Articolo 90. Concutelli finisce nei «braccetti della morte»

Con l’uccisione in carcere di Ermanno Buzzi (in collaborazione con Mario Tuti) e soprattutto di Carmine Palladino, Pierluigi Concutelli, capo militare del Movimento Politico Ordine Nuovo, finisce nei cosiddetti «bracci della morte», un regime detentivo particolarmente duro. Per capirne la genesi occorre arrivare fino all’articolo 90 della legge sull’ordinamento penitenziario del luglio 1975: «Quando ricorrono gravi ed eccezionali motivi di ordine e di sicurezza», dice la norma, «il Ministro di Grazia e Giustizia ha la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, l’applicazione, in uno o più stabilimenti penitenziari, per un periodo determinato e strettamente necessario, delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza». Di fatto si tratta della possibilità di sospendere, appunto «per eccezionali motivi di ordine e sicurezza», all’interno di uno o più carceri, una riforma dell’ordinamento penitenziario, come quella del 1975, frutto di un grande ciclo di lotte dei detenuti.  

Palladino

Carmine Palladino

L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, è quello di assestare dei colpi decisivi alle organizzazioni combattenti attive lungo gli anni Settanta. Nonostante tutto, le carceri continuano per gran parte del decennio in questione a essere difficilmente governabili. Una particolarità italiana sarà poi il determinarsi di una sorta di comunione d’intenti tra i prigionieri politici e il cosiddetto proletariato extralegale, teorizzato, e in parte realizzato, dai NAP, i Nuclei Armati Proletari.

La risposta dello Stato non si fa però attendere: nel 1977 viene istituito il regime degli «speciali» sorvegliati dai carabinieri. Il famigerato art. 90 inizia a essere applicato pedissequamente a partire dai primi anni Ottanta attraverso l’istituzione, appunto, dei cosiddetti «braccetti della morte», sezioni di massimo isolamento che prevedono una fortissima riduzione, o interruzione, dei contatti con l’esterno. L’attuazione di questo inasprimento del regime penitenziario per i detenuti considerati più pericolosi, o comunque più attivi politicamente, avviene in contemporanea con la modifica del codice penale (approvazione dell’articolo 270 bis – associazione sovversiva con finalità di terrorismo) e le nuove norme su pentitismo e dissociazione volute da Cossiga.

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Le righe che di seguito pubblichiamo, sono tratte dal nostro libro «Maledetti ’70 – Storie dimenticate degli anni di piombo» e riguardano il caso di Pierluigi Concutelli subito dopo l’omicidio, in carcere, di Carmine Palladino considerato responsabile, per delazione, della tragica fine del Nar Giorgio Vale.

Concutelli

Pierluigi Concutelli

Dal paragrafo «Il comandante e il caterpillar», pagg.129-130:

«Dopo regolari condizioni di isolamento e trasferimenti in diversi penitenziari, la punizione più severa deve ancora sopraggiungere. Se rivendicare l’uccisione di un uomo rappresenta una ben precisa volontà ideologica, in galera tale scelta comporta un prezzo da pagare. L’importo è molto alto, si chiama articolo 90, una misura disciplinare che comporta la permanenza in aree speciali che nel gergo carcerario vengono chiamate “i braccetti della morte”, ovvero sezioni penitenziarie che prevedono una rigida forma di isolamento capace di spaventare anche gli ergastolani dalla pellaccia più dura. Il trattamento comporta una drastica riduzione dei diritti del detenuto ed è riservato a coloro che nonostante la carcerazione continuano ad essere considerati soggetti pericolosi. I braccetti aprono i battenti nel 1982 e prima di diventare illegali saranno a lungo utilizzati dallo Stato come strumento per incoraggiare i prigionieri a diventare collaboratori di giustizia. La routine carceraria che ne consegue è un annientamento psicologico ai limiti dell’umana sopportazione. Non è consentito alcun rapporto con altri detenuti, nemmeno tramite corrispondenza. È fatto divieto di detenere generi alimentari e sono banditi tutti gli oggetti al di fuori degli indumenti. Ogni tipo di attività culturale, sportiva o ricreativa è tassativamente vietata. I colloqui sono drasticamente ridotti e avvengono solo con i parenti più stretti, davanti a un vetro divisore e alla presenza delle guardie. Nessuna telefonata, nessuna lettera, nessun contatto con l’esterno.

Ventitré ore al giorno chiusi in uno stanzino e perquisiti ad ogni accesso all’aria che consiste in un’ora giornaliera in pochi metri quadrati di cortile. Concutelli varca le soglie dell’articolo 90 aggravato dopo il suo secondo omicidio in carcere. Stessa modalità d’uccisione, stesso angolo “buio” di Novara. Questa volta però il comandante ha fatto tutto da solo. La vittima è un altro detenuto neofascista: l’avanguardista Carmine Palladino, luogotenente di Stefano Delle Chiaie, colpevole d’aver “venduto agli sbirri” la vita di Giorgio Vale, militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Secondo più fonti, Palladino avrebbe rivelato alle forze dell’ordine le istruzioni per giungere al nascondiglio del ricercato dei NAR, un appartamento al pian terreno in via Decio Mure a Roma, nella zona del Quadraro. Durante il blitz del 5 maggio 1982, il ragazzo è morto con un proiettile alla testa esploso in circostanze controverse. Alcune fonti parlano di un conflitto a fuoco, altre di un suicidio, altre ancora di una brutale esecuzione a sangue freddo. Ciò che è certo per Concutelli è che un camerata di soli vent’anni è stato ucciso dagli agenti del regime grazie alle rivelazioni di un delatore. In aula di tribunale Concutelli ribadirà di aver ucciso Palladino da solo e di averlo fatto «perché delatore, dirigente di un’organizzazione che aveva connivenze con il potere ed i servizi segreti». Con l’apertura dei braccetti, la reazione dello Stato è dura e immediata ma lì dentro Concutelli ci sarebbe finito ugualmente. Nel nuovo regime carcerario ogni tentativo di ribellione frutta solo pestaggi dalle guardie. Tolleranza zero. Un passo in avanti nella severità giuridica equivarrebbe soltanto alla pena di morte. Pochi detenuti hanno avuto accesso a quelle sezioni. Stando ai loro racconti, un mese lì dentro rappresenta l’eternità. Tuti e Concutelli vi rimarranno sepolti per cinque interminabili anni»

 

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Archivi Stasi. I rapimenti Schleyer e Moro a confronto

La Stasi mette a confronto il rapimento di Martin Schleyer, operato dalla RAF, con il rapimento di Aldo Moro, operato dalle Brigate Rosse. La Rote Armee Fraktion («Frazione dell’Armata Rossa»), abbreviata in RAF e fondata nel 1970, è stato
un gruppo terroristico di sinistra, attivo all’interno della Repubblica Federale Tedesca.

In un primo momento, i servizi di sicurezza statali raccolsero informazioni sui terroristi, ne osservarono le attività e tollerarono i loro viaggi in Medio Oriente, effettuati dall’aeroporto di Schönefeld, che si trovava a Berlino Est. Negli anni Ottanta, questi contatti si intensificarono e i servizi di sicurezza offrirono rifugio, all’interno della DDR, a dieci persone che si erano allontanate volontariamente dalla RAF. Inoltre, il
Ministero per la Sicurezza dello Stato formò alcuni terroristi nell’acquisire dimestichezza con le armi.

Il 5 settembre 1977, alcuni esponenti della RAF rapirono Martin Schleyer, presidente della Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände (la confederazione dei datori di lavoro tedeschi) e della Bundesverbands der Deutschen Industrie (la Federazione delle Industrie Tedesche). Un anno dopo, il 16 marzo 1978, in Italia alcuni membri delle Brigate Rosse rapirono il politico democristiano Aldo Moro. Nelle presenti pagine, il Ministero per la Sicurezza dello Stato della DDR mette a confronto i due rapimenti.

Entrambi i casi presentano indubbi parallelismi, in termini di attuazione e scopi dei loro esecutori. All’interno del presente documento, si tratterà del confronto, operato dal Ministero per la Sicurezza dello Stato, tra le due azioni criminali. In appendice sono allegati gli schizzi dei luoghi in cui avvennero i reati e le foto delle vittime dei rapimenti, prelevate dalla stampa tedesca occidentale. La legenda esplicativa riguardante gli schizzi del luogo del rapimento di Aldo Moro è stata compilata dal Ministero per la Sicurezza dello Stato.

A essere ricostruita è anzitutto l’esatta dinamica del rapimento di Aldo Moro. Il Ministero per la Sicurezza dello Stato descrive erroneamente le Brigate Rosse, organizzazione terroristica clandestina di sinistra, come «organizzazione neofascista». Successivamente, all’interno del documento, vengono descritte  le differenze e le somiglianze che intercorrono tra i due rapimenti, con particolare enfasi sulla preparazione professionistica degli esecutori. La comparazione dei luoghi dei rapimenti e la
congruenza delle caratteristiche delle foto prova quanto i due rapimenti siano simili.

Il documento non giunge a spiegare né il movente profondo degli esecutori, né la conclusione dei due rapimenti. Per entrambi i casi, si sarebbe dovuto liberare di prigione i compagni ideologici dei terroristi, ancora incarcerati. Entrambi i rapimenti fallirono. Per quanto riguarda il sequestro Schleyer, a morire fu Hanns Martin Schleyer stesso, mentre i membri della RAF rimasero agli arresti e successivamente si suicidarono all’interno del penitenziario di Stoccarda-Stammheim. Anche Aldo Moro, in conseguenza della mancata scarcerazione di altri terroristi, venne ucciso e, come Hanns Martin Schleyer, ritrovato all’interno del portabagagli di un’automobile.

STASI 1

Berlino, 8 giugno 1978
Dipartimento Principale per la Protezione delle Persone, Gruppo Generale Informazioni

Descrizione sintetica del rapimento Moro a confronto con il rapimento Schleyer 

Il 16 marzo 1978, alla periferia di Roma, il presidente del partito democristiano (DC) italiano è stato aggredito e rapito mentre si allontanava dalla propria abitazione e si recava in Parlamento. Questo rapimento a scopi terroristici è stato effettuato dall’organizzazione neofascista delle «Brigate Rosse» che, tramite la divulgazione di ideologie pseudorivoluzionarie, compie in Italia numerosi attentati terroristici.

Lo svolgimento e le modalità in cui si è compiuto l’attentato arrivano ad imitare il rapimento del presidente dell’Unione degli Imprenditori della Repubblica Federale Tedesca, Schleyer. Inoltre, ricostruendo la dinamica di alcune loro azioni, si può comprendere come gli esecutori abbiano effettuato un’analisi dettagliata del rapimento Schleyer.

Dinamica del rapimento:

Alle ore 9:15, Moro lascia il proprio appartamento, nella periferia residenziale di Roma. Oltre a Moro, all’interno dell’automobile si trovano il conducente e un accompagnatore. L’automobile nella quale viaggia Moro è seguita da un’autovettura di sicurezza, occupata dal proprio conducente e da due uomini della sicurezza. A partire da un momento ancora non precisamente identificato, una Fiat 128 con i contrassegni diplomatici inizia a precedere l’automobile in cui viaggia Moro. In corrispondenza di un incrocio (a circa 1500 metri di distanza dall’abitazione di Moro), la Fiat 128, che precede l’automobile di Moro, effettua una frenata a fondo senza motivo apparente, in conseguenza della quale si verifica un tamponamento (tra l’automobile di Moro e la Fiat e tra l’autovettura di sicurezza e l’automobile di Moro). In quello stesso momento, numerosi terroristi, armati di mitragliatrici, aprono il fuoco contro entrambe le vetture. Due terroristi escono rapidamente dall’automobile che aveva bloccato quella di Moro. Quattro o cinque altri terroristi abbandonano l’angolo di un bar, presente sul luogo del rapimento, dietro il quale erano stati nascosti fino a pochi istanti prima dell’attentato. Nel medesimo istante, un’automobile dei terroristi sopraggiunge da dietro e avvicina l’automobile di Moro. Il presidente della DC viene trascinato a forza all’interno di quest’ultima automobile e rapito.

STASI 2

Gli altri terroristi fuggono con un’altra autovettura, che nel frattempo si era avvicinata al luogo del rapimento. Entrambi i conducenti e due uomini della sicurezza rimangono uccisi dai circa 70 colpi sparati dai terroristi, mentre un altro uomo della sicurezza muore poco tempo dopo, a causa delle ferite. L’intera azione, dal momento in cui l’automobile viene bloccata fino alla fuga dei terroristi insieme alla vittima del rapimento, si svolge in circa un minuto. La minuziosa e attenta preparazione dell’attentato risulta ancora più chiara dal confronto con il rapimento Schleyer.

Ciò si evince tra l’altro da numerosi fattori:

1. Secondo le informazioni raccolte dagli organi di polizia e di sicurezza italiani, nella preparazione e nell’attuazione dell’attentato erano coinvolte circa 40 persone. Un tratto peculiare era rappresentato dalla ripartizione dei compiti tra i vari terroristi, nel momento dell’esecuzione del rapimento. La ricognizione e la preparazione dell’attentato vennero effettuate da membri delle «Brigate Rosse», che vivevano a Roma. La rapida attuazione del rapimento venne con ogni probabilità effettuata da membri delle «Brigate Rosse», che abitavano fuori Roma e che fino a quel momento non erano rientrati nella sfera di attenzione della polizia.

2. Le automobili utilizzate dai rapitori erano state rubate e munite dei contrassegni della polizia, alla quale da molto tempo e per svariate ragioni sono stati restituiti.

3. Le armi utilizzate dai terroristi erano state rubate a privati o alle forze armate italiane.

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4. Per escludere la possibile presenza di testimoni, durante la notte precedente al rapimento gli attentatori avevano forato tutte le quattro ruote dell’automobile di un fioraio, che ogni giorno montava la propria bancarella in corrispondenza dell’incrocio dove avvenne il rapimento.

5. Immediatamente prima dell’attacco, i terroristi avevano messo fuori uso la rete telefonica del vicinato.

6. Per garantire maggior sicurezza all’automobile in fuga, un terrorista, vestito con l’uniforme dei vigili urbani italiani, si mise a guardia dell’incrocio dove avvenne il rapimento.

7. Prima del rapimento, alcuni dei terroristi si incontrarono in un bar che si affacciava sull’incrocio, con indosso l’uniforme della compagnia aerea nazionale italiana, «Alitalia». Portavano con sé i mitra all’interno delle sacche di servizio, utilizzate dalla compagnia aerea.

8. Per escludere ogni fattore che potesse compromettere lo svolgimento dell’operazione, i terroristi avevano fissato due postazioni di sicurezza.

9. Come manovra diversiva per la polizia, gli attentatori avevano parcheggiato, poco distante dal luogo del rapimento, un’automobile con una bomba a orologeria.

Dal confronto tra il rapimento di Moro e il rapimento di Schleyer, emergono le seguenti corrispondenze:

1. Il rapimento delle due personalità doveva avvenire conformemente ai piani, in quel momento e in quel percorso.

2. Entrambi i personaggi erano accompagnati da autovetture di sicurezza.
3. I luoghi dove avvennero i rapimenti si trovavano all’interno di un percorso poco frequentato, sia da persone sia da automobili (si trattava in entrambi i casi di quartieri residenziali).

4. L’arresto delle automobili è stato effettuato tramite la simulazione di una normale situazione di traffico cittadino.

5. Gli attentatori hanno aperto immediatamente il fuoco sui conducenti e sulle autovetture della sicurezza.

6. I due personaggi sono stati sequestrati e obbligati a salire all’interno dell’automobile dei terroristi.

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7. A pochi chilometri di distanza dal luogo del rapimento, gli attentatori cambiarono automobile.

8. Il luogo in cui i terroristi permasero e condussero i due personaggi rimase sconosciuto.

9. Gli attentatori uccisero i due personaggi sequestrati.

10. I cadaveri dei due personaggi vennero ritrovati all’interno di un’automobile, in territorio urbano.

11. Le comunicazioni dei sequestratori vennero ogni volta recapitate, in molteplici copie, a varie istituzioni.

12. Il contenuto delle comunicazioni, all’interno di lettere scritte a mano, era essenzialmente il medesimo.

Dall’analisi dei fatti, per cui di norma sono sempre gli assalitori ad essere in vantaggio, emerge che i seguenti fattori potrebbero aver favorito l’attuazione dei sequestri:

1. A fronte dell’ingorgo stradale, né i conducenti né i membri della sicurezza si aspettavano di essere mira di obiettivi nemici. Per questo motivo, da parte loro non vi furono reazioni per allontanarsi dal pericolo.

2. I membri della sicurezza (cinque nel caso di Moro, quattro nel caso di Schleyer) riuscirono a sparare alcuni colpi alla cieca solamente da una delle autovetture di sicurezza.

3. Nel caso di Schleyer, risultò evidente come l’automobile svoltò a elevata velocità in una strada precedentemente senza buona visibilità e si avvicinò a un ostacolo, che già si trovava sulla strada.

4. Nel caso di Moro, risultò evidente come l’automobile dei sequestratori arrivò a una distanza di sicurezza minima rispetto all’automobile che la precedeva (ovvero, quella che all’incrocio sarebbe stata bloccata).

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Fotografie delle vittime dei rapimenti inviate dai sequestratori: Aldo Moro – vittima del sequestro e Hanns Martin Schleyer – vittima del sequestro

 

 

(Traduzione a cura di Silvia Valentini)

JEANNE COGOLLI, la sposa in nero

di Ben OatesCogolli Zani

Nell’eversione nera le quote rosa sono solo un pettegolezzo. Se il ruolo della donna nell’estrema destra ha sempre avuto difficoltà a emergere, figuriamoci cosa ha dovuto fare Jeanne Cogolli che quel ruolo doveva guadagnarselo in una città non certo amica verso i neri qual era Bologna. Nata a Roma nel 1946 ma felsinea d’adozione, la Cogolli frequenta le scuole magistrali; grazie al padre co-fondatore di Retaggio, un circolo culturale vicino a Ordine Nuovo, la Cogolli assimila ben presto le idee dei «fascisti senza Mussolini»; la sporadica frequentazione della locale sezione del MSI le causa un rinvio a giudizio per ricostituzione del partito fascista, dal processo che ne segue la Cogolli ne esce praticamente indenne: probabilmente è questo episodio che fa nascere nella donna l’esigenza di impegnarsi a favore dei detenuti di estrema destra, dando vita a una sorta di «soccorso nero». Nella seconda metà degli anni Settanta la Cogolli inizia a seguire le udienze del processo contro Ordine Nero bolognese durante le quali si innamora di Fabrizio Zani, ex militante toscano di Avanguardia Nazionale poi confluito in Ordine Nero. Insieme a Zani, la Cogolli fonda Quex, che diventa la più celebre rivista per detenuti neofascisti dove, fra le altre cose, si sostiene l’importanza della ripresa dello spontaneismo armato e l’eliminazione di ogni tipo di ostacolo che dovesse sovrapporsi al progetto, come ad esempio i troppi gruppi disomogenei che costituiscono in quel momento la destra radicale.

Nell’aprile del 1981 Mario Tuti e Pierluigi Concutelli uccidono Ermanno Buzzi nel carcere di Novara: poco tempo prima sulle colonne di Quex, Buzzi era stato etichettato come un «infame da schiacciare». L’omicidio Buzzi e il relativo reato di istigazione a mezzo stampa spingono la Cogolli, ormai signora Zani, e suo marito a lasciare Bologna per Torino, scelta per la sua vicinanza con la frontiera francese. Dalla città della Mole la Cogolli e Zani tentano di organizzare un gruppo formato da elementi rimasti ai margini di Terza Posizione e dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Sempre lontana da azioni armate, la dedizione verso suo marito è talmente assoluta che, durante un colpo in una banca dove partecipa anche Zani, come una mamma in apprensione per il figlioletto che sta partendo per il servizio militare, la Cogolli si reca sul posto della rapina a chiedere notizie sul coniuge al complice rimasto fuori a fare il palo; nella divisione di qualsiasi refurtiva, la Cogolli impone che una parte sia sempre destinata ad aiutare i fascisti detenuti nelle carceri. Secondo la DIGOS, la Cogolli fa parte del gruppo di otto persone che, nel 1982, tentano senza successo di sequestrare un gioielliere torinese. Fuggita in Francia, al suo rientro viene arrestata e nel maggio del 1986 la Cogolli viene condannata in primo grado a quattordici anni di reclusione per concorso nell’omicidio di Mauro Mennucci, giustiziato quattro anni prima dagli «amici di Mario Tuti», questa la firma della rivendicazione, per aver segnalato alla Polizia il rifugio francese del geometra empolese; un anno dopo viene assolta per insufficienza di prove. Il suo nome entra anche nell’inchiesta per la strage di Bologna: l’accusa principale mossa alla Cogolli è sostanzialmente quella di essere venuta a conoscenza dell’imminente tragedia per l’avviso ricevuto qualche giorno prima da Massimiliano Fachini, importante esponente padovano di Ordine Nuovo il quale, secondo gli inquirenti, aveva suggerito alla Cogolli che sarebbe stato meglio lasciare alla svelta la città felsinea perché sarebbe accaduto qualcosa di grave; contro di lei ci sono le testimonianze di fascisti pentiti come Mauro Ansaldi, Sergio Calore e Paolo Stroppiana i quali sono pronti a giurare su una presunta dichiarazione della Cogolli risalente al 1982 a proposito di Fachini, dichiarazione che vuole che l’estremista padovano sia uno degli artefici della strage.

Di certo la Cogolli il 2 agosto non è a Bologna, avendo lasciato la città alle prime luci dell’alba. Del suo presunto rapporto con Fachini di cui parla Calore con i magistrati, la Cogolli ha sempre respinto l’accusa di conoscerlo e di aver distribuito su suo incarico la rivista Costruiamo l’azione. Per i reati di rapina, tentata rapina e detenzione di armi, nella primavera del 1994 vengono arrestati la Cogolli, Zani, altri tre neofascisti e Alessandra Codivilla, vecchia amica della Cogolli, che anni prima aveva ospitato Zani nella propria cascina di San Giovanni in Persiceto, vicino Bologna; essendo la Codivilla un perito giudiziario, gli avvocati del foro bolognese incrociano le braccia in segno di protesta verso il suo arresto che sarà comunque breve, con l’accusa poi diventata un nulla di fatto. Quando i magistrati le chiedono quali segreti possa conoscere Zani sulla strage di Bologna, la Cogolli fermamente risponde che se suo marito sapesse davvero qualcosa, lo lascerebbe all’istante. Cioè quello che, poco tempo dopo, farà Zani per un’altra donna.

 

FONTI

Corte d’Assise di Bologna, Strage di Bologna, estratto della sentenza di primo grado, 11 luglio 1988

Seconda Corte d’Appello di Bologna, Strage di Bologna, estratto della sentenza di appello, 18 luglio 1990

Cassazione Unite, Strage di Bologna, estratto della sentenza di Cassazione, 12 febbraio 1992

Cassazione Unite, Strage di Bologna, estratto della sentenza definitiva cassazione, 23 novembre 1995

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001

Corte d’Appello, Strage di Bologna-Ciavardini, estratto della sentenza di Corte d’Appello, 13 dicembre 2004

Ugo Maria Tassinari Guerrieri 1975/1982 storie di una generazione in nero Immaginanapoli, Napoli 2005

Riccardo Bocca Tutta un’altra strage Rizzoli, Milano 2007

 

NINO SOTTOSANTI, gemello diverso

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In una città moderna e spettrale, una dittatura sanguinaria elimina i ribelli lasciando i loro cadaveri per strada, impedendo a chiunque di seppellirli, pena la morte. Le autorità vogliono che quei corpi facciano da monito per eventuali altre rivolte. Questo in sintesi è l’incipit di «I cannibali», film di Liliana Cavani, girato nel 1969 a Milano con un giovane Gianni Amelio assistente alla regia; fra le comparse ci sono due uomini somiglianti fra loro che fino a quel momento hanno avuto sporadiche esperienze nel mondo dello spettacolo e che nel lungometraggio della regista carpigiana interpretano un poliziotto e un anarchico: il primo è Pietro Valpreda, il secondo è Antonino Sottosanti, meglio conosciuto come «Nino il fascista». I due ignorano che di lì a pochi mesi i loro nomi resteranno legati per sempre, ma non nella storia del cinema.

Nato nel 1928 a Verpogliano, un paesino non lontano da Gorizia, che dopo la guerra diventerà sloveno, Sottosanti è figlio di siciliani; suo padre, fascista convinto, era temuto dalla comunità slava del posto per la violenza con cui imponeva l’uso della lingua italiana anche ai bambini che all’occorrenza puniva con un sputo in bocca: l’uomo verrà trovato assassinato quando Nino ha solo due anni. La tragica morte del padre fa di Nino un figlio di martire fascista; pochi anni dopo, insieme alla sorella, Nino si fa immortalare in una foto accanto al Duce.

Terminata la guerra Sottosanti non abbandona l’amore viscerale che ha verso il fascismo e soprattutto verso Mussolini; di scarsa cultura se non quella giuridica, Sottosanti passa ore e ore a leggere il Codice Penale, l’unico libro che ha sul comodino. Dopo essere stato abbandonato dalla moglie per fare la ballerina in un night club, verso la fine degli anni Cinquanta, Sottosanti si arruola nella Legione Straniera col nome di Alfredo Solanti e viene spedito in Algeria, inquadrato nell’Equipe Reinsegnement Action, il servizio segreto della Legione. Dopo il suo rientro in Italia, nel 1966 Sottosanti diventa segretario della sezione milanese di Nuova Repubblica, il movimento politico conservatore fondato da Randolfo Pacciardi; ma è sul finire di quel decennio che Sottosanti si avvicina prima all’area nazimaoista di Lotta di Popolo, poi al mondo anarchico del capoluogo lombardo dove ben presto conosce uno dei suoi leader, il ferroviere Giuseppe Pinelli.

Nell’ambiente tutti sanno del passato di Sottosanti, soprannome compreso, ma la cosa non costituisce alcun problema per nessuno a cominciare dallo stesso Pinelli che anzi accetta l’offerta di Sottosanti di testimoniare in un processo a favore di un giovane anarchico, accusato di un attentato dinamitardo: l’autore si chiama Tito Pulsinelli, ha 21 anni, su lui e Sottosanti circolano voci di una presunta relazione omosessuale. Se non la relazione, di certo è il denaro promesso a spingere Sottosanti a testimoniare il falso per scagionare Pulsinelli, ritenuto innocente da Pinelli. La famiglia Pulsinelli è ben lieta di ospitare Sottosanti nella loro casa di Pero, periferia di Milano, elargendo all’ex legionario la somma di trenta mila lire come argent de poche.

Il 28 novembre 1969 Sottosanti arriva così a Milano da Piazza Armerina, una cittadina vicino Enna dove si è da poco trasferito nella casa della madre; in un paio di settimane Sottosanti porta a termine la sua missione, pronto a fare ritorno in Sicilia. Durante la notte fra l’11 e il 12 dicembre, la signora Pulsinelli sente che Sottosanti non riesce a chiudere occhio, non fa altro che camminare su e giù per la camera da letto impregnandola col fumo delle sigarette. Nella tarda mattinata del 12 Sottosanti si reca da Pinelli per ritirare un assegno di quindici mila lire ricevuto dal ferroviere a titolo di rimborso spese; i due pranzano insieme, poi si recano in un bar per una tazzina di caffè seguita da una veloce partita a carte; infine arriva il momento di dividersi con Sottosanti che si reca in banca a riscuotere l’assegno, per proseguire subito dopo per Pero dove i Pulsinelli lo vedono arrivare fra le 16.30 e le 17.00, cioè quando a piazza Fontana esplode un ordigno che uccide diciassette persone.

 

SOTTOSANTI NINO

Nino Sottosanti

 

Al momento di essere interrogato, Pinelli tace su Sottosanti e sulla ragione del suo soggiorno milanese: confessare in quel momento di aver pagato qualcuno per testimoniare il falso a favore di un attentatore anarchico, significa mettersi nei guai. Quando il ruolo di Sottosanti viene alla luce, la somiglianza fra lui e quello che fino a quel momento è il principale accusato della strage, è più che evidente: Valpreda e Sottosanti sarebbero due gocce d’acqua se non fosse per quei pochi centimetri in più di altezza e per i pochi capelli in meno che ha l’ex legionario rispetto all’ex ballerino. Secondo un giornalista dell’Unità lo stesso Cornelio Rolandi, il tassista teste a carico di Valpreda, avrebbe riconosciuto quest’ultimo in una foto che in realtà ritraeva Sottosanti. Soltanto nel febbraio del 1970 Licia Pinelli parla per la prima volta di Sottosanti e della sua presenza il 12 dicembre a casa del marito, dopo cioè che i giornali hanno scoperto l’esistenza di questo misterioso sosia di Valpreda: fino a quel momento la vedova Pinelli aveva taciuto su Sottosanti come aveva fatto precedentemente suo marito.

Inizia intanto la campagna stampa in favore dell’innocenza di Valpreda che trova nel celebre pamphlet La strage di stato la punta di diamante: il libro è scritto da un gruppo di militanti della sinistra extraparlamentare autonominatosi Comitato di Controinformazione; pubblicato nel giugno del 1970, in poche settimane vende ventimila copie, altrettante dopo la prima ristampa, per arrivare a quota cinquecentomila sette anni più tardi, un libro memorabile che tanto ha influenzato e influenza ancora oggi il metodo di lettura dei fatti di piazza Fontana.

Fra i documenti che il Comitato si ritrova fra le mani ci sono anche le due famigerate veline del SID del 16 e 17 dicembre che inchiodano Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale e Mario Merlino, ex avanguardista poi diventato anarchico, alle loro responsabilità di autori degli attentati avvenuti a Roma; oggi sappiamo che la gran parte del materiale presente nel libro è di provenienza del SID, lo conferma il suo editore Giulio Savelli il quale, giurando sulla buona fede di tutti, ammette l’intossicazione provocata dai servizi anche con i buoni uffici di Giovanni Ventura, poi imputato per la strage, un’intossicazione il cui odore acre era stato invece fiutato da Giangiacomo Feltrinelli da fargli rifiutare la proposta di pubblicazione.

Se dovessimo riassumere in poche parole quali sono stati gli obiettivi verso i quali la maggior parte delle tesi del libro si sono scagliate, questi sono Junio Valerio Borghese, fondatore del Fronte Nazionale e Delle Chiaie, con il presunto grand commis Federico Umberto D’Amato dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, «acerrimo» nemico del SID. È la magistratura a scoprire la genesi di La strage di stato: Vittorio Occorsio lo fa capire in un’intervista al Giornale d’Italia ma soprattutto sono le indagini del giudice Gerardo D’Ambrosio a fornire le prove dell’intervento del SID nella stesura di quel libro, dando modo a Giorgio Bocca di definirlo una raccolta di «notizie del diavolo». Ma ormai i «buoi sono scappati dal recinto» e ancora oggi molti ritengono La strage di stato un masterpiece del giornalismo d’inchiesta, utile per comprendere i fatti di piazza Fontana e la cosiddetta strategia della tensione.

Ma torniamo a Sottosanti e a quel 1970. Ai redattori di Controinformazione non pare vero di avere fra le mani la storia di un fascista presente a Milano il giorno della strage e che, guarda caso, somiglia al principale accusato che fascista non è; il teorema è quello di una diabolica macchinazione che vuole Sottosanti reclutato per mettere nei guai gli anarchici, lui che nella realtà dei fatti ha appena rischiato la galera con la testimonianza a favore di uno di loro; l’ipotesi è quella di Sottosanti presente a piazza Fontana al posto di Valpreda, tesi questa chissà se influenzata dal film della Cavani. Insieme a molti dei protagonisti citati loro malgrado nel libro, anche Sottosanti querela la casa editrice; nessuno tiene conto della testimonianza dei Pulsinelli che confermano la presenza dell’ospite nella loro casa proprio nel momento in cui scoppia la bomba. Sottosanti diventa l’attentatore materiale al servizio degli apparati dello Stato, ma non verrà mai rinviato a giudizio. Se non ci fossero di mezzo diciassette morti e quasi cento feriti, questa storia sarebbe piaciuta a Georges Feydeau, specie nel suo volgersi a farsa quando, dopo Sottosanti, di gemelli di Valpreda la Controinformazione ne scova altri due, manco a dirlo sempre di estrema destra, per un totale di un anarchico e tre fascisti gemelli per un attentato. All’intelligenza.

FONTI

Gianni Flamini Il partito del golpe (vol. III tomo 1) Bovolenta, Ferrara 1983

Francesco Buscemi Invito al cinema di Liliana Cavani Mursia, Milano 1996

Luciano Lanza Bombe e segreti Eleuthera, Milano 1997

Giorgio Boatti piazza Fontana Einaudi, Milano 1999

Corriere Della Sera, 19 giugno 2000

Eduardo Di Giovanni e Marco Ligini (a cura di) La strage di Stato Odradek, Roma 2000 (riedizione)

Pierangelo Maurizio piazza Fontana Maurizio Edizioni, Roma 2001

Diario, 30 agosto 2002

Aldo Giannuli Bombe a inchiostro Rizzoli, Milano 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di piazza Fontana Ponte alle Grazie, Milano 2009

STEFANO SERPIERI, il sensei del doppio gioco

STEFANO SERPIERI sensei

di Ben Oates

Per molti camerati quel cognome era un segnale da cogliere. Stefano Serpieri, classe 1935, evoliano doc, milita inizialmente nel MSI poi entra del gruppo giovanile di Ordine Nuovo, movimento che successivamente abbandona per confluire in quello di Europa Civiltà, a sua volta nato dalle ceneri del Movimento Integralista Europeo, fondato da esponenti della destra cattolica più tradizionalista. Lo sport come filosofia di aggregazione diventa il tratto distintivo di EC, quando i suoi dirigenti iniziano a dare vita a varie compagnie sportive, ciascuna guidata da un responsabile e Serpieri lo diventa per le arti marziali, specie quelle ispirate alla filosofia orientale dell’aikido. Proprio grazie alla sua passione e competenza per la cultura dell’estremo oriente Serpieri, nel 1965, viene avvicinato dal SIFAR che lo incarica di collaborare alla fuga dal loro Paese di alcuni ballerini cinesi dissidenti politici; il suo impiego presso il registro aeronautico consente a Serpieri di ottenere facilmente la fiducia di molti neofascisti, operazione questa richiestagli dal SIFAR che, dall’8 febbraio di quell’anno, lo ha ufficialmente inserito nella sua squadra di informatori: in una nota gli apparati di sicurezza lo descrivono come «elemento intelligente e di sinceri sentimenti patriottici». Pochi mesi dopo il SIFAR viene sciolto per fare posto al SID, ma per Serpieri non cambia nulla.

(Per il proseguo della lettura si consiglia di confrontare con il ritratto di Mario Merlino pubblicato il 5 luglio) Nell’aprile del 1968 Serpieri fa parte della comitiva formata da giovani appartenenti a vari gruppi di estrema destra, fra i quali c’è anche l’avanguardista Mario Merlino, che si recano ad Atene per le celebrazioni del primo anniversario del colpo di Stato dei colonnelli. Ignaro della «doppia vita» del suo amico e camerata, l’anno successivo Merlino propone a Serpieri di frequentare, fosse pure saltuariamente, il 22 Marzo, un gruppo anarchico fondato da lui e da Pietro Valpreda: un neofascista fiduciario del SID che si infiltra in un circolo di anarchici diventa la genesi che segna la svolta definitiva nella carriera di informatore di Serpieri.

Il 12 dicembre a Milano scoppia l’inferno, lo stesso giorno Roma ci va vicino. Il 16 e il 17 alla Questura di Roma e al Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, arrivano due veline del SID dove si informa che le bombe sono da addebitare a un’organizzazione guidata da un anarchico tedesco residente a Lisbona, tale Yves Guérin-Sérac, spesso presente in Italia via Svizzera, mandante di Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale e Merlino per la collocazione degli ordigni su Roma; inoltre l’informativa riporta la specifica che a Milano non dovevano esserci vittime. Per motivi di spazio non ci si dilungherà sulla reale natura di queste veline, basti considerare che furono redatte col sistema delle «mezze verità messe accanto a mezze bugie per poi essere amalgamate da verità e bugie».

La Questura romana convoca Serpieri sotto le mentite spoglie di indagato con il compito di tenere le orecchie bene aperte per ascoltare i colloqui che avvengono nella sala d’aspetto dove sono seduti vari fermati, neofascisti e anarchici. Uno dei primi a essere chiamato è Merlino; durante una pausa del suo interrogatorio, più serrato rispetto a quello di altri perché in quel momento gli anarchici sono i maggiori sospettati degli attentati, Merlino comprende che, prima o poi, gli inquirenti avrebbero chiesto anche a Delle Chiaie di deporre e per questo prega Serpieri di avvisare Delle Chiaie che, quando sarebbe arrivato il suo momento, avrebbe dovuto tacere dell’appuntamento, poi mancato, fra lui e Merlino previsto nella casa romana dello stesso Delle Chiaie per il pomeriggio del 12 dicembre (una decisione quella di Merlino presa per non coinvolgere l’amico nell’inchiesta e per la convinzione di essere rilasciato di lì a breve). Solo nel caso in cui fosse stato trattenuto per più dei tre giorni consentiti dalla legge per un fermo, Merlino avrebbe raccontato la faccenda dell’appuntamento. Nel riportare l’ambasciata di Merlino a Delle Chiaie, Serpieri volutamente omette il dettaglio della questione del rilascio a breve o a lungo termine e le rispettive versioni che avrebbe dato Merlino agli inquirenti. Il colloquio in Questura fra Serpieri e Merlino era avvenuto in presenza di Andrea Polito, un altro fermato del gruppo 22 Marzo ma che in realtà è l’agente infiltrato Salvatore Ippolito; i contenuti di quel colloquio finiranno in un’informativa del SID siglata dal suo capo, l’ammiraglio Eugenio Henke, ma questo documento verrà trasmesso ai giudici Vittorio Occorsio ed Ernesto Cudillo solo sette mesi dopo il fatto. L’episodio segna uno spartiacque nella vita politica e personale di Merlino e ancor di più di Delle Chiaie, ci vorranno quasi venti anni e vari processi per trovare il giusto nodo da sciogliere che porterà alle assoluzioni definitive dei due.

Ma torniamo in quei giorni convulsi di metà dicembre ’69. Delle Chiaie e alcuni suoi camerati decidono di svolgere indagini sull’attentato, iniziativa questa che viene attuata anche con l’aiuto di alcuni elementi della sinistra romana: manco a dirlo, a conoscenza dell’inchiesta di AN è anche Serpieri che ne parlerà pubblicamente soltanto diciannove anni dopo. Fra le persone che vengono avvicinate da Delle Chiaie e i suoi c’è anche Angelo Ciccarella, reporter di Ciao 2001 il quale, un mese prima della strage, era stato autore di un’intervista a pagamento fatta a Valpreda, Merlino e gli altri del 22 Marzo; ma non è soltanto questa intervista ad attirare l’attenzione dei camerati di AN, c’è anche la dichiarazione di Serpieri il quale, sempre prima della strage, aveva incontrato Ciccarella nella sede di EC per un’altra intervista, parte di un’inchiesta che Ciccarella stava facendo sui movimenti politici giovanili: in quell’occasione Serpieri e gli altri di EC avevano notato un dettaglio che poi era loro tornato alla mente dopo la strage, sulla cartella di cuoio che Ciccarella aveva in mano c’era impresso un galletto, un logo che era di una ditta che aveva fabbricato la borsa contenente la bomba, poi inesplosa, trovata nei sotterranei della Banca Commerciale Italiana di Milano in quel 12 dicembre.

Il 18 dicembre Serpieri convince Delle Chiaie a trovare un posto sicuro dove dormire per evitare di essere fermato e interrogato, Delle Chiaie accetta il suggerimento e si reca in via Massaciuccoli dove risiede un camerata felice di ospitarlo; come sua abitudine Delle Chiaie parcheggia la sua auto lontano dal luogo dove va a risiedere. La mattina successiva Delle Chiaie viene fermato dai Carabinieri mentre sta per salire a bordo della sua vettura: Serpieri aveva avvisato il SID.

Grazie all’insistenza dei magistrati per far luce sulle veline del 16 e 17 dicembre, nel 1976 l’ammiraglio Mario Casardi, capo del SID, consegna un documento del servizio datato 11 aprile 1970 con la smentita che Guérin-Sérac fosse un anarchico tedesco, confermando invece la sua nazionalità francese e l’appartenenza a un’organizzazione internazionale anticomunista; principale accusato di quello che è un vero e proprio depistaggio è il maresciallo Gaetano Tanzilli del Centro Controspionaggio Roma 3, ufficio D, che da tempo gestisce la fonte Serpieri. Tanzilli respinge tutte le accuse, più o meno la stessa cosa fa Serpieri che ammette di essere lui la fonte di quelle veline, ma afferma con forza che mai ha scritto una cosa così lunga e articolata, una dichiarazione questa che genera in molti camerati il sospetto che ispiratore ed estensore sia l’agente Z del SID, ossia Guido Giannettini. Tanzilli e Serpieri vengono rinviati a giudizio per falsa testimonianza; in primo grado il maresciallo viene condannato a un anno di reclusione, sentenza cancellata in appello perché il fatto non sussiste; Serpieri è più fortunato grazie a una provvidenziale amnistia che lo toglie dai guai.

Ormai «bruciato» come informatore, Serpieri dedica il resto della vita alla sua passione, l’ai-kido, disciplina per la quale diventa uno dei più importanti maestri italiani. Un sensei appunto.

FONTI

Odoardo Ascari Accusa: reato di strage Editoriale Nuova, Milano 1979

Tribunale di Catanzaro, Processo piazza Fontana bis, udienza del 26 novembre 1988

Giorgio Boatti piazza Fontana Einaudi, Torino 1999

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001

Gianni Cipriani Lo stato invisibile Sperling & Kupfer, Milano 2002

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008

Conversazione con Mario Merlino, Roma 15 ottobre 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di piazza Fontana Ponte alle Grazie, Milano 2009

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 22 novembre 2011

MARIO MERLINO, il figlio dei fiori

Merlinodi Ben Oates

Cosa ci sta a fare un capellone, con barba lunga e occhiali da intellettuale, fra i neofascisti degli anni Sessanta? A guardare Mario Michele Merlino pensi più a Jerry Garcia dei Grateful Dead o ad Augusto Daolio dei Nomadi, di sicuro non a un macho con un manganello in mano che il giovane Merlino qualche volta ha usato.

Merlino è nato a Roma il 2 giugno 1944, evento questo che lo costringe a vedere mischiati i festeggiamenti per il suo compleanno con quelli della mai amata Repubblica Italiana, un fastidio che lo spinge a ricordare con orgoglio le sue prime 48 ore di vita, quelle cioè passate sotto la RSI prima che gli odiati yankee entrassero trionfanti nella capitale. Figlio di un funzionario del dicastero pontificio Propaganda Fide, verso la fine del 1960 Merlino si iscrive alla Giovane Italia; due anni dopo è la volta del MSI che Merlino lascia nel giugno del 1965, deluso dall’accordo che Giorgio Almirante, all’opposizione interna, stringe a Pescara con Arturo Michelini segretario del partito; per molti giovani neofascisti quell’intesa sancisce il frantumarsi del sogno di vedere il MSI come unico mezzo di lotta al sistema.

Merlino si avvicina quindi ad Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie iscrivendosi all’ASAN, l’organizzazione universitaria di AN; è con i camerati dell’ASAN che, il 27 aprile 1966, Merlino si trova coinvolto negli scontri fra neofascisti e socialcomunisti che provocano la morte dello studente di Architettura Paolo Rossi: con i camerati che sono ai piedi della scalinata interna dell’Università, opportunamente tenuti lontano dai compagni grazie a un cordone di Carabinieri, Merlino vede precipitare Rossi come un sacco, senza un grido.

Il 1968 è l’anno delle battaglie, delle manifestazioni, degli scontri. Insieme ai camerati di AN, Caravella ed Europa e Civiltà e ai compagni del Movimento Studentesco, Merlino è a Valle Giulia con in mano il suo manganello per darsele di santa ragione con i celerini. Poche settimane dopo è nel gruppo di neofascisti italiani ed ellenici che, a bordo dell’Egnatia, da Brindisi salpano alla volta della Grecia per celebrare il primo anniversario del golpe dei colonnelli; prima di partire Merlino è costretto a recarsi dal barbiere per tagliare i capelli, obbligato dalle ferree regole di buon costume imposte dalla giunta ellenica.

Della gita «d’istruzione» il SID è perfettamente a conoscenza grazie a Stefano Serpieri, ex ordinovista, in quel momento appartenente a Europa e Civiltà, da qualche anno anche informatore dei servizi, pure lui imbarcato sull’Egnatia; a chiudere il cerchio c’è l’addetto militare dell’ambasciata italiana di Atene che risponde al nome del colonnello Gianadelio Maletti.

Merlino e gli altri sono inconsapevoli di andare incontro a una cocente delusione, ancora oggi egli rammenta perfettamente i morsi della fame patiti ad Atene, dovuti all’indifferenza pressoché totale che le autorità greche ebbero verso i loro ospiti. I colonnelli, visceralmente anticomunisti, non avevano mai rivendicato alcuno spirito o ideologia fascista; per loro era stato fondamentale liberarsi dallo spettro di avere una bandiera rossa a sventolare su piazza Syntagma (oltre a quello di vedere intaccate le loro buste paga); inoltre non va esclusa l’ipotesi che nei militari ellenici fosse ancora vivo il ricordo di quel spezzeremo i reni alla Grecia di mussoliniana memoria.

Il 1968 per Merlino segna anche un punto di svolta interiore, una crisi esistenziale e politica che se da una parte gli creerà ripercussioni psicologiche dall’altra sarà causa di effetti di natura giudiziaria ben più pesanti (e non solo per lui). Merlino è sfiduciato verso i movimenti di destra e per nulla attratto da quelli di sinistra: la decisione di abbandonare AN diventa inevitabile. Dopo una breve frequentazione di alcuni gruppi di cattolici integralisti, approda su posizioni decisamente anarchiche. Arrivato il fatidico 1969, Merlino entra nel circolo Bakunin della capitale insieme a una quindicina di anarchici fra cui Ivo Della Savia e Pietro Valpreda. Tutti conoscono il passato fascista di Merlino, sanno che alcuni vecchi amici continua a frequentarli, ma nessuno si preoccupa o ha da ridire. Nell’estate di quell’anno Merlino è a manifestare di fronte al Palazzo di Giustizia di piazza Cavour in sostegno degli anarchici arrestati a Milano per gli attentati dinamitardi avvenuti a bordo di alcuni treni.

Insieme a Valpreda, Della Savia e tal Andrea Polito, in ottobre Merlino lascia il Bakunin per fondare il 22 Marzo, un nome che, stando a quanto ancora oggi afferma, fu imposto da Valpreda in onore del Sessantotto francese ma avversato da Merlino perché timoroso che sorgessero equivoci con un altro movimento, il XXII Marzo, creato un anno prima da Delle Chiaie con l’intento di unire i gruppi neofascisti giovanili al Movimento Studentesco dato che il nemico era uno solo, cioè il sistema. In quel momento tutti ignorano che Polito altro non è che Salvatore Ippolito, agente dell’Ufficio Politico della Questura di Roma, infiltrato su ordine del commissario Domenico Spinella, il quale da tempo nutre sospetti sull’attività politica di Della Savia.

MERLINO Agosto 1969

Merlino, agosto 1969

Il 12 dicembre 1969 Merlino deve incontrare Marcello Lelli, segretario federale della Federazione Giovanile Comunista Italiana e suo ex compagno di scuola, per esaminare la tesi di laurea che Merlino ha scritto sui rapporti fra Stato e Società. Lelli gli dà appuntamento per le 16 presso l’Istituto di Sociologia. Merlino decide però di non andare da Lelli, spinto dall’esigenza di vedere Delle Chiaie per confrontarsi con lui su quella che sente come una forte e profonda crisi personale, oltre che politica. Intanto a Milano scoppia la bomba ed è strage: poco dopo altre esplosioni avvengono a Roma in una banca e ai piedi dell’Altare della Patria, ma per fortuna non ci sono vittime.

Sospettato per gli ordigni esplosi nella capitale, come gli altri anarchici del 22 Marzo, anche Merlino viene fermato e portato in Questura raggiunto poi da Serpieri, ufficialmente convocato per essere interrogato, in realtà è lì per carpire eventuali confidenze di chi è seduto in sala d’attesa. Sulla questione dei nomi XXII Marzo e 22 Marzo, sulla vera o presunta data di nascita del secondo, per alcuni risalente al mese di aprile ‘69 e soprattutto sulla storia dell’alibi di Merlino e Delle Chiaie per i fatti del pomeriggio del 12 dicembre, ancora oggi storici e studiosi dibattono. Per molti di loro le sentenze e motivazioni di esse non rispondono ai quesiti o non corrispondono alle tesi, spesso teoremi, che da anni pongono a chi legge i loro saggi.

Che di bandolo intricato si tratta è poco ma sicuro, tanto che ancora rimangono zone d’ombra. Benché in agenda avesse annotato l’incontro con Lelli per il 12 dicembre, il giorno prima Merlino chiede a Delle Chiaie un colloquio che ha il sapore di sfogo/confessione sulla sua crisi. Delle Chiaie gli dà appuntamento nella casa di via Tuscolana per il pomeriggio del giorno dopo, impegno di cui, al contrario di Merlino, Delle Chiaie si dimentica. La sera del 12 agli inquirenti Merlino tace l’episodio per non coinvolgere Delle Chiaie nell’inchiesta e dichiara che quel pomeriggio era a passeggio da solo, per le vie della capitale; la scelta di Merlino è dettata anche dalla convinzione che il suo rilascio sarebbe stato imminente; solo nel caso in cui fosse stato trattenuto più dei tre giorni stabiliti dalla Legge, Merlino avrebbe menzionato l’appuntamento con Delle Chiaie e quest’ultimo sarebbe quindi dovuto andare in Questura a confermare che il suo amico, il pomeriggio del 12, era a casa sua e, vista la sua assenza, si era intrattenuto con la sua compagna Leda Minetti e i suoi due figli, Claudio e Riccardo dei quali, anni dopo, Merlino sposerà la sorella Mirella.

MERLINO ROBERTO GARGAMELLI E VALPREDA

Merlino, Gargamelli, Valpreda

A casa di Delle Chiaie i tre ragazzi avevano passato il tempo a parlare di un viaggio fatto in Romania alcuni anni prima, ricordi raccontati sulle note del Die Fahne Hoch (In alto la bandiera), l’inno del partito nazionalsocialista dei lavoratori, suonato al piano in chiave jazz da Riccardo. Di tutto questo Merlino ne racconta a Serpieri che, in Questura, è seduto accanto a lui insieme a Polito/Ippolito e lo prega di avvisare Delle Chiaie di tutti i dettagli; Serpieri invece tace su quello più importante, la questione dei tre giorni e dell’eventuale rilascio di Merlino, mettendo così Delle Chiaie nella condizione di non recarsi in Questura a confermare l’alibi del suo ex camerata, una cosa che farà molti giorni dopo generando negli inquirenti sospetti sui due amici e sull’attendibilità del loro alibi.

Difficile capire perché gli inquirenti non abbiano ascoltato i Minetti subito dopo il racconto, questa volta completo, fatto da Merlino sul suo pomeriggio del 12 o comunque perché la loro testimonianza non fosse sufficiente a garantire l’alibi a Merlino senza l’ausilio delle dichiarazioni di Delle Chiaie il quale, dopo tutto, era altrove per cui avrebbe potuto solo confermare l’esistenza dell’appuntamento e nulla più. Per alcuni è qui il nodo da sciogliere, in quel momento forse scocca l’ora di un duello all’arma bianca e all’ultimo sangue fra poteri dello Stato, da una parte il SID, dall’altra gli Affari Riservati del Viminale, un duello combattuto usando anarchici e neofascisti come armi. Di certo per Merlino e Delle Chiaie scatta una sorta di «ora X» che segna le loro vite per tutti gli anni successivi, caratterizzando la loro storia politica e personale in maniera definitiva. Delle Chiaie opterà per la latitanza che durerà 17 anni; Merlino invece siederà sul banco degli imputati per 15, esattamente dal 23 febbraio 1972 al 27 gennaio 1987, dove in tutti i gradi di giudizio verrà riconosciuto innocente.

Nel 1989, indossando una camicia nera, Merlino è presente ai funerali di Lelli rendendo così omaggio alla lealtà e onestà dell’amico il quale, in una cortese ma ferma replica a un articolo dell’Espresso uscito a ridosso della strage, aveva confermato di essere stato lui a decidere il giorno e l’ora dell’appuntamento e non Merlino come sosteneva l’articolo, ipotizzando la volontà di quest’ultimo a costruirsi l’alibi per quel tragico pomeriggio.

MERLINO oggi

Messi da parte i guai giudiziari e da tempo ideologicamente tornato alle proprie origini di neofascista, fra i tanti suoi interessi Merlino si è dedicato allo studio e alla memoria della RSI e soprattutto della X MAS, una storia quella della Decima che quando ne parla, Merlino sembra rivolgersi a chi l’ha guidata guardando fuori dalla finestra della sua casa che dà proprio sul lato sinistro della chiesa di Santa Maria Maggiore, dove è situata la cappella dei Borghese con le spoglie del Comandante. Tornato al suo mestiere di professore, Merlino ha insegnato Storia e Filosofia in un liceo della capitale; non di rado i suoi studenti, colpiti anche dal suo look, hanno mostrato un inusuale interesse per le sue lezioni, incuriositi anche dalla sua storia personale; meno accoglienti sono stati alcuni suoi colleghi, sempre pronti a rinfacciargli le bombe del 12 dicembre. Analogo e inaspettato atteggiamento è quello che Casa Pound ha nei confronti di Merlino tanto da inserirlo fra le persone non gradite, con la motivazione che il suo nome è un «nome pesante».

FONTI

Verbale n. 468 del 6 aprile 1970 interrogatorio di Ernesto Cudillo a Marcello Lelli

Paese Sera, 2 giugno 1974

Mario Consani Foto di gruppo di piazza Fontana, Melampo, Milano 2005

Conversazione con Mario Merlino, Roma 15 ottobre 2008

Paolo Cucchiarelli Il segreto di Piazza Fontana, Ponte Alle Grazie, Roma 2009

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 22 novembre 2011

ELIO MASSAGRANDE, il gaucho

MASSAGRANDE ELIO ritratto 2

di Ben Oates

Per Elio Massagrande prima viene la famiglia, poi la politica. Di origini contadine, nasce a Isola Rizza, nei pressi di Verona: classe 1941, nel 1959 consegue a Padova la licenza di pilota civile di aeromobile. Sono le passioni per il paracadutismo e le arti marziali che avvicinano Massagrande agli ambienti di Ordine Nuovo: insieme a Leone Mazzeo, che più tardi sposerà la sorella di sua moglie, di ON Elio diventa uno dei responsabili per il Veneto.

Seguendo le orme dei suoi amici Roberto Besutti, ordinovista mantovano, sergente allievo ufficiale dei parà a Vicenza, e Marco Morin che, anni dopo, sarà protagonista di una perizia depistante sull’esplosivo usato nell’attentato di Peteano, nel 1966 Massagrande inizia il corso allievi ufficiali a Foligno per diventare sottotenente di complemento nell’artiglieria paracadutista di stanza a Livorno.

Più o meno contemporaneamente, per i tre militari quel 1966 segna le prime noie con la giustizia: al terzetto di amici vengono sequestrati un gran quantitativo di armi, munizioni ed esplosivo al plastico. Una santabarbara ingiustificabile per degli ufficiali di complemento, ma i tre le spiegazioni riescono a trovarle giurando sulla genuinità della loro passione per le armi e il relativo collezionismo.

Massagrande afferma di aver acquistato il suo quantitativo per 40 mila lire da uno sconosciuto incontrato in piazza XX Settembre a Livorno, una dichiarazione accolta da giudici non privi di superficialità anche se, nella metà degli anni Sessanta, sarebbe stato impensabile per chiunque immaginare che di lì a poco sarebbe iniziata la lunga stagione del terrore politico.

Tornato a Verona, Elio si mette in società con la moglie del capitano di artiglieria Amos Spiazzi nella gestione di una palestra.

Arriva il 1969: ON viene sciolto e Pino Rauti torna nel MSI spingendo così numerosi dissidenti a fondare il Movimento Politico Ordine Nuovo che l’anno successivo elegge suo leader Clemente Graziani e un direttorio nazionale formato da Massagrande, Besutti e Mazzeo. Gli aderenti al MPON usano definirsi ordinoviani, un termine che vuole indicare una razza appartenente a un’altra era, utile anche per distinguersi dai vecchi ordinovisti. I quattro decidono di «processare» Rauti per tradimento, condannando poi il loro ex maestro a «restare in vita» in modo tale da essere additato per sempre come rinnegato.

Insieme a un camerata romano, Mazzeo fa qualcosa in più: una sera blocca Rauti in una strada della capitale e, con un piccolo martello, lo colpisce all’orecchio per dargli un monito. Leggermente ferito, al Pronto Soccorso, Rauti dichiarerà di essere stato vittima di una selvaggia aggressione da parte di quelli del Collettivo di via dei Volsci.

I guai seri per Massagrande arrivano poco prima della metà degli anni Settanta quando il Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, contro i pareri di Aldo Moro, Mariano Rumor e Giulio Andreotti e minacciando una crisi di governo, scioglie per decreto il MPON mettendo di fatto fuori legge i suoi iscritti, forte anche della sentenza emessa poco prima nei confronti di 42 ordinovisti in un processo che aveva avuto come pubblico ministero Vittorio Occorsio. L’accusa è ovviamente quella di ricostituzione del partito fascista. In accordo con Besutti e Mazzeo che accettano il carcere, Graziani e Massagrande scelgono invece la via della fuga.

MASSAGRANDE ELIO 2 ritratti

Insieme alla moglie Alessandra, ai suoi tre figli e a Graziani, nel 1974 Massagrande si reca ad Atene dove, in società con un camerata greco, inaugura un ristorante; un’attività che avrà vita breve a causa della truffa fatta dal socio, ma soprattutto per la richiesta di estradizione italiana che il nuovo governo democratico greco, insediatosi negli ultimi mesi di quel 1974, ha deciso di accogliere.

La scelta del governo ellenico è motivata da alcuni attentati avvenuti ad Atene e rivendicati da Ordine Nero, una sigla che da sempre Mazzeo ritiene un’invenzione partorita dal Viminale; in ogni caso Massagrande risulterà estraneo ai fatti e la logica non spinge a pensare il contrario: difficilmente un latitante che trova rifugio in un altro Paese decide di creare problemi a chi lo ospita. Inoltre la residenza ad Atene non doveva essere un gran segreto considerando l’intervista rilasciata da Elio al settimanale OGGI nel giugno 1974.

Massagrande lascia la Grecia a malincuore: fra le sue carte processuali c’è una sua dichiarazione, priva di firma, che è un atto d’amore nei confronti di quel Paese. Sono parole che evidenziano la riconoscenza verso il popolo greco, la rabbia verso lo Stato italiano e il governo greco di Nuova Democrazia, da cui si sente tradito; in quella lettera dattiloscritta Elio afferma di non aver mai avuto a che fare con la giunta dei colonnelli e la sua offerta di arruolarsi nell’esercito ellenico insieme a Graziani durante la crisi di Cipro, dove si era sfiorato il conflitto con la Turchia, viene spiegata come frutto del suo amore sconfinato per il popolo greco.

Ad attendere Elio all’aeroporto di Fiumicino c’è una schiera di poliziotti e carabinieri, insieme a uno stuolo di giornalisti. Massagrande si fa due mesi di prigione a causa degli attentati avvenuti ad Atene; due giorni prima di essere rilasciato viene selvaggiamente picchiato da alcuni detenuti che, secondo Mazzeo, sono stati sguinzagliati dal duo Maletti – La Bruna, ufficiali del SID, con l’intento di far reagire il neofascista e avere una motivazione per trattenerlo in carcere.

Uscito di galera Massagrande riunisce di nuovo tutta la famiglia e va in Spagna. Sarà il suo secondo errore dopo quello della fuga in Grecia: nel frattempo infatti era arrivata la sentenza di Cassazione del processo di fine ‘73 che lo condannava a due anni e nove mesi. Massagrande è di nuovo un latitante. Grazie alla sua assenza in Italia gli vengono continuamente addebitati reati su reati, avvalorando così i timori che Mazzeo gli aveva espresso al momento di accettare il carcere: la prigione ha il pregio di tenerti al riparo da sospetti e accuse di quei reati che avvengono durante la detenzione, se sei latitante il rischio di vederti addossato qualsiasi cosa è alto.

In quel momento per Elio il sospetto più grave è quello di un coinvolgimento nell’omicidio del giudice Occorsio. A Madrid non si capacita di quella che considera una congettura dei magistrati italiani: è inorridito per essere accostato a Pierluigi Concutelli, che lui giudica un pazzo esaltato, tanto da pensare che il bombardiere nero si sia volutamente fatto arrestare con l’arma del delitto in mano pensando così di diventare un eroe.

Quanto all’assassinio di Occorsio anche Massagrande, come molti altri ordinovisti, si lascia sfuggire un gesto di approvazione talmente rumoroso e plateale da causare uno scontro, ai limiti della rissa, con Stefano Delle Chiaie, leader di Avanguardia Nazionale, in quel periodo anche lui latitante e titolare del ristorante Apuntamiento, noto ritrovo di neofascisti. A colpire della vicenda Occorsio è l’atteggiamento che ancora oggi alcuni ex ordinovisti hanno nei confronti del magistrato: sentimenti non certo concilianti, né comprensivi.

Finito il franchismo, la Spagna non è più un posto sicuro per molti dei fascisti rifugiati nel Paese iberico: Massagrande decide quindi di volare in Sud America. Lui, Alessandra e i tre figli si sistemano in Paraguay dove, più tardi, vengono raggiunti da Graziani proveniente dall’Inghilterra via Spagna. Venuto a conoscenza delle sue origini contadine, un italiano da anni residente nel Paese sudamericano chiede a Elio di gestirgli il 25 per cento di un’estancia, cioè uno dei tanti immensi lotti di terreno tenuti ancora allo stato brado.

È grazie al paracadutismo che Massagrande entra in contatto con Alfredo Stroessner, il dittatore del Paraguay, il quale, assicurando riparo da eventuali richieste di estradizione, chiede all’italiano di costituire due scuole di paracadutismo, una civile e una militare; da quest’ultima nasce la guardia personale del caudillo paraguaiano comandata dal figlio, diventato amico di Elio. Successivamente Stroessner decide di dare sviluppo alla regione selvaggia del Chaco, negli anni Trenta casus belli con la Bolivia, dividendola in vari lotti, da 4 mila a 12 mila ettari, dando proprio a Massagrande l’incarico di vendere i terreni in Europa per conto del governo; anziché in denaro, l’italiano preferisce essere pagato con parte di quegli stessi lotti.

Caduto Stroessner all’inizio del 1989, per Massagrande si riaffaccia lo spauracchio dell’estradizione in Italia. Il nuovo governo paraguaiano lo arresta due volte e istruisce altrettanti processi con l’intento di restituirlo al suo Paese, ma le vecchie amicizie strette negli anni con alcuni importanti funzionari di polizia lo aiutano a restare quanto basta per dare tempo agli avvocati in Italia di provare la sua innocenza. In effetti lo spettro di una persecuzione aleggia sulle aule del tribunale di Bologna quando, ad esempio, viene rivelato il contenuto di una velina del SID in cui si sostiene che Massagrande e Graziani si fossero incontrati in Svizzera per programmare l’attentato al treno Italicus avvenuto il 4 agosto 1974: pensare che i due leader ordinovisti, in quel momento residenti ad Atene per giunta nello stesso appartamento, avessero necessità di andare fino in Svizzera a organizzare un attentato, rimarrà uno dei tanti tentativi, anche strampalati, di costruire un teorema.

Quando arriva la sentenza di assoluzione per l’omicidio Occorsio via via cadono tutte le altre accuse, ma di tornare in Italia non se ne parla affatto: per Massagrande la patria è ormai il Paraguay. Il destino è però in agguato. Nel 1999 il neofascista italiano si ammala di cancro e le cure che ha in Paraguay presto si rivelano insufficienti: Alessandra e i suoi figli lo convincono a tornare in Italia dove formalmente gli rimangono da scontare dodici giorni di carcere, ma nessuno oppone ostacoli al suo rientro. Massagrande viene ricoverato a Trento, dove muore nell’agosto del 1999. Rispettando le sue ultime volontà, le sue ceneri vengono sparse sull’amato Chaco.

FONTI

Verbali di interrogatorio Questure di Livorno e Verona 7 e 17 maggio 1966.

Dichiarazione non firmata di Elio Massagrande, Atene 14 gennaio 1975 ore 09.40.

Sandro Forte (a cura di) Clemente Graziani, la vita, le idee, Settimo Sigillio, Roma 1997

Ugo Maria Tassinari Fascisteria Castelvecchi, Roma 2001.

Mimmo Franzinelli La sottile linea nera Rizzoli, Milano 2008.

Conversazione con Rutilio Sermonti, Monte Compatri 27 agosto 2009.

Conversazione telefonica con l’avvocato Giuliano Artelli, 7 giugno 2011.

Conversazione telefonica con Leone Mazzeo, 15 luglio 2011.

Conversazione telefonica con Francesca Massagrande, 20 luglio 2011.

Conversazione con Rainaldo Graziani, Roma 21 luglio 2011.

Conversazione con Stefano Delle Chiaie, Roma 12 novembre 2011.