffabile signor Moraes (senza il “De”, ndr) si accorge di un fallo a nostro danno». [6]

Poche le frasi di Carosio indirizzate al guardalinee etiope: quando un attaccante israeliano si presenta solo davanti ad Albertosi, Carosio parla di «fuorigioco netto lasciato correre dall’etiope». Qualche minuto dopo, per un’altra decisione del guardalinee, in favore dell’Italia, Carosio afferma: «l’etiope ha sbandierato». In occasione del gol annullato a Riva nel secondo tempo, Carosio commenta con un «siamo proprio sfortunati, a parer nostro non è fuorigioco e Riva aveva segnato regolarmente al 29. Indubbiamente ci sia consentito di parlare di sfortuna che perseguita gli azzurri». [7]

Non è quindi vero che l’ultima telecronaca Rai di Carosio sia stata Italia-Israele a Mexico 70: viceversa «continuerà a lavorare per la Tv pubblica per tutto il 1971, fino alla regolare conclusione del suo contratto di collaborazione con la Rai. Carosio non era un dipendente Rai, ma solo un collaboratore. Italia-Israele non è stata la sua ultima telecronaca dell’Italia: infatti la pr220px-niccolocarosioima partita della Nazionale dopo i Mondiali, l’amichevole Svizzera-Italia del 17 ottobre 1970, passata alla storia anche per il bellissimo gol di Sandro Mazzola, è proprio di Carosio, che alternandosi ancora con Martellini, telecronista della successiva Austria-Italia, farà anche Italia-Irlanda dell’8 dicembre 1970 per la qualificazione agli Europei. Sempre per la Nazionale Carosio farà anche Italia-Svezia del 9 ottobre 1971 per gli italiani del Nord America, come ricorda proprio Martellini all’inizio della telecronaca per l’Italia. Carosio, oltre ad alternarsi con Martellini nelle telecronache di Serie A e delle coppe europee, viene anche mandato dalla Rai a Wembley per la finale di Coppa dei Campioni Ajax-Panathinaikos del 2 giugno 1971, trasmessa in differita sul Nazionale il 3 giugno alle 14.00 e la sera dello stesso giorno era in diretta per Leeds-Juventus, finale di ritorno di Coppa delle Fiere trasmessa in diretta alle 20.30 sul Secondo causando lo spostamento di Rischiatutto sul Programma Nazionale, come si chiamava all’epoca l’odierna Rai Uno. Carosio con la Rai finisce il 15 dicembre 1971 con la partita amichevole Lega Belgio-Lega Italia giocata a Charleroi e finita 2-1 per i padroni di casa» [8]

L’alternanza con l’emergente Martellini. «Nando Martellini già si alternava da qualche anno con Carosio nelle telecronache dell’Italia. […] Per la regola dell’alternanza Italia-Germania Ovest sarebbe toccata a Carosio. La notizia che la semifinale Italia-Germania Ovest sarebbe stata affidata a Martellini e non a Carosio viene resa pubblica dalla Rai martedì 16 giugno 1970, a 24 ore dalla partita, da Giorgio Boriani, direttore dei servizi sportivi della Tv, interpellato telefonicamente da Gian Paolo Cresci, capo ufficio stampa della Rai, nel corso di una conferenza stampa con i giornalisti riuniti in viale Mazzini per un primo bilancio sulle trasmissioni dei Mondiali di calcio. Lo scrive, tra gli altri, il Corriere d’informazione, quotidiano milanese del pomeriggio, nello stesso giorno a pagina 6 titolando “Sarà Nando Martellini, non Carosio, a trasmettere Italia-Germania”» [9]

La Stampa diffonde la bufala su Carosio. «Pochi giorni dopo “La Stampa” del 20 giugno 1970, a pagina 20, in un breve articolo a firma P.B. (Paolo Bertoldi inviato in Messico) parla di “disavventura” televisiva perchè Carosio avrebbe definito “negraccio” il guardalinee etiope che aveva annullato il gol di Riva e per questo non avrebbe più commentato le telecronache dell’Italia ai Mondiali. E’ ormai accertato che Carosio in realtà non diede mai del “negraccio” al guardalinee etiope e si limitò solo, nel primo tempo, a rilevare gli sbandieramenti di Tarekegn contro i giocatori italiani. Niente di particolare, semplici rilievi tecnici e non certo offese razziste. Da notare che Paolo Bertoldi, trovandosi in Messico, non poteva avere ascoltato la telecronaca Rai. Carosio, come scrivono tutti i giornali dell’epoca, avrebbe invece commentato l’altra semifinale Brasile-Uruguay. Per la finale, la Rai decide di confermare Martellini, mentre Carosio commenta la finale per il terzo posto Germania Ovest-Uruguay. Solo al rientro in Italia si sparge la voce dell’insoddisfazione di Carosio, che avrebbe manifestato il desiderio di dimettersi con un anno di anticipo sulla scadenza del suo contratto a termine che si sarebbe risolto a fine 1971» [10]

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                     Carosio poco prima della morte

Qualcosa, però, accadde alla radio, ma Carosio non c’entra niente: un ingegnere etiope residente a Roma, Laiketsion Petros, scrive al quotidiano Il Messaggero una lettera pubblicata con il titolo: «Una frase di pessimo gusto» [11]

– «Sono rimasto molto sorpreso — scrive l’ingegnere — nel sentire alla radio i commenti sia del radiocronista che di altre persone relativi al guardalinee etiopico Tarekegn, dopo la cronaca della partita Italia-Israele. La frase che più mi ha colpito è stata quella, più volte ripetuta: “Il Negus si è vendicato”. A parte il fatto che il Negus si è già vendicato, perdonando e dimenticando il passato, e oggi Italiani ed Etiopici vivono sia in Italia che in Etiopia nella migliore delle armonie, sia nel lavoro che nello sport, ritengo che questa frase detta a 20 milioni circa di radioascoltatori, sia veramente di pessimo gusto e del tutto priva di qualsiasi fondamento» [12]

Un’altra lettera di protesta, firmata da Carmelo Bene, viene pubblicata su l’Unità con il titolo «La vendetta del Negus». Anche in questo caso si parla di una frase sentita alla radio nel dopo partita. A pronunciarla è Antonio Ghirelli, all’epoca direttore del Corriere dello Sport, che intervistato da Mario Gismondi dice proprio: «è stata la vendetta del Negus». Passa invece inosservato il commento finale di Eugenio Danese, decano dei giornalisti sportivi italiani e inventore tra l’altro dell’espressione «zona Cesarini». Danese, a proposito del gol annullato a Riva, dice:«Non vogliamo essere cattivi, ma il guardalinee era etiope, cioè africano». Un commento che oggi probabilmente desterebbe molte polemiche. [13]

FONTI:

[1], [2], [3], [4] «Nicolò Carosio, il primo cantore del football», Storiedicalcio.altervista.org

[5], [6], [7], [8], [9], [10], [11], [12], [13] «Sport in tv», Massimo De Luca e Pino Frisoli, Rai-Eri, 2010 e Nicolò Carosio: la verità definitiva su cosa accadde dopo la telecronaca di Italia-Israele nel 1970, «La tv per sport», PinoFrisoli.blogspot.it

Gli esordi di Gianni Agnelli in FIAT. Breve storia politica dell’Alfasud

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 Stabilimento Alfasud, Pomigliano d’Arco

– La sfida della Alfasud contro una FIAT presa in mano da Gianni Agnelli solo nell’ultima parte degli anni Sessanta rappresenta una delle pagine di maggiore importanza nella storia dell’industria automobilistica italiana. La scommessa? Rendere finalmente competitivo e industrializzato il Sud. [1]

Agnelli era stato accolto bene dall’establishment FIAT per il nome che portava e le doti personali: comandava senza fatica e anzi otteneva quello che voleva senza bisogno di comandare. Fu però ben presto informato che l’Alfa Romeo, ormai da anni industria di Stato, piccola rispetto alla FIAT, e malata, sempre guardata dall’alto in basso, avrebbe creato un grande stabilimento presso Napoli, producendo automobili a prezzo contenuto, di quelle definite «utilitarie», o comunque medio-piccole, adatte a invadere il mercato che proprio la FIAT aveva sempre considerato il suo. L’Alfa Romeo avrebbe quindi invaso quel mercato sfoggiando sul radiatore un simbolo famoso reso celebre da tante corse e da tante vittorie: uno stemma che molti automobilisti italiani sognavano senza mai raggiungerlo per questioni di prezzo. [2]

– Alla notizia, sentimenti diversi agitarono l’establishment torinese. Vi erano preoccupazioni commerciali, in una fascia di mercato di fondamentale importanza per la FIAT: preoccupazioni gravi, ma pur sempre temperate dallo spirito di corpo prevalente in FIAT, dall’orgoglio aziendale, dalla certezza che comunque a Torino si era più bravi nella produzione di quel tipo di vetture. C’era la certezza che non sarebbe stato difficile battere una industria di Stato, uno stabilimento napoletano per giunta. [3]

– La FIAT si era creata negli anni la fama di potentato imbattibile: si diceva che la sua volontà fosse legge, che Torino comandasse e Roma obbedisse e si affermava che essa dettava le proprie condizioni ai compratori, ai concessionari, ai fornitori e pure ai ministri. Per questa sua potenza non era amata, ma temuta. Adesso l’annuncio di Alfasud era un affronto, uno schiaffo all’orgoglio aziendale, una dimostrazione che si potevano ignorare i desideri della vecchia signora. [4]

– Come difendersi? Che cosa avrebbe fatto Gianni Agnelli, il giovane ed elegante signore, per vendicare l’offesa? Non era per caso, con tutta la sua annoiata signorilità, privo di grinta? E se ci fosse stato Vittorio Valletta? Molti lo pensavano anche se pochi avevano il coraggio di dirlo: se ci fosse stato ancora Valletta, non sarebbe successo. [5]

Agnelli si rendeva conto di tutte queste apprensioni, di questi sentimenti e sospetti, e decise di fare quello che meno gli garbava: impegnarsi nella lotta. Gli sarebbe piaciuto con ogni probabilità alzare le spalle all’annuncio che si sarebbe fatta l’Alfasud, pronunciare uno dei tanti giudizi taglienti, sarcastici o irrisori che gli venivano spontanei alle labbra, e partire per un campo di neve per non pensare più alla faccenda. Accettò invece la sfida: decise di impegnarsi perché non si facesse l’Alfasud, ben sapendo che se avesse perso non avrebbe più potuto ostentare superiorità e indifferenza, dando a tutta l’Italia la conferma che la FIAT potesse essere sfidata e, peggio, sconfitta. [6]

– Vi fu a Torino un periodo di affannose riunioni, che cominciavano la mattina e si protraevano fino a notte avanzata per preparare conteggi e proiezioni sul prevedibile sviluppo del mercato automobilistico in Italia e nel mondo, per mettere insieme una documentazione capace di convincere gli organismi governativi dell’inopportunità di produrre un maggior numero di auto: «Sentite», questo era il tenore del discorso, «noi di automobili ce ne intendiamo, ci passiamo la vita; credete a noi, non se ne potranno vendere sempre di più all’infinito; questo mercato ha un limite, non vi conviene varcarlo». Un discorso che sembrava dettato da un complesso di superiorità. Si studiarono anche proposte di collaborazione da presentare all’Alfa Romeo, quella stessa società verso la quale si ostentava, fino a un istante prima, altezzosa indifferenza, perché così piccola di dimensioni, così antieconomica, così statale.[7]

– Neppure all’Alfa Romeo la battaglia dell’Alfasud era vissuta come una vicenda puramente industriale. Era anche una sfida passionale, che coinvolgeva l’orgoglio, l’amor proprio, la suscettibilità dell’establishment di un’altra casa famosa, quella appunto dell’Alfa. Vi lavoravano, come in tante altre industrie dello Stato, persone di prim’ordine, tecnici provetti, dirigenti che amavano il proprio lavoro, uomini impegnati nella loro battaglia, che consisteva nel ridare vita a un’industria di antiche tradizioni e di gloria mondiale. Giuseppe Luraghi, il presidente, aveva preso in mano l’Alfa dopo un periodo alla Finmeccanica e vi si era dedicato anima e corpo, trovando la sua ragione di vita: non per sete di guadagno, non per ambizioni di carriera, ma per un bellissimo gioco fine a sé stesso, quello di guidare un gruppo di uomini che avrebbero ideato nuovi modelli, conquistato mercati, e ricondotto la società al profitto cioè al successo. [8]

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Luraghi aveva fatto due «en plein», prima con la Giulietta, poi con la Giulia: due modelli che avevano avuto successo, che avevano invaso le strade italiane (e non solo) e che lui amava quasi fisicamente. Bastava sentire i suoi commenti quando viaggiava su una di esse: «Senti come sono dolci, senti come sono morbide», diceva, e la voce di vecchio ingegnere lombardo prendeva una tonalità più sottile e più tenera. Era proprio convinto che si trattasse di grandi macchine: c’era un modello che gli piaceva in modo particolare, si chiamava “Duetto”, e già il nome sembrava una dichiarazione d’amore. [9]

– Ma esisteva la FIAT, tanto più grande, tanto più forte, e alteramente ignara dell’esistenza dell’Alfa, come dimostrava il fatto che produceva vetture di tutte le dimensioni, piccole e utilitarie, e sta bene, erano la sua specialità, ma anche medie e grandi, di rappresentanza, insomma tali da occupare quella fascia di mercato che l’Alfa Romeo avrebbe voluto per sé. [10]

– Ogni tentativo di accordo, diceva Luraghi, era fallito: pareva che non fosse neanche preso in considerazione. All’Alfa Romeo erano animosi verso la FIAT, a cominciare da Luraghi. [11]

– Dicevano alla FIAT: «Accordi? Non sapete che cosa è la concorrenza. Noi dobbiamo reggere alla concorrenza degli altri grandi del mercato internazionale, siamo grandi anche noi, non possiamo legarci le mani perché voi siete piccoli». Concorrenza? Benissimo, si rispose all’Alfa Romeo: entriamo nel gioco della concorrenza anche noi, allora. Facciamo Alfasud per insidiarvi nella vostra stessa fascia di mercato. Lo facciamo coi fondi di dotazione? Cioè col denaro dello Stato? E’ vero, ma dove dobbiamo prenderlo? Dobbiamo forse rassegnarci a morire per fare un favore ad Agnelli? La FIAT accusava l’Alfa di non rispettare le regole del gioco perché era industria di Stato e giocava con le carte truccate: quando perdeva denaro non falliva, perché si faceva aiutare dallo Stato. Ma all’Alfa si rispondeva: forse che anche la FIAT non ha truccato le carte, non ha avuto aiuti dallo Stato, sotto forma di accordi e commesse? [12]

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– Il dibattito poteva continuare all’infinito: intanto avanzavano i preparativi di Alfasud, ormai le offerte della FIAT per accordi di collaborazione venivano troppo tardi, le decisioni erano state prese. Alla fine Alfasud si fece. [13]

– Il progetto di produrre auto di dimensioni medio-piccole nell’Italia meridionale risaliva agli anni Cinquanta, ma fu di fatto reso operativo soltanto agli inizi dei Settanta. Uno dei motivi che spinse Luraghi a realizzare l’Alfasud fu quello di limitare la disoccupazione nel Mezzogiorno d’Italia e quindi il massiccio esodo di migranti verso il Nord. La realizzazione dello stabilimento fu ultimata in tempi relativamente rapidi: a partire dal 1967 fu progettata sia la fabbrica che il nuovo modello di auto, cioè l’Alfasud, tutto sotto la direzione dell’ingegner Rudolf Hruska: la Alfasud spa fu resa formalmente autonoma dalla «Alfanord» di Arese. L’approvazione definitiva del progetto del nuovo stabilimento avvenne nel gennaio 1968, prevedendo l’inizio della produzione nel gennaio 1972. La posa della prima pietra del nuovo stabilimento avvenne il 28 aprile 1968, alla presenza del presidente del consiglio Aldo Moro. Nonostante le agitazioni sindacali, la produzione slittò di soli tre mesi, iniziando nell’aprile 1972.

– L’Alfasud fu la prima auto Alfaromeo a trazione anteriore e venne presentata al salone dell’automobile di Torino del 1971: si trattava di un’auto «compatta» a due volume con coda «fastback». Il portellone venne aggiunto soltanto nell’ultima parte di produzione a partire dai primi anni Ottanta. L’Alfasud ebbe, tutto sommato, dei buoni riscontri di vendite: furono infatti venduti oltre 640 mila esemplari della prima serie (1972-80).

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Rudolf Hruska: «Il prodotto Alfasud doveva essere “aggiuntivo” alla gamma AlfaRomeo.
Era necessario predisporre un “cahier de charge”, cosa che ho fatto in un piccolo ufficio vicino all’Alfa. Si stava in posti riservati perché erano già in giro dei giornalisti. Si doveva progettare e mettere in serie una nuova vettura e anche costruire ex-novo la fabbrica che l’avrebbe prodotta. Era necessario eseguire un pre-studio che doveva contemplare gli investimenti globali il costo della vettura, il sistema organizzativo, il personale necessario, le tempificazioni.
Il dott. Luraghi non poteva fornire il personale poiché le risorse Alfa erano impegnate per lo stabilimento di Arese, che era allora in fase di completamento. Una prima risposta al problema venne da ex-personale Simca che in quel periodo era stata venduta dalla Fiat alla Chrysler: si trattava di 28 persone, quasi tutte italiane, molto esperte in personale, organizzazione, tecnologie, impiantistica e amministrazione. Fu così che si iniziò lo studio della parte meccanica della vettura. A metà gennaio 1968 è stata fatta la prima presentazione al management Finmeccanica. Furono predisposti un modello in gesso della vettura (a 4 porte), un modello di abitabilità, un espanso della giardinetta e tutta la documentazione necessaria nella quale si indicava in 300 miliardi di lire l’investimento totale, 60 dei quali erano previsti per il prodotto (progetto, prototipi, messa a punto ecc.). Il piano prevedeva l’inizio della produzione al primo gennaio 1972. Erano quindi disponibili 4 anni per creare il prodotto e la fabbrica. In quindici giorni ricevemmo l’OK e si iniziò a lavorare attivamente. Desidero ora alla fine dire che andammo in produzione con tre mesi di ritardo perché avemmo quasi un milione di ore di scioperi in cantiere. Malgrado la diffusa opinione che la fabbrica e la macchina non sarebbero nate in quei tempi (molti erano convinti che non sarebbero mai nate!) e le difficoltà nei cantieri, si ritardò di soli tre mesi, mentre i consuntivi indicavano la rimanenza di 25 miliardi di lire rispetto al budget previsto. Debbo ricordare che gli anni ‘70 furono segnati da scioperi in tutta Italia. Moltissime furono le fermate allo stabilimento, si lavorava a singhiozzo con conseguenze sulla qualità, non ultima la ruggine. Ricordo anche, di sfuggita, che in quegli anni fui accusato di spionaggio industriale. Adesso parliamo del prodotto. La vettura doveva essere un’utilitaria di lusso, una vettura a 5 posti con bagagliaio molto capiente. Si doveva trattare, naturalmente, di un’Alfa Romeo. Scontato che la vettura era a trazione anteriore, si voleva il motore in asse vettura per poter realizzare facilmente la versione a 4 ruote motrici (eravamo nel 1967!). Fu scartato il 4 cilindri in linea perché troppo lungo: il 4 cilindri a V ed il contrapposto erano abbastanza corti, e l’ultimo fu il preferito perché più basso e molto bilanciato. Fu così possibile realizzare una berlina piuttosto bassa con una buona visibilità anteriore» [14]

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Rudolf Hruska/2: «Un discorso particolare va fatto per le dimensioni del bagagliaio: a quell’epoca possedevo una valigia di grandi dimensioni che mi consentiva di stare in giro otto-dieci giorni. Sistemate due valigie nel simulacro dissi a Giugiaro di piazzarne altre due. Così è nata la parte terminale della vettura. Faccio notare che le quattro valigie non ci stanno su vetture moderne come la Thema e la 164 [Hruska rilascia queste dichiarazioni nel 1991, ndr] . La vettura doveva pesare a secco 800 kg. Abbiamo superato di circa 30 kg questo valore, in buona parte per causa di pneumatici e cerchi. La vettura era destinata a crescere di cilindrata e prestazioni e si decise di adottare, sin dall’inizio, pneumatici e cerchi adeguati, che pesavano circa 15 kg in più di quelli della 128 Fiat. Parliamo ora dello stabilimento: è interessante ricordare che non adoperammo cemento, ma strutture metalliche. I vantaggi stavano nel facile intervento se si desiderava cambiare e nella possibilità di prefabbricare le dette strutture. Ricordo che costruimmo i Reparti con altezza di due metri e mezzo superiore agli altri stabilimenti dell’epoca. Per quanto riguarda l’impianto idraulico esso assicurava il riscaldamento d’inverno ed un certo raffrescamento d’estate. Prima di scaricare definitivamente l’acqua utilizzata in stabilimento si effettuavano più ricicli e questo riduceva notevolmente i consumi. Tutto questo e altro è stato possibile anche per le conoscenze di quei 28 collaboratori venuti dalla Simca, che avevano una esperienza di trenta-quaranta anni in industrie similari. Avevamo definito in 50 ore il tempo di fabbricazione della vettura. Si puntava, dopo un adeguato periodo di addestramento delle persone del primo turno, ad arrivare a 45 ore per la cosiddetta vettura base o standard. Il costo corrispondente, o costo standard, è la base di partenza per tutti gli altri costi che vengono ottenuti aggiungendo i costi delle varianti delle vetture derivate, gli opzionali, ecc. Con mio dispiacere, per molto tempo tutto ciò non è stato apprezzato e solo oggi è stato espresso apprezzamento per questa fabbrica che è tuttora moderna. Non avevamo i robot, non li aveva nessuno, ma tutti i programmi sono stati raggiunti, siamo andati in produzione dopo 4 anni e costruimmo al tempo programmato le cento vetture di pre-serie. Gli italiani sono rapidissimi nell’apprendere ma bisogna seguirli fino in fondo; con i tedeschi si discute molto tempo prima di partire, poi, però, si può andare in vacanza. Questa è la differenza. Debbo citare, prima di finire, un episodio a causa di certi articoli apparsi sul giornale II Borghese. Non sopportando questa situazione andai a trovare il direttore della rivista, il senatore Tedeschi. Avemmo un colloquio di due ore e mezzo al termine del quale egli decise di non scrivere più contro l’Alfasud: impegno che mantenne. In seguito, disse a un comune amico di aver discusso con uno degli ultimi Asburgo. Sulla situazione Alfa di oggi ci sarebbe da discutere molto, ma voglio solo riferire quanto ha recentemente dichiarato il Direttore Generale dell’Audi, un nipote del Prof. Porsche. In un’intervista a un giornalista, ha definito l’Audi l’azienda nobile della Volkswagen e ha ammesso che, mentre dal punto di vista della qualità Audi e VW sono eguali, prestazioni e prodotto debbono essere differenti. Se non fosse così l’Audi sarebbe destinata a chiudere. A Torino non si è capito che per l’Alfa è la stessa cosa, ma la Ford, pare, l’aveva ben compreso» [15]

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Giuseppe Luraghi: «L’Alfasud doveva essere realizzata perché l’Alfa Romeo era arrivata a
una produzione ad Arese che, per gli ulteriori sviluppi richiesti dal mercato, richiedeva altri ingrandimenti con altra immigrazione di popolazione del Sud, che a Milano non poteva trovare i mezzi necessari per una vita civile. D’altra parte, noi avevamo una tradizionale attività a Napoli e un grande stabilimento, distrutto dalla guerra che aveva fatto motori d’aviazione. In tali stabilimenti parzialmente ricostruiti avevamo ripreso una produzione di autocarri e motori, che poteva costituire un nucleo di base anche per la preparazione dei tecnici e del personale da destinare a nuove iniziative. Per fortuna, la Fiat si è accorta molto tardi che quello dell’Alfasud era veramente un progetto serio, che noi dell’Alfa volevamo tutti realizzare. Dico per fortuna, perché dal momento in cui alla Fiat hanno cominciato a vedere che effettivamente le cose si facevano, l’atteggiamento cambiò violentemente; in proposito, è significativo l’atteggiamento del signor Gianni Agnelli il quale, ad una Commissione Parlamentare del 1969, (per fortuna Aldo Moro aveva già posato la prima pietra nel 1968, in una cerimonia ufficiale), presieduta da Giolitti, ha dichiarato cose, a mio avviso, non corrispondenti al vero. La prima affermazione era che, in quel momento, la produzione e la strumentazione italiana per fare automobili era largamente sufficiente per i successivi dieci anni. In quel momento, circolavano otto milioni di automobili, dieci anni dopo ne circolavano 16 milioni e poi 23 milioni nel giro di vent’anni, con un vertiginoso aumento di importazioni. La seconda era che non si poteva sviluppare l’industria automobilistica nel Sud per ragioni tecniche ed economiche.
Ebbene, esattamente tre mesi dopo che Agnelli aveva fatto queste dichiarazioni, l’ingegner Bono, vice-presidente Fiat, andò a dichiarare all’allora ministro della programmazione che la Fiat avrebbe costruito due stabilimenti proprio nel Sud. E adesso voi sapete che la Fiat dichiara che i suoi sviluppi sono tutti previsti nel mezzogiorno (naturalmente con l’aiuto dello Stato). Da quel momento, noi abbiamo avuto una quantità di difficoltà di carattere sindacale e politico, però siamo andati avanti, perché sapevamo che il nostro programma era onesto e adeguato alle nostre necessità ed a quelle del Paese. Prima della opposizione della Fiat, avevamo ottenuto il permesso del CIPE, del Ministero delle Partecipazioni, dell’IRI per fare questa fabbrica, però a Napoli non riuscivamo ad ottenere il permesso di realizzare il nuovo impianto nel nostro stesso terreno già predisposto. Ne dicevano di tutti i colori. Chi violentemente si opponeva diceva, per esempio, che non c’era la possibilità di realizzare i trasporti necessari: ciò mentre, figuratevi, da molti anni esisteva un raccordo ferroviario con la fabbrica, che funzionava; l’autostrada passava a circa due o tre chilometri; l’aeroporto era a un quarto d’ora di tempo. Moro aveva mostrato interesse per l’iniziativa: allora, sono andato dal presidente per sbloccare la situazione e gli ho raccontato cosa stava avvenendo. Moro mi disse che se ne sarebbe occupato. Qualche giorno dopo mi invitò ad andare con lui a Pomigliano perché doveva inaugurare un treno veloce sulla linea Roma-Napoli; io non potevo andarci e lo feci ricevere dal Direttore di allora della nostra fabbrica locale, che era al corrente di tutto. Moro andò a vedere il terreno, accompagnato dal prefetto (un uomo che io ricorderò sempre perché dimostrò di essere veramente coraggioso). Dopo aver visto il terreno, Moro domandò al prefetto: “Ma allora perché non viene dato questo permesso?” E la risposta fu: semplicemente perché ci sono dei grossi politici locali, i quali hanno ottenuto un’opzione su altri terreni, che intendono vendere all’Alfa Romeo con relativo beneficio. Moro ha dimostrato di essere molto diverso da quello che io in quel momento credevo; dopo pochi giorni arrivò il permesso per costruire la fabbrica e alla posa della prima pietra, fatta dallo stesso Moro, erano gioiosamente presenti anche tutti coloro che l’avevano ostacolata. Sapete che io sono stato cacciato dall’Alfa Romeo, (non è che me ne sono andato, sono stato cacciato) perché mentre stavamo rodando, fra molte difficoltà anche sindacali (comprese minacce camorristiche) l’Alfasud, ad un certo momento arrivò un tassativo ordine dell’onorevole
Gullotti, allora Ministro delle Partecipazioni Statali, e dall’obbedientissimo presidente dell’IRI, prof. Petrilli, che fece una proposta inaccettabile: voi dovete fare un’altra fabbrica automobilistica ad Avellino. A chiaro vantaggio di De Mita. La fabbrica ad Avellino era assolutamente impossibile da fare perché richiedeva una spesa di molte centinaia di miliardi, che sarebbero stati buttati via. Avrebbe anche danneggiato l’inizio dell’attività dell’Alfasud, e tutto ciò per favorire la base elettoralistica di un politico. Tutti noi dell’Alfa Romeo ci opponemmo, io in testa, come massimo responsabile. La fabbrica, allora, non si fece, però, dopo alcuni anni, hanno fatto quella inspiegabile combinazione Alfa-Nissan che, naturalmente, ebbe vita breve. Il popolo italiano paga e sta zitto. Questo tipo di abusi, secondo me, sono anche peggiori delle vergognose bustarelle, perché rovinano strutture delicate» [16]

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FONTI:

Dalla nota [1] alla [13]: Piero Ottone, Il gioco dei potenti, Longanesi, Milano, 1985

Dalla nota [14] alla [16]: La nascita dell’Alfasud, Conferenza di Rudolf Hruska e Domenico Chirico. Intervento di Giuseppe Luraghi, Milano, 13 giugno 1991

Corna e scandali di un presidente napoletano. Signore e signori, Giovanni Leone

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Giovanni Leone

Giovanni Leone nasce a Napoli nel 1908. Figlio di uno dei fondatori del Partito popolare è giovanissimo docente di procedura penale: principe del foro, è stato iscritto al partito fascista e poi alla Dc a partire dalla metà degli anni Quaranta. Deputato fin dalla Costituente, Presidente della Camera, due volte Presidente del Consiglio, Leone passa per uomo super partes: una caratteristica che rivendicherà fin dal primo giorno al Quirinale.

– Leone esibisce una folcloristica napoletanità: scongiuri e «corna» si alternano in un crescendo che lascia sbigottiti vicini e testimoni. Cronache e pettegolezzi riferiscono di tarantelle e cantate di «O’ Sole mio» anche a latere di occasioni ufficiali. Tifoso del Napoli, si lascia andare a intemperanze allo stadio. A tutto questo aggiunge una inflessione dialettale che ne fa inevitabile bersaglio di caricature e sfottò. Gaffeur di professione, catalizza la morbosa curiosità dei cronisti dell’epoca anche a causa di «Donna Vittoria», la giovane moglie. La Dc non lo difende.

– Quando c’è da eleggere il successore di Giuseppe Saragat al Quirinale, la Dc individua inizialmente in Amintore Fanfani un candidato teoricamente capace di ottenere l’appoggio dei partiti centristi e, si pensa, del Pci. «Il Rieccolo», come lo chiama Montanelli, passa ancora per progressista anche se ha appena perso la battaglia per l’abolizione del divorzio. Proprio in quelle settimane di fine 1971 il settimanale Panorama, già attivo in inchieste giornalistiche su «trame nere» e «strategia della tensione», scrive che Fanfani è il candidato di un fantomatico gruppo cattolico denominato «Cinque per cinque»; un centro di interessi capace di egemonizzare la Fondazione Agnelli e di essere il punto di riferimento di Eugenio Cefis, presidente della Montedison, e di alti gradi delle forze armate. Il Pci, dal canto proprio, non aveva mai nascosto una certa diffidenza verso Fanfani presentato, per i suoi modi autoritari inversamente proporzionali all’altezza, come un «micro De Gaulle» [1]

– In realtà Fanfani non ha l’appoggio neppure dell’intera Dc. Pur essendo il candidato ufficiale del partito, già al primo scrutinio del 9 dicembre 1971 mancano all’appello una quarantina di voti: sono quelli dei cosiddetti «franchi tiratori». Quando dopo diverse fumate nere monarchici e missini iniziano a far balenare una possibile convergenza su Fanfani, la Dc ricorda che il leader aretino ha accettato la candidatura richiamandosi ai valori della Resistenza.

«Nano maledetto/ non sarai mai eletto». Con frasi simili, alternate al più classico «Fanfascista», scritte nelle schede di voto per l’elezione del Presidente della Repubblica, viene di fatto meno la candidatura di Fanfani alla più alta carica dello Stato

– In parlamento la sinistra parlamentare (Psi, Pci poi Psiup) vota per il socialista De Martino. Per superare lo stallo la Dc decide di accantonare la candidatura Fanfani: il 21 dicembre, all’interno di un «conclave», la Dc designa Giovanni Leone (che prevale per un soffio su Aldo Moro) candidato alla Presidenza della Repubblica. E’ il trionfo della linea di Andreotti. Leone viene eletto al ventitreesimo scrutinio con i voti determinanti del Msi che, secondo alcuni, è «entrato discriminato, è uscito determinante».

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Leone, discorso di insediamento, tra Pertini e Fanfani

– Quando Leone si presenta alle Camere per l’insediamento, Pajetta scaraventa una manciata di monete addosso a  Giorgio La Malfa, antifascista ma elettore di un presidente votato dai fascisti

– Leone definisce fin da subito sé stesso «notaio» delle scelte di parlamento e governo. Non è amato dal popolo, pur riproducendone tic e superstizioni, e non fa niente per farsi amare.

– Settembre 1973, golpe militare in Cile. Il segretario del Pci Berlinguer trae occasione dalla cruenta fine del governo Allende per proporre alla Dc un «compromesso storico» che garantisca le istituzioni democratiche: il Pci, dice, potrebbe proseguire quella «via italiana al socialismo» già promessa da Togliatti trent’anni prima. La nuova sinistra vede invece negli eventi cileni la conferma di una borghesia incapace di accettare una affermazione del socialismo per via legale.

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Le corna presidenziali

– A un acutizzarsi della già grave crisi economica si unisce il propagarsi di una improvvisa epidemia di colera nel Sud: si tratta di zone ad amministrazione democristiana, soprattutto Napoli. Si diffondono voci secondo le quali lo stesso presidente Leone avrebbe fatto gli scongiuri visitando gli ospedali napoletani.

Giulio Andreotti: «Le prime censure a Leone avvennero per la constatata abitudine, tutta napoletana, di scongiurare il malocchio facendo ostentatamente le corna con la mano destra» [2]

– Durante una commemorazione di Giuseppe Mazzini, poco prima di entrare nella sala, davanti a numerosi giornalisti e altre personalità, Leone prende per il braccio Andreotti e gli sussurra: «Ho sentito dire che Mazzini porta jella. Tié!», facendo il gesto delle corna.

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Leone contestato risponde con le corna, Pisa 1975

– A partire dal 1975, Leone viene fatto oggetto di una violentissima campagna stampa, orchestrata da L’Espresso e Camilla Cederna e dai radicali di Marco Pannella. Le accuse vanno dallo scandalo Lockheed, tangenti per l’acquisto di aerei americani, alla vita privata della famiglia Leone e della first lady Vittoria fino alle accuse di nepotismo: il tutto sfocia nella pubblicazione del libro «Giovanni Leone: la carriera di un presidente» firmato dalla Cederna che poi sarà condannata per diffamazione.

– Il 14 giugno 1978 la direzione del PCI decide di richiedere formalmente le dimissioni del Presidente della Repubblica. Quella sera Andreotti e Zaccagnini si recano da Leone per raccoglierne le dimissioni. Pare abbia congedato i due ospiti con la frase: «grazie, guagliò, così ora potrò guardarmi i mondiali di calcio in santa pace»

– Il 15 giugno del 1978 Giovanni Leone firma le dimissioni e lascia il Quirinale. Lo salutano in pochi. Leone se ne va a causa di una serie di attacchi della stampa e del partito radicale andati avanti per mesi. Negli anni successivi gran parte di quelle accuse si rivelerà infondata. Nel 1998 Pannella e Bonino chiederanno ufficialmente scusa. Leone muore nel 2001.

Camilla Cederna: «Leone va matto per tutti i piatti napoletani, pizza, parmigiana di melanzane, peperone imbottito, pastiera… Il cuoco del Quirinale ha fatto fatica a rimettersi dallo choc, dopo tutte le mousse e le gelatine che piacevano a Saragat» [3]

Camilla Cederna: «Leone è solo un pulcinella con le orecchie scollate» [4]

Il Male, settimanale satirico: «Ansa 767678… Roma, 15 giugno. Alle ore 21.00 il Presidente Leone ha ricevuto la servitù e tenuto un breve discorso. Il capo del cerimoniale del Quirinale lo ha informato che gli saranno addebitate le posate d’argento mancanti. Ansa 878767… Roma, 15 giugno. Alle ore 23,00 il Presidente Leone ha lasciato il Quirinale, scendendo di corsa la grande scala. Nella foga è inciampato nella cravatta cadendo. Trenta giorni di prognosi. Ansa 676562… Roma, 16 giugno. Ricevendo i giornalisti in un lussuoso albergo della capitale, la ex presidentessa donna Vittoria ha annunciato che chiederà divorzio per abbandono del tetto coniugale» [5]

Guido Quaranta: «Leone, presidente del consiglio, prende l’elicottero per visitare il disastro del Vajont. L’ultimo a salire a bordo è un noto fotografo. Leone si accorge che si tratta del passeggero numero diciassette. Non ce lo vuole. Quello lo supplica: ‘Preside’, tengo un pool di agenzie…’. E Leone: ‘Ma io tengo un pool di figli!’». [6]

– Il senatore a vita Leone, dopo il mandato presidenziale, viene chiamato a testimoniare presso la Commissione di inchiesta parlamentare sulla loggia P2: egli afferma di avere avvertito in varie occasioni nell’esercizio del mandato di Presidente della Repubblica una azione di condizionamento sulle cui origini non aveva notizie sicure, pur sospettando un coinvolgimento di ambienti vicini ai servizi segreti, rendendosi conto soltanto a posteriori della presenza intorno a lui di persone non completamente affidabili. [7]

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– «Un esempio di questo ambiguo rapporto che la loggia P2 intesse con il potere può essere individuato nella vicenda del presidente della repubblica Giovanni Leone, nel senso indicato dal commissario Petruccioli, quando ha rilevato come il Gelli che rivolge le sue blandizie al neoeletto presidente pervenendo a farsi da questi ricevere e il Gelli che si vanta con l’onorevole Craxi di poter condizionare la suprema magistratura della repubblica non solo non siano figure in contrasto tra loro ma possano in ipotesi essere considerati due concordanti aspetti di un identico modo di porsi di fronte al potere politico» [8]

– «C’è comunque ancora un fatto, nella storia della P2, che merita di essere ricordato: la guerra spietata che Licio Gelli condusse e fece condurre nei confronti del Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Le motivazioni di questa ostilità sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal Presidente Leone nei confronti del “Venerabile” della P2, che aveva tentato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione avvenuta nel 1971. Un altro motivo può essere costituito dal rifiuto opposto dal Presidente Leone, nella sua qualità di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, di intervenire a favore di Carmelo Spagnuolo, posto sotto inchiesta dopo l’episodio dell‘affidavit in favore di Sindona: e Spagnuolo ricopriva una posizione di alto prestigio nella P2. Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore dii “OP”, iscritto alla P2 ,e molto legato a Gelli almeno nel periodo cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del Presidente Leone. Campagna che ebbe delle notevoli ripercussioni politiche, anche perché fu proprio sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza di un suo libro contro il Presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica. […] Si può legittimamente supporre, da quanto precede, che Gelli volesse costringere il Presidente Leone alle dimissioni, puntando alla successiva elezione di un nuovo Capo dello Stato più ben disposto verso la massoneria e gli interessi politico-finanziari della P2 in particolare. In effetti, la bene orchestrata campagna contro Giovanni Leone, contribuì non poco alla cessazione anticipata del suo mandato presidenziale. Ma Gelli non aveva previsto che le correnti democristiane non avrebbero saputo trovare un candidato comune su cui puntare e che, di conseguenza, il successore di Leone sarebbe stato Sandro Pertini» [9]

 

La cerimonia delle cariatidi, tratta da Signore e signori, buonanotte, film “collettivo” del 1976, vede all’inaugurazione dell’Anno Pregiudiziario, i massimi rappresentanti dello Stato e della Chiesa tra cui il presidente Giovanni Leone: è alla fine della cerimonia che gli anziani presenti, guidati proprio dal Presidente napoletano, si scatenano in una tarantella sulle note di «Funiculì funiculà» 

FONTI:

[1] Giorgio Galli, Il partito armato, Kaos edizioni

[2] Giulio Andreotti, Visti da vicino. Terza serie. Personaggi e problemi del mondo contemporaneo, Milano, 1985, pagina 156

[3] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 16

[4] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[5] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[6] Angelo Olivieri, Sette anni di guai: i Presidenti della Repubblica nella satira 1946-1992, pagina 17

[7] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag.137

[8] Relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, pag. 150

[9] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, relazione di minoranza Giorgio Pisanò, pag.122

«Avete tutti il cervello poco sviluppato». Quella volta che Toni Negri insultò i brigatisti rischiando una coltellata

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Alcune note biografiche su Negri: «Negri Antonio (detto Tony), nato a Padova l’1.8.1933. Dal 1978 ha risieduto di fatto a Milano. Figlio di un insegnante di origine emiliana, deceduto a Padova nel 1936, è cresciuto con la madre e la sorella. Il fratello risulta essere deceduto in Jugoslavia nel 1943. Un’altra sorella morì pochi giorni dopo la nascita, a Padova, nel 1931. Nel 1961 contrasse matrimonio con Paola Meo, insegnante, con la quale ha avuto due figli. Si è laureato in lettere e filosofia a Padova nel 1956 presentando una tesi su un periodo storico tedesco. Risulta aver frequentato corsi di specializzazione in filosofia a Parigi e Tubinga. Conosce perfettamente il tedesco e il francese. Dal 1958 è libero docente di filosofia del diritto presso l’università di Padova e dal 1977 è direttore dell’Istituto di scienze politiche dello stesso Ateneo ove, prima di essere arrestato, insegnava dottrina dello Stato. Sembra abbia insegnato per un certo periodo alla Sorbona» [1]

Enrico Fenzi su Toni Negri: «Era molto nervoso e il caratteristico ghigno che gli storceva la bocca non faceva che accentuare la sua perenne concitazione. Non era facile parlargli perché non stava a sentire: interrompeva e partiva rapidamente per conto proprio» [2]

Alberto Franceschini, detenuto assieme ad altri Br nel carcere di Palmi: «Negri è l’unico qua dentro che sia davvero aggiornato e che riesce a orecchiare subito l’ultima teoria di moda all’estero. Questa è la base del potere che ha sui suoi» [3]

– Ancora Fenzi su Negri: «Sembrava sapere tutto di tutti. Per quanto ne potevo capire aveva sempre avuto informazioni dirette e continue, sapeva benissimo che cosa facevano o non facevano gli autonomi e sapeva da tempo di me, della mia appartenenza alle Br. Abbinava, con loquacità e malignità tutte venete, il gusto sfrenato del pettegolezzo accademico con quello del pettegolezzo politico e io lo stavo a sentire travolto e divertito» [4]

 

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Voci nel carcere di Palmi: «Ieri Negri è stato dodici ore col magistrato che l’interrogava! Che cosa gli avrà detto?». «La settimana scorsa si è fatto otto ore, per due giorni di fila… e ha fatto ormai migliaia di pagine di verbale» [5]

Negri: «Non avete capito nulla. Non sono io: sono loro!». Loro, cioè i brigatisti.

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Enrico Fenzi

Perché Negri era stato buttato nella fossa dei leoni, tra «i terroristi veri»? Poteva non essere una scelta meramente amministrativa quella che aveva messo insieme un gruppo come quello del «7 aprile», che si proclamava in toto innocente e che da questa innocenza partiva per una ricostruzione propria degli anni Settanta, e l’insieme più largo che raccoglieva militanti delle più grosse organizzazioni armate. Una provocazione verso gli uni e gli altri? Mettiamoli nei guai e vediamo che succede. Ma allora: chi come Negri organizzava una così grossa operazione di sganciamento non collaborava di fatto con il Ministero? [6]

I detenuti comuni che simpatizzavano per le Br già cominciavano a meravigliarsi di tanta tolleranza. Ci fu chi propose in perfetta buona fede: «Se vi fa troppi problemi dargli una coltellata, ci pensiamo noi più che volentieri» [7]

Negri rischiava sul serio, anche se abbastanza sventatamente sembrava non rendersene conto. Mancava tuttavia l’elemento decisivo, l’occasione che avrebbe potuto far precipitare di colpo la situazione.

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Curcio, Franceschini, Bertolazzi e Fenzi, insieme in un cameroncino a quattro posti. Franceschini torna dall’aria con una copia del quotidiano genovese «Il Lavoro». Lo butta sul tavolo e dice:«Ecco qua. C’è una lunga intervista di Negri. Volevano tenercela nascosta, se ne sono ben guardati dal parlarne». Nell’intervista si rivolge a quello Stato che lo tiene in carcere: «Sono un uomo di confine», sembra dire Negri, «uno che guarda oltre e che può aver avuto rapporti con parte delle forze che confusamente aggrediscono la società, ma solo per controllarle meglio e domarne la capacità distruttiva riconducendo a un ruolo paraistituzionale quella energia sociale che, per così dire, sovrabbonda in periodi di rapida trasformazione e che per sua stessa natura non può trovare sfogo lungo i tradizionali canali della rappresentanza politica» [8]

Franceschini su Negri: «E poi sapete che cosa mi ha detto l’altro giorno? Che noi brigatisti abbiamo tutti un cervello poco sviluppato!» [9]

L’aria attorno a Negri si fa elettrica. Per il carcere gira una sola parola d’ordine: lo si è finalmente scoperto e bisogna fargliela pagare. E’ però chiaro che nessun brigatista vuole che una cosa simile accada davvero: è inaccettabile, rischioso, incomprensibile fuori dalle mura del carcere. Un modo di cadere nella trappola. Come giustificare una tale enormità? E quali conseguenze? Insomma, non si può ammazzare uno solo perché vuol mettere la maggiore distanza possibile tra sé e le Br e perché ha riempito pagine e pagine di verbale di chiacchiere innocue. Uno che nelle Br non ci è mai stato.

Altro motivo per non uccidere Negri: a Palmi non si sta male. Nella testa dei capi Br quel carcere può essere qualcosa a metà strada tra l’università e il quartier generale della lotta armata. Per garantire tutto questo bisogna assolutamente evitare gli omicidi.

«A Palmi si studia non si lotta!», hanno detto per anni i detenuti delle altre carceri speciali, in tono di rabbia e di accusa, e con una punta di invidia: il modello positivo, dove si lottava, che viene contrapposto a Palmi è per molto tempo Nuoro.

Resa dei conti tra Franceschini e Negri: «Una mattina ci siamo trovati meno numerosi del solito al passeggio. Una quindicina. C’era anche Negri e c’era Franceschini. Era l’occasione buona. Hanno cominciato a parlare di chissà cosa. Il tono è salito di colpo e già Negri stava all’angolo, le spalle al muro, terreo. Franceschini lo chiudeva puntandogli il dito addosso e lo insultava. Freddamente, con determinazione. Ci siamo stretti attorno a loro per non perdere nulla della rissa improvvisa, ma era una rissa strana a senso unico. Franceschini si muoveva come se fosse sulla pedana di un piccolo palcoscenico: partiva all’assalto col braccio teso, la bava alla bocca, e gli piantava addosso i suoi insulti come coltellate. Si ritirava poi di un passo o due, gli voltava la schiena, lo guardava di traverso, sopra la spalla, senza minimamente curarsi di ascoltare quello che l’altro diceva e ripartiva implacabile all’attacco. Avanti e indietro, come una grossa mazza, una ruspa che avesse da sbancare un monte, da tirar giù un muro… Negri era inchiodato nel suo angolo, con la faccia di uno che sta annegando. Ribatteva affannosamente qualcosa, per sé, non per gli altri perché nessuno di quelli che gli puntavano gli occhi lo stava a sentire. Era solo per prendere fiato per respirare nel breve intervallo tra le ondate successive che si abbattevano su di lui» [10]

Franceschini a Negri: «Io t’ho capito… tutti ormai hanno capito: tu vuoi fare il Malher della situazione, buttarti con lo Stato venderti il movimento per i tuoi sporchi interessi… ma se tu sei Malher ti giuro che io non sarò Baader… e prima che mi facciano fuori ti scanno io con le mie mani!» [11]

Negri è salvo e in fondo agli occhi di Franceschini che conclude con grandi gesti la sua furente sceneggiata è nascosto un filo di allegria. Da quella mattina Negri comincia a vedersi pochissimo all’aria e a starsene per conto proprio: lì la sua storia e le sue faccende finiscono di significare qualcosa.

Alfredo Buonavita su Negri: «Il problema, secondo noi, era che Negri fosse stato mandato a Palmi per creare la guerra tra noi e l’Autonomia. Infatti eravamo 45 delle Br, 7 o 8 comuni e 5-6 membri della Autonomia tra cui Negri e Ferrari Bravo. Secondo noi c’era un chiaro intento di far succedere una rissa» [12]

«La differenza tra Curcio e Negri? Curcio andava, Negri mandava ad espropriare e, nello stesso tempo, cercava finanziamenti dal CNR». Spiegazione: «E’ negli atti processuali. Ebbe 45 milioni, 45 milioni di una volta». [13]

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Oreste Scalzone e Franco Piperno

Al volantino rivendicante l’omicidio del maresciallo Taverna era allegato l’opuscolo di 29 pagine intitolato «Brigate rosse n.7 luglio 1979: dal campo dell’Asinara» contenente un attacco a Valerio Morucci e Adriana Faranda definiti «neofiti della controguerriglia psicologica, poveri mentecatti utilizzati dalla controrivoluzione». Il documento, conteneva anche un duro attacco al «barone Piperno» e a tutti i sedicenti autonomi (tra cui Pace, Piperno e Negri), definiti «piagnucolose educande che dalla tranquillità delle loro cattedre e delle loro riviste incitavano i proletari detenuti alle lotte più truculente e oggi, timidi agnellini, affidano allo sciopero della fame la loro rivendicazione di innocenza» [14]

Negri«Essere militante significa giocarsi tutto» [15]

Uccidere Toni Negri, il teorico dell’autonomia operaia e della violenza politica. Parla Cecco Bellosi, brigatista della colonna milanese: «Questa ‘fibbia’, termine che in gergo carcerario è l’ordine di eliminare qualcuno, ha determinato la fine della mia militanza. Dopo la richiesta assurda di uccidere Toni Negri ho deciso che era ora di dire basta con una ‘storia’ che stava finendo male. La ‘fibbia’ mi è giunta in modo verbale, ovviamente in modo cifrato quando ero nella sezione di massima sicurezza di Rebibbia. Ero considerato un irriducibile. Altri imputati, tra cui Toni Negri, erano invece in un altro braccio della prigione, ma avevamo comunque possibilità di incontrarci in aula.
Ho immediatamente respinto la richiesta di eliminare Negri e da lì ho preso la decisione di chiudere per sempre quel capitolo.
Questo non ha comportato rischi per me, anche perché le Br ormai erano allo sbando e divise in più fazioni.
Io appartenevo alla colonna milanese autonoma e non avevo obblighi verso il gruppo centrale. Ho anche avvertito Toni Negri di guardarsi le spalle, ma l’idea folle di eliminarlo è stata comunque vanificata dalla disgregazione delle Br» [16]

Toni Negri sulla sua detenzione a Palmi: «Quando mi trovo in prigione mi accusano di 17 omicidi, Moro compreso, e vengo riconosciuto come qualcuno che aveva partecipato a via Fani. In pratica mi accusano di essere il capo delle Br. In una prima fase, questi (i giudici, ndr) erano convinti che noi fossimo i capi delle Br: quindi ci misero assieme ai brigatisti. Il rapporto con loro è stato fin dal principio molto polemico. C’è stato uno scontro, avvenuto in due occasioni: il primo nel carcere di Palmi, in Calabria, nel quale io ho subito un processo da parte dei brigatisti e sono stato condannato a morte (ride, ndr). In realtà facevo i discorsi che avevo sempre fatto e cioè: la questione Moro era una questione demenziale e suicida. Il secondo punto era sulla RAF: dicevo che certamente i compagni in carcere erano stati uccisi, ma, con tutta probabilità, lo desideravano perché il movimento era finito. Tutta l’operazione terroristica europea era un’operazione fondamentalmente suicida. Bisognava quindi trattare e fare la pace. Per questo mi sono portato dietro la fama del traditore, per alcuni anni, anche se poi lì è iniziato il fenomeno del pentitismo: a quel punto era difficile chiamare Negri ‘traditore’, quello stesso Negri che non si era mai pentito, non diceva nulla, rifiutava gli interrogatori con i giudici (ride, ndr). Quello che a Palmi era il pm delle Br è diventato un grandissimo pentito (si riferisce a Franceschini e sghignazza, ndr). Capisci? Io ora ho tutta la mia dignità ancora intera mentre gran parte di questi l’hanno perduta» [17]

FONTI:

[1] Ministero dell’Interno, direzione generale della pubblica sicurezza, pag. 457, volume CVIII, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[2], [3], [4], [5], [6], [7], [8], [9], [10], [11] Enrico Fenzi, Armi e bagagli, Egg

[12] volume X, pagina 580 Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[13] Il generale Dalla Chiesa intervistato da Enzo Biagi: pagina 771, volume terzo, tomo VII Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2

[14] pagina 460, volume LIV, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, atti giudiziari processo Moro bis)

[15] pagina 69, volume LXII, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia

[16] archivio900.it, Quando mi chiesero di uccidere Toni Negri, L’ex brigatista di Colonno ricorda anche l’espatrio clandestino di Giangiacomo Feltrinelli

[17] Toni Negri – L’eterna rivolta – parte 3 (video disponibile su You Tube)

Per una migliore conoscenza della figura di Enrico Fenzi consigliamo l’acquisto di:

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Mundial 78. Il gran rifiuto di Cruyff non c’entra con la giunta militare

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Cruyff impartisce disposizioni durante la finale del Mondiale 74

Johan Cruyff (Amsterdam, 25 aprile 1947 – Barcellona, 24 marzo 2016), calciatore e allenatore olandese, fautore del cosiddetto “calcio totale”. Di ruolo indefinito, è considerato il più grande calciatore europeo di tutti i tempi.

– Caratterizzato da struttura fisica longilinea (180 cm per 70 kg) era in possesso di una eccellente tecnica individuale, grande visione di gioco, scatto fulmineo e notevole progressione. Capace di muoversi su tutto il fronte d’attacco, era dotato di una forte personalità e di una innata vena polemica.

Tre volte pallone d’oro, gli vengono attribuite più di 400 reti in carriera.

– Giocatore decisivo in tutti i club in cui ha militato, ha impresso un’orma anche nella storia della nazionale olandese di cui è stato capitano per buona parte degli anni Settanta.

– Il giornalista italiano Sandro Ciotti gli dedicherà un film-documentario intitolato “Il profeta del gol” nel quale, accanto all’uomo Cruyff, vengono esposte molte idee del campione olandese su calcio e metodologie di allenamento.

– Finalista con l’Olanda nella sfortunata edizione del Mondiale 1974 si è a lungo discusso sul suo rifiuto di partecipare all’edizione di quattro anni dopo in Argentina.

– E’ stata a lungo diffusa una spiegazione di tipo “agiografico”: il capitano “orange” si sarebbe rifiutato di disputare il Mundial 78 come forma di protesta verso la dittatura militare rappresentata dal generale Jorge Videla.

– Questa interpretazione degli eventi, la più favorevole a Cruyff, ha trovato larga condivisione in tutto il mondo nei giorni immediatamente successivi alla morte dell’ex campione olandese (marzo 2016).

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La tv venezuelana “Tele Sur”

– In realtà è più probabile che il rifiuto di Cruyff sia stato motivato da problemi personali. Nel 2008 l’ex campione rilascia una intervista a “Catalunya Radio”, emittente radiofonica di Barcellona, nella quale dichiara testualmente:

Forse non sapete che io ebbi problemi verso la fine della mia carriera qui. Qualcuno mi puntò un fucile alla testa:  legò me e mia moglie, davanti ai nostri tre bambini, nella nostra casa di Barcellona. I miei figli andavano a scuola accompagnati dalla polizia.  Poliziotti dormirono nella nostra casa per tre o quattro mesi. Io andavo alle partite con le guardie del corpo. Queste cose cambiano il tuo punto di vista su molte cose. Ci sono momenti in cui altri valori prendono il sopravvento. Volevamo mettere fine a quella situazione, fare una vita diversa. Pensai fosse venuto il momento di lasciare il calcio e per questo decisi di non giocare ai mondiali in Argentina

– Pur non essendoci dubbi sulla valutazione profondamente negativa data da Cruyff al regime militare argentino, le ragioni di tipo personale furono probabilmente più importanti delle considerazioni di carattere politico.

– Presso i super professionisti del calcio il problema della situazione politica argentina durante il Mundial 78 e il dilemma etico di giocare una competizione sportiva a pochi chilometri dai centri di tortura non ebbero un impatto rilevante. Non lo ebbero per i giocatori italiani e nemmeno per gli altri: la parola d’ordine era quella di affermare l’estraneità dello sport rispetto alla politica. I casi di cui si discusse all’epoca sono stati fortemente ridimensionati. Jorge Carrascosa, capitano dell’Argentina, si ritirò dal calcio alla vigilia dei mondiali per motivi mai chiariti; il portiere svedese Ronnie Hellström di cui si parlò per una sua presunta partecipazione alla marcia di Plaza de Mayo, non ebbe alcun incontro con le donne della protesta [1], mentre l’unico calciatore che affermò espressamente di non voler giocare il Mondiale argentino fu il tedesco Paul Breitner.

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Breitner con la maglia dei “franchisti” madrileni

– Il 7 aprile del 1978 la rivista Stern pubblica un articolo di Breitner fortemente critico verso la dittatura argentina: il giocatore tedesco se la prende anche con i suoi compagni di squadra, definiti “eunuchi politici”. A parere di Breitner la Germania campione in carica avrebbe avuto una responsabilità speciale: quella di prendere una posizione chiara sulla questione del Mondiale organizzato dalla dittatura argentina. [2]

Breitner rifiutò di partecipare al Mundial 78 per una congerie di ragioni: non solo il regime dei militari, ma anche la scarsa motivazione, i diverbi con tecnico e compagni, il complesso passaggio generazionale che stava caratterizzando il calcio tedesco alla fine degli anni Settanta.

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Alberto Tarantini, campione del Mondo 1978, decide di parlare dopo 27 anni di silenzio, in una intervista concessa al quotidiano argentino Página12. La sua è una difesa a tutto tondo del risultato sportivo: “I giocatori pensarono a giocare”, dice, sostenendo anche di avere personalmente chiesto a Videla della sorte di tre amici desaparecidos. Il giovane Tarantini era in un bar quando arrivò l’esercito e sequestrò varie persone, tra le quali i suoi amici che non vennero mai più trovati. [3]

Tarantini su Videla:

Videla me sacó cagando [4]

FONTI:

[1] Pablo Llonto, I mondiali della vergogna – I campionati di Argentina ’78 e la dittatura, Roma, Edizioni Alegre, 2010.

[2] El Pais, 7 aprile 1978

[3] [4] Pagina 12, 17 settembre 2005