ADAMO DEGLI OCCHI, leader per caso

19-6-74 Degli Occhi arrestato dal cap Francesco Delfino

Degli Occhi insieme al capitano Delfino al momento dell’arresto

di Ben Oates

Milano, 13 marzo 1971. In segno di protesta verso la carica della Polizia i manifestanti gettano a terra i tricolori, le uniche bandiere ammesse nel corteo, sfidando così gli agenti a calpestarle. Uno dei partecipanti, un signore di mezza età, pingue e basso di statura, ne raccoglie una e se l’avvolge intorno al corpo. La scena è ripresa da un fotografo e lo scatto finisce sulle prime pagine di tutti i giornali a cominciare dal «nemico» Corriere Della Sera, in quel momento diretto da Giovanni Spadolini, contro il quale il comitato organizzatore della manifestazione, ritenendolo sinistrorso, ha indetto uno sciopero dei lettori.

L’uomo con la bandiera è l’avvocato Adamo Degli Occhi, classe 1920, ex partigiano monarchico e principe del foro milanese. Grazie a quella foto Degli Occhi assurge agli onori della cronaca come il leader dei manifestanti, ribattezzati dalla stampa Maggioranza Silenziosa.

Passa poco tempo e il Corriere Della Sera mette di nuovo il suo «zampino» nelle faccende della Maggioranza Silenziosa quando un suo giornalista, raccogliendo una banale dichiarazione favorevole ai manifestanti espressa dal capogruppo DC a Palazzo Marino Massimo De Carolis, stravolge talmente la notizia da far passare De Carolis come un altro leader del movimento: stando all’avvocato democristiano, lui e Degli Occhi non si sono mai incontrati. De Carolis tornerà suo malgrado alla ribalta delle cronache un paio di volte: nel maggio 1975 è sequestrato e gambizzato dalle BR, sei anni dopo il suo nome è nelle liste degli iscritti alla P2.

Ma torniamo a quel 1971. In quel periodo l’aria che si respira nella città meneghina può essere spiegata con un aneddoto che vede protagonista la moglie tedesca del sociologo Franco Ferraresi, futuro studioso dell’estremismo di destra. Al mercato un fruttivendolo dice alla signora Ferraresi: «Voi tedeschi qualche volta esagerate, ma almeno avete l’ordine, dichiarazione che non proviene soltanto da uno dei tanti milanesi stanchi dei «sabati meneghini» in cui gli estremisti di sinistra mettono a ferro e fuoco la città, ma da uno dei pochi reduci dell’eccidio di Cefalonia.

Nel febbraio 1971, nella sede del Partito Democratico di Unità Monarchica, si riuniscono alcuni rappresentanti di gruppi giovanili provenienti da diverse esperienze politiche il più importante dei quali, lo Jan Palach, è guidato dalla giovane contessa Elena Manzoni di Chiosca.

Questi gruppi hanno un unico collante: l’anticomunismo viscerale. Nasce così un Comitato Cittadino Anticomunista la cui genesi può essere riconducibile a un evento accaduto meno di due anni prima: i funerali dell’agente di PS Antonio Annarumma. Lì, per la prima volta, quei giovani che poi daranno vita ai CCA, si rendono conto che esiste, almeno in città, una «maggioranza silenziosa» che deve solo trovare un polo, un movimento, verso cui riconoscersi.

Il CCA organizza una manifestazione per il 6 marzo a Torino, ma l’evento si rivela un flop. Va decisamente meglio la seconda organizzata a Milano per il 13, non a caso un sabato. Partiti in trecento, i manifestanti arrivati a piazza Duomo si contano a migliaia; come recita un volantino «il Comitato vuole rappresentare quell’Italia che lavora, produce, paga, e che forma la maggioranza degli italiani che vogliono l’ordine nella libertà e nel progresso sociale, e libertà di progresso nell’ordine».

Gli striscioni sono scritti dalla stessa mano: «Milano dice basta alla violenza rossa»; «Fuori la teppa rossa dalle scuole» oppure «No alla schiavitù marxista». Alcuni giovani esponenti del Fronte della Gioventù capeggiati da Luciano Buonocore tentano di introdursi nella marcia con l’obiettivo di strumentalizzarla, ma si devono accontentare di fare da servizio d’ordine.

Benché la tivù di Stato abbia ignorato l’avvenimento, l’eco sui giornali è forte: per molti osservatori e commentatori Degli Occhi è il leader di una nuova formazione che va a ingrossare le file della destra, estrema e non.

L’avvocato diventa una celebrità. Pochi sanno che per Degli Occhi quella non è la prima esperienza politica nei movimenti di destra: nel marzo del 1970 ha aderito alla Lega Italia Unita, una formazione di chiara ispirazione anticomunista che unisce altre associazioni fra cui il Movimento di Azione Rivoluzionaria di Carlo Fumagalli: è proprio in una riunione della Lega che Degli Occhi, oltre a Fumagalli, conosce Junio Valerio Borghese ed Edgardo Sogno, tutti lì presenti per tentare di unificare le varie forze conservatrici del Paese, magari facendole confluire su un unico nome, quello dell’ammiraglio Gino Birindelli in quel momento Comandante della Squadra Navale Italiana.

Per Degli Occhi l’Italia dei primi anni Settanta ha fin troppe analogie con la Spagna repubblicana del ‘36, facile preda del comunismo. Occorre subito una svolta che dia i natali a un governo nazionalista, con i Savoia di nuovo sul trono. Dal canto suo Fumagalli vede nel movimento di Degli Occhi quella facciata legalitaria che gli serve per coprire la sua attività eversiva; l’ex comandante Jordan, così era chiamato Fumagalli durante la sua esperienza di partigiano, non intende coinvolgere l’avvocato direttamente nelle sue operazioni ma gli chiede molto denaro. E Degli Occhi glielo dà. Secondo alcuni amici dell’avvocato, Fumagalli approfitta dell’arcinota ingenuità di Degli Occhi da sempre ritenuto anche da chi gli è vicino come un personaggio votato più per azioni velleitarie che concrete.

Quando l’esperienza della Maggioranza Silenziosa si conclude, Degli Occhi tenta di riciclarsi nel MSI presentandosi come indipendente alle elezioni del 1972, ma non viene eletto. La situazione precipita nel giugno 1974, con la scoperta nel suo studio di una parte del riscatto del rapimento di Aldo Cannavale, avvenuto l’anno precedente ad opera del MAR di Fumagalli. Scatta l’arresto. Per l’avvocato inizia un peregrinare fra carceri, infermerie delle stesse, ospedali dove non di rado alcuni infermieri si rifiutano di prestare le cure al «fascista Degli Occhi» indicendo addirittura degli scioperi che di fatto ne impediscono il ricovero.

Degli Occhi è condannato a cinque anni di reclusione, ridotti a due in appello; durante gli interrogatori, fra le altre cose, gli chiedono conto dei carri armati che, secondo l’accusa, avrebbe fatto seppellire in Valtellina, pronti per essere riportati alla luce e guidati su Milano. Resta da chiedersi se un pingue borghese come lui sarebbe riuscito a infilarsi nella torretta di quei carri armati.

FONTI

Sergio Zavoli La notte della Repubblica, trasmissione tv 1989

Luciano Buonocore La maggioranza silenziosa e il progetto tecnocratico, Web Edition 2007

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008

Tribunale di Brescia, Procedimento Penale a carico di Carlo Maria Maggi + altri, udienza del 2 marzo 2010

Conversazione telefonica con Elena Manzoni di Chiosca, 16 giugno 2011

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PIETRO LOREDAN, il Conte rosso

di Ben Oates

LOREDAN 4Una jeep sfreccia per le campagne del trevigiano. Nessuno immagina il pericolo che si correrebbe stando nei paraggi se l’automezzo dovesse avere un incidente: nel bagagliaio ci sono infatti decine di razzi pieni di tritolo. A guidare il veicolo è Pietro Loredan Gasparini di Volpago del Montello, per gli amici Piero, ma potremmo anche chiamarlo Giamburrasca grazie al talento che ha per la burla. Nato nel 1924, Loredan risiede nella sua splendida villa a Venegazzù che è stata ospedale della Croce Rossa durante la Grande Guerra: poi dopo l’8 settembre del ‘43 è diventata la sede di un comando tedesco tanto che, nell’estate del 1997, durante i lavori di ristrutturazione, verranno rinvenute svariate armi e bombe di proprietà della Wehrmacht.

Proprio da quella villa i nazisti spiccano un ordine di cattura nei confronti di Aldo, nome di battaglia che Loredan ha assunto nelle file partigiane di Pace e Libertà, dopo aver militato negli alpini guastatori. Pur facendo parte di una compagine non comunista qual è Pace e Libertà, Loredan si guadagna il soprannome di Conte rosso: è proprio in questo periodo che il dà il meglio di sé come amante della beffa andando di nascosto a dormire nella sua camera da letto, ritenendo quello l’unico posto dove i tedeschi mai avrebbero pensato di andarlo a cercare. Celebre anche la burla che Loredan fa ai danni di una compagnia di alpini inquadrata nella RSI: di notte, a ciascuno dei soldati, sottrae uno dei due stivali allineati ai bordi delle brande, causando così il rinvio di un’operazione militare da parte di quella compagnia.

È però dal «fuoco amico» che Loredan viene colpito e segnato per sempre nel fisico e non solo: in un’operazione dove deve distruggere denaro sequestrato in varie perquisizioni, al momento di dare fuoco al malloppo, viene colpito alle spalle da una raffica di mitra sparata da un paio di partigiani della Brigata Garibaldi: credutolo morto, i due si impossessano del denaro e fuggono via.

Terminata la guerra Loredan torna nella sua amata villa e dal suo adorato falco che chiama Baistrocchi, in onore di un partigiano piemontese. Con il decisivo apporto della sua compagna Anna Maria Pivetta, nella tenuta di Spineda, vicino Venegazzù, Loredan inizia a produrre un ottimo rosso che chiama «Capo di Stato» di cui omaggia anche i coniugi De Gaulle.

LOREDAN 2

Arrivano i favolosi anni Sessanta. In villa, Loredan ospita spesso il jet set del mondo dello spettacolo come ad esempio la troupe di «Signore e signori» o attori come la giovane Mariangela Melato verso la quale il Conte si diverte a passarle la mano sulla testa a mo’ di pelo e contropelo, regalando all’attrice cento lire per ogni passaggio. Altra burla del Conte è quella in cui, durante un pomeriggio assolato di agosto, convince la sua giovane cameriera a denudarsi completamente e fare un breve giro in bici intorno alla villa, col compito di rivestirsi in fretta subito dopo. Un signore in moto, che passa in quel momento, frena di scatto e avvisa il Conte della presenza di una ragazza senza veli: per tutta risposta il povero centauro si sente consigliare una doccia fredda per arginare il colpo di sole appena subìto.

Un giorno Loredan decide di acquistare dalla SIPE di Verona una gran quantità di razzi antigrandine, non più lunghi di un metro e con una gittata che supera il chilometro, sufficiente a esplodere sotto le nubi più basse: ogni razzo contiene un chilo di polvere nera e due di tritolo: Loredan li installa sulla sua jeep, portandoseli in giro nonostante siano in grado di distruggere un’intera cittadina.

Nella seconda metà degli anni Sessanta, il Conte inizia a maturare l’ossessione verso il pericolo comunista: diventa un vorace lettore di Julius Evola e si convince che occorre fare qualcosa per evitare la catastrofe. In quel periodo arriva addirittura a cercare risposte alle sue ansie politiche collegandosi con l’aldilà grazie alle sedute spiritiche di Bruno Lava, un geometra trevigiano, fin dal decennio precedente celebre medium tanto da essere seguito anche da illustri scrittori come Dino Buzzati, Goffredo Parise, Giovanni Comisso e Leo Talamonti, quest’ultimo giornalista esperto dell’occulto.

Per merito del conte Giacomo Pignatti Morano, cognato del generale del SID Gianadelio Maletti, Loredan entra in contatto con Ordine Nuovo e conosce Giovanni Ventura col quale stringe subito un legame. Il 1969 è un periodo molto frenetico: Loredan si incontra a Firenze con Junio Valerio Borghese per approfondire le voci che vogliono il Comandante a capo di un complotto per sovvertire l’ordine democratico; in primavera, su richiesta di Ventura, Loredan gli presenta Alberto Sartori, medaglia d’argento della Resistenza, fuggito in Venezuela per evitare un processo per l’uccisione di alcuni fascisti.

Sartori è rientrato in Italia da nove anni: ha subìto l’espulsione dal PCI con l’accusa di avere legami con l’intelligence inglese, ha aderito ai movimenti filocinesi per poi co-fondare il Partito Comunista d’Italia Marxista Leninista. Nell’incontro Ventura gli offre l’amministrazione della Litopress, una piccola casa editrice sovvenzionata da Loredan. Quando a Milano iniziano a scoppiare le prime bombe, Loredan si convince che dietro alle esplosioni ci sia Ventura e crede che l’ora X stia per scoccare.

Nel novembre dello stesso anno il Conte confida alla Pivetta che in occasione della parata militare del 4 alcuni ponti di Padova, già minati, sono pronti a saltare in aria; sempre negli stessi giorni la donna scopre delle bombe a mano celate nella biblioteca della villa e se ne disfa gettandole in un fiume. È la Pivetta che dà a Loredan la notizia della strage del 12 dicembre: il Conte inorridisce pensando ai morti innocenti, ma le cose per lui iniziano a complicarsi quando vengono scoperti i suoi finanziamenti destinati a Ventura.

Le indagini sulla strage si avvicinano sempre più a Loredan; dopo un interrogatorio con il giudice Gerardo D’Ambrosio, fugge in Argentina dove resta fino a quando non viene prosciolto da ogni accusa. Ma l’episodio più oscuro della sua storia rimane quello legato al sanguinoso attentato avvenuto di fronte la Questura di Milano il 17 maggio 1973.

Due giorni prima, a Treviso, un preoccupatissimo Loredan chiede appuntamento a Ivo Dalla Costa, importante funzionario del PCI veneto, al quale rivela che di lì a poche ore a Milano sarebbe avvenuto un grave attentato. I due si conoscono da tempo: per Dalla Costa il Conte è solo uno «squinternato con velleità pseudo rivoluzionarie». Perché Loredan sceglie proprio Dalla Costa, un «nemico», per fare quelle rivelazioni? Forse il Conte conosce l’attività informativa, del tutto spontanea, che Dalla Costa conduce fin dagli anni Sessanta sull’eversione nera veneta, attività questa fatta in accordo con la Polizia Giudiziaria e la Procura di Treviso. Comunque Dalla Costa non dà peso alla conversazione, ma due giorni dopo deve ricredersi e a quel punto il funzionario comunista avvisa il suo diretto superiore Domenico Ceravolo, dirigente veneto del PCI.

Seguendo una classica catena gerarchica, Ceravolo chiede e ottiene un appuntamento a Milano con Giancarlo Pajetta il quale si presenta insieme ad Alberto Malagugini, deputato del PCI, uno degli avvocati difensori di Pietro Valpreda e futuro giudice della Corte Costituzionale: è proprio Malagugini a incaricarsi di avvisare il giudice Emilio Alessandrini di quanto ascoltato dalla viva voce di Dalla Costa, ma poi misteriosamente nessuno va a parlare con il magistrato. Questa storia viene alla luce molti anni dopo grazie a un paio di interviste che Gianfranco Bertoli, l’autore dell’attentato del 1973, concede in pochi giorni al TG5 e al Corriere Della Sera, nelle quali rivendica con forza la «genuinità» del suo gesto. Le dichiarazioni di Bertoli indignano Dalla Costa che decide così di recarsi presso la Procura di Treviso per dare la sua versione dei fatti: al magistrato Dalla Costa giustifica il suo silenzio durato ventidue anni avendo ritenuto di non propagandare un episodio segreto che gli era stato riferito anche in virtù del fatto che comunque non era stato in grado di sventare l’attentato. Di questa inchiesta il Conte rosso non ne verrà mai a conoscenza.

Abbandonato da tutti, compresa la Pivetta che ha preferito sposare un tedesco, venendo comunque incontro alla richiesta di Loredan di evitare «terroni e svizzeri» quali possibili mariti, venduta ai Benetton la villa di Venegazzù, il Conte rosso passa gli ultimi anni della sua vita ripensando a quello che si doveva fare e non si è fatto. Malato di cancro ai polmoni per le troppe sigarette, muore per una banale caduta dalle scale che lo fa rimanere due giorni agonizzante a terra senza che nessuno potesse soccorrerlo. Viene trovato cadavere il 29 settembre 1994. E questa volta non è una burla.

FONTI

TG5 intervista a Gianfranco Bertoli, 15 marzo 1995

Corriere Della Sera, 21 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Ivo Dalla Costa presso la Procura di Treviso, 24 marzo 1995

Tribunale Civile e Penale di Milano, testimonianza di Alvise Loredan, 24 aprile 1995

La Repubblica, 23 luglio 1997

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di piazza Fontana Ponte Alle Grazie, Milano 2009

Anna Maria Pivetta Ritratto in nero Pivetta Editore, Montebelluna 2010

Conversazione telefonica con Anna Maria Pivetta, 26 luglio 2011

Sequestro Moro. Non è vero che la scorta facesse sempre lo stesso percorso

Moro 2Come hanno fatto le Brigate rosse a sapere con tanta certezza che il presidente Dc sarebbe passato per via Fani in quella mattina del 1978? Una parziale spiegazione viene dal principale propalatore di verità brigatiste sul caso Moro, quel Valerio Morucci secondo il quale «il 16 marzo era uno dei giorni in cui sarebbe potuto passare l’onorevole Moro. Sarebbe però anche potuto non passare: era stato verificato il suo passaggio lì in alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Il 16 marzo era quindi il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione credendo e sperando che Moro sarebbe passato lì quella mattina; altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo, poi il giorno dopo ancora, fino a che si sarebbe ritenuto che la nostra presenza sul luogo avrebbe comportato il rischio di essere scoperti»*.

Le dichiarazioni degli agenti superstiti, poi (quelli cioè che per una mera turnazione non erano in servizio nel giorno dell’agguato) lasciano sul terreno più perplessità che certezze. Quando l’appuntato dei carabinieri Otello Riccioni, il maresciallo di pubblica sicurezza Ferdinando Pallante, il brigadiere Rocco Gentiluomo, gli agenti Vincenzo Lamberti e Rinaldo Pampana vengono interrogati nel settembre 1978 dai giudici Imposimato e Gallucci, le loro dichiarazioni si rivelano quasi totalmente sovrapponibili: «Ogni mattina il presidente Moro si recava sempre alla messa delle ore 9 nella chiesa di Santa Chiara, in Piazza dei Giuochi delfici e il percorso seguito era sempre lo stesso, il più breve e il più veloce: via del Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via Stresa, via della Camilluccia fino a piazza dei Giuochi delfici». Solo l’agente Pampana si discosta un po’ dalle deposizioni fotocopia, aggiungendo un particolare molto preciso: «L’onorevole Moro usciva, costantemente, salvo rare eccezioni, intorno alle ore 9. Era precisissimo nell’orario, nel senso che poteva anticipare o posticipare l’ora di uno o due minuti».

Moro 1

 

Dichiarazioni che contrastano clamorosamente con quelle della signora Eleonora Moro, interrogata qualche giorno dopo dagli stessi magistrati: «Mio marito non era un abitudinario. Non è esatto quanto affermato dai superstiti della scorta. Essi sostengono che l’onorevole Moro era solito uscire di casa verso le ore 9. Invece, negli ultimi tempi, a causa della crisi di governo, non aveva mai un orario preciso». Insomma, nessuna scorta al mondo compie sempre lo stesso tragitto e una conferma esplicita arriva anche da quanto detto dalla vedova Moro ai giudici: «Mio marito non faceva di solito la stessa strada per motivi di sicurezza. Ritengo di dover affermare che il percorso veniva deciso al momento da lui e dal maresciallo Leonardi, il caposcorta. La sua auto percorreva alle volte Via Cortina d’Ampezzo, alle volte Via Fani, alle volte Via Trionfale».

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Anche Agnese Moro, la figlia del presidente Dc, nel luglio 1982, davanti ai giudici della corte d’assise di Roma, conferma la versione della madre: «Vorrei sottolineare che mio padre non faceva sempre gli stessi percorsi. Via Fani non era che una delle strade che potevano essere percorse la mattina come nel corso della giornata, anche perché è una strada stretta, disagevole, spesso trafficata. I percorsi si cambiavano spesso perché c’erano delle preoccupazioni da parte di mio padre, inerenti al suo ruolo politico, preoccupazione per sé e per i familiari. Ho sentito abbastanza frequentemente delle conversazioni fra Ricci e Leonardi sul percorso da scegliere. A volte mi è capitato anche di sentir dire: “mi hanno detto che lì c’è traffico, passiamo da un’altra parte”. I percorsi credo che poi venissero stabiliti anche a seconda del ritardo per arrivare a destinazione. C’era anche la variabile dell’orario effettivo di uscita di casa di mio padre. Che il percorso da fare venisse stabilito la sera prima mi pare veramente impossibile anche perché mio padre era un tipo veramente ritardatario, quindi, magari, usciva con tre quarti d’ora di ritardo. Sono sicura che i percorsi venivano stabiliti la mattina stessa. Quindi ritengo che il percorso di Via Fani la mattina del 16 marzo venne stabilito casualmente quella mattina stessa»**.

 

* Dichiarazioni di Morucci in sede processuale: “La notte della Repubblica”, Sergio Zavoli, prima puntata sul sequestro Moro, a partire dal punto 4′,50”

** Da menzionare l’ottima inchiesta di Gino Gullace Raugei per Oggi del marzo 2010 che può essere letta integralmente qui

EGGARDO BELTRAMETTI, il curatore

MANI ROSSE 1

di Ben Oates

Quanto poco ci vuole affinché il proprio nome finisca legato per sempre alle trame nere e alla cosiddetta strategia della tensione? A Eggardo Beltrametti bastano un paio di convegni e un libro, tutti curati da lui.

Nato a Cuneo nel 1911, perseguitato dal refuso commesso da molti che gli cambiano il nome in Edgardo, Beltrametti si laurea in Lettere e Filosofia e dopo una breve parentesi come insegnante si dedica alla sua vera passione: il giornalismo. Negli anni Sessanta, è autore di saggi sulla cucina italiana, attività questa che, molti anni dopo, Federico Umberto D’Amato, alto dirigente del Ministero dell’Interno e capo dell’ufficio Affari Riservati, farà con maggior successo.

Con il bizzarro pseudonimo di Edgar P. Allan, Beltrametti pubblica con Urania interessanti racconti di fantascienza. Invalido di guerra, grazie alla sua diretta esperienza nella triplice veste di partecipante, osservatore e inviato sui luoghi delle più importanti rivoluzioni postbelliche di tutto il mondo, si specializza in materie strategico militari e affari internazionali, scrivendo articoli per varie riviste del settore. Diventa redattore di Europa Nazione, scrive in Rassegna Militare e in Il Carabiniere: successivamente collabora a Mondo d’Oggi, un settimanale che vede l’esordio nel giornalismo di Mino Pecorelli, e insieme a Filippo de Jorio dirige Politica e Strategia.

Nel maggio del 1965 Beltrametti è uno dei promotori e curatori del famigerato convegno dell’Istituto Alberto Pollio, all’hotel Parco dei Principi di Roma, considerato da molti come l’avvio della strategia della tensione; sua è la relazione «La guerra rivoluzionaria: filosofia, linguaggio e procedimenti» in cui si pone il seguente quesito: come deve rispondere il mondo libero al minacciato attacco del comunismo mondiale? Insieme a lui ci sono fra gli altri Pino Rauti, che pontifica sulla penetrazione comunista in Italia, Guido Giannettini, che espone le tecniche per fronteggiare la «valanga rossa», Giano Accame, che stando a granitiche certezze a tutt’oggi dure a morire, mostrerebbe di saperla troppo lunga su quello che avverrà in Grecia di lì a due anni, cioè il golpe militare. Per l’editore Giovanni Volpe, Beltrametti cura la pubblicazione degli atti del convegno con il sottotitolo «La terza guerra mondiale è già cominciata».

MANI ROSSE

Durante l’estate dell’anno successivo scoppia una guerra a suon di inchieste e scoop fra le due più alte cariche militari del Paese cioè i capi di stato maggiore della Difesa e dell’Esercito Giuseppe Aloia e Giovanni De Lorenzo; fra «i due Aiaci», definiti così da Ferruccio Parri, c’è semplicemente un classico conflitto di potere. Aloia critica ferocemente il collega per la sua decisione di sospendere i corsi di ardimento, iniziativa questa che indebolirebbe l’efficienza dell’Esercito; dal canto proprio De Lorenzo, sostenuto dagli organi di stampa di sinistra grazie al suo passato nella Resistenza, attacca il filo atlantista Aloia facendo rivelazioni sui suoi presunti illeciti amministrativi: dall’acquisto di carri armati M60 all’utilizzo di fondi pubblici per il corredo da sposa della figlia.

Constatata l’indifferenza dei giornali, compresi quelli più moderati, a organizzare la difesa di Aloia ci pensa Beltrametti, da tempo suo stretto collaboratore, il quale incarica Giannettini e Rauti di scrivere un libro. I due vengono scelti perché il primo è un noto esperto di forze corazzate, quindi in grado di parlare della questione degli M60, il secondo perché bravo e navigato giornalista. Con lo pseudonimo di Flavio Messalla viene pubblicato «Le mani rosse sulle forze armate» nel quale gli autori chiariscono la faccenda degli M60 scagliandosi contro De Lorenzo che starebbe spalancando le porte dell’Esercito ai comunisti.

Finanziato da Aloia con due milioni e mezzo di lire e uscito in diecimila copie, il libello ha vita breve a causa di un improvviso e inaspettato incontro chiarificatore fra i due generali antagonisti che li porta a un accordo talmente avversato da Beltrametti da diventare causa della rottura dei suoi rapporti con Aloia. Quest’ultimo però ha ormai deciso e chiede all’ammiraglio Eugenio Henke, capo del SID, di far ritirare il libro dalla circolazione. Ciò non impedisce alla controinformazione militante di ritenere Le mani rosse sulle forze armate come una prova dell’asse fra il mondo neofascista e quello militare. L’episodio genera anche sospetti e prese di distanza verso Beltrametti da parte di alcuni importanti esponenti di Avanguardia Nazionale che lo giudicano uomo legato ai servizi segreti, tanto da diffidarne quanto e più di quello che faranno in seguito con Giannettini.

Incurante delle feroci polemiche che lo hanno visto coinvolto, nel giugno 1971 Beltrametti cura a Roma la conferenza «Guerra non ortodossa e difesa» e invita alcuni dei relatori già presenti al convegno del Parco dei Principi di sei anni prima: il dibattito è aperto con la lettura di un telegramma di saluti da parte del Ministro della Difesa Mario Tanassi. La platea è composta da civili e militari di vari orientamenti politici a eccezione di quello comunista: durante i lavori si ribadisce che «la difesa deve adeguarsi al tipo di offesa moderna, soprattutto all’attacco rivoluzionario».

Nello stesso anno Beltrametti è autore del saggio «Contestazione e megatoni» dove accenna a «uno stato maggiore parallelo composto di militari e civili il quale, agendo nella clandestinità, provveda a mobilitare l’apparato clandestino formato da cittadini di sicura fede politica». Che stia parlando di Gladio senza saperlo?

FONTI

Eggardo Beltrametti Contestazione e megatoni, Giovanni Volpe, Roma 1971

Eggardo Beltrametti Il colpo di stato militare in Italia, Giovanni Volpe, Roma 1975

Guido Giannettini e Pino Rauti Le mani rosse sulle forze armate, Savelli, Roma 1975 (riedizione)

Gianni Flamini Il partito del golpe (vol. 3°, tomo 1°), Italo Bovolenta, Bologna 1983

Virgilio Iliari Il generale col monocolo, Nuove Ricerche, Ancona 1994

Franco Ferraresi Minacce alla democrazia, Feltrinelli, Milano 1995

Giuseppe De Lutiis I servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Roma 1998

FILIPPO DE JORIO, l’uomo dei miracoli

2012-06-06 libro di maria pia di savoia -la mia vita i miei ricordi 046

De Jorio assiste divertito al baciamano del Principe Sforza Ruspoli al cardinal Poupard

di Ben Oates

E poi dicono che i miracoli non esistono. Provate a chiedere all’avvocato Filippo de Jorio. Una sera, alla guida della sua Lamborghini, stravolto dal sonno, si accascia sul volante, fa alcune centinaia di metri, curve comprese, poi si ferma tranquillamente: nemmeno un graffio, né a lui né alla Lamborghini. Se per un colpo di sonno basta un angelo custode, per un attentato occorre qualcosa in più.

La notte del 21 aprile 1975, mentre percorre la Aurelia Antica, per tenersi sveglio, de Jorio recita ad alta voce e in latino il «Salve Regina»: al momento di pronunciare «Mater Misericordiae», da un’automobile che si è portata a ridosso della sua, esplodono tre colpi di pistola: quello che avrebbe dovuto centrare la nuca dell’avvocato colpisce la cornice metallica del lunotto posteriore che, staccandosi, sferra una frustata capace di far piegare De Jorio sul sedile del passeggero. Sembra morto, invece esce incolume dall’abitacolo: ferma un taxi, che passa giusto in quel momento, e si fa accompagnare in Questura.

Ma chi può volere la morte di quest’uomo alto, piazzato, dalla calvizie precoce, mite, dalla voce flautata e i modi cardinalizi? Nato a Napoli nel 1933, romano d’adozione, cattolico praticante, dichiaratamente di destra, allievo di Massimo Severo Giannini, la professione di de Jorio è quella di avvocato con una passione per la politica attiva: pur essendo democristiano doc, manifesta simpatie per la Monarchia e le Forze Armate.

Alla fine degli anni Sessanta, de Jorio si avvicina a Giulio Andreotti e ne diventa uno dei cardini della corrente. Alle elezioni del 1970 guadagna ben 40 mila voti nella regione Lazio e questo è un altro miracolo: infatti il sistema elettorale prevede solo tre preferenze e lui non è inserito fra i primi tre della lista, solitamente i più votati. Per la DC de Jorio tiene i contatti con il mondo industriale, militare ed ecclesiale: amicizie queste che, a fasi alterne, gli porteranno benefici e disgrazie.

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Questa foto, risalente al 1973, è una delle poche dove compare Eggardo Beltrametti: il primo a sinistra è il generale Duilio Fanali che, secondo Delle Chiaie, è colui che fa saltare il golpe Borghese, mentre il terzo alto e calvo è de Jorio. Uno dei restanti tre è Beltrametti: nel ’73 ha già sessantadue anni, quindi potrebbe essere quello basso, stempiato, apparentemente emaciato.

Le seconde arrivano inaspettate grazie al suo lavoro di legale. Nel 1971 de Jorio assume la difesa di quattro uomini accusati di aver avuto parte attiva nel golpe Borghese del 7/8 dicembre dell’anno precedente: Remo Orlandini, già suo cliente, Mario Rosa, Giovanni De Rosa e Giuseppe Lo Vecchio. L’avvocato democristiano si getta con entusiasmo nell’incarico, certo di vincere il processo, specie dopo aver letto le carte e aver constatato l’assoluta inconsistenza delle accuse; inoltre ricorda bene quello che gli aveva detto pochi mesi prima Junio Valerio Borghese: non c’era stato alcun golpe, ma solo l’intenzione di organizzare una manifestazione di protesta di una certa robustezza in occasione della prevista visita di Tito in Italia, che poi misteriosamente non c’era stata.

Alle prime notizie sul «golpe della Madonna», Andreotti, sul suo periodico «Concretezza», scrive un articolo in difesa del Comandante intitolandolo però con un criptico «Principe avvisato, mezzo salvato». Verso la metà degli anni Settanta, Andreotti decide di abbandonare il centrismo per virare verso sinistra: de Jorio, democristiano fino al midollo e anticomunista viscerale, gli accordi li farebbe solo con la destra di Giorgio Almirante.

Uno dei collaboratori più stretti di Andreotti, un ex commissario di Pubblica Sicurezza poi diventato Pubblico Ministero, pensa a come mettere l’avvocato democristiano fuori gioco. Secondo de Jorio il sillogismo è il seguente: se si oppone al progetto di guardare a sinistra e difende dei golpisti, di sicuro anche lui viene considerato un golpista. Scatta quindi un’indagine destinata a tradursi in arresto, ma un importante giudice istruttore gli suggerisce provvidenzialmente di andarsene dall’Italia.

De Jorio lo fa a bordo del suo yacht, attraccato al porto di Fiumicino. Con il suo 32 metri dirige il timone verso la Corsica e da lì vola a Ginevra dove trova un lavoro in banca. Dopo un po’ di tempo da Roma gli giunge un invito da un noto monsignore a farsi una passeggiata verso la Francia, perché la Svizzera non è più un posto sicuro dove stare: de Jorio si reca così a Monaco e inizia a collaborare con Radio Monte Carlo. Direttamente dal capo della polizia monegasca riceve l’assicurazione di non dover temere nulla.

Né Monaco né la Francia concedono l’estradizione all’Italia e de Jorio rimane a Montecarlo per tre anni. Nel processo di primo grado del ‘77/’78 per il golpe Borghese, viene assolto insieme a Luciano Berti, il comandante delle Guardie Forestali di Cittaducale. L’avvocato ritiene che se per Berti e gli altri il pericolo è solo la prigione, a lui potrebbe andar peggio essendo l’unico degli imputati ad avere incarichi e responsabilità politiche. Insomma in lui è ancora vivo il ricordo dell’attentato del ’75 ad opera dei Nuclei Armati Proletari: una rivendicazione che, in piena crisi paranoica, desta in de Jorio profondi dubbi.

Comunque i miracoli non sono finiti. A Castiglion Fibocchi vengono rinvenute le liste di appartenenza alla P2 di Licio Gelli: il numero 670 corrisponde al nome di Filippo de Jorio. Il miracolo dov’è? La data di iscrizione alla loggia risale al periodo in cui era in esilio a Monaco: probabilmente è stato aggiunto nella certezza che prima o poi avrebbe aderito oppure è un’altra trappola che, con l’aiuto della Provvidenza, non causa alcun esito processuale se non una bizzarra deposizione come teste nel processo in cui veste i panni di avvocato difensore di alcuni illustri imputati per appartenenza alla loggia segreta.

De Jorio riesce a far assolvere i suoi assistiti in tutti e tre i gradi di giudizio. Per la faccenda del golpe Borghese, rimane dell’idea che non ci sia stato alcun golpe: doveva essere una manifestazione forse anche violenta verso l’odiato Tito, in opposizione agli accordi che l’Italia stava concludendo con il leader slavo poi codificati a Osimo cinque anni dopo.

Del Comandante, de Jorio ha un ricordo tenero, affettuoso, anche divertito: lo dipinge come una persona simpatica, socievole, ricercatissimo dai salotti romani, gran soldato, pessimo politico e, diversamente da come la pensano in molti, fascista. Sulla morte di Borghese de Jorio è sicuro che sia stato avvelenato: una certezza che non si incrina nemmeno se gli si contestano le parole di Elena, la figlia «birbante» del Comandante (notoriamente di sinistra) la quale accorsa al capezzale del padre ancora in vita ha sempre liquidato come fantasie quelle sulla morte violenta del genitore.

Per coerenza con i suoi principi morali e religiosi de Jorio ha applicato il perdono cattolico ai suoi ex nemici risparmiando loro l’odio, cattolico anche questo e notoriamente temibile. Ecco che anche i suoi ex nemici possono ritenersi dei miracolati.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Filippo de Jorio L’albero delle mele marce Il Borghese, Roma 2009

Conversazione con Filippo de Jorio, Roma 29 aprile 2011

AMOS SPIAZZI, non era Papadòpoulos

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di Ben Oates

La telefonata l’ha fatta lui! Ecco chi ha fermato, quella notte, il golpe Borghese: è stato il capitano d’artiglieria Amos Spiazzi di Corte Regia. Bastava chiederglielo e lui ti raccontava che quel 7 dicembre 1970 era pronto ad andare a un ricevimento di gala quando all’improvviso ricevette un ordine da «non si saprà mai bene chi», di mettersi in movimento con le sue truppe verso Sesto San Giovanni: era scattata «l’esigenza triangolo», un piano partorito dall’autorità politica in previsione di possibili scontri di piazza, dove anche l’Esercito aveva compiti di ordine pubblico.

Non avendo tempo per cambiarsi, come manco «007», Spiazzi infilò la mimetica direttamente sopra l’elegante divisa nera da cerimonia e si mise in viaggio alla testa di una colonna militare. Prima di partire chiamò Elio Massagrande, suo ex sottoposto in artiglieria, buon amico e numero due del Movimento Politico Ordine Nuovo, il quale gli raccontò che il principe Junio Valerio Borghese aveva organizzato una manifestazione, dai contorni però ambigui, contro l’imminente visita a Roma del maresciallo Tito. Per Spiazzi fu tutto chiaro: era una trappola ordita ai danni dell’amato e venerato ex Comandante della Decima Mas, in quel periodo intento a organizzare a livello nazionale delle manifestazioni che avrebbero portato inevitabilmente a degli incidenti e che avrebbero giustificato così l’intervento dell’Esercito. In previsione di tutto questo, Spiazzi chiamò Borghese e gli chiese di rinunciare alla sua iniziativa. Nel frattempo giunto alle porte di Sesto San Giovanni, la «Stalingrado d’Italia», Spiazzi ricevette l’ordine di rientrare in caserma. Erano le 2.00, era tutto finito.

Nato nel 1933 a Trieste, Spiazzi è un predestinato visto che anche il padre è un generale d’artiglieria pluridecorato con ben sette medaglie fra argento e bronzo; in una foto che lo ritrae diciassettenne, Spiazzi jr. ha una baionetta fra i denti e una pistola in mano, sta giocando nel giardino di casa, probabilmente in vista dell’entrata nell’accademia militare di Modena che avviene alla fine del 1952. Due anni dopo, incurante dell’inopportunità che un ufficiale italiano possa essere coinvolto in fatti politici, insieme a uno sparuto gruppo di suoi vecchi amici monarchici veronesi, raggiunge una Trieste scossa dalla rivolta antitina. Viene catturato, imprigionato e bastonato per un’intera settimana.

Spiazzi, monarchico da sempre come suo padre, crede nello Stato organico di tipo dogale, ispirato cioè alla Repubblica di Venezia, una monarchia elettiva e non ereditaria. Con la fine del 1970 arriva la promozione a maggiore e Spiazzi inizia a creare un’organizzazione di ufficiali e civili, tutti fervidi anticomunisti, chiamata «Rosa dei Venti» in omaggio alla difesa su tutti i fronti dell’Europa dalla minaccia sovietica.

Le indagini della Magistratura sulla Rosa dei Venti hanno il via grazie a un bizzarro medico spezzino che consegna alla Polizia una borsa contenente dei documenti con un piano per un colpo di Stato. Spiazzi viene arrestato il 13 gennaio 1974, cioè un paio di settimane dopo la sua promozione a tenente colonnello, raggiungendo così il poco invidiabile primato di essere il primo ufficiale dell’Esercito della Repubblica finito sotto inchiesta della Magistratura ordinaria.

Si giustifica sostenendo che l’organizzazione è perfettamente legale; i giudici chiedono a Vito Miceli, capo del SID, se sia vero e se ne sa qualcosa ma Miceli nega anche se ammette che una vera organizzazione, diversa da quella di Spiazzi, effettivamente esiste, ma non può parlarne: si tratta di Gladio. È per questo che Miceli finisce in prigione con l’accusa, ingiusta, di aver creato un SID parallelo: in realtà sta solo difendendo un importante segreto di Stato.

I giudici vedono nella Rosa dei Venti una sorta di «doppio servizio». A proposito di Gladio l’ormai generale Spiazzi affermava di esserne venuto a conoscenza come un qualsiasi cittadino italiano dopo le rivelazioni di Giulio Andreotti: l’unica differenza fra Spiazzi e il cittadino italiano è che il primo era a conoscenza di un «piano di sopravvivenza» pronto a contrastare un’eventuale invasione di un esercito straniero. Riguardo «il Comandante», Spiazzi era certo che fosse stato avvelenato, forse con una pasticca di cianuro fatta sciogliere nel caffè durante un colloquio che Borghese aveva avuto con il capitano del SID Antonio La Bruna, episodio questo mai provato che contrasta con la testimonianza di Elena Borghese la quale ha sempre escluso che il padre fosse deceduto per mano assassina.

Sul punto Spiazzi è però sempre stato irremovibile, anche perché di La Bruna aveva una pessima opinione nata quando, ai tempi più che turbolenti del servizio svolto da Spiazzi in Alto Adige, malmenò il capitano del SID, allora maresciallo dei Carabinieri, dopo aver scoperto certe sue operazioni per nulla in linea con i suoi doveri.

Fino al luglio del 2003 Spiazzi totalizza sei anni di carcerazione preventiva e viene inquisito e/o processato per numerosi delitti avvenuti negli anni Settanta, dal «caso Ludwig» all’uccisione dell’esponente di «Terza Posizione» Francesco Mangiameli; dai fatti di Pian del Rascino alla strage della questura di Milano; dalla strage di Brescia a quella di Bologna. E naturalmente c’è il processo del ‘77/’78 che ingloba i tre tentativi, o presunti tali, di colpi di Stato avvenuti fra il 1970 e il 1974 dove, come rammentava Spiazzi, al momento delle presentazioni fra imputati, seguiva sempre la domanda: «Lei di che golpe è?».

Spiazzi ricordava che alcune accuse rivolte contro di lui avevano il sapore della mistificazione, la prova di una volontà persecutoria contro di lui, altrimenti come spiegare, si chiedeva, la contestazione rivoltagli dall’accusa che la notte del «Tora Tora», a Verona, avrebbe equipaggiato un Macchi 416 facendo salire a bordo una trentina di parà e sistemando una bomba atomica sotto la pancia dell’aereo, per poi decollare verso Roma, destinazione Vaticano? E, continuava Spiazzi, alla spiegazione che il Macchi 416 è un biposto, quindi impossibile farci salire trenta parà, veniva zittito con l’ipotesi che avrebbe potuto trasportare quei parà facendo la spola Verona-Roma-Verona per trenta volte.

Spesso condannato in primo grado, Spiazzi è sempre stato assolto in secondo e in Cassazione. Di sé diceva di «essere stato l’unico fesso a pagare». Non è vero. Non è stato l’unico.

FONTI

Claudio Vitalone, Stralcio della requisitoria del processo sul golpe Borghese, Roma 1978

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di 1° grado, 14 luglio 1978.

1° Corte di Assise di Roma Sentenza di appello, 27 novembre 1984.

Sergio Zavoli La notte della Repubblica (trasmissione tv) Rai 1989

Vivendo Parlando-Il testimone Il golpe Borghese (trasmissione tv) TV2000 14 dicembre 1999

Amos Spi

azzi di Corte Regia Il mistero della Rosa dei Venti Centro Studi Carlo Magno, Verona 2001

Conversazione telefonica con Elena Borghese, 20 giugno 2003

Aldo Giannuli L’Italia dei golpe, convegno al Noir in Festival, Courmayeur 10 dicembre 2004

La Storia siamo noi- Il golpe Borghese (trasmissione tv) Rai 3, 2005

Sandro Neri Segreti di Stato Aliberti, Roma 2008

Conversazione con Amos Spiazzi di Corte Regia, Verona 28 febbraio 2009

Conversazione con il giudice Giovanni Tamburino, Venezia 9 ottobre 2009

La lettera di Moro non consegnata dai Br perché zeppa di elementi utili alle indagini

Le-Lettere-di-Aldo-MoroLe Brigate rosse recapitarono per ragioni politiche o per una oggettiva difficoltà solo una parte delle missive scritte da Aldo Moro a personalità pubbliche e alla famiglia. Tra queste ultime, acquista un particolare significato quella indirizzata a Luca Bonini, figlio di Maria Fida Moro, nipote del presidente Dc: è quel «piccolo Luca», spesso citato nella sterminata pubblicistica sul caso Moro, al quale lo statista fa spesso riferimento durante i 55 giorni nelle prigioni brigatiste. La lettera verrà diffusa soltanto nel 1990 a seguito del secondo, incredibile, ritrovamento di armi e documenti durante i lavori di ristrutturazione dell’ex covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano, già oggetto di una irruzione, con relativa accurata perquisizione, da parte dei Carabinieri del generale Dalla Chiesa nell’ottobre 1978.

La missiva, che inizia con un «mio carissimo Luca, non so chi e  quando ti leggerà, spiegando qualche cosa, la lettera che ti manda quello che tu chiamavi nonnetto» ha l’apparente aspetto di una dolce dichiarazione d’amore di Moro verso il nipotino, ma contiene probabilmente diversi riferimenti sul luogo (o uno dei luoghi) in cui potrebbe esser stato tenuto prigioniero il presidente democristiano (nonostante la verità giudiziaria indichi in via Montalcini l’unica prigione). Ad accreditare una simile intuizione è Prospero Gallinari, tra i Br che spararono in via Fani, carceriere di Moro, in una intervista concessa a Mario Scialoja nell’ottobre 1990.

L’intervista, pubblicata su L’Espresso, prende il là dal già citato secondo ritrovamento nell’ex covo milanese di via Monte Nevoso che nel frattempo era stato oggetto di un passaggio di proprietà. Un rinvenimento di armi e scritti fotocopiati di Moro, posticipato di ben dodici anni rispetto al 1978, che lo stesso Gallinari definisce «incredibile», in un appartamento definito «scarnificato» dagli inquirenti all’indomani delle perquisizioni di fine anni Settanta: nell’intervista, resa possibile attraverso lo scambio di domande trasmesse in carcere e risposte per iscritto, il leader brigatista parla esplicitamente della attività di controllo e censura sugli scritti di Moro.

«Fra le lettere di Moro trovate adesso a via Monte Nevoso», chiede Scialoja riferendosi al secondo rinvenimento del primo ottobre 1990, «ce ne sono alcune mai rese note: le risulta che il presidente della Dc scrisse lettere che le Br decisero di non recapitare? E perché?» – Gallinari risponde: «In qualche caso, Moro chiese di correggere alcune lettere che stavano per essere recapitate: tra il materiale saltato fuori in questi giorni è stata evidentemente trovata la prima stesura di qualcuno di questi scritti, parzialmente diversa dal testo delle lettere poi consegnate. In altri casi, furono proprio le Br a chiedere a Moro di cambiare qualche espressione perché le parole che aveva usato potevano fornire delle informazioni agli inquirenti. Furono invece rarissime le occasioni in cui venne posto un veto alla spedizione dei messaggi: e una delle lettere non consegnate è stata proprio quella al nipotino Luca (pubblicata nei giorni scorsi) perché conteneva vari elementi che avrebbero potuto favorire le indagini».

Una ammissione incredibile che permette di andare a cercare nella breve lettera indicazioni utili a ipotizzare l’effettiva prigione di Moro (o una delle effettive). Tre sono i passi di interesse nel documento: quel «ora il nonno è un po’ lontano, ma non tanto…» concetto espresso nuovamente poco dopo con parole diverse («il nonno che ora è un po’ fuori») e un riferimento finale a uno scenario marino («e quando sarà la stagione, una bella trottata sulla spiaggia») che potrebbe far pensare a un luogo di detenzione non tanto lontano da Roma – forse vicino al mare – secondo una ipotesi già avanzata in sede di commissione d’inchiesta e nelle ricostruzioni della pubblicistica. Una intuizione che, insieme al sorprendente stato di pulizia e tonicità muscolare del corpo di Moro emerso in sede autoptica, si incrocia con il ritrovamento nelle urine di tracce consistenti di nicotina quasi che il presidente Dc avesse fumato nei giorni immediatamente precedenti la morte o subìto del fumo passivo. Uno scenario, questo, incompatibile con la versione consolidata di una prigionia durata quasi due mesi in un bugigattolo come quello di via Montalcini – delle dimensioni di tre metri per due – chiamato dai brigatisti «prigione del popolo».

 

Note

  • Per quanto riguarda la lettera a Luca non inviata dalle Br, vedi Selva, Marcucci in Aldo Moro, quei terribili 55 giorni, pagina 331
  • Sul tema della nicotina, vedi Relazione del Prof. Claudio De Zorzi sulle indagini chimiche eseguite in ordine alla morte di Aldo Moro, prima Commissione Moro, volume XLV, pagina 810